Indro Montanelli
Indro Alessandro Raffaello Schizogene Montanelli (Fucecchio, 22 aprile 1909 – Milano, 22 luglio 2001) è stato un giornalista, saggista e scrittore italiano.
Tra i più popolari giornalisti italiani del Novecento, si distinse per la limpidezza e sapidità della sua scrittura. Iniziata la carriera durante il ventennio fascista, fu per oltre quarant'anni l'uomo-simbolo del primo quotidiano d'Italia, il Corriere della Sera. Lasciato nel 1973 il Corriere per contrasti sulla nuova linea politica della testata, fondò e diresse per vent'anni un nuovo quotidiano nazionale, il Giornale, distinguendosi come opinionista di stampo conservatore. Fu gambizzato nel 1977 in un attentato organizzato da terroristi delle Brigate Rosse.
Con l'entrata in politica di Silvio Berlusconi, da lui disapprovata, lasciò il Giornale e, nel marzo 1994, fondò il quotidiano La Voce, che però chiuse l'anno seguente; tornò quindi a scrivere sul Corriere, a cui collaborò fino alla morte. Fu autore di una fortunatissima collana di libri di storia a carattere divulgativo, la Storia d'Italia di Montanelli, che si dispiega dall'antichità greco-romana alla fine del XX secolo. In ciascuna di queste attività Montanelli seppe conquistarsi un largo seguito di lettori.
== Biografia ==
=== Infanzia e giovinezza ===
Unico figlio di Sestilio Montanelli (1880-1972), professore di scuola media e successivamente preside del liceo della città di Rieti, e Maddalena Dòddoli (1886-1982), figlia di agiati commercianti di cotone, Indro Alessandro Raffaello Schizògene Montanelli nacque il 22 aprile 1909 a Fucecchio, in provincia di Firenze, nel palazzo di proprietà della famiglia della madre. A questa circostanza sono riferite alcune «leggende», la più famosa delle quali – raccontata dallo stesso Indro – narra che, dopo un litigio (gli abitanti di Fucecchio erano divisi in «insuesi» e in «ingiuesi», cioè di Fucecchio di sopra e di Fucecchio di sotto; la madre di Indro era insuese e il padre ingiuese), la famiglia materna ottenne di far nascere il bambino nella zona collinare, mentre il padre lo battezzò scegliendo un nome adespota, estraneo alla famiglia materna.
Il nome Indro, scelto dal padre, infatti è la maschilizzazione del nome della divinità induista Indra. Negli anni, da tale nome derivò il soprannome «Cilindro», creato dagli amici e anche da alcuni avversari politici del giornalista; per anni circolò una voce che sosteneva che "Cilindro" fosse in realtà il suo vero nome di battesimo, smentita però dall'atto battesimale. Il nome, dopo la sua nascita, ebbe una certa diffusione a Fucecchio; ad esempio, vi furono il calciatore e allenatore Indro Cenci e alcuni omonimi Indro Montanelli. Il secondo ed il terzo nome di battesimo, Alessandro e Raffaello, rimandano ai nomi dei nonni materno e paterno, mentre il quarto, Schizogene, significa invece «generatore di divisioni».
Passò l'infanzia nel paese natale, spesso ospite nella villa di Emilio Bassi, sindaco di Fucecchio per quasi un ventennio nei primi anni del Novecento. A Emilio Bassi, che considerava come un «nonno adottivo», restò legato, tanto da volere che a lui fosse cointitolata la Fondazione costituita nel 1987.
Sin da adolescente Montanelli incominciò a soffrire di attacchi di panico, un disturbo che lo segnerà per tutta la vita e riguardo al quale dichiarerà :
Il padre, preside di liceo, fu trasferito a Lucca e poi a Nuoro per cinque anni (dal 1920 al 1925) presso la Scuola Normale di Nuoro (che corrispondeva all'odierno Istituto Magistrale), dove il giovane Indro lo seguì come studente degli ultimi due anni delle scuole elementari e i primi tre del Ginnasio. A causa degli spostamenti del padre, frequentò il liceo classico "Marco Terenzio Varrone" a Rieti, dove nel 1926 conseguì la maturità .
Nel 1930 si laureò in giurisprudenza all'Università di Firenze, con un anno di anticipo sulla durata normale dei corsi, discutendo una tesi sulla riforma elettorale del fascismo (legge Acerbo), in cui sostenne che era finalizzata ad abolire le elezioni. Ottenne la valutazione di centodieci e lode. Suoi docenti furono Piero Calamandrei, Federico Cammeo, Enrico Finzi, Manfredi Siotto Pintor e il giovane Giorgio La Pira. Successivamente, frequentò corsi di specializzazione all'Università di Grenoble, alla Sorbona e a Cambridge. Nel 1932 ottenne una seconda laurea, in scienze politiche e sociali, sempre a Firenze, all'Istituto Cesare Alfieri, con una tesi in cui valutava positivamente la politica di isolamento inglese.
Nel 1929 fu allievo ufficiale a Palermo, ove, vittima delle crisi depressive, fu raggiunto dalla madre, che provò a rassicurarlo. La madre, molto tempo dopo, raccontò l'episodio in televisione.
=== Gli anni trenta ===
Dopo i primi articoli giovanili per La Frusta di Rieti, Montanelli firmò il suo primo articolo, su Byron e il cattolicesimo, sulla rivista Il Frontespizio di Piero Bargellini (luglio-agosto 1930). Fu attento lettore di altre riviste, specie L'Italiano di Leo Longanesi (conosciuto nel 1937 a Roma e destinato a diventare suo grande amico) e Il Selvaggio di Mino Maccari: periodici, entrambi, che, pur essendo fascisti, furono fra i primi a rompere con il coro conformista del regime.
Dopo che nel 1932 un amico, Diano Brocchi, gli fece conoscere di persona Berto Ricci, con cui aveva fino ad allora scambiato alcune lettere, incominciò a collaborare al periodico fiorentino L'Universale, che aveva una diffusione di nemmeno 2 000 copie. Nello stesso anno fu ricevuto, assieme a tutto lo staff de L'Universale da Benito Mussolini, il quale, secondo il racconto che lo stesso Montanelli avrebbe reso a Enzo Biagi per la trasmissione Questo secolo, del 1982, intendeva elogiarlo per un articolo anti-razzista che aveva scritto.
Quattro anni dopo, nell'ambito della propaganda per la guerra d'Etiopia, Montanelli distinguerà però su Civiltà Fascista tra un "razzismo europeo" e un "razzismo africano":
Montanelli fu altresì invitato a collaborare a Il Popolo d'Italia; L'Universale venne chiuso nel 1935. Invece si recò a Parigi per respirare aria nuova (1934). Si presentò al quotidiano Paris-Soir offrendosi come «informatore volontario». Esordì come giornalista di cronaca nera; contemporaneamente collaborò al quotidiano L'Italie Nouvelle diretto da Italo Sulliotti (un giornale bilingue, organo del Fascio francese).
Sulla base di testimonianze orali rilasciate ad alcuni dei suoi intervistatori (e in base anche ad alcune sue opere autobiografiche), si ha notizia che Indro Montanelli sia stato, negli anni 1934-35, mandato da Paris-Soir, in qualità di inviato speciale, in Norvegia e, da lì, in Canada; che gli articoli che Montanelli spedì dal Canada in Francia vennero letti da Webb Miller, all'epoca inviato globetrotter dell'agenzia di notizie United Press, il quale suggerì all'agenzia stessa di assumerlo; inoltre che la prima assunzione di Montanelli come giornalista professionista con regolare stipendio avvenne a New York, ov'egli si mise in luce con corrispondenze locali per conto della Centrale della United Press, pur non interrompendo i suoi rapporti professionali con Paris-Soir; e ancora, che mediante l'agenzia di stampa United Press venne offerta a Montanelli la possibilità di realizzare il suo primo scoop: un'intervista al magnate dell'industria automobilistica Henry Ford. Benché tali episodi siano probabili, tuttavia, mancano riscontri certi in merito. Quel che è certo è che la collaborazione di Montanelli al foglio diretto da Sulliotti fu breve e si chiuse improvvisamente: Montanelli venne rispedito in Italia per aver espresso su l'Italie Nouvelle idee fin troppo libere, rispetto all'autocensura imposta dal potere fascista a questo giornale di mera propaganda ideologica.
Nel 1935 scrisse il suo primo libro, Commiato dal tempo di pace, che fu pubblicato dalle edizioni del «Selvaggio». Quell'anno l'Italia conquistò militarmente l'Etiopia. Montanelli si propose all'UP come inviato in zona di guerra, ma l'agenzia aveva già scelto Webb Miller per quel ruolo; allora decise di licenziarsi dalla United Press e di arruolarsi come volontario: salpò per l'Etiopia il 15 giugno 1935, partecipando alle operazioni di guerra come sottotenente al comando di un battaglione coloniale di à scari, il XX Battaglione Eritreo, tema del suo secondo volume.
La guerra d'Etiopia per Montanelli durò solo fino a dicembre: venne ferito e ottenne licenza di abbandonare il fronte. Durante la sua esperienza bellica aveva incominciato a scrivere un libro-reportage che uscì, per volontà di suo padre Sestilio, all'inizio del 1936, mentre era ancora in Etiopia. L'opera, XX Battaglione Eritreo, fu recensita favorevolmente, sul Corriere della Sera, da Ugo Ojetti, amico personale di Sestilio Montanelli, e da Goffredo Bellonci; la tiratura dell'opera, avvalendosi dei due prestigiosi sponsor culturali, raggiunse le 30 000 copie.
Nel 1935 anche il padre di Indro venne inviato dal regime fascista in Africa orientale per dirigere una commissione di esami per civili e militari già residenti nella colonia eritrea; ivi intercedette presso Leonardo Gana, direttore del maggiore quotidiano di Asmara, La Nuova Eritrea, facendovi assumere il figlio: così Indro ricevette la sua prima regolare tessera di giornalista, il che dimostra che l'anteriore collaborazione di Montanelli con la United Press, se vi fu, ebbe un carattere alquanto informale. Nel gennaio 1936 Indro Montanelli fu trasferito dal XX Battaglione Eritreo al Drappello Servizi Presidiari e incominciò a prestare servizio presso l'Ufficio Stampa e Propaganda.
In Etiopia Montanelli, che all'epoca aveva 26 anni, ebbe una relazione con una bambina eritrea di 12 anni. Altre fonti parlano invece di una ragazzina di 14 anni, ma in una intervista televisiva Montanelli dichiarò «di aver regolarmente comprato dal padre» una ragazzina di 12 anni per sposarla. Fatìma (che in un articolo de La stanza di Montanelli del 2000, dove ricostruisce minuziosamente la vicenda del suo primo matrimonio, Montanelli chiama invece Destà ) fu comprata dal suo «sciumbasci» Gabér Hishial versando al padre la convenuta cifra di 350 lire (la richiesta iniziale era di 500), più l'acquisto di un «tucul» (una capanna di fango e di paglia) di 180 lire. Compresi nel prezzo ebbe anche un cavallo e un fucile.
La ragazza rimase al suo fianco per l'intera permanenza in Africa. L'usanza del madamato, dapprima tollerata e talvolta attuata su spinta dei capi-reggimento locali, fu proibita nell'aprile 1937 per limitare le infezioni veneree e per evitare contatti tra italiani e africani: il provvedimento fu poi seguito l'anno dopo dall'emanazione delle leggi razziali. Prima del ritorno in Italia, Montanelli cedette la giovane al generale Alessandro Pirzio Biroli, che la introdusse nel proprio piccolo harem. In seguito la ragazza sposò un militare eritreo che era stato agli ordini di Montanelli nella guerra coloniale:
Nel 2020 un sessantasettenne italo-eritreo, originario di Sageneiti e residente a Parma, affermò in un'intervista di essere figlio di tale Lattemicael Destà , che secondo l'articolo sarebbe da ritenersi con ogni probabilità l'unica donna chiamata Destà residente a Sageneiti in quel periodo. Nata nel 1923, la donna non avrebbe avuto mai alcun rapporto con Montanelli, il quale avrebbe inventato, o comunque manipolato in modo molto significativo, la vicenda.
Montanelli incontrò Filippo Tommaso Marinetti che, nonostante la non giovane età (era nato nel 1876), aveva voluto ugualmente vivere l'esperienza della guerra. Redattore de La Nuova Eritrea, Montanelli scrisse un pezzo per L'Italia letteraria in cui mostrò la sua disillusione per la nuova Italia che il fascismo voleva costruire:
Il pezzo, sfuggito alla censura fascista, attirò l'attenzione di Carlo Rosselli. L'esule, che aveva conosciuto Montanelli a Parigi, si augurò su Giustizia e Libertà che l'Abissinia potesse aver guarito «Indro Montanelli da molte illusioni».
Manlio Morgagni, direttore dell'Agenzia Stefani e fedelissimo di Mussolini, lo avrebbe voluto come corrispondente da Asmara, ma la trattativa non ebbe esito positivo. Quando il padre ritornò in Italia, Indro lo seguì (agosto 1936).
Nell'aprile 1937 Montanelli si presentò alla redazione del neonato settimanale d'informazione Omnibus. Conobbe Leo Longanesi, di neanche quattro anni più anziano, ma già un giornalista-editore esperto. Tra i due nacque una duratura amicizia. Nello stesso anno Montanelli partì per la Spagna, dov'era scoppiata la guerra civile, come corrispondente per il quotidiano romano Il Messaggero, scrivendo articoli anche per Omnibus. In un resoconto sulla battaglia di Santander descrisse la resa della guarnigione repubblicana facendo questa osservazione: «È stata una lunga passeggiata militare con un solo nemico: il caldo». La sua simpatia per gli anarchici spagnoli lo portò ad aiutare uno di loro, che accompagnò fuori della frontiera: il gesto venne ricompensato da «El Campesino», capo anarchico della 46ª divisione nella guerra di Spagna, con il dono di una tessera della Federación Anarquista de Cataluña di cui Montanelli si sarebbe fregiato per tutta la vita.
Una volta rimpatriato, il Minculpop, con l'intervento diretto di Mussolini, lo cancellò dall'albo dei giornalisti per l'articolo sulla battaglia di Santander, considerato offensivo per l'onore delle forze armate italiane. Gli fu anche tolta la tessera del partito e lui non fece nulla per riaverla. Alla vigilia del processo con il quale avrebbe potuto essere condannato al confino, Montanelli anticipò che in dibattimento avrebbe chiesto che venisse fatto il nome di un morto, anche uno solo. Per evitare il peggio, Giuseppe Bottai, allora ministro dell'Educazione nazionale e suo amico dai tempi dell'Etiopia, prima gli trovò in Estonia un lettorato di lingua italiana nell'Università di Tartu, poi lo fece nominare direttore dell'Istituto italiano di cultura della capitale Tallinn per l'anno accademico 1937-1938. Come racconta in Pantheon Minore, a Tallinn, su richiesta del colonnello russo Engelhardt, Montanelli diede ospitalità alla moglie russa di Vidkun Quisling, che di lì a qualche anno sarebbe divenuto il capo del regime collaborazionista di Oslo, avendo modo in quell'occasione di conoscere anche il futuro fører di Norvegia. Dalla capitale estone Montanelli scrisse articoli per L'Illustrazione Italiana e per il quotidiano torinese La Stampa.
Nell'estate del 1938 ottenne un congedo estivo. Tornato a Milano, conobbe la nobildonna austriaca Margarethe de Colins de Tarsienne (Rovereto, 18 dicembre 1911 - 20 giugno 2013) e se ne innamorò. Deciso a non ritornare più in Estonia, chiese a Ugo Ojetti di essere presentato al direttore del Corriere della Sera Aldo Borelli. Ojetti, che credeva nel talento giornalistico di Montanelli, fece il suo nome a Borelli. Il primo articolo di Montanelli sul Corriere fu pubblicato il 9 settembre 1938 (Fattoria canadese. Avventura nella prateria, che apparve in terza pagina). Borelli gli spiegò che non poteva assumerlo poiché non aveva la tessera del partito. Lo nominò «redattore viaggiante» (il moderno inviato) senza contratto. Montanelli prese una stanza nell'appartamento dove alloggiavano Dino Buzzati e Guido Piovene. In breve tempo i tre divennero amici.
Nel settembre di quell'anno si tenne la Conferenza di Monaco. Dopo le assise fu chiaro che Hitler non avrebbe rinunciato alle sue mire espansioniste. Da qui la decisione del governo Mussolini di invadere l'Albania per contenere l'avanzata del Reich. In novembre Aldo Borelli inviò Montanelli a Tirana. Le sue corrispondenze servivano a preparare l'opinione pubblica italiana all'annessione. Appena giunto, ricevette dall'ambasciatore Francesco Jacomoni l'incarico di scrivere un saggio sul Paese balcanico. I suoi servizi per il Corriere confluirono nel libro Albania una e mille (pubblicazione finanziata dal Minculpop). Montanelli lasciò il paese balcanico nel marzo 1939, prima dell'invasione italiana.
=== Gli anni della seconda guerra mondiale ===
Nell'agosto 1939 il Corriere gli diede l'incarico di seguire un gruppo di 200 giovani fascisti che, simboleggiando l'Asse Italia-Germania, partirono da Venezia in bicicletta per raggiungere Berlino. Al passo del Brennero furono raggiunti da una colonna della gioventù hitleriana, che li accompagnò fino alla capitale tedesca. Fra le sue corrispondenze ve ne fu una in cui s'inventò che i ciclisti italiani si sarebbero fermati in Austria ad aiutare i coloni a mietere il grano. Tutti i giornali concorrenti rimproverarono i propri inviati per aver "bucato" la notizia.
Il 1º settembre 1939 – primo giorno dell'invasione tedesca della Polonia – egli si trovava nelle vicinanze di Danzica: qui incontrò Adolf Hitler, accompagnato dallo scultore Arno Breker e dall'architetto Albert Speer (che confermò nel 1979 la veridicità del fatto). Montanelli affermò inoltre di aver intervistato lo stesso Führer nell'occasione, ma che l'intervista non venne mai pubblicata per pressioni del governo tedesco sul Minculpop; alcuni giornalisti come Massimo Fini però hanno dubitato della veridicità dell'intervista.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale Montanelli si recò sui fronti di guerra europei: oltre all'invasione della Polonia, il giornalista assistette a quella dell'Estonia da parte dell'URSS di Stalin. Giunto in Finlandia nell'ottobre 1939, fu appassionato testimone della guerra russo-finlandese: nei suoi articoli per il Corriere della Sera traspare la forte adesione alla causa del paese sopraffatto dal gigante comunista. Quelle corrispondenze per il Corriere diedero fama a Montanelli presso i lettori italiani e furono poi raccolte nel volume I cento giorni della Finlandia. A suo dire fu l'unico giornalista occidentale, insieme con Martha Gellhorn, fotogiornalista USA, ad essere sul posto il 30 novembre 1939, giorno del bombardamento sovietico di Helsinki. Dopo il trattato di pace di Mosca del 12 marzo 1940, si trasferì in Norvegia per seguire l'invasione del Paese da parte dei tedeschi, assistendo al disastroso sbarco inglese di Namsos. I reportage dal fronte valsero a Montanelli l'assunzione al Corriere come inviato di guerra il 29 gennaio 1940: a maggio rientrò in Italia.
