Strage di Bologna
La strage di Bologna fu un attentato di matrice neofascista e piduista avvenuto sabato 2 agosto 1980 alla stazione Centrale di Bologna. Un ordigno, posto nella sala d'aspetto di seconda classe, esplose provocando la morte di 85 persone e il ferimento di oltre 200. Si tratta dell'attentato terroristico più grave nella storia della Repubblica italiana.
Si inserisce nella strategia della tensione volta a condizionare la politica italiana, assieme alla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, quella di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 e la strage del treno Italicus del 4 agosto 1974.
Le indagini si indirizzarono quasi subito sulla pista neofascista; ma solo dopo un lungo iter giudiziario e numerosi depistaggi, la sentenza definitiva del 1995 condannò due terroristi del gruppo Nuclei armati rivoluzionari, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, «come appartenenti alla banda armata che ha organizzato e realizzato l'attentato di Bologna». Nel 2007 si aggiunse la condanna di Luigi Ciavardini, minorenne all'epoca dei fatti, e nel 2023 quella di Gilberto Cavallini.
Negli anni 2020 una ulteriore inchiesta della procura di Bologna e i successivi gradi di giudizio hanno concluso che fra gli esecutori materiali vi fu anche il neofascista Paolo Bellini e che i capi della loggia P2 Licio Gelli e Umberto Ortolani finanziarono con ingenti somme gli esecutori materiali e altri organizzatori della strage fra cui il funzionario del Ministero dell'interno Federico Umberto D'Amato, capo dell'Ufficio Affari Riservati fino al 1974. Le sentenze hanno inoltre accertato che la strage fu coordinata da esponenti dei servizi segreti italiani e da altri apparati dello Stato "deviati".
== Storia ==
=== L'attentato ===
Alle 10:25 di sabato 2 agosto 1980, nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna Centrale, affollata di turisti e di persone in partenza o di ritorno dalle vacanze, venne fatto esplodere un ordigno a tempo contenuto in una valigia, causando il crollo dell'ala ovest del fabbricato di stazione, compresi gli uffici che si trovavano sopra alle sale d'aspetto. Secondo la perizia esplosivistica disposta negli anni 2010, la bomba era una miscela di 15 kg di esplosivo ottenuto dallo scaricamento di munizioni d'artiglieria o bombe d'aereo o comunque munizioni militari risalenti alla Seconda Guerra Mondiale.
La valigia con l'ordigno fu sistemata a circa 50 cm d'altezza, su un tavolino portabagagli sotto il muro portante della sala. L'onda d'urto dell'esplosione, con le pietre e i detriti dell'ala ovest del fabbricato, devastò il parcheggio dei taxi nel piazzale antistante e distrusse un tratto di circa 30 m della pensilina del primo binario, investendo anche il treno Ancona-Basilea, che si trovava in sosta sul primo binario. L'esplosione causò la morte di 85 persone e il ferimento di oltre 200, molti dei quali con mutilazioni e invalidità permanenti.
=== I soccorsi ===
Immediatamente si attivarono i soccorsi e molti cittadini, insieme ai viaggiatori presenti, prestarono i primi soccorsi alle vittime e contribuirono a estrarre le persone sepolte dalle macerie. La corsia di destra dei viali di circonvallazione del centro storico di Bologna fu riservata alle ambulanze e ai mezzi di soccorso. Dato il grande numero di feriti, non essendo i mezzi sufficienti al loro trasporto verso gli ospedali cittadini, i vigili impiegarono anche autobus (si ricorda in particolare quello della linea 37), auto private e taxi.
Al fine di prestare le cure alle vittime, i medici e il personale ospedaliero fecero ritorno dalle ferie, così come i reparti, chiusi per le ferie estive, furono riaperti per consentire il ricovero di tutti i pazienti. L'autobus 37 divenne, insieme all'orologio fermo alle 10:25, uno dei simboli della strage. Il corpo di una delle vittime, la ventiquattrenne Maria Fresu, non venne ritrovato. Soltanto il 29 dicembre 1980 fu accertato che alcuni resti ritrovati sotto il treno diretto a Basilea appartenevano alla Fresu che evidentemente si trovava così vicina alla bomba che il suo corpo fu completamente disintegrato dall'esplosione.
=== Le manifestazioni seguenti ===
Nel pomeriggio del giorno della strage il Presidente della Repubblica Sandro Pertini giunse con un elicottero a Bologna e in lacrime affermò di fronte ai giornalisti: «Non ho parole, siamo di fronte all'impresa più criminale che sia avvenuta in Italia».
Nei giorni successivi la centrale piazza Maggiore ospitò imponenti manifestazioni di sdegno e di protesta da parte della popolazione e non furono risparmiate accese critiche e proteste rivolte ai rappresentanti del governo, intervenuti il giorno dei funerali delle vittime celebrati il 6 agosto nella basilica di San Petronio. Gli applausi furono riservati solo al presidente Pertini e al sindaco Renato Zangheri.
=== L'associazione dei familiari delle vittime ===
L'Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980 si costituì il 1º giugno 1981 allo scopo di «ottenere con tutte le iniziative possibili la giustizia dovuta»: costituita inizialmente da 44 persone, il numero di associati crebbe fino ad arrivare a 300 elementi. Negli anni successivi alla strage è rimasta attiva, tanto per contribuire alle indagini, quanto per tenere vivo il ricordo, anche facendo rete con le analoghe associazioni di familiari delle vittime della strategia della tensione.
L'impulso dell'Associazione e dei suoi avvocati fu prezioso per il processo che individuò i mandanti, in particolare nel reperimento di alcune prove decisive come il "documento Bologna", un appunto manoscritto da Gelli in cui elencava cospicui pagamenti per i collaboratori della strage, e il video amatoriale di un turista, in formato Super 8, che contribuì a confutare l'alibi di Bellini.
=== La loggia massonica Propaganda 2 ===
Nel 1980 la loggia massonica Propaganda 2, detta anche P2, era un gruppo di potere occulto quasi sconosciuto al grande pubblico, che ne ignorava le ramificazioni all'interno dello Stato italiano.
Nel marzo del 1981 fu eseguita una perquisizione di tutti i recapiti del capo della P2, Licio Gelli, nella quale emersero alcuni elenchi di affiliati, che vennero pubblicati nel successivo maggio, e che comprendevano molti funzionari in posizioni di vertice dei servizi segreti italiani (SISMI, SISDE e CESIS).
La P2 esercitava il suo controllo anche su importanti mezzi di informazione: ad esempio erano affiliati il presidente del gruppo Rizzoli e il direttore del Corriere della Sera.
Nel dicembre 1981 si insediò la Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2, presieduta dall'onorevole Tina Anselmi. Al termine dei lavori, nel 1984 produsse una relazione finale in cui affermava in particolare che la loggia P2 era responsabile della strage avvenuta nel treno Italicus nel 1974.
== Le indagini ==
=== Le prime ipotesi ===
Nelle prime ore successive allo scoppio, si diffuse la voce che potesse essere esplosa una caldaia, ma venne presto smentita dalle evidenze. L'Unità , nell'edizione del giorno dopo alla strage sostenne l'idea della matrice neofascista, basandosi su una presunta rivendicazione da parte del gruppo terroristico neofascista dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR). Infatti arrivarono da subito alcune rivendicazioni in particolare da parte dei NAR ma anche dalle Brigate Rosse, seguite da altrettante telefonate di smentita di militanti dei due gruppi. Il 4 agosto il presidente del Consiglio dei Ministri, Francesco Cossiga, dichiarò in Senato che la strage aveva una chiara matrice di destra. Due giorni prima della strage il giudice istruttore bolognese aveva depositato l'ordinanza di rinvio a giudizio dei neofascisti toscani accusati della strage dell'Italicus: anche questa circostanza indusse ad avviare le indagini all'interno dell'area del terrorismo nero.
Il 22 agosto un rapporto della DIGOS, che conteneva documenti come i «fogli d'ordini» di Ordine Nuovo e La disintegrazione del sistema di Franco Freda, avvalorò la necessità di indagare negli ambienti neofascisti.
Il 26 agosto 1980 la Procura della Repubblica di Bologna emise 28 ordini di cattura nei confronti di militanti di estrema destra dei NAR, di Terza Posizione e del Movimento Rivoluzionario Popolare. A questi se ne aggiunsero un'altra ventina nei mesi successivi. Le accuse comprendevano associazione sovversiva, banda armata ed eversione dell'ordine democratico, e per tre di essi anche omicidio plurimo aggravato e quindi strage. In base ai rapporti della DIGOS, e anche in base alle testimonianze e dichiarazioni di alcuni detenuti, finirono sotto inchiesta già nel 1980 in particolare: Paolo Signorelli, Massimiliano Fachini e Fabio De Felice legati a Ordine Nuovo e al MSI, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Mario Corsi dei NAR, i futuri fondatori di Forza Nuova Roberto Fiore e Massimo Morsello che allora erano latitanti, Gabriele Adinolfi di Terza Posizione, il criminologo della camorra e della destra eversiva Aldo Semerari, il futuro pentito Sergio Calore, e poi Roberto Rinani, Claudio Mutti, Marcello Iannilli e Francesco Furlotti.