Il 10 giugno 1940 si trovava a Roma, dove ascoltò la dichiarazione di guerra di Mussolini all'Inghilterra e alla Francia. Montanelli fu inviato in Francia, ma pochi giorni dopo andò nei Balcani, soprattutto in Romania. Alla fine di ottobre era in Albania, da dove, come corrispondente, seguì la disastrosa campagna militare italiana contro la Grecia. Raccontò di aver scritto poco, per malattia ma soprattutto per onestà intellettuale: il regime gli imponeva l'obbligo di propaganda, ma sotto i suoi occhi l'esercito italiano subiva batoste dai greci. A metà aprile 1941 rientrò in Italia per alcuni mesi, poi seguì la seconda guerra russo-finlandese. In Albania tornò nel maggio 1942 e due mesi dopo si recò nella Croazia di Ante Pavelić, dove ebbe modo di vedere il campo di concentramento di Jasenovac. Dal settembre 1942 al luglio 1943 collaborò al settimanale Tempo di Alberto Mondadori con lo pseudonimo di «Calandrino».
Il 24 novembre 1942 sposò Margarethe, con cui era fidanzato da quattro anni. Fu il cardinale di Milano Ildefonso Schuster – lo stesso che, con il suo intervento, avrebbe salvato poi Indro dalla fucilazione nel 1944 – a sposarli nella chiesa di San Gottardo in Corte. Per ottenere i documenti necessari – causa di complicazioni, visto che l'Austria nel 1938 era stata annessa alla Germania – il Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano mandò una persona a Berlino per ottenere il permesso di matrimonio. I due vissero un'unione contrastata, che si concluse con la separazione nel 1951.
Con la principessa Maria Josè di Savoia, sua amica, Montanelli intrattenne a Milano e Roma colloqui privati di tono antifascista; dopo la guerra scoprì che le conversazioni, spiate e trascritte, furono la causa del suo arresto. Bastò solo affermare: «Altezza, è ora che Casa Savoia si districhi da questa responsabilità , è ora che faccia qualcosa» per inserire Montanelli nella lista dei traditori del regime.
Il 26 luglio 1943 Montanelli si trovava a Portofino quando apprese la notizia dell'arresto di Mussolini: scrisse vari articoli antifascisti, sul Corriere della Sera e su Tempo.
=== La prigionia (febbraio-luglio 1944) ===
Quando l'Italia, dopo l'8 settembre 1943, cadde sotto l'occupazione tedesca, decise di aderire al gruppo clandestino di Giustizia e Libertà . Ma prima che riuscisse ad unirsi alle formazioni combattenti fu scoperto dai nazi-fascisti.
Il 5 febbraio 1944 Indro Montanelli e la moglie Margarethe furono arrestati dietro una soffiata della portinaia dello stabile in cui viveva la moglie del giornalista. Un paio di giorni dopo i due coniugi si ritrovarono in una cella in una prigione tedesca di Gallarate. L'accusa per il giornalista fu di aver pubblicato su Tempo degli articoli considerati diffamatori del regime nell'ottobre 1943.
Arrestata nel 1944, Margarethe fu deportata poi in un lager nazista vicino a Bolzano.
Ecco la deposizione resa da Montanelli nel primo interrogatorio nella prigione tedesca:
La moglie fu tenuta in carcere sotto la seguente accusa: «Essendo al corrente delle opinioni e dell'attività del marito, non lo denunziava». A Montanelli fu comunicato: «La sua fucilazione è inevitabile» e fu consegnato al reparto dei condannati a morte. La sua condanna a morte, secondo gran parte delle fonti, venne portata alla firma il 15 febbraio, per poi essere revocata per una prosecuzione d'inchiesta.
Nei tre mesi successivi Montanelli spedì dal carcere diverse lettere e biglietti, sia ad amici e parenti sia a persone influenti (tra cui anche l'arcivescovo di Milano, il cardinale Schuster), costruendo così una fitta rete di sostegno. Nello stesso periodo, tutti i suoi vicini di cella (26 persone) vennero portati al muro e fucilati, tranne lui. Il 6 maggio Montanelli e la moglie vennero prelevati dal carcere tedesco e trasferiti nel carcere di San Vittore. Il giornalista ebbe l'occasione di conoscere il giovanissimo Mike Bongiorno (sorpreso a fare la staffetta per i partigiani) e il generale Della Rovere, in realtà una spia infiltrata dai tedeschi, Giovanni Bertone (che si rifiutò di fare la spia e venne fucilato dai tedeschi). Le condizioni di vita migliorarono notevolmente: le guardie erano italiane e il CLN aveva in carcere i suoi delegati.
Ma in luglio cominciarono le fucilazioni anche a San Vittore. Di nuovo, uno dopo l'altro i suoi compagni di prigionia furono messi al muro. Con l'aiuto di più persone, tra le quali Theodor Saevecke e anche Luca Ostèria, funzionario dell'OVRA (che fabbricò un falso ordine di trasferimento), un giorno prima della data asseritamente prevista per l'esecuzione, Montanelli e un altro prigioniero vennero prelevati dal carcere e portati in un nascondiglio. Passati dieci giorni, i fuggitivi (racconta Montanelli con l'appoggio del CLN, ma nella realtà con i repubblichini) furono condotti fino a Luino, al confine con la Svizzera. Infatti da documenti, nel gruppo era insieme a Dorothy Gibson (parente di Franklin Delano Roosevelt) e il generale Bartolo Zambon (escluso solo Giuseppe Robolotti), come contropartita dello stesso Luca Osteria con il CLN e nel dopoguerra con gli angloamericani, dopo aver convinto il comando tedesco che avrebbero collaborato col Sipo-SD. A piedi Montanelli raggiunse la città di Lugano. Dall'esperienza trascorsa nella prigione di Gallarate e poi in quella di San Vittore trasse ispirazione per il romanzo Il generale Della Rovere.
Accolto con freddezza, sospetto e ostilità dai fuorusciti italiani antifascisti (cosa che non dimenticherà mai di ricordare), rimase in Svizzera, collaborando a diversi giornali, sino alla fine della guerra: Lugano (agosto-ottobre 1944); Davos (ottobre 1944-febbraio 1945); Berna (marzo-maggio 1945). Qui Montanelli pubblicò nel 1945 sull'Illustrazione Ticinese il romanzo Drei Kreuze (Tre croci), ispirato al romanzo di Thornton Wilder Il ponte di San Luis Rey.
=== Dal dopoguerra agli anni sessanta ===
Il 22 maggio 1945 Montanelli fece ritorno in Italia, stabilendosi a Milano. Trovò al Corriere della Sera una situazione molto diversa rispetto a quando l'aveva lasciato. Il Corriere era stato commissariato per decreto del Comitato di Liberazione Nazionale. Il nuovo direttore, Mario Borsa, aveva organizzato l'epurazione di vari giornalisti ritenuti colpevoli di connivenza con il regime di Salò. A indicare i nomi degli epurati fu designato Mario Melloni, il futuro «Fortebraccio», che «siccome era un galantuomo, alla fine non epurò nessuno, o quasi. Io [Montanelli] fui uno dei pochi».
Montanelli dovette ricominciare dal «settimanale popolare» del Corriere, La Domenica del Corriere (all'epoca intitolata Domenica degli Italiani), di cui assunse la direzione nello stesso anno. All'inizio del 1946 aiutò l'amico Leo Longanesi a fondare una casa editrice: gli presentò l'industriale Giovanni Monti, che finanziò la fondazione della Longanesi & C.. Montanelli e Longanesi curarono e adattarono le memorie di Quinto Navarra, pubblicate nel volume Memorie del cameriere di Mussolini, uno dei primi libri della Longanesi. Il 2 giugno 1946 al referendum istituzionale votò per la Monarchia. Nel frattempo era stato reintegrato nell'Albo dei giornalisti. Alla fine dell'anno rientrò in pianta stabile al Corriere e lasciò la Domenica degli Italiani.
Nel settembre 1945 uscì in Italia Qui non riposano, versione italiana di Drei Kreuze (Tre croci). La storia del libro inizia il 17 settembre 1944, quando in Val d'Ossola un prete seppellisce tre sconosciuti commemorandoli con tre croci. Nel libro Montanelli ripercorse la propria biografia politica, dall'adesione giovanile al fascismo alla critica, fino all'antifascismo conservatore cui approdò alla fine della guerra. Fin dalla sua prima uscita nell'inverno 1944-1945 in Svizzera, suscitò polemiche per il ritratto impietoso dell'Italia, sia di quella sotto il fascismo sia di quella occupata dai nazisti, assai diversa dalla pubblicistica antifascista dell'epoca già grondante di retorica. Montanelli faticò non poco a trovare un editore: dopo vari rifiuti, fu il libraio Antonio Tarantola a stamparlo a Milano. Il successo fu immediato: l'opera ebbe dodici ristampe in due mesi e fu ristampata da Mondadori tre anni dopo.
Identica difficoltà nel trovare un editore ebbe con il pamphlet Il buonuomo Mussolini, pubblicato nel 1947 da un semiclandestino stampatore milanese. Il libro riscosse subito un grande successo di vendite, ma sollevò anche fortissime polemiche, nel clima di «ribollenti passioni partigiane» che animava il capoluogo lombardo nel primo dopoguerra. In seguito a tali polemiche, Montanelli fu costretto ad abbandonare Milano per diversi mesi, per sottrarsi a prevedibili rappresaglie. Nel 1949 uscì per Longanesi Morire in piedi il suo reportage sulla Resistenza tedesca al nazismo. L'anno seguente pubblicò un articolo sul primo numero del settimanale Il Borghese, la nuova creatura di Leo Longanesi (15 marzo 1950).
Montanelli, oltre che con Longanesi, strinse un'amicizia profonda con un altro personaggio importante nella cultura italiana dell'epoca, Dino Buzzati. Il terzo intellettuale con cui Montanelli strinse una forte e duratura amicizia fu Giuseppe Prezzolini, che stimava per l'indipendenza di pensiero; egli conosceva bene la rivista che Prezzolini aveva fondato nel 1909, La Voce, che considerava uno dei migliori prodotti del giornalismo culturale italiano. Montanelli fu amico personale dell'ambasciatrice americana, la signora Clare Boothe Luce, di cui tra l'altro apprezzava il deciso anticomunismo, tanto che nel 1954, in una lettera personale, si rivolse a lei in questi termini:
Nel 1998 Montanelli sostenne, a proposito del rapporto con la Luce:
Oltre a Montanelli erano coinvolti vari industriali italiani – tra cui Furio Cicogna – e figure come Dino Grandi e Vittorio Cini. Il progetto fallì a causa dell'impossibilità di trovare un accordo tra Montanelli, Grandi, Cini e Clare Luce. Montanelli confidava in Clare Boothe Luce, che però disse di avere le mani legate (stando ai diari di Indro). Grandi temeva che iniziative più aggressive venissero associate a un «rigurgito fascista». Cini premeva per una campagna anticomunista da svolgere tramite la stampa. La stessa ambasciatrice non mostrò però alcuna apertura verso l'istituzione della vagheggiata «guardia civile» o verso richieste di intervento giunte per esempio da Franco Marinotti, sempre nel 1954.
Sino alla fine del 1953 Montanelli fu impegnato come inviato speciale del Corriere, spesso all'estero. Dal 1954 incominciò la sua collaborazione stabile con Il Borghese, in cui firmò gli articoli sotto gli pseudonimi di Adolfo Coltano (con riferimento al campo di prigionia in cui, nei mesi successivi alla Liberazione, erano stati rinchiusi numerosi appartenenti alla Repubblica Sociale Italiana) e Antonio Siberia e di cui fu una delle tre colonne portanti, assieme a Longanesi e Giovanni Ansaldo. La collaborazione con il periodico proseguì fino al 1956. In quell'anno s'interruppe l'amicizia tra i due: i rapporti si incrinarono a causa delle corrispondenze di Montanelli sulla rivolta antisovietica d'Ungheria dell'autunno 1956, non gradite a Longanesi. Solo pochi giorni prima della morte, dopo una lettera riconciliatoria di Montanelli a Longanesi, si riappacificarono. Nello stesso periodo accettò la richiesta di Dino Buzzati di tornare a collaborare con La Domenica del Corriere. Buzzati gli diede una pagina intera; nacque la rubrica Montanelli pensa così, che divenne poi La Stanza di Montanelli, uno spazio in cui il giornalista rispondeva ai lettori sui temi più caldi dell'attualità . In breve tempo diventò una delle rubriche più lette d'Italia. Grazie al successo della rubrica, Montanelli accettò di scrivere a puntate la storia dei Romani e poi quella dei Greci. Cominciò così la carriera di divulgatore storico, che fece di Montanelli il più venduto scrittore di storia italiano. La sua collana, Storia d'Italia, risultava, al 2004, il saggio storico di maggior successo in Italia, con oltre un milione di copie vendute.
Il primo libro venne intitolato Storia di Roma e fu pubblicato a puntate sulla Domenica del Corriere e poi, nel 1957, raccolto in volume per la Longanesi. Nel 1959 Montanelli passò dalla Longanesi alla Rizzoli Editore. Da quell'anno in poi la Rizzoli pubblicò tutti gli altri volumi. La serie continuò con la Storia dei Greci, per poi riprendere con la Storia d'Italia dal Medioevo ad oggi.
Quando la parlamentare socialista Lina Merlin nel 1956 propose un disegno di legge che prevedeva l'abolizione della regolamentazione della prostituzione in Italia e la lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui, in particolare attraverso l'abolizione delle case di tolleranza, Montanelli si batté pervicacemente contro quella che passò alla storia come legge Merlin. Diede alle stampe un pamphlet intitolato Addio, Wanda! Rapporto Kinsey sulla situazione italiana, un libello satirico nel quale scriveva tra l'altro:
Nello stesso 1956 la sua attività d'inviato aveva portato Montanelli a Budapest, dove fu testimone della rivoluzione ungherese. La repressione sovietica gli ispirò la trama di un'opera teatrale, I sogni muoiono all'alba (1960), da lui portata anche al cinema l'anno successivo insieme a Mario Craveri ed Enrico Gras, con Lea Massari e Renzo Montagnani nel ruolo dei giovani protagonisti.
Nel 1959 Montanelli fu protagonista della prima intervista rilasciata da un Papa a un quotidiano laico, pubblicando il resoconto di un suo incontro con Papa Giovanni XXIII. Il pontefice, tramite il suo segretario Loris Capovilla, aveva informato il direttore del Corriere, Mario Missiroli, di voler concedere un'intervista a un giornalista esterno al mondo cattolico. Missiroli designò perciò Montanelli al posto del vaticanista del Corriere, Silvio Negro. Superato l'iniziale imbarazzo nel trovarsi di fronte a un mondo a lui non familiare, il giornalista intrattenne una lunga conversazione con il Papa, il quale gli confidò anche alcune sue opinioni private, come la sua scarsa stima per il suo predecessore Pio X, canonizzato alcuni anni prima. L'incontro con Giovanni XXIII fu pubblicato sulla terza pagina del Corriere, cosa che Montanelli considerò una posizione inadatta per lo storico evento (il giornalista attribuì questa scelta di Missiroli alla sua preoccupazione di non offendere Negro per l'esclusione). D'altra parte, il direttore rimproverò a Montanelli di avere relegato a un accenno la storica decisione dell'indizione del Concilio Vaticano II, una notizia che Giovanni XXIII aveva ufficializzato proprio durante l'incontro: Montanelli, inesperto del linguaggio ecclesiastico, non aveva colto l'importanza dell'annuncio.
Nel 1962 pubblicò un'inchiesta sull'Eni e il suo presidente, Enrico Mattei, uscita a puntate dal 13 al 17 luglio. Pur ammirandolo come imprenditore, Montanelli contestò il fatto che avesse escluso i privati dalla ricerca di un ipotetico petrolio italiano, oltre a speculare sulla «rendita petrolifera», realizzando profitti immensi e incontrollati, che gli hanno consentito di espandersi in settori non collegati all'attività dell'Eni. Un altro motivo di contestazione fu l'aver firmato contratti petroliferi all'estero (ad esempio in Egitto e in Iran) senza nessuna convenienza economica per l'Eni, solo per dare fastidio alle Sette sorelle. Montanelli scrisse inoltre che Mattei, per la stessa ragione, decise di costruire un grande oleodotto europeo (quando le compagnie concorrenti ne avevano già progettato uno analogo), si mise in affari con l'URSS (scavalcando lo Stato nelle decisioni di politica estera) e si servì delle larghe disponibilità occulte dell'azienda per offrire «sussidi» a vari partiti e organi di stampa. Il presidente dell'Eni scrisse una lettera risentita e cavillosa e Montanelli controreplicò ribadendo punto per punto le proprie affermazioni: gli rimproverò di non aver risposto a nessuna delle sue domande, «attaccandosi ai particolari tecnici», e che nulla si era saputo a proposito della «rendita metanifera», dei profitti occultati e adoperati per finanziare i partiti (in particolare la DC) e sui contratti pubblicitari con cui l'Eni condizionava la stampa.
Montanelli aggiunse che Mattei continuava a violare le leggi, trattava «spregiativamente di "Catone" il giornalista che, non senza il condimento di molte lodi e il riconoscimento delle sue grandi qualità , ha osato criticarlo» e concluse che il presidente Eni cercò di individuare chi c'era dietro l'inchiesta del Corriere della Sera. In merito a questi timori scrisse che dietro quell'inchiesta non c'erano né ministri né monopoli privati, ma soltanto «il disagio di una opinione pubblica che, avvertendo in aria qualcosa che non va, vuol sapere cos'è e di dove viene».
Nel 1963, dopo il disastro del Vajont, Montanelli assunse una posizione controversa in merito alle reali cause della tragedia affermando il carattere di catastrofe naturale della stessa e tacciando di «sciacallaggio» l'attività di alcuni giornalisti italiani, tra i quali Tina Merlin de l'Unità , che avevano denunciato i rischi derivanti dalla costruzione della diga per l'incolumità della popolazione: nel 1998, rispondendo a un lettore, raccontò che quella presa di posizione fu dovuta al comportamento di una certa stampa che, senza avere prove in quel momento, cercava di addossare tutte le responsabilità all'industria privata per accontentare quella parte politica che reclamava la nazionalizzazione dell'industria elettrica, riconoscendo l'errore ma affermando che forse, in circostanze analoghe, l'avrebbe ricommesso.
A partire dal 1965 partecipò attivamente al dibattito sul colonialismo italiano. In accesa polemica con lo storico Angelo Del Boca, Montanelli sostenne ostinatamente l'opinione secondo cui quello italiano fu un colonialismo mite e bonario, portato avanti grazie all'azione di un esercito cavalleresco, incapace di compiere brutalità , rispettoso del nemico e delle popolazioni indigene. Nei suoi numerosi interventi pubblici negò ripetutamente l'impiego sistematico di armi chimiche come iprite, fosgene e arsine da parte dell'aviazione militare italiana in Etiopia, salvo poi scusarsi nel 1996 quando il suo oppositore dimostrò, documenti alla mano, l'impiego di tali mezzi di distruzione.