=== L'influenza di Gelli sul servizio segreto civile ===
Nel 1980 il direttore del SISDE (servizio segreto civile) era il generale Giulio Grassini, e il direttore del centro SISDE 2 di Roma era Elio Cioppa, e si scoprirà che entrambi erano iscritti alla P2.
Nei primi giorni di settembre Cioppa incontrò Gelli, nell'hotel di Roma dove questi soggiornava, e ricevette dal capo della P2 l'invito a seguire la "pista internazionale" e a lasciar perdere le indagini già in corso.
In effetti Cioppa in agosto aveva raccolto la testimonianza di un detenuto, Giorgio Farina, che accusava tre estremisti di destra di essersi procurati l'esplosivo per fare la strage. Questa testimonianza, portata all'attenzione degli inquirenti bolognesi, aveva contribuito agli ordini di cattura del 26 agosto. Le accuse di Farina vennero esaminate con attenzione e ritenute in buona parte inattendibili e calunniose; in ogni caso dopo l'esortazione di Gelli il SISDE abbandonò le indagini verso l'eversione neofascista interna
e lo stesso Grassini avallò la "pista libanese" presso la magistratura bolognese.
=== Il depistaggio "terrore sui treni" ===
Nel 1980 il servizio segreto militare (SISMI) era diretto dal generale Giuseppe Santovito, e il "numero due" era il generale Pietro Musumeci; si scoprirà che entrambi erano affiliati alla P2, il cui capo indiscusso era Gelli.
Nei primi mesi dopo la strage il SISMI fornì ai magistrati notizie e segnalazioni in base a cui i sospetti dovevano essere indirizzati oltre confine. L'ipotesi scaturita da quelle indicazioni era quella di un complotto internazionale che coinvolgeva terroristi stranieri e neofascisti italiani latitanti all'estero con collegamenti in Italia, ma in realtà era un montaggio costruito a tavolino, utilizzando vecchie informazioni e notizie completamente inventate.
Il culmine delle azioni di depistaggio si raggiunse il 13 gennaio 1981: in uno scompartimento di seconda classe del treno Taranto-Milano fu scoperta una valigia che conteneva otto lattine piene di esplosivo, lo stesso esplosivo che fece esplodere la stazione, un mitra MAB, un fucile automatico da caccia, due biglietti aerei Milano-Monaco e Milano-Parigi. L'operazione, chiamata «Terrore sui treni», si dimostrò un falso del gruppo deviato del SISMI, che voleva accreditare la tesi della pista estera, facendo riferimento a una "fonte" che doveva restare segreta. La Corte d'assise di Roma accertò che «la fonte non esisteva e le informazioni erano false, costruite nell'ufficio di Musumeci e Belmonte, con la connivenza di Santovito». Nella motivazione i giudici scrissero che «la ricostruzione dei fatti, basata su prove documentali e testimoniali, e sulle dichiarazioni degli stessi imputati, fa emergere una macchinazione sconvolgente che ha obiettivamente depistato le indagini sulla strage di Bologna. Sgomenta che forze dell'apparato statale, sia pure deviate, abbiano potuto così agire, non solo in violazione della legge, ma con disprezzo della memoria di tante vittime innocenti, del dolore delle loro famiglie e con il tradimento delle aspettative di tutti i cittadini, a che giustizia si facesse».
La valigia era stata messa sul treno da un sottufficiale dei carabinieri per ordine del colonnello Giuseppe Belmonte, e conteneva oggetti personali di due estremisti di destra, un francese e un tedesco. Un dossier fasullo, prodotto da Santovito, riportava gli intenti stragisti dei due fantomatici terroristi internazionali in relazione con altri esponenti dell'eversione neofascista, tutti legati allo spontaneismo armato, senza legami politici, quindi autori e allo stesso tempo mandanti della strage.
Il 29 luglio 1985 Musumeci è stato condannato a 9 anni di carcere per associazione a delinquere, e Belmonte fu condannato a 7 anni e 8 mesi per associazione a delinquere, peculato e interesse privato in atti di ufficio. Fu riconosciuto colpevole e condannato a 8 anni e 6 mesi anche il faccendiere Francesco Pazienza, un civile che esercitava un «ascendente condizionante» su Santovito. Anche se gli ordini di fare i depistaggi provenivano da Santovito, questi non venne condannato perché morì nel 1984.
In appello, il 14 marzo 1986, le condanne scesero a 3 anni e 11 mesi per Musumeci, 3 anni e 2 mesi per Pazienza, e 3 anni per Belmonte, perché per tutti gli imputati cadde l'accusa di associazione per delinquere: per i giudici della Corte d'appello di Roma fu commessa una serie di attività censurabili e realizzate con fini di lucro, ma che non rientravano in un'organizzazione segreta parallela ai servizi segreti militari.
Nel 1995, all'interno del primo processo sulla strage, Gelli e Pazienza furono condannati in via definitiva alla pena di 10 anni di carcere, come promotori dell'intera complessa azione di depistaggio.
=== La ricerca dei mandanti ===
L'Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980 ha sempre sostenuto che, come in altre stragi analoghe, chi posizionò la bomba era solo un esecutore. Già nel 2012 il presidente dell'Associazione, Paolo Bolognesi, ha affermato che i mandanti vanno cercati nelle istituzioni italiane dell'epoca e in gruppi come la P2; disse che Licio Gelli diede 10 milioni di dollari a persone dei servizi segreti e ad appartenenti all'organizzazione Gladio, prima e dopo il 2 agosto 1980. L'Associazione ha sempre respinto le piste estere, sia quelle di estrema sinistra e arabe sia quelle che coinvolgono i servizi segreti dei Paesi NATO, affermando che la strage fu ideata da mandanti italiani (persone che stavano «nel cuore delle istituzioni»), per mantenere il potere in maniera autoritaria. Bolognesi afferma che Fioravanti e Mambro negano la responsabilità della strage, nonostante l'ammissione di tutti gli altri omicidi, perché troppo infamante e diversa dagli obiettivi e dal messaggio di lotta armata contro lo Stato che i NAR volevano rappresentare.
Lo stesso Bolognesi ha scritto, con Roberto Scardova, il libro Stragi e mandanti. Sono veramente ignoti gli ispiratori dell'eccidio del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna? (2012) in cui è stata ipotizzata un'unica strategia anticomunista internazionale, attuata in Grecia con la dittatura dei colonnelli, in Italia con la strategia della tensione, comprendente falsi golpe di avvertimento e reali stragi, di cui Bologna fu il culmine, e in America Latina con i colpi di Stato dell'operazione Condor (Cile, dittatura argentina), con mandanti originari uomini dei servizi segreti anglo-americani, importanti politici italiani e stranieri. La strategia della tensione sarebbe partita da prima della fine della seconda guerra mondiale con la costituzione, in ambito fascista, della struttura parastatale denominata Noto servizio o «Anello».
Dopo la morte di Licio Gelli, nel 2015, Paolo Bolognesi ha ribadito la sua convinzione che l'ex capo della P2 fosse il mandante e l'organizzatore della strage, in vista di un nuovo tentativo di golpe previsto secondo lui nel 1981; per questi motivi Bolognesi aveva depositato un esposto in Procura già nel 2011.
Le argomentazioni dell'Associazione non riuscivano a convincere la Procura ordinaria. Nel marzo 2017 la Procura di Bologna chiese l'archiviazione dell'inchiesta sui mandanti, in quanto «non sarebbero emersi elementi per fondare l'ipotesi di un finanziamento [...] della strage proveniente da Licio Gelli e Umberto Ortolani» (entrambi deceduti), né di un coinvolgimento dell'organizzazione Gladio; la Procura non riteneva di poter escludere che i NAR avessero agito da soli, in nome del loro «spontaneismo armato» neofascista che li avrebbe spinti a rifiutare ogni collaborazione con forze da loro ritenute borghesi e colluse col «sistema» che essi volevano combattere. La richiesta di archiviazione venne duramente criticata da Bolognesi.
A sorpresa, nell'ottobre 2017, un giorno prima dell'udienza per l'archiviazione dell'inchiesta sui mandanti, la Procura generale di Bologna ha avocato il fascicolo, prendendo il posto della Procura ordinaria, e ottenendo quindi altro tempo per ulteriori indagini, che portarono poi alla revoca del proscioglimento di Paolo Bellini e alla sua successiva condanna, oltre che al riconoscimento dei vertici della loggia P2 come mandanti.