Dichiaratamente anticomunista, anarco-conservatore (come amava definirsi su suggestione del grande amico Prezzolini), liberale e controcorrente, vedeva nelle sinistre un pericolo incombente, in quanto finanziate dall'allora superpotenza sovietica.
Nel 1968 Montanelli pubblicò sul Corriere una serie di inchieste sulle città verso le quali nutriva maggiore interesse. I servizi riguardarono, tra le altre, Firenze e Venezia. Il giornalista dedicò ampio spazio alla Serenissima, lanciando l'allarme per la salvaguardia della città . Montanelli rilevò i pericoli che la crescente industrializzazione stava arrecando al delicato ecosistema lagunare. Stabilì un rapporto causa-effetto tra la forte industrializzazione della zona attorno a Porto Marghera e l'inquinamento a Venezia, la città e i suoi monumenti. Infine denunciò il silenzio delle pubbliche autorità , che continuavano a ignorare i sintomi del degrado della laguna (su tutti l'acqua alta, che proprio in quegli anni incominciava a essere molto frequente). Impiegò, in quest'opera di impegno civile svincolata da tematiche o colorazioni partitiche, tutta la sua autorevolezza personale. L'anno seguente, nel 1969, Montanelli registrò tre reportage televisivi per la Rai, dedicati rispettivamente a Portofino, Firenze e Venezia.
=== L'abbandono del Corriere ===
A partire dalla metà degli anni sessanta, dopo la morte di Mario e Vittorio Crespi e la grave malattia del terzo fratello Aldo, la proprietà del Corriere della Sera fu gestita dalla figlia di quest'ultimo Giulia Maria, e durante la sua gestione il quotidiano operò una netta virata a sinistra. La nuova linea venne varata nel 1972, con il licenziamento in tronco del direttore Giovanni Spadolini e la sua sostituzione con Piero Ottone.
Montanelli diede un giudizio tagliente sull'operazione. In un'intervista a L'Espresso dichiarò che «un direttore non lo si caccia via come un domestico ladro» e, rivolgendosi ai Crespi, stigmatizzò il «modo autoritario, prepotente e guatemalteco che hanno scelto per imporre la loro decisione». L'articolo fece sensazione. Montanelli ricevette addirittura una proposta di candidatura alle imminenti elezioni politiche da Ugo La Malfa, segretario del Partito Repubblicano Italiano e suo amico personale (era stato lui a introdurre il giornalista, nel 1935, nel gruppo di antifascisti che in seguito avrebbero fondato il Partito d'Azione). Montanelli declinò la proposta, girandola signorilmente a Spadolini. Un altro terreno di scontro con la proprietà del Corriere della Sera fu la sostituzione del capo della redazione romana, Ugo Indrio. Dopo il cambio di direttore, Indrio fu costretto a dimettersi: Montanelli lo difese, ma non riuscì ad evitare il suo allontanamento.
Nello stesso anno fu uno dei pochissimi giornalisti a scrivere che l'uccisione del commissario Luigi Calabresi era la conseguenza di una campagna diffamatoria senza precedenti, scatenata dall'estrema sinistra e sostenuta da molti intellettuali.
Rispondendo a un lettore, pochi giorni dopo il massacro di Monaco di Baviera, prese anche posizione a favore dello Stato d'Israele nelle guerre arabo-israeliane, scrivendo:
A partire dal 1973 Montanelli cominciò a esprimere il proprio malumore sulla conduzione del giornale. Piero Ottone replicò con un articolo di fondo nel quale ribadiva la giustezza della propria posizione. Per evitare quella che considerava l'«autocensura rossa» attuata da molti colleghi, Montanelli scelse di limitarsi a curare una rubrica settimanale, Montanelli risponde. Il giornalista entrò definitivamente in rotta di collisione con la proprietà in seguito a due interviste rilasciate nell'ottobre 1973 e a un articolo molto polemico nei confronti di Camilla Cederna (definita radical chic), grande amica di Giulia Maria Crespi. La prima intervista fu pubblicata il 10 ottobre sul settimanale politico-culturale Il Mondo. Montanelli dichiarava a Cesare Lanza:
E concludeva lanciando un appello:
La seconda uscì il 18 ottobre su Panorama. L'intervista, raccolta da Lamberto Sechi, venne pubblicata con il titolo Montanelli se ne va. E nel lungo sommario: «"A novembre mi metto in pensione", annuncia il più famoso giornalista italiano. I motivi: dissensi sulla nuova linea del Corriere, vecchia ruggine con uno dei proprietari, Giulia Maria Crespi. Per adesso pensa a portare a termine gli ultimi volumi della sua Storia d'Italia. Ma non gli dispiacerebbe, dice, fondare un nuovo giornale». L'editorialista spiegava:
Nel seguito dell'articolo, Panorama scriveva che Montanelli stava già pensando di realizzare un nuovo giornale con alcuni suoi fedelissimi, molti dei quali lavoravano con lui al Corriere. Avuta l'anticipazione del testo, il 17 ottobre, Giulia Maria Crespi e Piero Ottone non apprezzarono affatto l'intervista. Quello stesso giorno, in serata, Ottone si recò al domicilio milanese di Montanelli per comunicargli la decisione del suo licenziamento. Montanelli, però, se ne andò volontariamente, presentando le dimissioni e accompagnandole da un polemico articolo di commiato. L'articolo non fu pubblicato: il Corriere diede la notizia con un comunicato, su una colonna, il 19 ottobre (in un'intervista concessa a Franco Di Bella, Montanelli smentì di aver lasciato il giornale per incassare subito la liquidazione e rivelò che la cifra che ricevette fu di soli 75 milioni di lire, dopo 37 anni di carriera).
Il giorno stesso della sua uscita dal Corriere, Montanelli ricevette un'offerta da Gianni Agnelli, che gli propose di scrivere su La Stampa. L'offerta fu accettata ed Indro pubblicò il suo primo pezzo sul quotidiano torinese il 28 ottobre. Montanelli lasciò anche la sua storica rubrica sul settimanale La Domenica del Corriere per traslocare sul concorrente Oggi. Il vero obiettivo di Montanelli rimaneva comunque la fondazione di un quotidiano indipendente. Chiamò la nuova creatura il Giornale nuovo.
Nella sua «traversata nel deserto» dal Corriere della Sera al Giornale nuovo lo seguirono molti validi colleghi che, come lui, non condividevano il nuovo clima interno al Corriere, tra i quali Enzo Bettiza, Egisto Corradi, Guido Piovene, Cesare Zappulli, e intellettuali europei come Raymond Aron, Eugène Ionesco, Jean-François Revel e François Fejtő. All'inizio del 1974, quando il progetto di fondazione del nuovo quotidiano era ormai definitivo, giunse (grazie anche all'interessamento di Amintore Fanfani) un insperato sostegno finanziario da parte di Eugenio Cefis. Il presidente della Montedison gli fornì 12 miliardi di lire per tre anni.
Con quel finanziamento Montanelli tentò di avere dalla sua il nome di un importante editore. Tentò prima con Andrea Rizzoli (gli offrì il giornale gratis, ma Rizzoli rispose di no perché era già in trattative per l'acquisto del Corriere della Sera) e poi con Mario Formenton, genero di Arnoldo Mondadori e amministratore delegato della casa editrice (anche lui disse di no, anche per il parere negativo di Giovanni Spadolini, cosa che fece arrabbiare molto Indro). In precedenza Montanelli aveva rifiutato di dirigere il giornale avendo come condirettore Eugenio Scalfari, considerando la proposta di Scalfari un tantino azzardata. A quel punto Cefis affiancò a Indro due manager di provata esperienza: Angelo Morandi, per lungo tempo direttore amministrativo al quotidiano milanese Il Giorno e Antonio Tiberi, presidente di una società del gruppo Montedison, Industria, attiva nel settore editoriale: Montanelli rimase comunque il proprietario della testata con i giornalisti cofondatori.
Nel marzo 1974 Montanelli annunciò pubblicamente dalle colonne della Stampa il suo progetto di fondare un nuovo giornale: il suo ultimo articolo sul quotidiano torinese comparve il 21 aprile. Nello stesso anno si sposò in terze nozze con la collega Colette Rosselli (1911-1996), corsivista del settimanale Gente, più nota con lo pseudonimo di «Donna Letizia». La relazione tra Montanelli e la Rosselli era già incominciata intorno al 1950 (nonostante vivessero sempre in case separate, lui a Milano e lei a Roma), ma il giornalista ottenne il divorzio da Margarethe Colins de Tarsienne solo nel 1972, a causa della legge italiana che non lo ammetteva fino al 1970.
=== Direttore del Giornale ===
Con il Giornale nuovo, che diventerà poi il Giornale – il primo numero uscì martedì 25 giugno 1974 – Montanelli intese creare una testata che esprimesse le istanze delle forze produttive della società , in particolare della piccola e media borghesia lombarda, inserendosi nel dibattito politico in guisa di interlocutore esterno alla politica, non schierato se non su orientamenti di massima e fautore di una destra ideale. Il Giornale nuovo si avvalse della collaborazione di diverse grandi figure del giornalismo italiano: Enzo Bettiza nel ruolo di condirettore, Mario Cervi, Cesare Zappulli, Guido Piovene, come presidente della società dei redattori; vi scrissero grandi intellettuali liberali come Rosario Romeo, Renzo De Felice, Sergio Ricossa, Vittorio Mathieu, Nicola Matteucci, Raymond Aron e François Fejtő; alla critica letteraria Geno Pampaloni; per la filosofia Nicola Abbagnano; e ancora, Renato Mieli, Frane Barbieri, Giovanni Arpino e, più tardi, Gianni Brera.
La prassi giornalistica di Montanelli fu influenzata dal praticantato fatto negli Stati Uniti (1934-35), tenendo presente la massima imparata alla United Press, vale a dire che ogni articolo deve poter essere letto e capito da chiunque, anche da un «lattaio dell'Ohio». Divenne membro onorario dell'Accademia della Crusca, per la quale si batté, sulle pagine del Giornale, cercando di coinvolgere direttamente i suoi lettori, così che uno dei più antichi e importanti centri di studio sulla lingua italiana non scomparisse.
Nel 1975 Montanelli troncò la quarantennale amicizia con Ugo La Malfa. Il motivo della rottura, avvenuta in seguito ad una violenta lite, fu la decisione, da parte del presidente del PRI, di sostenere il compromesso storico, ovvero il riavvicinamento fra DC e PCI. I rapporti tra i due sarebbero stati ricomposti nel 1979, pochi giorni prima della scomparsa di La Malfa.
Fra gli episodi che Montanelli ritenne a posteriori più importanti nella storia della sua conduzione del Giornale, vi furono due campagne, entrambe lanciate nel 1976. La prima fu la raccolta fondi lanciata a favore delle vittime del terremoto del Friuli, che in poche settimane raccolse tre miliardi di lire. I proventi, affidati al cronista Egisto Corradi, vennero usati per la ricostruzione dei comuni di Vito d'Asio e Montenars e della frazione di Sedilis, nel comune di Tarcento.
L'altra campagna fu l'invito a votare per la Democrazia Cristiana, lanciato alla vigilia delle elezioni politiche del 1976. Dinanzi alla crescita del Partito Comunista Italiano, Montanelli sollecitò gli elettori progressisti e moderati a impedire la salita al potere del partito di Berlinguer esprimendo, anche se controvoglia, un consenso per quello di Zaccagnini, con uno slogan poi divenuto celebre:
Sempre nel 1976, Montanelli fu contattato da Mike Bongiorno, che gli propose di condurre, sulla nascente rete televisiva Telemontecarlo, un notiziario curato dalla redazione del Giornale. La trasmissione, anch'essa intitolata Il Giornale nuovo, ebbe un notevole successo nonostante gli scarsi mezzi tecnici a disposizione. Costato solamente cento milioni di lire, il telegiornale, registrato in uno scantinato a Milano, fece registrare un'audience di alcuni milioni di telespettatori. La popolarità della trasmissione fu accolta con ostilità dagli ambienti di sinistra: in particolare Eugenio Scalfari, direttore de la Repubblica, accusò TMC di essere una rete illegale e alcuni pretori ne bloccarono le frequenze.
Per tutto il periodo della sua conduzione, Montanelli curò sul Giornale una rubrica quotidiana, intitolata Controcorrente, in cui commentava in modo sarcastico fatti e personaggi d'attualità . Su questa rubrica, fra l'altro, proseguì il duello a distanza, già cominciato sulle colonne del Corriere della Sera, con «Fortebraccio», divenuto corsivista per l'Unità . I due giornalisti, di opposte ideologie («Fortebraccio» era decisamente schierato a sinistra) ma identica vis polemica, mascherarono in realtà sotto i reciproci attacchi una relazione personale di amicizia e stima, come testimoniato dall'ironico epitaffio che Mario Melloni dichiarò sull'Unità di volere per se stesso: «Qui giace Fortebraccio / che segretamente / amò Indro Montanelli. / Passante, perdonalo / perché non ha mai cessato / di vergognarsene». Montanelli, sul Giornale, replicò che avrebbe voluto essere seppellito a fianco del collega, sotto l'epitaffio: «Vedi / lapide / accanto». Durante i primi anni fu curata anche un'altra rubrica, Dicono di noi, che riportava articoli di altri quotidiani in cui si attribuivano al Giornale nuovo i più fantasiosi padroni e finanziatori occulti. Montanelli ricordò: «La stampa nazionale o ci ignorava o ci attaccava. Decisi quasi subito di varare la rubrica "Dicono di noi", una galleria delle calunnie sul "Giornale" pubblicate quasi quotidianamente. Erano invenzioni talmente strampalate che, lette tutte insieme a distanza di tempo, risultano comiche. Basti dire che Fortebraccio arrivò a scrivere sull'Unità che io guadagnavo un milione al minuto. Invece non c'era una lira».
Nel 1978, in seguito al sequestro di Aldo Moro e all'uccisione della scorta da parte delle Brigate Rosse, il Giornale nuovo si schierò fin dal primo giorno per la linea della fermezza, scrivendo:
Durante i due mesi di sequestro Moro non fu mai torturato o minacciato dalle BR, e a tal proposito Montanelli criticò severamente le lettere scritte dal presidente democristiano durante la prigionia, affermando che «tutti a questo mondo hanno diritto alla paura. Ma un uomo di Stato (e lo Stato italiano era Moro) non può cercare d'indurre lo Stato ad una trattativa con dei terroristi che oltre tutto, nel colpo di via Fani, avevano lasciato sul selciato cinque cadaveri fra carabinieri e poliziotti».
Altre critiche furono rivolte a Eleonora Chiavarelli, vedova di Aldo Moro diventata accusatrice della DC e della classe politica italiana pochi anni dopo l'omicidio del marito:
=== I primi tre anni (1974-77) ===
Nei primi tre anni il Giornale nuovo ottenne il finanziamento della Montedison, azienda con partecipazione statale guidata all'epoca da Eugenio Cefis. Il finanziamento fu ottenuto attraverso la «Società di Pubblicità Italiana» (SPI), di cui la Montedison era la maggiore azionista. Nel corso della campagna elettorale del 1976 Montanelli consigliò ai propri lettori una rosa di candidati DC «non compromessi col malaffare», che gli elettori potevano indicare nello spazio riservato alle preferenze. Dei quaranta candidati consigliati dal quotidiano ai lettori, 33 furono eletti in Parlamento, tra cui il capolista Massimo De Carolis. Il rapporto tra i due si ruppe pochi anni dopo, tanto che in occasione delle elezioni anticipate del 1979 Montanelli non lo sostenne più.
In quegli anni la loggia P2, al cui vertice vi erano Licio Gelli e Umberto Ortolani, mirava al controllo dei principali mezzi di comunicazione. Nel 1977 riuscì, attraverso illecite manovre finanziarie, ad arrivare al Corriere della Sera, allora diretto da Franco Di Bella. Nel suo Diario Montanelli riportò informazioni su questa vicenda che ricavò dalle sue conversazioni con Amintore Fanfani, Arnaldo Forlani, Giulio Andreotti, Silvio Berlusconi e con lo stesso Di Bella:
Gelli scrisse nel suo libro di avergli fatto avere un finanziamento di 300 milioni dal Banco Ambrosiano a titolo gratuito. Querelato da Montanelli, fu condannato per diffamazione dal Tribunale di Monza a pagare 2 milioni di multa, 30 di risarcimento danni e 15 di riparazione pecuniaria. Per i giudici Gelli aveva «offeso dolosamente nella dignità professionale e nella reputazione» il giornalista.
Montanelli affermò di aver ottenuto un prestito dal presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi, iscritto alla P2, socio di Sindona e autore di furti ai danni delle banche e società dello Stato: «È vero che in seguito la società editrice ottenne un finanziamento dal Banco Ambrosiano, ma non mi occorrevano certo gli auspici di Gelli: io ero amico di Calvi, l'avevo conosciuto durante la guerra di Russia nel '42», aggiungendo che la banca aprì un fido, pretendendo però un interesse del 22% e per questo non ne usufrì quasi mai.
Con la scoperta e la pubblicazione dell'elenco degli iscritti alla loggia viene alla luce che alcuni di loro, oltre a Berlusconi, erano nel suo giornale – il redattore Claudio Lanti, il presidente del Tribunale di Forlì Antonio Buono (editorialista in tema di giustizia) – mentre altri, come Roberto Gervaso, sono a lui vicini. Montanelli mise in quarantena Lanti, interruppe la collaborazione con Buono e troncò i rapporti con Gervaso, mentre Berlusconi continuò ad essere azionista di maggioranza e poi, dal 1987, editore.
Pur criticando Licio Gelli, definendolo «avventuriero» e «millantatore», nonché «un emerito furfante» e un «magliaro», tese a escludere le ispirazioni golpiste della loggia, definendo il suo capo un «pataccaro», e la P2 una delle tante cricche italiane.
Altre critiche furono rivolte a coloro che decisero di aderire alla P2:
Gelli stesso approfittò di queste prese di posizione nel difendersi in una lettera a Tina Anselmi, presidente della Commissione P2: «A quali risultati ha portato il lavoro di ben tre anni di questa Commissione. Nessuna certezza, [...] un testo [...] che un giornalista illustre come Indro Montanelli, che con me non è mai stato tenero, ha definito "cicaleccio di portineria"», aggiungendo che «nulla si può escludere, nemmeno che Tina Anselmi sia una calunniatrice».
Montanelli ebbe contrasti con uomini politici a lui vicini come Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini. Ruppe inoltre la lunga amicizia con uno dei colleghi che ammirava di più, Augusto Guerriero. Le cause del dissidio furono due: una era il compromesso storico, ovvero l'accordo fra DC e PCI. Con l'avvento di Enrico Berlinguer alla segreteria, il partito si era distaccato dall'URSS e aveva preso posizione contro il terrorismo e contro gli affari illeciti dei partiti. La Malfa e Spadolini erano per un avvicinamento al PCI, e Guerriero, benché fosse stato sempre anticomunista, riteneva che la collaborazione del nuovo PCI avrebbe aiutato l'Italia a uscire dalla crisi drammatica che stava attraversando. L'altra causa di dissidio era morale: i suoi amici rifiutavano di «turarsi il naso». La Malfa, unico nel governo, si era opposto al salvataggio della banca di Sindona.. Guerriero aveva denunciato sulla rivista Epoca Sindona e i suoi complici.
Per il compromesso storico Montanelli nutriva un'avversione culturale, prima che politica, sostenendo che l'alleanza DC-PCI avrebbe fatto trionfare la parte peggiore della mentalità italiana: controriformista e poco laica, piagnucolosa e ribelle, clientelare e assistenzialista, popolaresca e familista, mariana e partitocratica, sempre in bilico fra la sacrestia e la cellula di partito, il culto di padre Pio e il rimpianto per «Baffone». Più in generale vedeva nell'alleanza tra democristiani e comunisti «la corruzione democristiana esercitata col rigore comunista».
Montanelli e Gelli si videro a Roma, in un incontro organizzato dal giornalista Renzo Trionfera, poiché il direttore cercava azionisti per il Giornale nuovo e gli era stato fatto il suo nome. Dopo aver spiegato la situazione finanziaria del quotidiano, Gelli lo interruppe per parlargli di un progetto di ristrutturazione della stampa italiana, sostenendo che fosse necessario un unico padrone che controllasse almeno i maggiori quotidiani; il progetto di ristrutturazione era centrato su una banca internazionale per prestiti a tasso agevolato. Alle perplessità di Montanelli, convinto che per attuare un progetto come quello fosse necessario l'appoggio del governo, Gelli rispose: «Lì non ci sono problemi. E comunque lei capisce che in un assetto di questo genere è fatale che i piccoli giornali come il suo scompaiono». L'incontro terminò in questo modo, con Montanelli e Trionfera che si guardarono in silenzio una volta usciti dalla stanza. Nelle sue memorie, Montanelli ricordò quello che successe in seguito: «Qualche tempo dopo, quando la bufera della P2 si scatenò, gli ricordai quell'episodio. "Renzo, ringraziamo Iddio che quel bischero ci abbia accolti così. Perché se lui ci avesse detto: se volete salvare il "Giornale" dovete entrare nella P2, noi c'entravamo". Senza sapere cosa fosse, come è successo a tanti».
Quanto alle finalità della Loggia, dichiarò: «Spadolini propose lo scioglimento della P2 e fu un gesto doveroso. Ma il "Giornale" assunse subito una posizione controcorrente rispetto a quella ch'era la smisurata leggenda nera imbastita sulla P2. Che non aveva certo come fine l'eversione, la dittatura e le stragi, ma la creazione d'una società di mutuo soccorso per incettare palanche e poltrone. Perché poi Gelli e i suoi compari avrebbero dovuto proporsi il rovesciamento d'un regime che sembrava studiato apposta per i loro comodi? Quel ch'è certo è che se i piduisti approfittarono della congrega per arraffar posti, molti di quelli che ne reclamarono il crucifige lo fecero per occuparli a loro volta, profittando della purga dei titolari. Ci fu chi sostenne che il "Giornale" minimizzava la portata della P2 perché il suo editore vi era coinvolto. Infatti il nome di Berlusconi risultò nell'elenco. Ma prima di tutto non aveva mai avuto ruoli nella conduzione politica del "Giornale". E poi, come ho già raccontato, soltanto il caso m'aveva salvato dal ritrovarmici anch'io. Sapevo quindi perfettamente quale valore dare a quella lista».
In un'intervista dichiarò poi di non aver mai voluto infierire su chi avesse avuto la tessera piduista.
=== L'attentato delle Brigate Rosse ===
Il 2 giugno 1977 Montanelli fu vittima a Milano di un attentato, ordito dalla colonna milanese delle Brigate Rosse. Mentre come ogni mattina, dopo essere uscito dall'Hotel Manin, dove risiedeva, si stava recando in redazione, all'angolo fra via Daniele Manin e piazza Cavour (ove aveva sede il Giornale nuovo, nel cosiddetto Palazzo dei giornali), venne ferito da otto colpi sparati con una pistola 7,65 mm munita di silenziatore. L'attentatore lo colpì due volte alla gamba destra, una volta di striscio alla gamba sinistra e alla natica, secondo una pratica definita – con un neologismo coniato in quel periodo – «gambizzazione».
Il gruppo brigatista era formato da Lauro Azzolini, Franco Bonisoli e Calogero Diana: fu quest'ultimo a sparare. Gli attentatori, che probabilmente non sapevano che Montanelli portava con sé a sua volta una pistola, lo avvicinarono di spalle chiamandolo per nome. Mentre il giornalista, fermatosi, stava girandosi per rispondere, Diana sparò a distanza ravvicinata. Colpito, Montanelli sentì cedere le gambe, ma decise di non estrarre la pistola. Il suo unico pensiero fu di non lasciarsi cadere a terra: si aggrappò alla cancellata dei Giardini. Ricordando l'episodio in un'intervista televisiva sostenne che fu questo gesto a salvargli la vita, in quanto se fosse immediatamente caduto gli ultimi colpi l'avrebbero probabilmente colpito alla pancia e al torace. Il particolare è annotato anche nei Diari, pubblicati nel 2009, mentre urlava «Vigliacchi, vigliacchi!» all'indirizzo dell'attentatore e dei complici in fuga; poi si lasciò scivolare a terra. Poco dopo dichiarò ad un soccorritore: «Quei vigliacchi mi hanno fottuto. Li ho visti in faccia, non li conosco, ma credo di poterli riconoscere». I proiettili trafissero la carne, senza però ledere né ossa né vasi sanguigni. Lauro Azzolini affermò che se Montanelli avesse estratto la sua pistola sarebbe stato sicuramente ucciso.
Tutta la stampa italiana diede grande rilievo all'attentato contro Montanelli. Con due significative eccezioni: il Corriere della Sera, diretto da Piero Ottone, e La Stampa, diretta da Arrigo Levi, che arrivarono addirittura a omettere nel titolo di prima pagina il nome di Montanelli, relegandolo al sommario. Il Corriere della Sera titolò: I giornalisti nuovo bersaglio della violenza. Le Brigate Rosse rivendicano gli attentati; poi nel suo editoriale, pur esprimendogli una solidarietà senza riserve, avvertì i propri lettori che il collega ferito «rappresenta e difende posizioni nelle quali non ci riconosciamo». Per colmo, sia Arrigo Levi che Piero Ottone faranno poi visita al capezzale di Montanelli, che prenderà nota nei suoi Diari dell'imbarazzante visita dei due, con il consueto sarcasmo:
Più ironico su la Repubblica fu il vignettista Giorgio Forattini, che raffigurò l'allora suo direttore Eugenio Scalfari nell'atto di puntarsi una pistola contro il piede dopo aver letto la notizia dell'attentato a Montanelli, suggerendo che ne invidiasse la popolarità . Altri quotidiani pubblicarono la notizia in prima pagina (l'Unità riportò la cronaca dell'evento evidenziando la ferma condanna del partito per un atto definito criminale nell'occhiello del titolo).
L'attentato venne rivendicato dalla colonna Walter Alasia delle Brigate Rosse con una telefonata al Corriere d'Informazione (edizione pomeridiana del Corriere della Sera). Secondo la rivendicazione dei terroristi perché «schiavo delle multinazionali». Il giorno prima, con la medesima tecnica, le Brigate Rosse avevano gambizzato a Genova Vittorio Bruno, vicedirettore del Secolo XIX, mentre il giorno successivo all'attentato a Montanelli venne gravemente ferito a Roma Emilio Rossi, a quel tempo direttore del TG1.
Dieci anni dopo Montanelli incontrò i due brigatisti che lo avevano ferito e che si erano dissociati dalla lotta armata.. Ad un incontro pubblico in cui erano presenti anche gli ex brigatisti disse poi:
Montanelli espresse stima, oltre che per l'ex capo brigatista, anche per il bandito sardo Graziano Mesina, mentre definì l'ex leader di Autonomia Operaia Toni Negri «un esemplare umano di bassa lega».
Nel 1996, rispondendo a Lauro Azzolini, rievocò il gesto di riconciliazione (avvenuto il 19 marzo 1987), aggiungendo:
=== Il caso Calabresi ===
Il 3 novembre 1980 Montanelli fu chiamato a testimoniare a Catanzaro, durante il processo d'appello per la strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969). Nelle settimane precedenti si era riaperta a Milano l'inchiesta sull'omicidio del commissario Luigi Calabresi (17 maggio 1972), indagando sugli ambienti di Lotta Continua in seguito alle testimonianze di alcuni ex militanti poi passati a Prima Linea. Montanelli scrisse un articolo di fondo in cui ricordò il clima che precedette l'omicidio, con il commissario descritto dagli ambienti di sinistra (e da molti intellettuali dell'epoca) come «un brutale torturatore al servizio dei golpisti», per poi aggiungere che, qualche giorno prima della strage, Giuseppe Pinelli mise in guardia anticipatamente Calabresi, senza però essere più preciso, e che dopo il fatto il commissario chiese a Pinelli di fare i nomi. Poiché quest'ultimo continuava a rifiutarsi, gli furono fatte sentire, registrate su un nastro e tagliate in modo da sembrare una confessione, le confidenze fatte prima del 12 dicembre 1969. Da qui il gesto estremo dell'anarchico per paura di essere considerato una spia da parte dei suoi compagni. Montanelli aggiunse che, secondo il suo informatore, Calabresi non volle rivelare questo retroscena perché si vergognava del ricatto a cui era stato sottoposto il ferroviere anarchico, avvertendo tuttavia i lettori che questo racconto gli venne fatto in via confidenziale da una fonte rimasta anonima.
Di fronte al pubblico ministero di Catanzaro, il direttore del Giornale nuovo dichiarò che la fonte era l'ex magistrato Vittorio Occorsio, che gli confermò la tesi del suicidio già riferita da tre cronisti del quotidiano milanese. Spiegò che inizialmente decise di non pubblicare nulla, dal momento che i tre giornalisti avevano raccolto solo voci di corridoio prive di riscontro, e che alla fine del 1975 incontrò Occorsio a Roma, con cui parlò della vicenda. L'ex magistrato lo interruppe dicendo che anche lui aveva sentito quelle voci e le riteneva verosimili, aggiungendo: «I poliziotti ricorrono a questi trucchetti, anche i più corretti. Questa è la loro superiorità – se così vogliamo chiamarla – rispetto a noi magistrati». A chi gli chiese perché non scrisse nulla di quell'incontro, Montanelli rispose che Occorsio gli precisò che avrebbe smentito tutto se fosse uscito qualcosa sul Giornale.
Tornato a Milano, alcuni lettori gli scrissero per avere chiarimenti su quella convocazione in tribunale. Montanelli rispose che intendeva scrivere una rievocazione di Calabresi e solo nella parte finale dell'articolo aggiunse un cenno sulla morte di Giuseppe Pinelli, aggiungendo: «Cerchi di non essere mai convocato da un tribunale come testimone. Si vedrebbe immediatamente trasformato in imputato e trattato come tale». In un'intervista del 6 aprile 1981 a Mixer dichiarò: «Io a Catanzaro ripetei esattamente, parola per parola, quello che avevo scritto. Se poi questo poveretto di Porcelli, il quale ha avuto poi la paga del sabato dalla sentenza del tribunale, che ha completamente rovesciato tutte le sue richieste, mi vuol dire che è la fine di un mito... Io non mi sono mai accorto di essere un mito; ma che il mio mito, se c'è, possa essere caduto a Catanzaro, be', francamente...».
=== I rapporti con Silvio Berlusconi ===
Nel 1977 terminò il finanziamento della Montedison e Montanelli accettò il sostegno di Silvio Berlusconi, all'epoca costruttore edile, che rilevò il 12% delle quote del Giornale per poi diventare socio di maggioranza nel 1979 con il 37,5%. Secondo Felice Froio, Montanelli, sottoscrivendo il contratto con Berlusconi, gli avrebbe detto: «Tu sei il proprietario, io sono il padrone almeno fino a che rimango direttore. [...] Io veramente la vocazione del servitore non ce l'ho».
Nel corso degli anni ottanta Berlusconi affidò alla redazione del Giornale i primi notiziari di Italia 1 e schierò Montanelli tra gli opinionisti di punta di Canale 5. Nel 1987, a causa dei debiti e della concorrenza sempre più agguerrita, i giornalisti-azionisti cedettero le loro quote a Berlusconi, che raggiunse la maggioranza assoluta prima di cedere il quotidiano al fratello Paolo nel 1992, per via della legge Mammì approvata due anni prima. Nel fare un bilancio dei rapporti con l'editore, Montanelli riconobbe che spesso la «spavalderia gli è stata cattiva consigliera», gli ha creato «la fama di un giocatore che, abituato a vincere, non ha ancora imparato l'arte di perdere», ma sottolineò anche un aspetto positivo di Berlusconi:
In quello stesso anno Montanelli pensò di fondare un settimanale, chiamandolo Il Caffè, con l'aiuto di Claudio Rinaldi e pubblicato da Mondadori ma, dopo il passaggio della casa editrice al gruppo Berlusconi nel gennaio 1991, il progetto venne accantonato.
Il sodalizio Montanelli-Berlusconi durò senza significativi contrasti fino al 1994. Tanto che Montanelli, in un'intervista concessa al giornalista Giorgio Ferrari agli inizi degli anni novanta, disse: «La gente forse non ci crede quando dico che Silvio Berlusconi è il miglior padrone che potessi desiderare di avere. Sa perché? Perché ha capito immediatamente che non poteva darmi ordini. E non l'ha fatto. Di lui posso dire che è un misto di genialità e di coraggio, con un pizzico di "bausceria milanese". Uno che scommette su cose sulle quali tu non punteresti una lira».
Secondo quanto racconta Marco Travaglio, in una delle visite di Montanelli presso la villa di Arcore, Berlusconi gli fece visitare il mausoleo funebre e, al termine della visita, giunti presso la sala dei loculi, gli avrebbe offerto un posto vicino a Cesare Previti, Marcello Dell'Utri e se stesso. Montanelli però declinò l'offerta, rispondendo ironicamente con l'incipit di una preghiera liturgica: Domine, non sum dignus («O Signore, non sono degno»). Dal punto di vista politico il sodalizio cominciò a scricchiolare durante il 1993, dal momento che Montanelli appoggiò il movimento referendario di Mario Segni come l'unica forza moderata e liberaldemocratica in grado di favorire il cambiamento, mentre Berlusconi era favorevole a una coalizione formata dal vecchio pentapartito, dalla Lega Nord e dal MSI. Tra il dicembre 1993 e il gennaio 1994 arrivarono i primi attacchi personali da parte di Vittorio Sgarbi, che lo definì «un fascista» ripescando alcuni articoli scritti all'età di vent'anni, e di Emilio Fede, che il giorno dell'Epifania ne chiese in diretta le dimissioni durante il TG4.
Secondo la versione raccontata da Montanelli nel gennaio 1994, due settimane prima della «discesa in campo» di Berlusconi, questi si presentò all'ufficio amministrativo del Giornale a sua insaputa, dicendo ai redattori che se volevano stipendi più alti e più mezzi tecnologici dovevano appoggiare i suoi interessi politici. Successivamente arrivarono 35 lettere di dimissioni (poi diventate 55): Montanelli, che gli aveva sconsigliato di entrare in politica, decise di non seguirlo e l'11 gennaio si dimise dalla direzione del quotidiano, che passò sotto la guida di Vittorio Feltri.
Da un'intervista audiovisiva rilasciata ad Alain Elkann si evince che la loro separazione fu presa di comune accordo. Nell'intervista con Elkann, Montanelli spiega meglio la dinamica della sua uscita dal Giornale. Egli, riferendosi a Berlusconi, racconta: «Gli dissi: "Io non mi sento di seguirti in questa avventura, quindi noi dobbiamo separarci". [...] Fu una separazione consensuale fra me e Berlusconi. Il patto su cui si reggeva la nostra convivenza, che era stato scrupolosamente osservato da tutt'e due le parti (ossia "Berlusconi è il proprietario del Giornale, Montanelli ne è il padrone"), era venuto meno». Montanelli ricostruisce quindi il dialogo che avvenne con Berlusconi, asserendo che non volle mettersi al suo servizio, sia perché non si era mai messo a servizio di nessuno e non riteneva opportuno cominciare con Berlusconi, sia perché riteneva che Berlusconi non potesse avere successo in politica.
Altri invece, citando lo stesso Montanelli, parlano di un aspro conflitto tra lui e Berlusconi e non convengono con coloro che sostengono la tesi che l'abbandono di Montanelli fosse in comune accordo con la proprietà . Nella sua testimonianza autobiografica pubblicata postuma nel 2002, in ogni caso, il giornalista dichiarò che ciò che aveva scritto nel suo fondo di addio, ovvero che se n'era andato di sua iniziativa e non perché costretto, era «la verità ».
Il 10 gennaio 1994, Montanelli in una lettera aperta a Silvio Berlusconi scrisse:
Il 12 gennaio scrisse il suo ultimo articolo di fondo sul quotidiano che aveva fondato.
Risultò quindi per lui una sorpresa la vittoria del suo ex editore, che attribuì a una combinazione di fortuna e fiuto, e in particolare al fatto che, dopo Mani pulite, l'elettorato desiderava votare qualcosa di nuovo. Nel 1996 Berlusconi invitò Montanelli a cena nella sua villa di Arcore, per riconciliarsi con lui.
Montanelli rimase comunque sempre convinto che Berlusconi fosse inadatto al ruolo di politico, per i suoi atteggiamenti prima ancora che per il suo conflitto di interessi, e tra il 2000 e il 2001 ricominciò ad attaccarlo, preoccupato dall'instaurazione di un «regime», come fece durante il suo primo governo.
=== Iniziative del Giornale ===
Dalla tolda di comando del Giornale Montanelli lanciò alcune campagne d'impegno civile. Nel 1980 i suoi lettori e gli spettatori di TMC aderirono ad una sottoscrizione per i terremotati dell'Irpinia che raccolse più di 5 miliardi di lire, consegnati tre anni dopo al comune di Castelnuovo di Conza (uno dei comuni colpiti dal sisma) in una cerimonia alla presenza di Sandro Pertini. Nel 1989, alla notizia che l'Accademia della Crusca rischiava di chiudere, lanciò un'altra raccolta fondi e i lettori donarono 700 milioni in tre mesi. Nel 1990, grazie a un ricco là scito dell'imprenditore Mario Borletti, furono consegnati 2,5 miliardi ai familiari degli uomini delle forze dell'ordine uccisi negli anni di piombo.