== I processi ==
=== Primo processo (1987-1995) ===
L'11 dicembre 1985 i giudici istruttori Vito Zincani e Sergio Castaldo, accogliendo le richieste dei magistrati Libero Mancuso e Attilio Dardani, emisero venti mandati di cattura e il 14 giugno 1986 furono rinviate a giudizio altrettante persone.
Il dibattimento cominciò il 19 gennaio 1987, e venne rinviato per l'unificazione con un procedimento a carico di Francesco Pazienza.
Fasi principali del processo:
Bologna, 9 marzo 1987, inizio del processo di primo grado.
Imputati di strage: Massimiliano Fachini, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Sergio Picciafuoco, Roberto Rinani e Paolo Signorelli.
Imputati di banda armata: Gilberto Cavallini, Massimiliano Fachini, Valerio Fioravanti, Egidio Giuliani, Marcello Iannilli, Francesca Mambro, Giovanni Melioli, Sergio Picciafuoco, Roberto Raho (latitante), Roberto Rinani e Paolo Signorelli.
Imputati di associazione sovversiva: Marco Ballan, Giuseppe Belmonte, Fabio De Felice, Stefano Delle Chiaie (latitante), Massimiliano Fachini, Licio Gelli (latitante), Maurizio Giorgi, Pietro Musumeci, Francesco Pazienza, Paolo Signorelli e Adriano Tilgher.
Imputati di calunnia aggravata al fine di assicurare l'impunità agli autori della strage: Giuseppe Belmonte, Licio Gelli, Pietro Musumeci e Francesco Pazienza.
11 luglio 1988, sentenza.
Ergastolo per il delitto di strage: Massimiliano Fachini, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Sergio Picciafuoco.
Assolti dall'accusa di strage, per insufficienza di prove: Roberto Rinani e Paolo Signorelli.
Condannati per banda armata: Gilberto Cavallini, Massimiliano Fachini, Valerio Fioravanti, Egidio Giuliani, Francesca Mambro, Sergio Picciafuoco, Roberto Rinani e Paolo Signorelli.
Assolti dall'accusa di banda armata: Marcello Iannilli per non aver commesso il fatto; Giovanni Melioli e Roberto Raho per insufficienza di prove.
Assolti per associazione sovversiva: Marco Ballan, Giuseppe Belmonte, Fabio De Felice, Stefano Delle Chiaie, Massimiliano Fachini, Licio Gelli, Maurizio Giorgi, Pietro Musumeci, Francesco Pazienza, Paolo Signorelli e Adriano Tilgher.
Condannati per calunnia pluriaggravata al fine di assicurare l'impunità agli autori della strage: Giuseppe Belmonte, Licio Gelli, Pietro Musumeci e Francesco Pazienza.
25 ottobre 1989, inizio del processo d'appello.
18 luglio 1990, sentenza.
Assolti dall'imputazione di strage: Massimiliano Fachini, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Sergio Picciafuoco, Roberto Rinani e Paolo Signorelli.
Conferma della condanna per banda armata: Gilberto Cavallini, Valerio Fioravanti, Egidio Giuliani e Francesca Mambro.
Condannati per calunnia aggravata (con pena ridotta da 10 a 3 anni) e assolti per associazione sovversiva: Giuseppe Belmonte e Pietro Musumeci. Assolti tutti gli altri imputati.
L'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga (presidente del Consiglio dei ministri nel giorno della strage), a seguito di queste assoluzioni nel 1991 dichiarò di essersi sbagliato a definire "fascista" la strage nell'immediatezza della stessa, e di essere stato male consigliato dai servizi segreti dell'epoca.
12 febbraio 1992: le Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione stabilirono che il processo d'appello doveva essere rifatto, in quanto la sentenza venne definita illogica e priva di fondamento, «tanto che in alcune parti i giudici hanno sostenuto tesi inverosimili che nemmeno la difesa aveva sostenuto». Dal processo escono definitivamente Marco Ballan, Fabio De Felice, Stefano Delle Chiaie, Maurizio Giorgi, Marcello Iannilli, Giovanni Melioli, Roberto Raho, Paolo Signorelli e Adriano Tilgher.
11 ottobre 1993, inizio del secondo processo d'appello.
Imputati di strage: Massimiliano Fachini, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Sergio Picciafuoco.
Imputati di banda armata: Gilberto Cavallini, Massimiliano Fachini, Valerio Fioravanti, Egidio Giuliani, Francesca Mambro, Sergio Picciafuoco e Roberto Rinani.
Imputati di calunnia aggravata al fine di assicurare l'impunità agli autori della strage: Giuseppe Belmonte, Licio Gelli, Pietro Musumeci e Francesco Pazienza.
16 maggio 1994, sentenza.
Ergastolo per il delitto di strage: Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Sergio Picciafuoco. Assolto: Massimiliano Fachini.
Condannati per banda armata: Gilberto Cavallini, Valerio Fioravanti, Egidio Giuliani, Francesca Mambro e Sergio Picciafuoco. Assolti: Massimiliano Fachini e Roberto Rinani.
Condannati per calunnia aggravata al fine di assicurare l'impunità agli autori della strage: Giuseppe Belmonte, Licio Gelli, Pietro Musumeci e Francesco Pazienza.
23 novembre 1995, la Corte di Cassazione confermò la sentenza d'appello, ordinando un nuovo processo per Sergio Picciafuoco.
18 giugno 1996, la Corte d'appello di Firenze assolse Sergio Picciafuoco dall'accusa di strage e banda armata, a causa dell'insufficienza delle prove.
15 aprile 1997, la Cassazione rese definitiva l'assoluzione per Picciafuoco.
La sentenza definitiva della Cassazione è dunque del 23 novembre 1995: furono condannati all'ergastolo, quali esecutori dell'attentato, i neofascisti dei NAR Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che si sono sempre dichiarati estranei alla strage. Il capo della P2 Licio Gelli, gli ufficiali del SISMI Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, e il faccendiere Francesco Pazienza (collaboratore del SISMI) furono condannati per il depistaggio delle indagini.
=== Primo processo per depistaggio ===
Nel 1985 la Corte d'assise di Roma condannò il generale Musumeci, il colonnello Belmonte e il faccendiere Pazienza per aver orchestrato, assieme al generale Santovito capo del SISMI, il depistaggio "terrore sui treni" nel 1981. La sentenza ha confermato il giudizio di estrema gravità e deviazione dell'operato dei servizi segreti, che già era stato espresso dal Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato, in particolare per il ruolo di Francesco Pazienza. La sentenza d'appello nel 1986 confermò l'azione depistante ma ridusse le pene perché non venne riconosciuta l'associazione a delinquere, e d'altra parte il reato di depistaggio fu introdotto nel codice penale italiano solo nel 2016.
Questo processo era chiamato dalla stampa "processo del Supersismi"; vedeva imputati anche altri ufficiali dei servizi segreti, che furono assolti. Fra le diverse condotte criminali contestate agli imputati, in particolare Pazienza venne condannato per aver accompagnato in alcuni voli, con aerei a disposizione dei servizi segreti, il collaboratore della banda della Magliana Domenico Balducci nei periodi in cui questi era latitante.
=== Secondo processo per depistaggio ===
Il 9 giugno 2000 la Corte d'assise di Bologna emise nuove condanne per depistaggio: 9 anni di reclusione per Massimo Carminati, estremista di destra, 4 anni e 6 mesi per Federigo Mannucci Benincasa, ex direttore del SISMI di Firenze, e Ivano Bongiovanni, delinquente comune legato alla destra extraparlamentare.
Nel 2001 la Corte d'appello ha assolto Carminati e Mannucci Benincasa, dichiarando inammissibile l'appello di Bongiovanni.
Il 30 gennaio 2003 la Cassazione confermò le due assoluzioni.
=== Secondo processo (1997-2007) ===
L'ultimo imputato condannato come esecutore materiale è Luigi Ciavardini: dopo essere stato assolto dall'accusa di strage e condannato per banda armata, fu condannato a 30 anni in appello. La Cassazione annullò la sentenza, ordinando un nuovo processo, e nel nuovo dibattimento furono confermati i 30 anni per strage. L'11 aprile 2007 la Cassazione confermò la sentenza, rendendola definitiva. Nonostante la condanna, anche Ciavardini ha continuato a dichiararsi innocente.
=== La desecretazione degli atti ===
Con una direttiva del 22 aprile 2014, tutti i fascicoli relativi a questa strage non furono più coperti dal segreto di Stato e diventarono perciò liberamente consultabili da tutti.