Nello stesso periodo Montanelli lanciò una campagna giornalistica contro la candidatura di Venezia per l'Expo 2000 (voluta dal socialista Gianni De Michelis e poi ritirata nel 1990); appoggiò i referendum abrogativi a favore della preferenza unica e del sistema maggioritario (prendendo a modello il sistema elettorale francese a doppio turno) e nel 1991 sostenne la partecipazione dell'Italia nella guerra del Golfo per la liberazione del Kuwait invaso dall'Iraq, promuovendo un appello a favore dei militari italiani presenti nel Golfo e criticando i pacifisti.
In occasione delle elezioni politiche del 1992 (le prime dalla fine della guerra fredda) invitò i lettori del Giornale a votare una rosa di nomi favorevoli alle riforme istituzionali: furono individuate 457 persone tra vari partiti, ritenendo tuttavia votabili soltanto il PRI (quasi tutto filo-referendario), parte del PLI e la corrente DC vicina a Mario Segni. Risulteranno eletti oltre 150 «pattisti». Pur essendo critico nei confronti delle Leghe riconobbe che erano «un fenomeno di reazione a una provocazione» rispetto alla partitocrazia e alla politica nazionale, che amministrava malissimo i soldi pubblici. Al ballottaggio delle elezioni comunali di Milano del 1993 invitò i cittadini del capoluogo lombardo a votare per Marco Formentini, candidato leghista (considerato meno lontano dai moderati rispetto al rivale Nando dalla Chiesa, sostenuto da una coalizione di sinistra), dando per certa la sconfitta dei candidati centristi al primo turno.
=== Direttore de la Voce (1994-1995) ===
Non ritenendo di poter accettare la direzione del Corriere della Sera (che non avrebbe assunto anche gli altri redattori del Giornale) offertagli da Paolo Mieli e Gianni Agnelli, Montanelli decise di fondare una nuova testata, la Voce, il cui nome fu scelto in omaggio all'omonima rivista di Giuseppe Prezzolini. L'idea iniziale era di farne un settimanale, sul modello de Il Mondo di Mario Pannunzio: di conseguenza la progettazione della «terza pagina», la sezione culturale, risultò particolarmente curata.
A far decidere Montanelli di pubblicare un nuovo quotidiano fu il numero di giornalisti alle sue dipendenze: a seguire l'ex direttore nel passaggio dal Giornale alla Voce vi furono infatti 55 cronisti su 77. Tra questi Beppe Severgnini, Marco Travaglio, Mario Cervi, Giancarlo Mazzuca, Federico Orlando, Peter Gomez, Donata Righetti, Luigi Offeddu, Alberto Mazzuca, Tiziana Abate. La nuova impresa tuttavia non ebbe vita lunga, non riuscendo ad ottenere nel tempo un sufficiente volume di vendite: nonostante un esordio di 500 000 copie, le vendite scesero presto sotto le 100.000 unità . L'ultimo numero fu pubblicato mercoledì 12 aprile 1995.
Secondo Montanelli, una causa dell'insuccesso fu l'avere sovrastimato il numero di potenziali acquirenti del quotidiano, pensato per un pubblico di idee simili alle sue, ovvero schierato su posizioni di destra liberale ed insoddisfatto della svolta populistica impressa da Berlusconi. Un secondo errore fu la grafica troppo anticonvenzionale della pubblicazione, in particolare il fotomontaggio satirico e caricaturale che caratterizzava la prima pagina: la troppa aggressività delle immagini avrebbe contribuito ad allontanare i possibili acquirenti, abituati a uno stile più misurato. In retrospettiva, tuttavia, l'avveniristica impostazione grafica, ideata dall'art director Vittorio Corona, avrebbe influenzato lo stile giornalistico degli anni successivi.
=== Gli ultimi anni: il ritorno al Corriere della Sera ===
Dopo la chiusura della Voce, Montanelli tornò a lavorare per il Corriere della Sera, curando una seguitissima pagina di colloquio con i lettori, La Stanza di Montanelli. Le lettere e le risposte più significative furono in seguito raccolte nei due libri antologici (Le Stanze e Le nuove Stanze) e, in parte, anche nell'epistolario Nella mia lunga e tormentata esistenza. Lettere da una vita.
Nel 1996 sostenne, suscitando polemiche, l'ipotesi dell'illegittimità della condanna dell'ex militare nazista Erich Priebke, uno dei responsabili dell'eccidio delle Fosse Ardeatine (pur avendo due amici tra le vittime) in quanto, secondo Montanelli, Priebke fu costretto a scegliere tra eseguire l'ordine, che veniva dai vertici tedeschi, o morire egli stesso per fucilazione.
Negli ultimi anni Montanelli prese posizione a favore dell'intervento militare della NATO contro la Jugoslavia, definendo Slobodan Milošević «uno dei maggiori responsabili dello sfacelo della Jugoslavia e del suo precipizio nella guerra civile», scrisse di essere contro i matrimoni tra persone dello stesso sesso, contro la legalizzazione delle droghe leggere, mentre si dichiarò più volte favorevole all'eutanasia, che riteneva essere un vero e proprio diritto ad una "morte dignitosa". Fu contrario all'istituzione del Giorno della Memoria, spiegando che «le feste comandate non raggiungono mai gli effetti che si propongono, anzi provocano il contrario».
Commentando l'appoggio fornitogli in quel periodo dagli esponenti della sinistra post-comunista in chiave antiberlusconiana, Montanelli dichiarerà :
Quando uscì Il libro nero del comunismo espresse dei dubbi sulle reali cifre riportate dagli autori e si disse non sorpreso dal contenuto, poiché non fu rivelato nulla che già non si sapesse, così come definì il dossier Mitrochin (riferito in particolare alla lista di presunti agenti e informatori del KGB in Italia) «una patacca» e «una bufala» per via dei nomi presenti nell'elenco, scrivendo:
Nel 2000, rispondendo in una Stanza del Corriere della Sera ad un lettore che gli chiedeva delucidazioni sulla nascita della Repubblica, Montanelli confermerà la propria antica fede monarchica, che lo aveva portato, nel 1946, a votare per i Savoia:
Favorevole a un atto di grazia o di indulto verso gli ex terroristi degli anni di piombo, considerò una truffa un gesto analogo per le inchieste di Tangentopoli, poiché «la corruzione è una piaga endemica della nostra società e come tale va endemicamente combattuta», e inutile l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta sui magistrati della Procura di Milano.
Nel 1998, in un editoriale sul Corriere della Sera, difese Gian Carlo Caselli e gli altri magistrati palermitani accusati da buona parte dell'opinione pubblica di aver indotto al suicidio il giudice Luigi Lombardini, indagato per estorsione nell'ambito del sequestro di Silvia Melis (rapita dall'anonima sequestri l'anno prima), che si uccise dopo un lungo interrogatorio. L'allora procuratore capo di Palermo scrisse una lettera di ringraziamento e Montanelli rispose: «Signor Procuratore, grazie del suo grazie, che forse non merito perché mi sono limitato a parlare da giornalista indipendente. Indipendente da tutto, anche dai pregiudizi e partiti presi. Posso ricambiarlo soltanto con un augurio: che la limpidezza della sua azione trionfi e valga a disperdere o almeno ad alleggerire la cappa di fango che si cerca di gettare sulla Giustizia. Lo auguro a Lei. Ma lo auguro anche, come cittadino, a me stesso». Successivamente tornò sull'argomento per «scagionare Caselli da qualsiasi responsabilità nel suicidio di Lombardini», scrivendo:
In politica interna dichiarò di aver votato per L'Ulivo alle elezioni politiche del 1996 e del 2001, temendo che un successo della Casa delle Libertà con margine di voti troppo largo avrebbe potuto portare Berlusconi a ritenersi «un nuovo uomo della provvidenza», mentre votò per il candidato di centrodestra Gabriele Albertini alle elezioni comunali di Milano del 1997 e del 2001, si astenne per le elezioni europee del 1999 e votò per il centrosinistra alle Regionali del 2000. Scrisse inoltre di voler vedere al Quirinale una donna tra Rita Levi-Montalcini, Emma Bonino, Letizia Moratti e Tullia Zevi (presidente dell'UCEI dal 1983 al 1998).
Molto critico verso la coalizione di centrodestra, Montanelli concesse qualche apertura al percorso di Alleanza Nazionale verso l'area governativa (come fece con il PDS) mentre disprezzò gli ex comunisti o filocomunisti convertiti al liberalismo d'accatto e all'anticomunismo barricadiero, dopo aver tifato per il «sorpasso» sulla DC negli anni settanta, chiamandoli «sedicenti liberaloni» e descrivendo la borghesia italiana come «la più vile di tutto l'Occidente».
Nel 2000, alla morte di Bettino Craxi, criticò severamente la proposta di Massimo D'Alema di offrire come «atto dovuto» i funerali di Stato all'ex segretario socialista, morto latitante in Tunisia, dicendo:
Altre critiche furono rivolte all'ambiente cattolico vicino a Comunione e Liberazione, riunito a Rimini al Meeting per l'amicizia fra i popoli:
In politica estera si disse contrario all'allargamento della NATO in Europa orientale e a un secondo Piano Marshall a favore dei Balcani, della Russia e del Medio Oriente, mentre nel 2000 scrisse che, pur essendo un simpatizzante repubblicano, se avesse potuto avrebbe votato Al Gore (il candidato democratico) alle presidenziali americane, sostenendo che aveva più esperienza sia in politica interna che in politica estera rispetto al rivale repubblicano (nonché vincitore della competizione elettorale) George W. Bush, considerato poco più che una comparsa.
=== La morte ===
Montanelli morì il 22 luglio 2001, all'età di 92 anni, a causa di complicazioni seguite a un'infezione delle vie urinarie, a Milano, nella clinica La Madonnina, dove era ricoverato dall'inizio del mese per un tumore all'intestino. Si tratta dello stesso luogo dove nel 1972 era deceduto Dino Buzzati, altra figura storica del Corriere nonché amico di Montanelli. Il giorno seguente il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli ne pubblicò in prima pagina il necrologio, scritto dallo stesso Montanelli quando era ormai consapevole di stare vivendo i suoi ultimi giorni:
La compagna dei suoi ultimi anni, Marisa Rivolta, gli fu vicino fino alla fine. Migliaia di persone sfilarono nella camera ardente per rendergli omaggio. Le sue ultime volontà , riguardo alla cremazione e al posizionamento delle ceneri al cimitero di Fucecchio, vennero pienamente rispettate.
Il suo archivio è conservato presso il Centro per gli studi sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei dell’Università di Pavia. Il Fondo Montanelli conserva i suoi diari (che coprono un arco cronologico che va dal 1933 al 1978), i dattiloscritti (minute di articoli, biografie, epitaffi scherzosi e ironici scritti insieme a Leo Longanesi) e la corrispondenza dell’autore. La corrispondenza tra Indro Montanelli e la moglie Colette Rosselli non è consultabile.
== Riconoscimenti ==
Fra i vari riconoscimenti tributati a Montanelli, spicca la nomina a senatore a vita offertagli nel 1991 da Francesco Cossiga, Presidente della Repubblica. Il giornalista non accettò però la proposta, sempre a garanzia della sua completa indipendenza. Dichiarò:
Montanelli fu autore e uomo di cultura riconosciuto e premiato anche all'estero: nel 1992 fu il primo italiano ad essere nominato Commendatore di I classe dell'Ordine del Leone di Finlandia (Suomen Leijonan I lk:n komentaja), nel 1994 ricevette l'International Editor of the Year Award della World Press Review, e nel 1996 ebbe il Premio Principessa delle Asturie, attribuitogli con la seguente motivazione:
Nel 1985 ottenne il Riconoscimento Gianni Granzotto.
Nel 2000 fu insignito negli Stati Uniti del premio World Press Freedom Heroes dall'International Press Institute, unico italiano tra 50 personalità scelte tra i più grandi giornalisti del Novecento per aver difeso e salvato la libertà di stampa nella seconda metà del secolo. Interpellato da un lettore sul significato del prestigioso premio «Eroe della libertà di stampa», Montanelli rispose così:
Fra i personaggi di fama mondiale da lui intervistati, oltre ai già citati Henry Ford e Papa Giovanni XXIII, si possono ricordare il primo ministro britannico Winston Churchill ed il presidente francese Charles de Gaulle.
Degna di nota è la cena che Montanelli ebbe nel 1986 in Vaticano con Papa Giovanni Paolo II:
Enzo Biagi ricordava il legame che Montanelli aveva saputo instaurare con il lettore: «Era il suo vero padrone. E quando vedeva lo strapotere di certi personaggi, si è sempre battuto cercando di rappresentare la voce di quelli che non potevano parlare».
Il Comune di Milano gli ha intitolato i Giardini di Porta Venezia, divenuti "Giardini pubblici Indro Montanelli". All'interno del parco è stata posta una statua dello scultore Vito Tongiani raffigurante Montanelli intento nella stesura di un articolo con la celebre Lettera 22 sulle ginocchia.
La Fondazione Montanelli Bassi ha istituito nel 2001 un premio di scrittura dedicato alla triplice figura di Montanelli, giornalista, storico e narratore, assegnato a cadenza biennale (la prima edizione si tenne nel 2003). Il premio, suddiviso nelle sezioni «Alla carriera» e «Giovani», prende in considerazione gli scritti nel settore del giornalismo, della divulgazione storica e della memorialistica.
Nel 2016 la sua vita ha ispirato la docu-fiction televisiva Indro. L'uomo che scriveva sull'acqua, in cui gli attori Roberto Herlitzka e Domenico Diele lo interpretano rispettivamente da vecchio e da giovane.
Nel 2019, per i 110 anni della nascita, esce il documentario Indro Montanelli, un anarchico conservatore di Giovanni Paolo Fontana con la regia di Nicoletta Nesler su Rai Storia il 23 aprile per la serie Italiani. Inoltre l'arrivo della seconda tappa del Giro d'Italia è proprio a Fucecchio, sua città natale, per rendere omaggio al giornalista che ha sempre avuto un grande legame con la Corsa Rosa, della quale ha seguito numerose edizioni come inviato.
== Controversie ==
Nel 1969, durante il programma televisivo L'ora della verità di Gianni Bisiach, Indro Montanelli raccontò della propria esperienza in Etiopia durante la quale aveva comprato e sposato una ragazzina dell'età di 12 anni; venne interrotto dalla domanda di una donna presente nello studio, la scrittrice e giornalista Elvira Banotti, che gli chiese come intendesse il proprio rapporto con le donne dal momento che in Europa il matrimonio con una bambina di 12 anni è considerato violenza. Montanelli rispose che «in Abissinia funziona così». La discussione tra i due giornalisti continuò fino alla chiusura della trasmissione.
La pratica del madamato (il matrimonio a cui fece riferimento Montanelli nell'intervista) era una relazione temporanea more uxorio di cittadini italiani con donne locali, spesso bambine tra gli 8 e i 12 anni, all'epoca legale nelle colonie italiane. Riguardo alla piccola Destà , comprata a 12 anni, Montanelli affermò: «Faticai molto a superare il suo odore, dovuto al sego di capra di cui erano intrisi i suoi capelli, e ancor di più a stabilire con lei un rapporto sessuale perché era fin dalla nascita infibulata: il che, oltre a opporre ai miei desideri una barriera pressoché insormontabile (ci volle, per demolirla, il brutale intervento della madre), la rendeva del tutto insensibile».
Nel 1996, inviava una lettera all'ex ufficiale nazista Erich Priebke, riveriva «Signor Capitano», dopo la (prima) condanna a 15 anni che riteneva una «sentenza insensata». Solidarizzava, «Da vecchio soldato, e sia pure di un Esercito molto diverso dal Suo, so benissimo che Lei non poteva fare nulla di diverso da ciò che ha fatto». Nella strage delle Fosse Ardeatine rivendicava la fine di Giuseppe Cordero di Montezemolo e Filippo De Grenet come «due miei vecchi e cari amici» a cui si paragonava nella sua detenzione al carcere di San Vittore, «Dove potevo subire la stessa sorte toccata agli ostaggi delle Ardeatine». Poi, concludendo, «che anche fra noi italiani ci sono degli uomini che pensano giusto...anche quando coloro che pensano e vedono ingiusto sono i padroni della piazza» e congedava, «Auguri, signor Capitano».
Nel 1999, durante il processo al capitano nazista Theodor Saevecke per la strage di Piazzale Loreto, citato dalla difesa come testimone, attribuiva ogni responsabilità ai fascisti: «A San Vittore era noto che la rappresaglia era stata attuata dai repubblichini. E lo confermano le modalità con cui avvenne: i tedeschi erano soliti agire spietatamente ma secondo i regolamenti, invece quella di piazzale Loreto fu un'operazione sciabattona, i fascisti fecero scendere i detenuti dai camion e li fecero cominciare a correre, poi gli spararono alle spalle».
Incalzato sulla possibilità di prelevare 15 detenuti senza il consenso dell'ufficiale delle SS, rispose: «Sì, perché in carcere i detenuti si dividevano in quelli "ostaggio" dei repubblichini e quelli nelle mani dei tedeschi, e ognuno disponeva dei suoi liberamente». E ribatteva: «Gli interrogatori dei tedeschi erano lunghi, snervanti, ma né io né altri subimmo delle brutalità ». Il PM espose una sua lettera di quel periodo in cui scriveva: «con una carezza particolarmente delicata i tedeschi mi ruppero una costola e mi lesionarono il fegato». Giustificava contraddicendosi: «A venire picchiato non ero stato io, ma Gasparini. E a picchiare non erano stati i tedeschi ma i repubblichini». Poi, per la prima volta, ridimensionava il Cardinale Schuster nella sua liberazione dal carcere per attribuirla alla spia dell'OVRA Ugo Osteria, ma senza chiarire il suo permesso di espatrio da parte di Saevecke. All'indignazione dei familiari delle vittime durante tutta la sua deposizione, terminava: «Rumoreggino pure, me ne fotto dei loro rumori. Io le bugie non le dico».
== Opere ==
=== Prime edizioni ===
=== Pubblicazioni postume ===
=== Opere teatrali ===
Montanelli fu un grande estimatore e frequentatore del teatro e, in particolare, del teatro di varietà . Da giovane, secondo la testimonianza di Gastone Geron, fece parte per una stagione della compagnia di Nanda Primavera (di cui era innamorato). Dal 1937 al 1965 scrisse una decina di commedie che furono messe in scena da vari teatri di Milano, Roma e Torino:
L'idolo (1937) rappresentato al Teatro Sperimentale GUF di Firenze, aprile 1938, regia di Giorgio Venturini.
Lo specchio delle vanità (1942), allestita al Teatro Carignano di Torino.
L'illustre concittadino (1949), allestita al Teatro Excelsior di Milano (scritta con Mario Luciani).
Resisté (1955), allestita al teatro Olimpia di Milano.
Cesare e Silla (1956), allestita al Teatro delle Maschere di Milano.
Viva la dinamite! (1960), allestita al Teatro Sant'Erasmo di Milano.
I sogni muoiono all'alba (1960).
Kibbutz (1961).
Il petto e la coscia (1964), allestita al Piccolo Teatro di via Piacenza di Roma.
Il vero generale Della Rovere (1965), allestita al Teatro Sant'Erasmo di Milano (scritta con Vincenzo Talarico).
Nel 1959 collaborò con Federico Zardi e Vittorio Gassman alla stesura dei testi per la trasmissione televisiva Il Mattatore.
=== Traduzioni ===
André Maurois, Chateaubriand, pp. 343, 16 ill., Milano, Antonio Tarantola Editore, 1946.
André Malraux, Tentazione dell'Occidente, pp. 144, Collana I Quaderni della Medusa n.43, Milano, Mondadori, 1955.
=== Curatele ===
Del libro di Quinto Navarra - non cameriere, bensì commesso a Palazzo Venezia di Mussolini - il ruolo di ghostwriters spetta a Montanelli e Leo Longanesi: essi raccolsero i racconti del Navarra, scrivendo materialmente il volume. Delle memorie del sicario di Giacomo Matteotti, Amerigo Dùmini, a Montanelli va ascritta la trascrizione della versione raccolta nel libro.
Quinto Navarra, Memorie del cameriere di Mussolini, Milano, Longanesi, 1946. - Prefazione di I. Montanelli, Milano, Longanesi, 1983; Introduzione di Stefano Benni, Napoli, L'ancora del Mediterraneo, 2004; Adler, 2020, ISBN 978-88-944-6959-2.
Amerigo Dùmini, 17 colpi, Milano, Longanesi, 1950.
Terzo Reich: storia del nazismo, a cura e con la prefazione ad ognuno dei 3 volumi di I. Montanelli, Roma, Sadea Editore, 1965.
Negli anni Settanta, Montanelli diresse Gli Italiani, una collana di biografie di personaggi storici, scritte quasi tutte da autori italiani, pubblicata dall'Editore Rizzoli. Tra i biografati si citano: Leopardi, di Iris Origo; Galla Placidia, di Lidia Storoni Mazzolani; Cafiero, di Pier Carlo Masini; Cagliostro, I Borgia (entrambi di Roberto Gervaso); Tiziano, di Neri Pozza; Nino Bixio, di Marcello Staglieno; Puccini, di Enzo Siciliano; Metastasio e Baretti, scritti da Maria Luisa Astaldi; [Gioacchino] Belli, di Massimo Grillandi; Foscolo, di Enzo Mandruzzato; Boccaccio e L'Aretino, di Cesare Marchi; Fenoglio, di Davide Lajolo.
=== Prefazioni, introduzioni e presentazioni ===
== Filmografia ==
=== Regie ===
I sogni muoiono all'alba (1961)
=== Soggetti cinematografici ===
Pian delle stelle (1946), sceneggiatura.
Tombolo, paradiso nero (1947), soggetto e sceneggiatura.
L'amant de marbre (1948), sceneggiatura, firmata con Jean George Auriol, pubblicata sul bimestrale francese La Revue du Cinéma, nr.9, gennaio 1948 (film mai realizzato).
Il generale Della Rovere (1959), soggetto e sceneggiatura.
I sogni muoiono all'alba (1961), soggetto e sceneggiatura.
== Onorificenze ==
=== Onorificenze italiane ===
=== Onorificenze straniere ===
== Intitolazioni ==
A Indro Montanelli sono intitolate: una via a Roma, una a Cambiago (MI), una piazza a Sesto San Giovanni (MI), una piazza a Montesilvano (PE) e i giardini milanesi dove era solito passeggiare durante le pause di lavoro. Al giornalista è intitolata anche una scuola: il Liceo classico di San Marco in Lamis (FG).
== Note ==
== Bibliografia su Indro Montanelli ==
Alessandro Scurani, Montanelli. Pro e contro, Milano, Letture, 1971.
Gennaro Cesaro, Dossier Montanelli, Napoli, Fausto Fiorentino, 1974.
Gastone Geron, Montanelli. Il coraggio di dare la notizia, Milano, La Sorgente, 1975.
Marcello Staglieno, Il Giornale 1974-1980, Milano, Società europea di edizioni, 1980.
Tommaso Giglio, Un certo Montanelli, Milano, Sperling & Kupfer, 1981.
Claudio Mauri, Montanelli l'eretico, Milano, SugarCo, 1982.
Marcello Staglieno, Indro Montanelli, Milano, Sidalm-Comune di Milano, 1982.
Tullio Ciarrapico (a cura di), Indro Montanelli. Una vita per la cultura. Letteratura: giornalismo, Roma, Ente Fiuggi, 1985.
Donato Mutarelli, Montanelli visto da vicino, Milano, Ediforum, 1992.
Ettore Baistrocchi, Lettere a Montanelli, Roma, Palazzotti, 1993.
Piero Malvolti, Indro Montanelli, Fucecchio, Edizioni dell'Erba, 1993.
Mario Cervi e Gian Galeazzo Biazzi Vergani, I vent'anni del "Giornale" di Montanelli, 1ª ed., Rizzoli, 1994, ISBN 978-88-17-84323-2.
Giancarlo Mazzuca, Indro Montanelli: la mia "Voce". Storia di un sogno impossibile raccontata da Giancarlo Mazzuca, Milano, Sperling & Kupfer, 1995, ISBN 88-200-1904-3.
Federico Orlando, Il sabato andavamo ad Arcore: la vera storia, documenti e ragioni, del divorzio tra Berlusconi e Montanelli, Larus, 1995, ISBN 978-88-7747-954-9.
Luigi Borgomaneri, Hitler a Milano. I crimini di Theodor Saeveche capo della Gestapo (PDF), Roma, Datanews, 1997, ISBN 978-88-7981-100-2 (archiviato dall'url originale il 12 gennaio 2012).
Marcello Staglieno, Il Novecento visto da Montanelli: l'eretico della destra italiana, suppl. a "Lo Stato", Roma, 20 gennaio 1998.
Marco Delpino, a cura di e con Paolo Riceputi, Indro Montanelli: un cittadino scomodo e un'analisi sulla stampa italiana, Santa Margherita Ligure, Tigullio-Bacherontius, 1999.
Federico Orlando, Fucilate Montanelli: dall'assalto al Giornale alle elezioni del 13 maggio, collana Primo piano, 1ª ed., Editori riuniti, 2001, ISBN 978-88-359-5076-9.
Marcello Staglieno, Montanelli: novant'anni controcorrente, collana Le scie, 1ª ed., Mondadori, 2001, ISBN 978-88-04-50481-8.
Giorgio Soavi, Indro: due complici che si sono divertiti a vivere e a scrivere, collana Il cammeo, vol. 388, Longanesi, 2002, ISBN 978-88-304-2000-7.
Gianluca Mazzini, Montanelli mi ha detto: avventure, aneddoti, ricordi del più grande giornalista italiano, Il cerchio, 2002, ISBN 978-88-8474-025-0.
Arrigo Benedetti, Alberto Moravia, Vitaliano Brancati et al., Indro Montanelli, in AA.VV., Gli scandalosi. Santi, furfanti, geni, provocatori del nostro tempo, Milano, RCS Periodici, 2002, SBN RAV1532101.
Giorgio Torelli, Il Padreterno e Montanelli, Àncora, 2003, ISBN 978-88-514-0090-3.
Paolo Granzotto, Montanelli, Bologna, il Mulino, 2004, ISBN 88-15-09727-9.
Marco Travaglio, Montanelli e il Cavaliere. Storia di un grande e di un piccolo uomo, Prefazione di Enzo Biagi, Milano, Garzanti, 2004 ISBN 88-11-60034-0; Nuova edizione ampliata nella Collana Saggi, con un saggio introduttivo inedito dell'Autore, Milano, Garzanti, 2009, ISBN 978-88-11-60088-6.
Marco Travaglio, Indro: il 900. Racconti e immagini di una vita straordinaria, Milano, Rizzoli, 2021.
Luigi G. De Anna, Montanelli e la Finlandia – la memoria perduta, Parma, Edizioni all'insegna del Veltro, 2005.
Paolo Avanti, Alessandro Frigerio e Indro Montanelli, A cercar la bella destra: i ragazzi di Montanelli, collana Testimonianze fra cronaca e storia. Duemila e dintorni, Mursia, 2005, ISBN 978-88-425-3406-8.
Sandro Gerbi e Raffaele Liucci, Lo stregone: la prima vita di Indro Montanelli, collana Gli struzzi, Einaudi, 2006, ISBN 978-88-06-16578-9.
Renata Broggini, Passaggio in Svizzera: l'anno nascosto di Indro Montanelli, collana Varia/Feltrinelli, 1ª ed., Feltrinelli, 2007, ISBN 978-88-07-49054-5.
Federica Depaolis e Walter Scancarello (a cura di), Indro Montanelli: bibliografia (1930-2006), collana Quaderni, Bibliografia e informazione, 2007, ISBN 978-88-902523-1-0.
Giancarlo Mazzuca, Testimoni del Novecento, Bologna, Poligrafici Editoriale, 2008.
Sandro Gerbi e Raffaele Liucci, Montanelli l'anarchico borghese: la seconda vita 1958-2001, collana Gli struzzi, Einaudi, 2009, ISBN 978-88-06-18947-1.
Giorgio Torelli, Non avrete altro Indro: Montanelli raccontato con nostalgia, collana Profili, Àncora, 2009, ISBN 978-88-514-0669-1.
Iacopo Bottazzi, Montanelli Reporter. Da Addis Abeba a Zagabria in viaggio con un grande giornalista, Roma-Reggio Emilia, Aliberti, 2011, ISBN 88-7424-622-6.
Federica Depaolis, Tra i libri di Indro: percorsi in cerca di una biblioteca d'autore, collana Notiziario bibliografico toscano. Quaderni, Bibliografia e informazione, 2013, ISBN 978-88-907250-6-7.
Sandro Gerbi e Raffaele Liucci, Indro Montanelli: una biografia (1909-2001), Nuova edizione, Editore Ulrico Hoepli, 2014, ISBN 978-88-203-6352-9.
Giancarlo Mazzuca, Indro Montanelli: uno straniero in patria, collana Saggi, I edizione, Cairo, 2015, ISBN 978-88-6052-603-8.
Salvatore Merlo, Fummo giovani soltanto allora: la vita spericolata del giovane Montanelli2, collana Le scie, I edizione, Mondadori, 2016, ISBN 978-88-04-66004-0.
Alberto Mazzuca, Penne al vetriolo: i grandi giornalisti raccontano la Prima Repubblica, Minerva, 2017, ISBN 978-88-7381-849-6.
Alberto Mazzuca, Giancarlo Mazzuca, Indro Montanelli. Dove eravamo rimasti?, Milano, Baldini + Castoldi, 2021, ISBN 978-88-938-8430-3.
"Un Italiano contro: il lungo secolo di Montanelli", a cura di Pier Luigi Vercesi (contributi di Ferruccio De Bortoli; Paolo Milei; Pier Luigi Vercesi; Sergio Romano, Antonio Carioti; Gian Antonio Stella; Isabella Bossi-Fedrigotti; Fernando Mezzetti; Dino Messina; Luigi Offeddu; Beppe Severgnini; Aldo Cazzullo; Donata Righetti; Giangiacomo Schiavi). Milano, Solferino (RCS Mediagroup), 2021.
Alberto Mazzuca e Giancarlo Mazzuca, Silvio in rosso e nero: la vita del Cavaliere in sella all'Italia, collana Le boe, Prima edizione Baldini+Castoldi - La nave di Teseo, Baldini+Castoldi, 2022, ISBN 978-88-9388-497-6.
== Voci correlate ==
Colette Rosselli
Controcorrente (corsivo)
Eppur si muove (programma televisivo)
Giardini pubblici Indro Montanelli
il Giornale
La settimana di Montanelli
La Voce (quotidiano)
Monumento a Indro Montanelli
Storia d'Italia (Montanelli)
== Altri progetti ==
Wikiquote contiene citazioni di o su Indro Montanelli
Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Indro Montanelli
== Collegamenti esterni ==
Montanèlli, Indro, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
MONTANELLI, Indro, in Enciclopedia Italiana, III Appendice, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1961.
Riccardo Sabbatini, MONTANELLI, Indro, in Enciclopedia Italiana, IV Appendice, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1979.
Ciro Lo Muzio, Montanelli, Indro, in Enciclopedia Italiana, VII Appendice, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2007.
Montanelli, Indro, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010.
Montanèlli, Indro, su sapere.it, De Agostini.
Sandro Gerbi e Raffaele Liucci, MONTANELLI, Indro, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 75, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2011.
Indro Montanelli, su siusa.archivi.beniculturali.it, Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche.
Indro Montanelli, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana.
Indro Montanelli, su accademicidellacrusca.org, Accademia della Crusca.
Opere di Indro Montanelli / Indro Montanelli (altra versione), su MLOL, Horizons Unlimited.
(EN) Opere di Indro Montanelli, su Open Library, Internet Archive.
(EN) Indro Montanelli, su Goodreads.
Registrazioni di Indro Montanelli, su RadioRadicale.it, Radio Radicale.
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Registrazioni audiovisive di Indro Montanelli, su Rai Teche, Rai.
(EN) Indro Montanelli, su IMDb, IMDb.com.
(EN) Indro Montanelli, su AllMovie, All Media Network.
Indro Montanelli, su setificio.gov.it. URL consultato il 6 maggio 2020 (archiviato dall'url originale il 26 settembre 2020).
Fondazione Montanelli Bassi, su fondazionemontanelli.it.
Contro il coro - Ritratto di Indro Montanelli. URL consultato il 16 luglio 2019 (archiviato dall'url originale il 28 novembre 2012). La Storia siamo noi
Wikileaks, Conversazione di Montanelli con il console americano a Milano. (1º agosto 1975)
Ricordando Indro Montanelli, un raffinato provocatore, su teche.rai.it, Rai Teche, 1975.
Intervista a Montanelli (ram), su teche.rai.it, Lo specchio del cielo, 1986.
Pagine dedicate a Montanelli, sito del Corriere della Sera, su corriere.it.
Pagine dedicate a Montanelli, sito di RaiNews24, su rainews24.rai.it. URL consultato il 9 giugno 2006 (archiviato dall'url originale il 2 novembre 2007).
Lettere pubblicate ne «La stanza di Montanelli», su littlecamels.com.
Giampiero Mughini, Montanelli, in Il Foglio, 10 marzo 2020. URL consultato il 22 gennaio 2021.
A. Melazzini, Quando con Indro guardavamo Derrick, in Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, dicembre 2004. URL consultato il 2 ottobre 2017 (archiviato dall'url originale il 27 settembre 2007). Intervista a Mario Cervi su Indro Montanelli.
Roberto Gervaso
Roberto Gervaso (Roma, 9 luglio 1937 – Milano, 2 giugno 2020) è stato un giornalista, scrittore e aforista italiano.
I suoi libri sono stati tradotti in Spagna, Portogallo, Francia, Regno Unito, Germania, America Latina, Giappone, Bulgaria, Polonia e Stati Uniti d'America.
== Biografia ==
=== Carriera giornalistica ===
Trascorse l'infanzia a Torino con la famiglia. Studiò in Italia e negli Stati Uniti d'America; nel capoluogo piemontese si laureò in lettere moderne, con una tesi su Tommaso Campanella.
Giovane lettore del Corriere della Sera, scoprì di avere una predilezione per gli articoli di Indro Montanelli. Nel 1956, dopo aver conseguito la maturità liceale, gli chiese un incontro. Montanelli gli aprì le porte della sua casa romana in piazza Navona. Successivamente favorì la sua assunzione come cronista al Corriere d'Informazione, l’edizione del pomeriggio del Corriere (1960). Da Milano Gervaso ottenne il trasferimento a Roma, dove proseguì la sua carriera professionale nel Corriere della Sera.
Tra gli anni sessanta e settanta firmò, insieme a Montanelli, i sei volumi dal 3º all'8º della Storia d'Italia, acquisendo grande notorietà . Negli anni settanta lasciò il Corriere della Sera per mettersi in proprio. Scrisse su altri giornali, cominciò a lavorare in radio e in televisione. * La Rai gli affidò una rubrica di interviste, prima in Domenica in di Pippo Baudo nella stagione televisiva 1980-81 e poi in Buona Domenica di Corrado dal 13 gennaio al 16 giugno 1985. Durante questo periodo divenne celebre la sua imitazione da parte di Gianfranco D'Angelo come "Gervasetto" nel programma televisivo Drive In. Come commentatore politico, a partire dal 1996 e ininterrottamente fino al 2006, condusse il programma Peste e Corna e... Gocce di storia, andato in onda dal lunedì al venerdì alle 7:30 su Rete 4. Compariva in video indossando sempre una cravatta a farfalla.
Fu collaboratore di quotidiani (Il Mattino, Il Messaggero, Il Gazzettino, il Giornale, sul quale tenne una rubrica di aforismi ogni lunedì, e Libero) e periodici, opinionista e commentatore politico e di costume. Fu presidente onorario della «European sexual dysfunction alliance» (ESDA).
Nel maggio 1981 venne scoperta la sua appartenenza alla loggia massonica P2. Al riguardo dichiarò: «Mi ero iscritto perché mi piaceva la massoneria e volevo scriverci un libro, come poi ho fatto. In realtà la P2 era un'entità affaristica contrapposta a quella di Cuccia e Agnelli, che aveva vinto». Dallo scandalo P2 Gervaso uscì pulito, in quanto l'iscrizione ad una loggia massonica segreta non costituisce reato ipso facto.
=== Morte ===
Morì il 2 giugno 2020 a Milano, all'età di 82 anni, dopo una battaglia durata vent'anni contro un tumore della prostata. La camera ardente fu allestita il 4 giugno a Roma al Campidoglio, nella Sala Protomoteca e i funerali vennero celebrati il giorno successivo nella basilica di Santa Maria in Montesanto, nota come la Chiesa degli artisti a piazza del Popolo dove presenziarono alcuni volti noti dello spettacolo; inizialmente il suo corpo venne tumulato nel cimitero comunale di Sacrofano, località dove visse per tanti anni; nel giugno 2021 le sue ceneri sono state traslate nel Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera.
== Vita privata ==
Nel corso della sua vita Roberto Gervaso conobbe tre grandi crisi di natura depressiva: la prima avvenne all'età di 23 anni, la seconda a 43 anni, mentre la terza all'età di 71 anni (in termini temporali, rispettivamente nel 1960, nel 1980 e nel 2008).
Fu vegetariano per oltre quarant'anni. Al riguardo disse di esserlo diventato per tre motivi: perché lo era sua madre, perché provava verso la carne «una ripugnanza filosofica» e infine per il consiglio di un medico, secondo il quale l'essere vegetariano lo avrebbe tenuto lontano da certe malattie.
Si sposò con Vittoria, originaria di Palermo, da cui ebbe una figlia, la giornalista Veronica Gervaso, nata nel 1974.
== Opere ==
=== Programmi radiofonici Rai ===
Gervaso condusse dal 3 al 28 settembre 1979 il contenitore pomeridiano Radiodue estate (poi Radiodue autunno nell'ultima settimana). La trasmissione occupava l'intera fascia pomeridiana dal lunedì al venerdì dalle 15 alle 19,30, regia di Nella Cirinnà .