=== Terzo processo (2017-2020) ===
Nel 2017 viene rinviato a giudizio Gilberto Cavallini, un altro ex NAR, con l'accusa di concorso in strage per aver offerto supporto e copertura agli altri terroristi. Nel primo processo del 1988 Cavallini era stato condannato a 11 anni per banda armata. Già nel corso di vari interrogatori negli anni '80, Fioravanti e Mambro dichiararono, non senza contraddizioni, che già prima della strage disponevano di documenti falsi forniti da Cavallini.
Gilberto Cavallini, sulle cui spalle pesavano già otto ergastoli e che, al momento della sentenza si trovava in regime di semilibertà nel carcere di Terni, è stato ritenuto colpevole di concorso in strage con sentenza del 9 gennaio 2020 e per questo condannato all'ergastolo. L'uomo si è dichiarato innocente e ha dichiarato anche a nome dei suoi compagni di gruppo di non avere nulla di cui chiedere perdono. Il nuovo processo ha acquisito nuovi elementi provenienti da altri processi successivi al primo, tra cui alcuni biglietti attribuiti a Carlo Maria Maggi, il leader di Ordine Nuovo veneto condannato come mandante della strage di piazza della Loggia, con i quali si istruiva Carlo Digilio (anch'egli terrorista di Ordine Nuovo e responsabile al tempo del poligono di tiro di Venezia) di consegnare a Cavallini degli esplosivi.
Durante la fase istruttoria sono inoltre emersi possibili elementi di contatto fra i NAR e servizi segreti italiani, come dei numeri di telefono annotati da Cavallini riconducibili a una struttura del SISDE, e la presenza di due covi dei NAR in via Gradoli a Roma, dove durante il rapimento Moro erano basate le Brigate Rosse di Moretti, in entrambi i casi in stabili di proprietà di agenzie immobiliari collegate al SISDE.
La condanna all'ergastolo è confermata dalla Corte d'assise d'appello il 27 novembre 2023.
=== Quarto processo (2020-2025) ===
L'11 febbraio 2020 la Procura Generale della Repubblica di Bologna ha chiuso la nuova inchiesta sulla strage contro i presunti mandanti e finanziatori, notificando quattro avvisi di conclusione indagine: Paolo Bellini, ex Avanguardia Nazionale, ritenuto esecutore avrebbe agito in concorso con Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D'Amato e Mario Tedeschi oltre agli ex NAR già condannati. Il 15 febbraio 2021 il Giudice per l'udienza preliminare Alberto Gamberini rinviò a giudizio Bellini con l'accusa di strage, Piergiorgio Segatel per depistaggio e Domenico Catracchia per false informazioni al pubblico ministero.
Il 6 aprile 2022 la Corte d'assise di Bologna dichiarò Bellini colpevole del reato di strage e lo condannò alla pena dell'ergastolo, condannando inoltre Segatel a sei anni di reclusione e Catracchia a quattro. Le sentenze furono confermate dalla Corte d'assise d'appello l'8 luglio 2024, compreso il ruolo di mandanti per i piduisti Gelli e Ortolani e il ruolo di organizzatori per l'agente segreto D'Amato e per il senatore Tedeschi, ma essendo questi già deceduti non sono stati giudicati. Il 1º luglio 2025 la Cassazione ha rigettato il ricorso presentato dalla difesa nel febbraio scorso e confermato definitivamente la condanna all'ergastolo nei confronti di Paolo Bellini.
=== Le responsabilità accertate ===
I due terroristi Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, neofascisti appartenenti ai NAR, sono stati riconosciuti definitivamente colpevoli della strage, assieme a Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini. Altro personaggio importante è stato Paolo Bellini, descritto come "il quinto uomo" della strage, perché anch'egli è stato condannato in via definitiva.
Fioravanti e Mambro sono stati condannati dal tribunale civile in primo grado nel 2014 a risarcire, versandoli alla Presidenza del Consiglio e al Ministero dell'interno, oltre due miliardi di euro e 22,500 euro di spese processuali ma risultando incapienti difficilmente potranno pagare questa somma e lo Stato potrà prelevare solo alcune centinaia di euro mensili dai loro stipendi.
Gilberto Cavallini è stato condannato a risarcire delle provvisionali di centomila euro per ogni persona che ha perso un parente di primo grado o il coniuge, cinquantamila per chi ha perso un parente di secondo grado o un affine di primo o secondo grado, trentamila per chi ha perso un parente o un affine di grado ulteriore, quindicimila per ogni ferito, diecimila per chi ha un parente ferito.
=== Le testimonianze ===
La condanna di Fioravanti, Mambro e Ciavardini si basò principalmente sulla testimonianza del criminale comune Massimo Sparti e del militante di destra Luigi Vettore Presilio; inoltre non avevano un alibi. Vi furono poi collaboratori di giustizia che riportarono affermazioni – allusive alla strage – di Fioravanti e di Ciavardini, ad esempio quella in cui quest'ultimo consigliava a un'amica di non prendere il treno il 2 agosto.
Di seguito, le principali prove testimoniali.
==== Sparti e il vestito «tirolese» ====
Massimo Sparti riferì di aver ricevuto una visita della coppia Mambro-Fioravanti il 4 agosto, due giorni dopo la strage. In quell'occasione, Fioravanti avrebbe fatto anche una battuta sulla bomba («Hai visto che botto?»). I due volevano procurarsi, tramite lo stesso Sparti, un documento falso per la Mambro. Quest'ultima temeva, in quanto erano già ricercati per numerosi omicidi, di essere riconosciuta a qualche posto di blocco e si era perciò tinta i capelli, secondo quanto dedotto da Sparti. Fioravanti avrebbe aggiunto di non essere preoccupato per sé in quanto a Bologna si era camuffato da turista tedesco, con il tipico «vestito di cuoio ed il cappello con la piuma» (questa frase non compare in tutti i documenti) e che dovevano andare a nascondersi in Sicilia. La testimonianza è stata interpretata sia nel senso che Fioravanti indossasse un costume tirolese, sia che fosse vestito in un modo che ricordasse l'abbigliamento dei turisti tedeschi.
Inoltre i presunti alibi, dichiarati dai tre che affermavano di essere insieme a Padova il 2 agosto per incontrare Gilberto Cavallini che a sua volta doveva vedersi con Carlo Digilio di Ordine Nuovo (poi diventato collaboratore di giustizia nell'inchiesta sulla strage di piazza Fontana), non furono confermati, né da Digilio né da Cavallini. Una testimone ha affermato di aver visto alla stazione di Bologna una donna e un uomo vestiti stranamente, lui con un costume che ricordava un tipico vestito tedesco, fatto collimante con il racconto di Sparti: li vide poi parlare con una terza persona e andare via dieci minuti prima dello scoppio. La testimone afferma di aver collegato i fatti una volta letto il resoconto delle indagini in cui Fioravanti sembrava essere l'uomo della stazione. Più tardi, dopo aver parlato con Paolo Bolognesi, affermò con incertezza che la donna poteva essere la Mambro, ma non fu convocata fra i testimoni del processo, fatto che avrebbe aggravato forse ulteriormente la posizione degli accusati. Massimo Sparti, alcuni anni dopo, tentò di ritrattare la testimonianza, ma non fu creduto. Il figlio riferì di una confessione di suo padre in punto di morte, in cui gli fu detto di essere stato costretto ad inventare la storia. Il figlio di Sparti e la moglie affermarono che l'uomo era con loro e non si incontrò con nessuno la sera del 2 agosto né il giorno seguente, e nemmeno il pomeriggio del 4. Anche un amico di Sparti, Fausto De Vecchi, arrestato con lui, affermerà la versione del testimone, ma poi smentirà e cadrà in contraddizione. Le testimonianze saranno considerate però attendibili. Sparti in particolare non conosceva la Mambro, ma affermò che si era tinta i capelli: dopo un'indecisione iniziale affermò di aver osservato la ricrescita dei capelli e aver pensato di conseguenza. La polizia scientifica prelevò una ciocca di capelli dalla Mambro dopo l'arresto, ma non trovò tracce di tintura (che solitamente rimangono in residuo anche dopo anni). Inoltre, a parte la testimone non citata in giudizio, sfilarono in aula molti sopravvissuti e nessuno ricordò costumi da tirolese alla stazione, né riconobbe i due neofascisti Mambro e Fioravanti. Nella sentenza si riconoscerà l'affidabilità di Sparti, e la veridicità delle sue accuse.
==== Le dichiarazioni di Luigi Vettore Presilio ====
La testimonianza di Sparti non era l'unica che contribuiva a indirizzare i magistrati verso l'eversione neofascista: nella sentenza del 1994 venivano elencati numerosi fatti e documenti che provavano come nell'ambiente del terrorismo di destra si sapesse già da tempo, prima del 2 agosto, del progetto di strage. Il 10 luglio 1980, nel carcere di Padova, il detenuto neofascista Luigi Vettore Presilio aveva rilasciato una dichiarazione al giudice istruttore Giovanni Tamburino, in cui si alludeva a un «evento straordinario» previsto per i primi di agosto, che «avrebbe riempito le pagine dei giornali». Presilio dichiarò di aver ricevuto la confidenza dal compagno di prigionia Roberto Rinani. Dopo che le sue dichiarazioni furono rese pubbliche, a strage avvenuta, nel novembre 1980 Presilio fu accoltellato in carcere da persone incappucciate armate di coltelli da cucina e tondini acuminati Dichiarò poi agli inquirenti di essere convinto che l'aggressione fosse dovuta alle sue rivelazioni, che erano state pubblicate dal settimanale L'Espresso dopo la strage.
==== Conversazione Nicoletti-Bonazzi ====
La strage fu di proporzioni superiori a quelle forse volute dagli stessi neofascisti organizzatori: due poliziotti penitenziari asserirono di aver ascoltato una conversazione tra i neofascisti Stefano Nicoletti, che confermò, ed Edgardo Bonazzi in cui affermavano che questo era quello che accadeva ad «affidarsi a dei ragazzini» (per la sentenza è un riferimento alla giovane età di Mambro, Fioravanti e soprattutto del diciassettenne Ciavardini).
==== Massimiliano Fachini ====
Stando a una testimonianza dei neofascisti Mauro Ansaldi e Paolo Stroppiani, l'esponente di Ordine Nuovo Massimiliano Fachini, condannato in primo grado e poi assolto, era anch'egli a conoscenza del progetto dell'attentato. Ansaldi riferì di aver saputo da Mara «Jeanne» Cogolli (la redattrice della rivista clandestina Quex) di un incontro, avvenuto pochi giorni prima della strage, tra la Cogolli stessa e Fachini, nel corso del quale quest'ultimo le avrebbe consigliato di lasciare Bologna perché stava per succedere qualcosa di grosso.
Effettivamente Mara «Jeanne» Cogolli partì da Bologna verso la Corsica poco prima della strage, in compagnia dell'amico Mario Guido Naldi.
==== Mario Guido Naldi ====
Mario Guido Naldi, vicino agli ambienti della rivista di estrema destra Quex, si era allontanato da Bologna all'alba del 2 agosto; fu raggiunto in Sardegna il 19 agosto 1980 da un agente del SISMI. Interrogato in merito alla strage, dichiarò che la sua partenza del 2 agosto era stata una coincidenza banale e plausibile. Poi aggiunse, pur senza indicare alcun nome dei presunti responsabili, che «l'esplosione di Bologna, sono convintissimo, è una provocazione contro Quex. Ritengo che la matrice dell'attentato è senza dubbio di destra e rientra nella faida interna dei vari movimenti di estrema destra. Gli attentatori vengono da fuori Bologna, quasi certamente da Roma, oserei dire dalle organizzazioni Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale.».
Naldi si riferiva a ex appartenenti alle due organizzazioni, entrambe ufficialmente sciolte all'inizio degli anni settanta. Aggiunse poi di essere stato contattato da Roma nei mesi precedenti, per aprire una sezione di Terza Posizione a Bologna.
Le dichiarazioni di Naldi indirizzarono verso la pista nera e contribuirono agli arresti del 26 agosto 1980.
==== Dichiarazioni di Vincenzo Vinciguerra sulla strategia della tensione e su Ustica ====
Vincenzo Vinciguerra fu un neofascista che assieme ad alcuni camerati di Ordine Nuovo di Udine organizzò la strage di Peteano (GO) nel 1972 nella quale rimasero uccisi tre carabinieri. In seguito militò anche in Avanguardia Nazionale e assieme al suo leader Stefano Delle Chiaie si recò sia in Spagna sia in paesi sudamericani controllati dalle dittature con le quali Delle Chiaie collaborava.
Nel 1979 Vinciguerra si consegnò alla giustizia italiana, e dal 1984 confessò la sua colpevolezza nella strage di Peteano ma rifiutò di diventare formalmente collaboratore di giustizia e quindi non beneficiò di alcuno sconto di pena ed è ininterrottamente detenuto da allora.
È considerato «teste fondamentale su varie fasi della strategia della tensione» ed è stato ascoltato decine di volte nei processi delle stragi, fornendo molti riferimenti che non sono mai stati smentiti.
Ha sempre sostenuto che le stragi eseguite dalla destra eversiva rispondessero a direttive provenienti da una struttura «parallela e segreta» del Ministero dell'Interno e dei carabinieri. Lo scopo di questa strategia della tensione sarebbe stato la promulgazione di leggi eccezionali e cioè una svolta autoritaria dello Stato. La strategia avrebbe previsto anche l'infiltrazione dei gruppi di estrema sinistra per far ricadere su di loro la responsabilità degli attentati e infine grazie alla repressione estromettere il Partito Comunista dalla politica italiana.
Nel corso del "processo Bellini" Vinciguerra ha dichiarato che il funzionario D'Amato e il senatore Tedeschi collaboravano con la destra stragista. Vinciguerra si è detto assolutamente certo della responsabilità di Fioravanti, Mambro e Ciavardini nella strage di Bologna.
Ha anche sostenuto che la strage di Bologna sia stata funzionale ad offuscare il dibattito sull'abbattimento dell'aereo civile nei pressi dell'isola di Ustica (PA) da parte di aerei militari perché quel fatto avrebbe potuto minare la fiducia dell'opinione pubblica nella NATO e quindi compromettere la costruzione sul suolo italiano delle nuove strutture militari che erano in programma.
==== Angelo Izzo e l'accusa a Ciavardini ====
Un altro testimone dei processi, decisivo in particolare per la condanna di Ciavardini, fu il criminale comune e militante neofascista Angelo Izzo, che ha reso numerose e controverse testimonianze sugli anni di piombo, talvolta false. Il pluriomicida accusò anche Stefano Delle Chiaie (accusato anche da Vinciguerra), che però venne poi assolto, come già avvenuto in altre occasioni in cui il leader di Avanguardia Nazionale venne imputato.
Angelo Izzo e Raffaella Furiozzi riferirono di confidenze, accusando Fioravanti, Mambro, Ciavardini ma anche Nanni De Angelis e Massimiliano Taddeini: gli ultimi due avevano un alibi solido, visto che proprio quel giorno si trovavano a Terni per disputare la prima finale nazionale di football americano, ripresi dalle telecamere Rai e alla presenza di circa 2.000 spettatori presenti sugli spalti. Ciavardini affermò invece di essere a Padova con Mambro e Fioravanti e pertanto, sulla base del fatto che per questi ultimi tale alibi era già stato ritenuto non valido, fu rinviato a giudizio e condannato.
==== L'omicidio di Francesco Mangiameli ====
A metà luglio del 1980 il colonnello Amos Spiazzi, già coinvolto nel golpe Borghese e nella Rosa dei venti, poi incarcerato, fu incaricato dal SISDE per indagare sulla riorganizzazione dei gruppi eversivi di estrema destra. Spiazzi andò a Roma per incontrare un «informatore» neofascista appartenente a Terza Posizione, Francesco Mangiameli detto «Ciccio». Mangiameli avrebbe raccontato a Spiazzi dell'omicidio di Mario Amato e di un progetto per assassinare il giudice che indagò su piazza Fontana, Giancarlo Stiz. Mangiameli affermò di essere stato incaricato da Stefano Delle Chiaie, che poi verrà accusato dai depistatori (o meglio, saranno due uomini legati al suo gruppo internazionale le vittime del depistaggio, Delle Chiaie sarà assolto, come per le altre stragi), di reperire armi ed esplosivo ad ogni costo, e affermò che per i primi di agosto era previsto un attentato di enormi proporzioni, come si era detto già da parte di detenuti neofascisti. Il colonnello Spiazzi rilasciò il 31 luglio 1980, come dimostrato dal timbro di protocollo, un rapporto dettagliato alla direzione del SISDE su quanto riferitogli da Mangiameli e ne parlò poi, in un'intervista pubblicata dopo il 2 agosto, anche con il settimanale L'Espresso, non rivelando il nome dell'informatore, ma solo il soprannome «Ciccio».
Il 9 settembre 1980, Francesca Mambro, Valerio e Cristiano Fioravanti (secondo la testimonianza resa da quest'ultimo), con Giorgio Vale e Dario Mariani, uccisero Mangiameli e gettarono il corpo zavorrato in un bacino artificiale. Spiazzi sarà ancora arrestato, ma uscirà dalle inchieste nel 1989. Non sarà interrogato sul ruolo dei servizi segreti a Bologna, sempre che ne sapesse qualcosa. Un comunicato di Terza Posizione, che in quel periodo aveva rotto i rapporti con i NAR, definì Mangiameli come l'ultima e ulteriore vittima della strage.