== Premi e riconoscimenti ==
Ordine della Minerva dell'Università degli Studi "Gabriele d'Annunzio" (2007)
Premio Bancarella: nel 1967 con L'Italia dei Comuni (scritto con Indro Montanelli) e nel 1973 con la biografia di Cagliostro.
Premio Cimitile: 2005 con Qualcosa non va
== Note ==
== Altri progetti ==
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== Collegamenti esterni ==
(EN) Roberto Gervaso, su Goodreads.
Registrazioni audiovisive di Roberto Gervaso, su Rai Teche, Rai.
Roberto Gervaso, su MYmovies.it, Mo-Net s.r.l..
(EN) Roberto Gervaso, su IMDb, IMDb.com.
Storia d'Italia (Montanelli)
Storia d'Italia è un'opera monumentale del giornalista e divulgatore storico Indro Montanelli, coadiuvato prima da Roberto Gervaso e poi da Mario Cervi. Essa è composta da 22 volumi, ognuno dedicato a un'epoca della storia d'Italia dalla caduta dell'Impero romano d'Occidente al 1997. L'opera è diventata nel tempo un long seller e la più popolare serie storica incentrata sulla storia italiana. Interrogato sull'accoglienza entusiastica dei suoi libri, Montanelli spiegava di aver scoperto un pubblico appassionato di Storia, ma fino ad allora respinto dai testi – pur eccellenti – di studiosi specialisti, incapaci però di avvicinare il lettore comune.
La collaborazione con Gervaso e Cervi prevedeva la prevalenza del «marchio» Montanelli. Già con Gervaso, il giornalista toscano raccontava che era il coautore a fare le ricerche, leggere i libri necessari, preparando il bozzone. Partendo da questi elementi, Montanelli operava una riscrittura definitiva. Riguardo alla stesura dei volumi, Mario Cervi, il secondo collaboratore dell'opera, rivendicò in un'intervista il proprio contributo, generalmente sottovalutato da recensori e critici, soffrendo la situazione: «...L'Italia littoria. Da qui prese il via la nostra collaborazione. In verità la gran parte dei volumi successivi, come Indro ha sempre riconosciuto, li ho scritti io, con la sua piena approvazione. Poi lui faceva le prefazioni e le postfazioni, che erano molto importanti. Naturalmente, se dovevo inserire il ritratto di un personaggio di cui Montanelli aveva già scritto, attingevo dai suoi articoli».
La collana ebbe inizio casualmente, su idea e suggerimento di Dino Buzzati, allora redattore de La Domenica del Corriere.
== I due prologhi dell'opera: Storia di Roma e Storia dei Greci ==
La Storia di Roma non fa parte dell'opera Storia d'Italia, ma ne è il primo prologo ed è importante perché il suo successo spinse Montanelli a continuare. Venne pubblicata dapprima a puntate su La Domenica del Corriere nel 1954, dietro suggerimento e incoraggiamento dell'amico e collega Dino Buzzati. Montanelli si rivolse inizialmente ad Arnoldo Mondadori per la pubblicazione in volume, che fu rifiutata, incontrando anche il parere contrario di tre lettori interni alla casa editrice. Così fu pubblicata dalla casa editrice Longanesi. L'autore adottò come punti di riferimento fondamentali le opere di Theodor Mommsen e Jérôme Carcopino. Montanelli ricevette, nel corso della pubblicazione a puntate del libro sul quotidiano, anche molte lamentele:
Montanelli aveva infatti attualizzato la storia romana paragonando Sant'Ambrogio a Henry Ford o a John Davison Rockefeller e affermando che la monarchia di Servio Tullio:
L'opera uscì in volume nel 1957 presso la casa editrice Longanesi e Montanelli alla sua uscita si augurò:
Il libro riscosse tale successo che Montanelli pubblicò nel 1959, stavolta presso l'Editore Rizzoli, una Storia dei Greci, riepilogando con gusto giornalistico le antiche vicende dell'Ellade. Sull'onda del lusinghiero risultato, egli decise di dedicarsi a raccontare le vicende italiane dal 476 d.C., data canonica della caduta dell'Impero Romano d'Occidente, fino a Mussolini.
La Rizzoli Editore divenne così l'editore di tutti i volumi montanelliani, mai andati in quasi 70 anni fuori catalogo o fuori commercio.
== L'opera: un'impresa quarantennale ==
Indro Montanelli intese la sua Storia d'Italia come la naturale prosecuzione della Storia dei Greci e della Storia di Roma. Dopo la pubblicazione delle biografie di Giuseppe Garibaldi (firmata assieme a Marco Nozza nel 1962) e di Dante Alighieri (1964), Montanelli – data l'ampiezza e la mole del lavoro assegnatosi – iniziò una collaborazione col giovane Roberto Gervaso, ventisettenne fresco di studi. Assieme pubblicarono sei volumi: L'Italia dei secoli bui apparve nel 1965, cui seguirono L'Italia dei Comuni, L'Italia dei secoli d'oro, L'Italia della Controriforma, L'Italia del Seicento e L'Italia del Settecento. Storia di uomini più che di ideologie o fatti economico-sociali, nei volumi svettano i ritratti dei personaggi, i frequenti ricorsi all'aneddotica, ma anche l'interpretazione attualizzante dei fatti del passato. La convinzione tutta montanelliana, ribadita e rocciosa, è che nella storiografia accademica italiana siano mancati gli anelli di congiunzione tra l'Accademia e il pubblico, ignaro delle vicende italiane remote e recenti. Tra le eccezioni, individua pochi storici: Guglielmo Ferrero, Gioacchino Volpe, Roberto Ridolfi, Rosario Romeo. Di qui nasce il suo amore per la storiografia anglosassone e francese, e il rapporto di ostilità e l'ostracismo vissuto con gli ambienti accademici italiani.
I cinque volumi successivi – L'Italia giacobina e carbonara, L'Italia del Risorgimento, L'Italia dei Notabili, L'Italia di Giolitti e L'Italia in camicia nera – sono opera del solo Montanelli.
Dopo la fondazione nel 1974 de il Giornale nuovo, la cui direzione assorbe quotidianamente l'impegno di Montanelli, egli accetta la proposta di Mario Cervi (collega giornalista che l'ha seguito lasciando anch'egli il Corriere della Sera) di continuare assieme la pubblicazione dei volumi riguardanti l'Italia del XX secolo. Inaugurò così una nuova lunga collaborazione: il primo volume con Cervi è L'Italia littoria, seguono L'Italia dell'Asse, L'Italia della disfatta, L'Italia della guerra civile, L'Italia della Repubblica, L'Italia del miracolo, L'Italia dei due Giovanni, L'Italia degli anni di piombo, L'Italia degli anni di fango, L'Italia di Berlusconi e L'Italia dell'Ulivo, ultimo capitolo dell'opera. L'attualità raccontata dai due giornalisti di lunga esperienza in presa diretta sul giornale fu così travasata nel saggio storico. Come raccontato da Cervi, dopo la morte del coautore, l'anziano Montanelli firmava la prefazione dei volumi, mentre egli – dopo aver steso di comune accordo la traccia dell'opera – redigeva la gran parte dei testi adeguandosi alla linea montanelliana, al suo impianto culturale inconfondibile: Montanelli poi correggeva i testi, composti da Cervi attingendo a piene mani alla sterminata produzione giornalistica del collega per trattare il periodo divulgato nel volume.
Gli ultimi due volumi, L'Italia del Novecento e L'Italia del Millennio, sono due compendi dell'opera. Un Sommario, prima agile sintesi sugli esordi dell'Italia unita, uscì nel 1986, firmato da Montanelli e dal giornalista Paolo Granzotto.
La monumentale impresa ha avuto enorme diffusione vendendo oltre 20 milioni di copie: dalle prime edizioni rilegate in cofanetto dall'Rizzoli Editore si passò alle ristampe più economiche nei tascabili della Biblioteca Universale Rizzoli; poi si succedono le pubblicazioni parcellizzate in decine di volumetti per le edicole, pubblicate da Fabbri Editore; le edizioni nei club di vendite per corrispondenza di libri tra gli anni settanta e duemila: Club Italiano dei Lettori, Club degli Editori, Euroclub; esce in fascicoli allegati al Giornale durante la direzione di Montanelli. Da un calcolo di Emanuela Scarpellini, al 31 dicembre 2004 furono vendute 7 milioni di copie in libreria e 6 milioni nelle edicole (edizioni a fascicoli Fabbri). Dopo la morte di Montanelli, il Corriere della Sera ha pubblicato i volumi della Storia d'Italia ben tre volte: nel 2003 (raggiunse le 4,5 milioni di copie acquistate), nel 2011 e nel 2018.
A partire dall'edizione BUR pubblicata tra settembre 2010 e novembre 2012, i 22 volumi della Storia d'Italia montanelliana appaiono con la curatela di Sergio Romano, che appone delle premesse introduttive: vengono inseriti anche inserti iconografici a colori, appendici biografiche, cronologiche, bibliografiche aggiornate.
Dall'agosto 2022 fino all'inizio del 2023 è il settimanale TV Sorrisi e Canzoni a riproporre in 24 volumi la Storia d'Italia di Montanelli.
=== L'Italia dei secoli bui. Il Medio Evo sino al Mille ===
Tratta la Storia d'Italia nell'Alto Medioevo. Montanelli utilizzò come fonti la gigantesca opera dello storico bavarese Ferdinand Gregorovius, che egli ammirava profondamente, mentre per la storia dei Papi si ispirò a quella scritta da Ludwig von Pastor. Viene citato Mommsen come fonte di riferimento per la tarda età imperiale, e vengono còlti numerosi parallelismi tra gli eventi passati e quelli novecenteschi, caratteristica tipica delle presentazioni montanelliane. Un esempio fra tutti, la Grande Muraglia viene definita una delle altre Maginot di tutti i tempi. Al principio, parla del declino e della caduta dell'Impero romano d'Occidente, già trattato nella sua Storia di Roma, per cominciare a narrare la prima età medievale.
=== L'Italia dei Comuni. Il Medio Evo dal 1000 al 1250 ===
L'età comunale, fondamentale passaggio storico con l'affermazione dell'autonomia locale nell'ambito dell'Impero. L'autore si ispirò all'opera dello storico britannico Anderson.
=== L'Italia dei secoli d'oro. Il Medio Evo dal 1250 al 1492 ===
Ha come argomento l'evoluzione dal tardo Medioevo al Rinascimento in Italia. Gli autori seguono le vicende della penisola dal declino dell'utopia imperiale fino alla scoperta dell'America.
I grandi personaggi che caratterizzano i "secoli d'oro", da Dante a Cristoforo Colombo, sono presentati utilizzando la magistrale tecnica del chiaroscuro, sottolineandone difetti umani spesso trascurati nei manuali scolastici.
A Dante si rimprovera l'anacronismo della visione politica, spiegando che la sua fede nella restaurazione imperiale era ormai fuori tempo in un'epoca che si avviava a vedere il primato delle monarchie nazionali (e in Italia delle signorie regionali). Di Petrarca è messo in risalto, e quasi ammirato, il disincanto mondano che lo mette al riparo dalle traversie politiche. Al contrario Boccaccio appare incapace di monetizzare i numerosi incarichi diplomatici per vivere con più agio una vecchiaia tranquilla. Sempre la vita di Boccaccio viene presentata in una chiave particolare: l'autore del Decameron, dicono gli autori, si era pentito della dissoluta giovinezza napoletana, e negli ultimi anni si era convertito a una routine più severa e frugale.Morì, a sessantun anno, poco prima del Natale del '75, pieno di rimorsi, e con la convinzione di aver sbagliato la prima metà della sua vita, mentre invece aveva sbagliato la seconda.Impietoso è il giudizio sulla Chiesa Cattolica, le cui vicende di corruzione e decadenza sono spesso affrontate in chiave comica: lo testimonia ad esempio il passo, magistrale per ritmo narrativo, dedicato al rudimentale "telefono" con cui il futuro Bonifacio VIII fa credere al papa in carica, Celestino V, che un angelo mandato da Dio gli ordini di rinunciare al soglio.
Da notare infine la stroncatura riservata a gran parte della letteratura dell'epoca: sono ovviamente salvati i tre massimi capolavori del periodo (Divina Commedia, Canzoniere e Decameron), ma gli autori non mancano di sottolineare come ciascuno dei tre grandi autori trecenteschi si ritenesse destinato alla gloria postuma sulla scorta di opere tutto sommato minori.
=== L'Italia della Controriforma (1492-1600) ===
Il volume – a detta di alcuni il migliore della serie ma da altri criticato– si fonda sul rammarico che dopo quasi tre secoli «da protagonista, l'Italia viene degradata a oggetto delle vicende europee». Montanelli individua nella mancata Riforma protestante l'origine di tutti quei vizi e tratti autoritari che spiegano secoli di arretratezza civile ed economica. Così spiegava la sua tesi storiografica: «Ho accettato la tesi di due grandi maestri, Max Weber e Werner Sombart. Per loro la storia moderna comincia con la Riforma. Io percorro questa intuizione in senso inverso: non avendo noi italiani avuto la Riforma, abbiamo perso il treno della civiltà moderna». Un giudizio evidente nella seguente descrizione:
Gli autori videro nel trionfo autoritario della Controriforma lo spartiacque che segnò la perdita dell'autonomia nazionale, avvenuta all'acme dell'Umanesimo e del Rinascimento artistico e letterario italiano, e il rapido declino economico degli Stati della Penisola. Così Filippo II di Spagna, Re della Controriforma, soprattutto nella sua guerra agli olandesi riformati delle Fiandre «non capiva, non poteva capire che la sua lotta contro l'eresia era stata la lotta contro il mondo moderno, che proprio da quell'eresia prendeva l'avvio. Tutti i suoi sforzi e quelli della Chiesa erano riusciti soltanto a sottrarre a questa rivoluzione il loro feudo: la Spagna, l'Italia e il continente latino-americano. Con quali conseguenze per questi Paesi lo vediamo ancor oggi».
Da Girolamo Savonarola all'ascesa dei Borgia, il dramma della coscienza cristiana per lo scisma protestante, teologi ed eretici, dalle ricadute storiche della Riforma luterana alla reazione cattolica del Concilio di Trento, il boom artistico del Rinascimento e dei suoi protagonisti: Michelangelo Buonarroti, Raffaello Sanzio, Leonardo da Vinci, Niccolò Machiavelli, Francesco Guicciardini, Torquato Tasso, Ludovico Ariosto, Pietro Aretino, Benvenuto Cellini.
Montanelli chiude simbolicamente l'opera evocando l'immagine del rogo di Giordano Bruno perché esso «illumina di una luce più pertinente lo squallido paesaggio italiano dell'Italia della Controriforma: un prete e un gendarme intenti ad arrostire un ribelle privo anche del conforto di una causa a cui intestare il proprio sacrificio».
=== L'Italia del Seicento (1600-1700) ===
Storia di un secolo segnato dai progressi scientifici, l'ascesa e il declino delle potenze locali.
In questo volume viene dato molto spazio a fatti e scenari esteri: le conquiste spagnole nel Sud America che portano maree di oro in Europa e che possono essere viste come premesse della crisi economica, la guerra dei trent'anni, figlia della crisi stessa, le vicende dinastiche del casato degli Asburgo e l'ascesa della Francia. L'Italia viene rappresentata come colonia delle grande potenze protagoniste di questo secolo: è ben lontana dal capitalismo calvinista nascente nelle regioni dell'Europa settentrionale, immobilizzata nel latifondo e nelle cariche nobiliari.
=== L'Italia del Settecento (1700-1789) ===
Sullo sfondo delle guerre di successione europee, un excursus dal barocco ai lumi, alla rivoluzione francese.
=== L'Italia giacobina e carbonara (1789-1831) ===
Dalla Rivoluzione francese al turbine napoleonico che rovesciò lo status quo in Italia e in Europa; segue la plumbea Età della Restaurazione imposta dall'Austria sull'Italia pre-unitaria. Il libro racconta poi la fase dei primi fermenti risorgimentali manifestatisi coi moti carbonari, presto repressi.
=== L'Italia del Risorgimento (1831-1861) ===
Dalla conclusione dei moti carbonari all'Unità d'Italia.
=== L'Italia dei Notabili (1861-1900) ===
Storia del Paese dall'Unità all'assassinio di Re Umberto, il 29 luglio 1900. Questi 39 anni vedono periodi difficili, segnati dalle delusioni di un Paese che risulta unito solo sulla carta, ma che di fatto vede contrapporsi un Nord ricco e indipendente a un Sud ridotto a un costante sottosviluppo. L'Esercito italiano viene sconfitto a Custoza e la Marina a Lissa. Per cercare di realizzarsi, la classe dirigente persegue il sogno di costruire un impero in Africa, al pari delle altre potenze europee, che si rivelerà esorbitante per le casse pubbliche del giovane Stato, e foriero di sconfitte.
All'interno, si assiste alla ottusa politica reazionaria, inaugurata da Crispi e da altri governi autoritari. La repressione in Sicilia, l'azione spietata di Bava Beccaris, che nel 1898 spara sulla folla che a Milano protesta per il rincaro del pane, provoca decine di morti. Per vendicarle, l'anarchico Bresci uccide a Monza il sovrano Savoia, già scampato in precedenza ad altri due attentati mortali.
=== L'Italia di Giolitti (1900-1920) ===
Ricostruisce il periodo dall'inizio del nuovo secolo sino alla fine della prima guerra mondiale, dominato in campo politico, ma anche in quello del costume, dalla figura di Giovanni Giolitti. I primi due decenni del Novecento italiano vanno dal regicidio di Monza di Umberto I al «Natale di sangue» di Fiume.
Con le sue riforme, dà il via alla nascita della grande industria in Italia, che permette all'Esercito di conquistare la Libia, allora parte dell'Impero Ottomano.
Grande spazio è dedicato alla Grande Guerra, alle conseguenze economiche e sociali dell'immenso conflitto. Giolitti cercò, senza successo, di tenere il Paese fuori dal conflitto. Secondo Montanelli, «Al di là della vicenda dello Stato Maggiore mi ha interessato quella del fante, perché la trasformazione della società italiana avvenne in trincea.»
=== L'Italia in camicia nera (1919-3 gennaio 1925) ===
Montanelli narra la storia della conquista del potere di Benito Mussolini: dalla fondazione dei Fasci italiani di combattimento nel marzo 1919, dai disordini del biennio rosso alla marcia su Roma, dalla sua nomina a Presidente del Consiglio in un Governo di coalizione all'instaurazione della dittatura fascista con il discorso del 3 gennaio 1925 col quale, dopo le convulsioni provocate dal caso Matteotti, il deputato socialista assassinato, egli liquidò il vecchio regime liberale. Gli eventi che portarono l'Italia ad una svolta politica drammatica.
=== L'Italia littoria (1925-1936) ===
Storia del Paese durante il consolidamento della dittatura e l'avventura coloniale.
=== L'Italia dell'Asse (1936-10 giugno 1940) ===
Gli anni segnati dall'Asse Roma-Berlino sino alla dichiarazione di guerra.