Cristiano Fioravanti avanzò la tesi che Mangiameli potesse essere stato testimone, nella sua casa di Palermo, degli accordi presi dal fratello Valerio con altre persone del luogo, in vista dell'omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della giunta regionale siciliana, ucciso in un agguato il 6 gennaio 1980:
Nella sentenza di Appello per la strage di Bologna, il giudice ravvisa nella strage stessa, compiuta il 2 agosto 1980 da Fioravanti e Mambro, il vero movente dell'omicidio Mangiameli:
Spiazzi, il 2 luglio 1980 e poi il 2 agosto, annotò nei suoi appunti due frasi simili; il giorno della strage infatti scrisse: «andato ore 10.30» (l'ora dell'esplosione era quella delle 10:25) e «ritirato pacco».
== Possibili moventi della strage ==
=== Il documento di Mario Tuti ===
Il 31 agosto 1980 le forze dell'ordine ritrovarono in una cabina telefonica di Bologna un documento con l'intestazione «Da Tuti a Mario Guido Naldi». Mario Tuti era un altro estremista che dal carcere spediva articoli al Naldi per la rivista Quex. Il contenuto del documento fu visto dai magistrati come un incoraggiamento al terrorismo stragista:
=== Documento di Carlo Battaglia ===
Il 10 settembre 1980 venne sequestrato all'ordinovista Carlo Battaglia un documento in cui si parlava di «arrivare al punto che non solo gli aerei, ma le navi e i treni e le strade siano insicuri: bisogna ripristinare il terrore [...] Al di fuori di noi, con le nostre idee ci sono milioni di uomini, essi ci aspettano. Diamo un segno inequivocabile della nostra presenza... Occorre un'esplosione da cui non escano che fantasmi».
Oltre alle cosiddette trame della strategia della tensione, c'è chi indica come movente la ritorsione degli ambienti dell'estrema destra.
Infatti, due giorni prima della strage era stato rinviato a giudizio Mario Tuti, con altri militanti di Ordine nero, per la strage dell'Italicus, uno degli atti intimidatori e destabilizzanti seguiti a piazza Fontana e piazza della Loggia. Due giorni dopo il 2 agosto ricorreva proprio il sesto anniversario della strage di San Benedetto Val di Sambro.
Prima della strage i NAR organizzarono molte azioni punitive, come l'uccisione di Mario Amato, il sostituto procuratore che aveva fatto arrestare Pierluigi Concutelli di Ordine Nuovo per l'omicidio del giudice Vittorio Occorsio e che stava scoprendo le connessioni dei neofascisti con la malavita romana organizzata, e Bologna sarebbe quindi legata all'Italicus, che doveva passare proprio per questa stazione.
=== La tesi di Giovanni Pellegrino ===
Secondo altre persone, come Giovanni Pellegrino senatore dei DS ed ex presidente della Commissione Stragi, il movente non sarebbe la strategia della tensione e la spinta verso una svolta a destra, ma altri contrasti di potere, che siano stati internazionali tra NATO e Patto di Varsavia, tra Israele e OLP, o tra Stati Uniti e Libia, con l'Italia in posizione ondivaga, che si trovò in mezzo a questa «guerra segreta»; come minaccia per silenziare chi sapeva qualcosa sulle bombe del 1969-1974, ad esempio come faida interna alla P2. La stessa sentenza di condanna degli esecutori emessa della Cassazione afferma che, se essi sono accertati, il movente occulto è oscuro, così come i mandanti.
Pellegrino, nell'intervista, dichiarò:
=== L'ipotesi del «diversivo» per Ustica ===
Un'altra ipotesi fu che Bologna servì ad avvalorare la tesi, poi totalmente invalidata, della bomba a bordo del DC-9 Itavia distrutto nella strage di Ustica, oltre a distrarre da Ustica stessa e sviare dalle responsabilità della prima strage (questa pista è nata dalle citate rivelazioni di Vinciguerra, il primo che parlò di un collegamento diretto con Ustica). Questo sarebbe stato fatto per coprire la responsabilità della NATO, le cui forze, forse caccia inglesi e francesi col colpevole disinteresse o assenso del governo italiano, avrebbero lanciato un missile per tentare di colpire il jet privato del leader libico Gheddafi (che si trovava in volo sul Mediterraneo), centrando invece l'aereo civile italiano e un caccia libico ritrovato in Calabria. Secondo questa pista, la bomba di Bologna doveva quindi accreditare la tesi della «bomba di Ustica», riproposta molte volte negli anni, ad esempio da Carlo Giovanardi e da Paolo Guzzanti, e molto gradita a livello teorico dai diplomatici statunitensi.
Luigi Cipriani fu un forte sostenitore della tesi «atlantica», in contrapposizione alla pista neofascista, e accusò la massoneria deviata di seguire ordini e progetti anticomunisti dell'amministrazione Nixon e di Henry Kissinger, tramite la mediazione delle logge statunitensi.
Per Cipriani le logge americane e inglesi avrebbero forzato il Grande Oriente d'Italia, tradizionalmente democratico, facendone convergere gli obiettivi con quelli della Gran loggia regolare d'Italia, di ispirazione conservatrice, e con elementi reazionari della Gran Loggia d'Italia degli Alam: da ciò sarebbe derivata anche l'ascesa di Gelli nella P2. Il politico di Democrazia Proletaria dichiarò inoltre, alla Commissione stragi, e per il decimo anniversario della strage:
E ancora:
=== La "pista palestinese" ===
I due terroristi tedeschi di estrema sinistra Thomas Kram e Christa Margot Fröhlich, membri delle Revolutionäre Zellen, legati secondo alcuni al gruppo di «Carlos» e al FPLP, furono iscritti nel registro degli indagati nel 2011 dalla Procura di Bologna. Il nome di Thomas Kram emerse dal ritrovamento, nei primi anni duemila, di un registro d'albergo che ne attestava la presenza a Bologna la notte del 1 agosto e di un documento della dogana di Chiasso che ne attestava l'ingresso in Italia quello stesso giorno. Thomas Kram spiegò in una memoria consegnata alla procura la presenza a Bologna che si trattava di una presenza casuale legata a un ritardo nel raggiungere Firenze, la sua destinazione finale, dove aveva appuntamento con una ragazza. Nel 2015 il giudice per le indagini preliminari Bruno Giangiacomo, su richiesta del PM, ha archiviato la pratica, prosciogliendoli con sentenza di non luogo a procedere.
La cosiddetta "pista palestinese" fu sostenuta anche da una relazione scritta nel 2006 per la commissione parlamentare sul dossier Mitrochin. Questa relazione fu usata dalla difesa di Cavallini nel processo a Bologna, quindi i giudici dedicarono un'intero capitolo della sentenza di primo grado ad esaminarla nel dettaglio e criticarla punto per punto.
Il depistaggio sul terrorista Carlos risale ad alcuni articoli che Mario Tedeschi, giornalista e parlamentare del MSI, pubblicò sul settimanale Il Borghese, ancora prima della strage. Fu poi accertato che Tedeschi era pagato da Gelli per intossicare e sviare le indagini.
== Vittime ==
Le vittime furono 85, di cui 3 dalla Germania Ovest (una madre con due figli di 14 e 8 anni), due britannici, uno spagnolo, una francese, una svizzera e un giapponese.
La vittima più giovane aveva 3 anni (Angela Fresu), la più anziana 86 anni (Antonio Montanari).
Elenco delle persone uccise, con la loro età :
== Commemorazioni ==
Il 2 agosto è considerata la giornata in memoria di tutte le stragi, e la città di Bologna con l'Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 organizzano ogni anno il Concorso internazionale di composizione "2 Agosto" con concerto in piazza Maggiore.
Per ricordare la strage, nella ricostruzione dell'ala della stazione distrutta è stato creato uno squarcio nella muratura. All'interno, nella sala d'aspetto, è stata mantenuta la pavimentazione originale nel punto dello scoppio. Il settore ricostruito presenta l'intonaco esterno liscio e non «bugnato» come tutto il resto del fabbricato, in modo che sia immediatamente riconoscibile e più visibile. È stato mantenuto intatto uno degli orologi nel piazzale antistante la stazione ferroviaria, quello che si fermò alle 10:25; nell'agosto 2001 l'orologio venne rimesso in funzione, ma di fronte a decise rimostranze le Ferrovie convennero sull'opportunità che quelle lancette rimanessero ferme a perenne ricordo.
Il cippo commemorativo nella stazione di Bologna contiene l'elenco delle «vittime del terrorismo fascista». Durante il mandato di Giorgio Guazzaloca (centrodestra), sindaco di Bologna dal 1999 al 2004, l'esponente locale di Alleanza Nazionale Massimiliano Mazzanti propose al sindaco di non citare più la «matrice fascista» della strage nella commemorazione ufficiale del 2 agosto, anche se confermata con le condanne del 1995. Nonostante le critiche dell'opposizione, il sindaco, pur non ammettendo di aver accolto l'invito che veniva da una parte della sua maggioranza, così fece per tutte e cinque le celebrazioni che lo videro protagonista. Dal 2004, invece, il nuovo sindaco, Sergio Cofferati, è tornato a scandire la vecchia formula durante la manifestazione ufficiale.
Nel 2009 Sandro Bondi, Ministro della cultura del governo Berlusconi, venne fischiato e insultato mentre interveniva alla cerimonia di commemorazione nel piazzale della stazione.
Nel 2010, nel giorno del trentennale della strage, per la prima volta nessun rappresentante del governo è stato presente alla commemorazione, svoltasi dapprima in Comune e successivamente nel piazzale antistante la stazione: il rappresentante per lo Stato è stato il prefetto di Bologna, Angelo Tranfaglia. Il governo Monti, nel 2012, ripristinò l'abitudine di essere presente alla cerimonia inviando il Ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri.
Il 24 settembre 2010 è stata posta sul binario 1 della stazione di Bologna una targa commemorativa con cui UNESCO dichiara che il luogo è "patrimonio messaggero di una cultura di pace e di nonviolenza".
Nel luglio 2020, per commemorare il 40º anniversario della strage alla stazione e della strage di Ustica, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha reso omaggio alle vittime deponendo una corona di fiori nei pressi della lapide posta all'interno della stazione ferroviaria di Bologna.
== Influenza culturale ==
=== Cinema e teatro ===
Un anno dopo la strage, il 31 luglio 1981, Carmelo Bene eseguì una lectura Dantis di vari canti della Divina Commedia e di due sonetti di Dante Alighieri dall'alto della Torre degli Asinelli, nella piazza della città emiliana: dedicò la serata non ai morti, bensì ai feriti della strage.
Il cortometraggio di Massimo Martelli Per non dimenticare (1992) mostra la vita di diverse persone (interpretate perlopiù da attori famosi, come Giuseppe Cederna, Massimo Dapporto, Giuliana De Sio) nell'ora immediatamente precedente la strage.
Il documentario Iltrentasette di Roberto Greco (2005) contiene le testimonianze di diverse persone che presero parte ai soccorsi.
La strage di Bologna è stata ricordata nel romanzo di Giancarlo De Cataldo Romanzo criminale e appare nell'omonimo film del 2005 con la regia di Michele Placido, in cui viene fatta intendere la responsabilità di uomini dello Stato. Nel film si vede esplodere l'ala Est della stazione, anziché l'ala ovest come realmente accadde. L'omonima serie televisiva, trasmessa prima da Sky Cinema 1 e successivamente da Italia 1, ne ha fatto il soggetto dell'undicesima puntata della prima stagione, seguendo la tesi della connivenza dei servizi segreti con gli autori della strage.
Il tragico evento viene ricordato anche nel film Da zero a dieci di Luciano Ligabue (2002), nel quale Libero, uno dei quattro protagonisti, rivela che un suo amico ha perso la vita, essendo rimasto coinvolto nell'esplosione mentre si trovava alla stazione di Bologna.
Il regista Filippo Porcelli ha dedicato tre film alla memoria del 2 agosto 1980:
2 agosto 1980. Oggi (2005)
2 agosto, stazione di Bologna. Binario 9 ¾ (2006)
NowHere (2007)
Il narratore Daniele Biacchessi racconta la strage alla stazione di Bologna negli spettacoli La storia e la memoria e Il paese della vergogna con il gruppo Gang.
Il film del 2010 L'estate di Martino, di Massimo Natale, ricorda nel finale la strage alla stazione, anche se indirettamente, poiché tutta la negatività delle ore 10:25 viene convogliata sul protagonista che muore, lasciando scorrere senza alcuna esplosione il momento fatidico delle 10:25 a Bologna.
Il documentario di Francesco Patierno, Giusva, la vera storia di Valerio Fioravanti (2011) racconta la versione di uno dei tre condannati per la strage. Il film è stato commercializzato su supporto DVD unitamente a un libro con interventi di Andrea Colombo, Nicola Rao e Luca Telese.
Il documentario del 2012 Un solo errore – Bologna, 2 agosto 1980, di Matteo Pasi, riporta le testimonianze di alcuni sopravvissuti, parenti delle vittime, soccorritori, rilasciate trenta anni dopo il fatto, oltre a interviste a magistrati, giornalisti e in particolare una a Licio Gelli.
Nel 2013 Pupi Avati ricorda la strage del 2 agosto nella miniserie televisiva Un matrimonio con Micaela Ramazzotti e Flavio Parenti.
Il film del 2014 Bologna 2 agosto... i giorni della collera di Giorgio Molteni e Daniele Santamaria Maurizio, si concentra sulla storia dei NAR e sulla strage di Bologna.
Il film del 2015 La linea gialla di Emilio Marrese, regia di Francesco Conversano e Nene Grignaffini, con Valentina Lodovini, Francesco Guccini, Ivano Marescotti, Roberto Messini e Rolando Ravello (prodotto e distribuito da la Repubblica), racconta la vita che la più piccola vittima della strage, Angela Fresu, avrebbe potuto avere.
=== Musica ===
Fabrizio De André, Se ti tagliassero a pezzetti. C'è un velato riferimento alla strage nel testo scritto con Massimo Bubola e presente nell'album L'indiano (1981): T'ho incrociata alla stazione / che inseguivi il tuo profumo / presa in trappola da un tailleur grigio fumo / i giornali in una mano e nell'altra il tuo destino / camminavi fianco a fianco al tuo assassino.
Francesco Guccini, Bologna (dall'album Metropolis del 1981). Il cantautore tosco-emiliano, alludendo alla strage, descrive una Bologna capace d'amore, capace di morte e che sa stare in piedi, per quanto colpita.
Pierangelo Bertoli, Nicolò (dal 33 giri Album pubblicato nel 1981). Bertoli rievoca il tragico avvenimento nei versi: Col fiato sospeso nel fuoco e nel fumo / Bologna si staglia sfinita.
Frankie hi-nrg mc nel singolo Fight da Faida (1991) denuncia i soprusi dei potenti e in particolare il Potere di uno Stato che di tutto se ne frega / Strage di Bologna, Ustica, Gladio / Cumuli di scheletri ammassati in un armadio.
Giorgio Gaber, Qualcuno era comunista (1992). C'è un riferimento esplicito, come per altre stragi del periodo: Qualcuno era comunista perché piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l'Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera.
Assalti Frontali, Nel posto giusto (dall'album Conflitto, 1996). Racconta le emozioni di una serata di un gruppo di amici, che inizia al Forte Prenestino a Roma e poi verso mezzanotte ce ne usciamo dal Forte [...] se una cosa va fatta va fatta e la faccio [...] una foto un ricordo l'orologio di Bologna 2 agosto fermo alle 10 e 25 la scritta «come ripulisce le stazioni un fascista».
I Fratelli di Soledad, Brescia Bologna Ustica.
Daniele Silvestri, La bomba (dall'album Il dado, 1996).
Lucilla Galeazzi, Per Sergio.
Oblivion, La stazione di Bologna.
Offlaga Disco Pax, Sensibile.
Lo Stato Sociale, Linea 30.
Modena City Ramblers, Il giorno che il cielo cadde su Bologna.
Kalamu, Tutti giù per terra (dall'album Costruiamo palazzi).
Fabrizio Moro, L’Italia è di tutti (dall’album L’Inizio, 2013)
=== Letteratura ===
Nel 2010 è stato ripubblicato il libro Strage di Loriano Macchiavelli (Einaudi). Il romanzo era già uscito nel 1990 sotto lo pseudonimo di Jules Quicher, per l'editore Rizzoli, e fu ritirato dalle vendite dopo una settimana in seguito ad una querela. Il romanzo, di stile poliziesco, rappresenta gli avvenimenti della strage di Bologna e le successive indagini. Nella nota dell'autore viene negato ogni riferimento a personaggi reali.La sovracoperta dell'edizione Rizzoli del 1990 riproduceva alcune immagini della stazione distrutta, inclusa quella dell'orologio fermo alle 10:25.
Maria Fresu, l'unica vittima di cui non venne ritrovato il corpo perché completamente disintegrato dall'esplosione, viene ricordata nella poesia Il nome di Maria Fresu di Andrea Zanzotto.
Alla stessa Maria Fresu e alla sua figlioletta di tre anni (la vittima più giovane) è dedicato Il libro collettivo Memoria mare. Lettere ad Angela e Maria Fresu. Pubblicato nel 2010, il libro raccoglie poesie, interventi e racconti di personalità della cultura e del giornalismo italiano, tra cui Eraldo Affinati, Alessandro Bergonzoni, Daniele Biacchessi, Don Luigi Ciotti, Gianni D'Elia, Gad Lerner, Claudio Lolli, Valerio Magrelli, Nicola Muschitiello, Roberto Roversi, Gregorio Scalise, Sergio Staino, Grazia Verasani e Andrea Zanzotto.
Nel romanzo Il pendolo di Foucault di Umberto Eco si parla a un certo punto di una valigia piena di esplosivo abbandonata su un treno, in transito tra Bologna e Firenze.
Uno dei racconti della raccolta Bar Sport Duemila di Stefano Benni si svolge nella stazione di Bologna la mattina della strage e termina un istante prima dell'esplosione.
Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli, nel libro Appennino di sangue, ricordano la strage, seppure indirettamente. I due personaggi principali, infatti, giungono nell'area ovest della stazione di Bologna il due agosto alle ore 10:25.
=== Opere figurative ===
Il 17 agosto 1980 L'Espresso uscì con un numero speciale sulla Strage. In copertina figurava un quadro a cui Renato Guttuso dette lo stesso titolo dell'omonimo quadro di Francisco Goya, cioè Il sonno della ragione genera mostri, con la data del 2 agosto 1980.
== Note ==
== Bibliografia ==
Antonella Beccaria, Dossier Bologna - 2 agosto 1980: i mandanti della strage, Paper First, 2020, ISBN 9788831431347.
Paolo Biondani, La ragazza di Gladio, collana Fuori Scena, RCS MediaGroup, 2024, ISBN 9791222500119.
Riccardo Bocca, Tutta un'altra strage, Milano, BUR, 2007, ISBN 978-88-17-01692-6.
Paolo Bolognesi e Roberto Scardova, Stragi e mandanti. Sono veramente ignoti gli ispiratori dell'eccidio del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna?, introduzione di Claudio Nunziata, Roma-Reggio Emilia, Aliberti, 2012, ISBN 978-88-7424-932-9.
Andrea Colombo, Storia nera. Bologna, la verità di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, Milano, Cairo, 2006, ISBN 978-88-6052-091-3.
Corrado De Rosa, La mente nera, Milano, Sperling & Kupfer, 2014, ISBN 978-88-200-5600-1.
Claudio Gatti e Gail Hammer, Il quinto scenario. I missili di Ustica Milano, Rizzoli 1994.
Ferdinando Imposimato, La Repubblica delle stragi impunite, Roma, Newwton Compton, 2012, ISBN 9788854141018.
Carlo Lucarelli, La strage di Bologna, in Nuovi misteri d'Italia. I casi di Blu Notte, Torino, Einaudi, 2004, ISBN 978-88-06-16740-0.
Lorenzo Matassa e Gian Paolo Pelizzaro, Relazione sul gruppo Separat e il contesto dell'attentato del 2 agosto 1980 (PDF), 10 febbraio 2006. URL consultato il 30 aprile 2011 (archiviato dall'url originale il 26 maggio 2012).
Paolo Morando, La strage di Bologna. Bellini, i NAR, i mandanti e un perdono tradito, Feltrinelli, 2023.
Giuliano Turone, Italia occulta, Milano, Garzanti, 2019, ISBN 9788832963397.
Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992, ISBN 8804339098.
=== Sentenze giudiziarie ===
Sentenza Istruttoria del Tribunale Civile e Penale di Bologna del 17 giugno 1986 (PDF). URL consultato il 3 marzo 2026. Ospitato su RETE DEGLI ARCHIVI per non dimenticare (Ministero della cultura).
Sentenza della corte di Assise di Bologna del 11 luglio 1988 (processo ai NAR) (PDF). URL consultato il 17 febbraio 2026. Ospitato su RETE DEGLI ARCHIVI per non dimenticare (Ministero della cultura).
Sentenza della corte di Assise di Appello di Bologna del 15 maggio 1994 (appello bis) (PDF). URL consultato il 19 febbraio 2026. Ospitato su RETE DEGLI ARCHIVI per non dimenticare (Ministero della cultura).
Sentenza della Corte di Assise di Bologna del 09 giugno 2000 (PDF). URL consultato l'11 agosto 2026. Ospitato su RETE DEGLI ARCHIVI per non dimenticare (Ministero della cultura).
Sentenze del processo Cavallini (PDF). URL consultato il 17 febbraio 2026. Ospitato su RETE DEGLI ARCHIVI per non dimenticare (Ministero della cultura).
Sentenza della Corte di Assise di Bologna del 06 aprile 2022 (processo Bellini) (PDF). URL consultato il 20 agosto 2025. Ospitato su RETE DEGLI ARCHIVI per non dimenticare (Ministero della cultura).
Sentenza della Corte di Assise di Appello di Bologna del 08 luglio 2024 (processo Bellini) (PDF). URL consultato il 13 agosto 2025. Ospitato su RETE DEGLI ARCHIVI per non dimenticare (Ministero della cultura).
Sentenza della Corte di Cassazione del 01 luglio 2025 (processo Bellini) (PDF). URL consultato l'8 febbraio 2026. Ospitato su RETE DEGLI ARCHIVI per non dimenticare (Ministero della cultura).
=== Altri saggi ===
Antonino Arconte, L'ultima missione. G-71 e la verità negata, Milano, Mursia, 2001, ISBN 88-900678-2-9.
Antonella Beccaria, Giorgio Gazzotti, Gigi Marcucci, Claudio Nunziata e Roberto Scardova, Alto tradimento. La guerra segreta agli italiani da Piazza Fontana alla strage della stazione di Bologna, a cura di Paolo Bolognesi, Roma, Castelvecchi, 2016. ISBN 978-88-6944-653-5.
Antonella Beccaria e Riccardo Lenzi, Schegge contro la democrazia. 2 agosto 1980: le ragioni di una strage nei più recenti atti giudiziari, prefazione di Claudio Nunziata, Bologna, Editrice Socialmente, 2010, ISBN 978-88-95265-40-7.
Andrea Colombo, Nicola Rao, Luca Telese e Francesco Patierno, Giusva. La vera storia di Valerio Fioravanti, Milano, Sperling & Kupfer, 2011.
Francesco Cossiga, La versione di K. Sessant'anni di controstoria, Milano, Rizzoli, 2009, ISBN 978-88-17-03592-7.
Valerio Cutonilli, Strage all'italiana, Roma, Edizioni Trecento, 2007.
Renato Farina, Cossiga mi ha detto. Il testamento politico di un protagonista della storia italiana del Novecento, Venezia, Marsilio, 2011.
Andrea Paolella, Paolo Bolognesi, Roberto Roversi, Gianni D'Elia e Carlo Lucarelli, La strage dei trent'anni. Un racconto per immagini, Bologna, CLUEB, 2010, ISBN 978-88-491-3460-5.
Gabriele Paradisi, Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec, Dossier strage di Bologna. La pista segreta, Bologna, Giraldi Editore, 2010, ISBN 978-88-6155-429-0.
Rosario Priore e Valerio Cutonilli, I segreti di Bologna. La verità sull'atto terroristico più grave della storia italiana. La storia mai raccontata della diplomazia parallela italiana, Milano, Chiarelettere, 2016, ISBN 88-6190-788-1.
Nicola Rao, Il piombo e la celtica. Storie di terrorismo nero. Dalla guerra di strada allo spontaneismo armato, Milano, Sperling & Kupfer, 2010.
Enzo Raisi, Bomba o non bomba. Alla ricerca ossessiva della verità , Bologna, Minerva, 2012, ISBN 978-88-7381-444-3.
Fedora Raugei, Bologna, 1980. Vent'anni per la verità . Il più grave attentato della storia italiana nella ricostruzione processuale, prefazione di Mario Guarino, Roma, Prospettiva, 2000, ISBN 88-8022-070-5.
Gianluca Semprini, La strage di Bologna e il terrorista sconosciuto. Il caso Ciavardini, Milano, Bietti, 2003, ISBN 978-88-8248-148-3.
Giuseppe Zambelletti, La minaccia e la vendetta. Ustica e Bologna: un filo tra due stragi, Milano, FrancoAngeli, 1995.
=== Opere letterarie ===
Alex Boschetti e Anna Ciammitti, La strage di Bologna, fumetto con prefazione di Carlo Lucarelli, Padova, BeccoGiallo, 2015, ISBN 9788833140629.
Patrick Fogli, Il tempo infranto, Milano, Piemme, 2010, ISBN 978-88-566-0031-5.
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