=== L'Italia della disfatta (10 giugno 1940-8 settembre 1943) ===
La guerra a fianco della Germania viene ripercorsa sino all'armistizio e alla rotta dell'esercito italiano.
=== L'Italia della guerra civile (8 settembre 1943-9 maggio 1946) ===
Il libro, che volutamente definisce il periodo «guerra civile» e non soltanto «Resistenza» per sottolineare la confusione regnante nel Paese, si chiude con l'abdicazione di Vittorio Emanuele III.
=== L'Italia della Repubblica (2 giugno 1946-18 aprile 1948) ===
Dal referendum costituzionale alla vittoria della Democrazia Cristiana che vincolò il Paese al blocco occidentale, fino all'elezione di Luigi Einaudi a Presidente della Repubblica.
Gli autori avrebbero anche potuto intitolare il volume L'Italia delle scelte, sostenendo che nel biennio 1946-1948 l'Italia fece quelle fondamentali, instaurando la Repubblica al posto della Monarchia e schierandosi nel campo dei Paesi occidentali.
=== L'Italia del miracolo (14 luglio 1948-19 agosto 1954) ===
Tra l'attentato a Palmiro Togliatti, che scatenò tumulti nel Paese, e la morte di Alcide De Gasperi che aveva guidato l'Italia nella ricostruzione, vengono gettate le premesse per il «miracolo economico». La stagione della Ricostruzione postbellica avviene nel segno della vittoria elettorale della Democrazia Cristiana di De Gasperi. L'Italia fu uno dei principali percettori dei fondi del Piano Marshall, concesso dall'America di Truman per salvare l'Europa impoverita dalla sottomissione al cosmo staliniano dell'URSS. La rinascita economica vedrà l'affermazione dell'industria, divenuta presto una delle più competitive d'Europa.
La creazione della Cassa del Mezzogiorno fu la risposta all'arretratezza endemica delle aree depresse del Sud Italia, la sempre irrisolta «questione meridionale».
Questi sono anni di tensioni fra Occidente libero e la minaccia incombente dell'URSS di Stalin: l'inasprimento del dibattito politico si riverbera anche in Italia.
Gli autori avrebbero voluto chiamare il volume L'Italia di De Gasperi – sostenendo che il miracolo fu successivo agli eventi narrati – affermando che il titolo fu imposto per ragioni commerciali.
=== L'Italia dei due Giovanni (1955-1965) ===
Papa Giovanni XXIII e Giovanni Gronchi sono i personaggi che a diverso titolo connotano gli anni descritti nel libro. Si assiste all'allentarsi dell'unità d'azione tra il Partito Comunista di Togliatti e il PSI, ormai minoritario. Nel XX Congresso del PCUS, il leader sovietico Kruscev denuncia i crimini di Stalin. La Democrazia Cristiana lentamente si evolve in «partito che guarda a sinistra» con l'obiettivo di coinvolgere nell'area di Governo il Partito Socialista di Nenni. Ebbe così via il primo esperimento di centro-sinistra.
Gli autori avevano inizialmente pensato di interrompere il racconto della Storia d'Italia con la morte di De Gasperi, ma poi decisero di continuare narrando anche i fatti del decennio successivo, e annunciarono la futura pubblicazione del volume riguardante il periodo sessantottino e postsessantottino.
=== L'Italia degli anni di piombo (1965-1978) ===
Dagli anni che precedono la contestazione (chiamati «anni di gomma»), la lunga notte del terrorismo, attraverso l'assassinio di Aldo Moro sino all'elezione di Sandro Pertini a Presidente della Repubblica.
Nell'Avvertenza che precede il libro Montanelli scrisse:
=== L'Italia degli anni di fango (1978-1993) ===
Dall'elezione di Papa Giovanni Paolo II attraverso la P2, i colpi di coda dell'eversione, il primo governo socialista, la nascita della Lega Nord, il passaggio dal PCI al PDS fino a Tangentopoli e al crollo del sistema politico nato nel dopoguerra.
=== L'Italia di Berlusconi (1993-1995) ===
Gli strascichi delle inchieste di corruzione, la nuova legge elettorale e l'enorme concentrazione di massmedia posseduti favoriscono l'ascesa politica di Silvio Berlusconi, che vince le elezioni del 1994 e forma un governo la cui breve esistenza sarà particolarmente travagliata. La coalizione di governo vede la partecipazione di Forza Italia, Lega Nord e, per la prima volta, dei postfascisti di Alleanza Nazionale, evoluzione dell'MSI, di cui è segretario Gianfranco Fini.
=== L'Italia dell'Ulivo (1995-1997) ===
Dall'autunno 1995 alla prima crisi del governo Prodi nell'ottobre 1997. Storia e cronaca si saldano, chiosate da questa amara considerazione di Montanelli nel Poscritto:
== I tre compendi dell'opera ==
La prima sintesi dell'opera fu il Sommario di storia d'Italia dall'Unità ai giorni nostri: tratta il periodo dalla proclamazione del Regno d'Italia, 17 marzo 1861, fino all'elezione a Presidente della Repubblica di Luigi Einaudi, l'11 maggio 1948. Fu scritto assieme al giornalista Paolo Granzotto e pubblicato da Rizzoli nel novembre 1986. Il libro da allora non fu più ristampato.
Sebbene l'opera della Storia d'Italia si fermi al 1997, Montanelli e Cervi pubblicarono altri due libri che oltre a riassumere i fatti principali descritti nei libri precedenti aggiornarono di un paio d'anni l'opera. Il primo libro uscì nel dicembre 1998: L'Italia del Novecento tratta tutta la situazione politica italiana dal 1900 al 1998 inserendo alla fine un breve trafiletto in cui viene descritta la caduta del governo Prodi e la nascita del governo D'Alema, fatti che non sono raccontati in L'Italia dell'Ulivo poiché quest'ultimo libro si ferma all'ottobre del 1997.
Nel dicembre 2000 infine uscì L'Italia del Millennio, una sinossi che riassumeva i fatti principali della Storia italiana dall'anno 1000 sino alla fine dell'anno 2000, ragguagliando brevemente la situazione politica italiana con la caduta dell'esecutivo di D'Alema, il secondo governo Amato e le previsioni per le imminenti elezioni politiche del 2001.
== Edizioni ==
=== Prologhi della Storia d'Italia ===
Indro Montanelli, Storia di Roma, Milano, Longanesi, 1957; Milano, Rizzoli, 1959.
Indro Montanelli, Storia dei Greci, Milano, Rizzoli, 1959.
=== Storia d'Italia ===
Indro Montanelli e Roberto Gervaso, L'Italia dei secoli bui. Il Medio Evo sino al Mille, Milano, Rizzoli, 1965, ISBN 88-17-42707-1.
Indro Montanelli e Roberto Gervaso, L'Italia dei Comuni. Il Medio Evo dal 1000 al 1250, Milano, Rizzoli, 1966, ISBN 88-17-42708-X.
Indro Montanelli e Roberto Gervaso, L'Italia dei secoli d'oro. Il Medio Evo dal 1250 al 1492, Milano, Rizzoli, 1967, ISBN 88-17-42709-8.
Indro Montanelli e Roberto Gervaso, L'Italia della Controriforma (1492-1600), Milano, Rizzoli, 1968, ISBN 88-17-42710-1.
Indro Montanelli e Roberto Gervaso, L'Italia del Seicento (1600-1700), Milano, Rizzoli, 1969, ISBN 88-17-42711-X.
Indro Montanelli e Roberto Gervaso, L'Italia del Settecento (1700-1789), Milano, Rizzoli, 1970, ISBN 88-17-42012-3.
Indro Montanelli, L'Italia giacobina e carbonara (1789-1831), Milano, Rizzoli, 1971, ISBN 88-17-42713-6.
Indro Montanelli, L'Italia del Risorgimento (1831-1861), Milano, Rizzoli, 1972, ISBN 88-17-42714-4.
Indro Montanelli, L'Italia dei Notabili (1861-1900), Milano, Rizzoli, 1973, ISBN 88-17-42715-2.
Indro Montanelli, L'Italia di Giolitti (1900-1920), Milano, Rizzoli, 1974, ISBN 88-17-42716-0.
Indro Montanelli, L'Italia in camicia nera (1919-3 gennaio 1925), Milano, Rizzoli, 1976, ISBN 88-17-42719-5.
Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia littoria (1925-1936), Milano, Rizzoli, 1979, ISBN 88-17-42720-9.
Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia dell'Asse (1936-10 giugno 1940), Milano, Rizzoli, 1980, ISBN 88-17-42721-7.
Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia della disfatta (10 giugno 1940-8 settembre 1943), Milano, Rizzoli, 1982, ISBN 88-17-42020-4.
Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia della guerra civile (8 settembre 1943-9 maggio 1946), Milano, Rizzoli, 1983, ISBN 88-17-42723-3.
Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia della Repubblica (2 giugno 1946-18 aprile 1948), Milano, Rizzoli, 1985, ISBN 88-17-42724-1.
Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia del miracolo (14 luglio 1948-19 agosto 1954), Milano, Rizzoli, 1987, ISBN 88-17-42725-X.
Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia dei due Giovanni (1955-1965), Milano, Rizzoli, 1989, ISBN 88-17-42726-8.
Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo (1965-1978), Milano, Rizzoli, 1991, ISBN 88-17-42805-1.
Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di fango (1978-1993), Milano, Rizzoli, 1993, ISBN 88-17-42729-2.
Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia di Berlusconi (1993-1995), Milano, Rizzoli, 1995, ISBN 88-17-42810-8.
Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia dell'Ulivo (1995-1997), Milano, Rizzoli, 1997, ISBN 88-17-42810-8.
=== Compendi della Storia d'Italia ===
Indro Montanelli - Paolo Granzotto, Sommario di Storia d'Italia dall'Unità ai giorni nostri, Milano, Rizzoli, 1986, ISBN 978-88-1742-802-6.
Indro Montanelli - Mario Cervi, L'Italia del Novecento, Collana Storica, Milano, Rizzoli, 1998, ISBN 978-88-1786-014-7; Milano, Superpocket, 1999; Edizione aggiornata alle regionali del 2000, Milano, BUR, 2000, ISBN 978-88-178-6402-2; Milano, Fabbri Editori, 2001.
Indro Montanelli - Mario Cervi, L'Italia del Millennio. Sommario di dieci secoli di storia, Collana Storica, Milano, Rizzoli, 2000, ISBN 978-88-1786-608-8; Milano, Superpocket, 2001; Milano, BUR, 2002.
=== Raccolte ===
L'Italia del Medioevo. Dalla fine dell'Impero romano a Colombo, Collana BUR Saggi, Milano, Rizzoli, 2015, ISBN 978-88-170-8396-6. [contiene: L'Italia dei secoli bui, L'Italia dei Comuni, L'Italia dei secoli d'oro]
L'Italia delle grandi guerre. Da Giolitti all'armistizio, Collana BUR Saggi, Milano, Rizzoli, 2015, ISBN 978-88-170-8398-0. [contiene: L'Italia di Giolitti, L'Italia dell'Asse, L'Italia della disfatta, L'Italia della guerra civile]
L'Italia unita. Da Napoleone alla svolta del Novecento, Collana BUR Saggi, Milano, Rizzoli, 2015, ISBN 978-88-170-8397-3. [contiene: L'Italia giacobina e carbonara, L'Italia del Risorgimento, L'Italia dei notabili]
== La Storia d'Italia di Indro Montanelli ==
Alla fine degli anni novanta fu realizzata un'edizione video dell'opera, intitolata La Storia d'Italia di Indro Montanelli, prodotta dalla Cecchi Gori Editoria Elettronica Home Video e curata da Mario Cervi. La serie era composta da 20 puntate e raccontava i principali fatti italiani dal periodo fascista fino alla crisi del governo Prodi nel 1997. Le varie puntate erano così strutturate: Mario Cervi introduceva gli argomenti da trattare, mentre Montanelli rispondeva alle domande di Alain Elkann, aggiungendo considerazioni e ricordi personali, seduti in una sala del Grand Hotel et de Milan. È uscita in VHS come inserto del Corriere della Sera a partire dal 5 settembre 1999 (due puntate per ogni videocassetta), ed è stata trasmessa in tv su Telemontecarlo dal 5 aprile all'8 giugno 2000.
== Note ==
== Altri progetti ==
Wikiquote contiene citazioni di o su Storia d'Italia
== Collegamenti esterni ==
(EN) Storia d'Italia, su Goodreads.
Persuasione (romanzo)
Persuasione (Persuasion, 1818) è un romanzo della scrittrice inglese Jane Austen, pubblicato postumo dal fratello e composto tra il 1815 e il 1816. La scrittrice inizierà a lavorare a questo romanzo immediatamente dopo aver finito Emma. È l'ultima opera completa scritta poco prima dell'aggravarsi della malattia di Addison che la porterà alla morte nel luglio del 1817.
== Genesi del titolo ==
Il titolo del romanzo si riferisce alla persuasione che ha subito Anne Elliot nel rifiutare il Capitano Wentworth e a quella che gli altri personaggi del romanzo subiscono o rifiutano di subire. Il titolo del romanzo non fu scelto dalla scrittrice, infatti molti critici ritengono che il titolo del romanzo sarebbe stato The Elliotts, ma la scrittrice morì prima di pubblicare il libro e quindi di scegliere il titolo.
== Trama ==
Anne Elliot è la secondogenita di Sir Walter Elliott: la moglie di lui è morta da tempo e la prima figlia, Elizabeth, ne ha preso il posto nella gestione della casa e nei rapporti con il vicinato; la sorella minore, Mary, ha sposato Charles Musgrove, figlio di un rispettato e ricco proprietario terriero, che anni prima aveva corteggiato Anne la quale, però, lo aveva rifiutato. La famiglia appartiene alla nobiltà inglese, essendo Sir Walter baronetto.
Sir Walter, Elizabeth e Mary sono molto orgogliosi della loro posizione sociale, e giudicano con disprezzo chiunque appartenga ad una classe inferiore; Anne, invece, non dà importanza alcuna alle differenze di classe, ed è spesso imbarazzata dal comportamento del padre e delle sorelle. Oltretutto nessuno della sua famiglia prova un sincero affetto per lei, perché a 27 anni non si è ancora sposata e sembra destinata a rimanere zitella. Otto anni prima Anne era fidanzata con il Capitano Frederick Wentworth, che lei amava profondamente, e da cui era ricambiata, ma Lady Russell, la migliore amica di sua madre, aveva persuaso la ragazza a rompere il fidanzamento. Lady Russell, simile in questo a Sir Walter Elliot e alle sue figlie, aveva ritenuto la scelta di Anne poco saggia, in quanto al tempo Frederick era un povero ufficiale di marina, senza un'importante famiglia alle spalle (quindi di ceto inferiore al loro), e apparentemente senza grandi prospettive per il futuro.
Sir Walter ha mantenuto per anni uno stile di vita molto superiore alle sue reali possibilità e ora si trova costretto dai debiti ad affittare la propria casa. Giunge per questo l'Ammiraglio Croft, cognato di Wentworth, ed in questa occasione il Capitano ed Anne hanno occasione di rivedersi. Anne viene così a sapere che, grazie alle guerre contro Napoleone, Frederick ha avuto una promozione e ha avuto un premio di 25.000 sterline. Tutti i Musgrove, compresi Mary, suo marito Charles e le sue due sorelle Louisa e Henrietta, sono felici di avere i Croft e Frederick a ravvivare il vicinato. Entrambe le sorelle Musgrove sono attratte da Frederick, nonostante Henrietta, prima di incontrarlo, accettasse la corte fattale dal pastore Charles Hayter, suo cugino, il quale, secondo Mary, non è adatto ad Henrietta perché proveniente da una famiglia socialmente inferiore ai Musgrove. Intanto Charles, Mary e i Croft scommettono su quale delle due sorelle sceglierà Frederick.
Un giorno, durante un'escursione a Lyme per andare a trovare il Capitano Harville, amico di Frederick, che qui abita insieme alla moglie e al capitano Benwick, Louisa cade e batte violentemente il capo a terra. Tutte le persone che le erano vicine si fanno prendere dal panico e la danno per morta, ma interviene Anne che, con prontezza di spirito, fa chiamare un medico. L'atteggiamento deciso di Anne nei confronti di Louisa scatena nuovamente l'ammirazione di Frederick, il quale, qualche giorno prima, aveva dichiarato che la sua donna ideale era decisa e risoluta, non potendo sopportare le persone deboli di carattere. Louisa si riprende molto lentamente, e intanto si avvicina al Capitano Benwick, con cui successivamente si fidanzerà .
Nel frattempo Sir Walter, Elizabeth e Mrs. Clay, figlia divorziata dell'amministratore di Sir Walter, si trasferiscono a Bath, sperando in tal modo di risparmiare abbastanza da rimettere in sesto l'economia della famiglia. Qui incontrano il cugino ed erede di Sir Walter, William Elliot, che cerca di riprendere i rapporti con la famiglia del baronetto, bruscamente interrotti anni prima a causa del proprio matrimonio con una donna socialmente inferiore, seppur molto ricca. Elizabeth spera che questo riavvicinamento sia dovuto al fatto che voglia sposarla, mentre appare chiaro che William è interessato ad Anne. William Elliot pare essere un perfetto gentiluomo, ma Anne non si fida completamente di lui, giudicando sospetto il suo improvviso interesse a ricucire i rapporti con sir Walter. Tali dubbi vengono chiariti quando Anne scopre che a Bath vive una sua vecchia compagna di collegio, Mrs. Smith, malata e caduta in miseria.
Anne va a farle visita e scopre che i coniugi Smith furono amici intimi di William e della sua defunta moglie, i quali li incoraggiarono a tenere uno stile di vita dispendioso, per poi abbandonarli una volta caduti in miseria. Mrs. Smith, inoltre, riferisce ad Anne che il riavvicinamento di William a suo padre è avvenuto solo per salvaguardare i propri interessi, in quanto teme un matrimonio fra Sir Walter e Mrs. Clay, matrimonio che gli farebbe perdere i suoi diritti ereditari. I Musgrove, intanto, giungono a Bath per comprare il corredo per le figlie Louisa ed Henrietta: quest'ultima, infatti, ha deciso di sposare Hayter. Anne e Frederick si riavvicinano e chiariscono i loro sentimenti: decidono di fidanzarsi e questa volta la famiglia di Anne non ha obiezioni, vista anche la fortuna economica di Frederick. Mr. Elliott, che non può più sposare Anne, lascia Bath, e successivamente si viene a sapere che convive a Londra con Mrs. Clay: il padre di Anne e la sorella Elizabeth capiscono, infine, di essere stati ingannati. Lady Russell, la cui influenza al tempo fu decisiva nella rottura del fidanzamento tra Anne e Frederick, ammette di essersi sbagliata sul conto di quest'ultimo, e Anne e Frederick, una volta sposati, prendono sotto la loro protezione Mrs. Smith che, grazie all'aiuto di Frederick, riesce a riscattare una piantagione nelle Antille appartenuta al marito e quindi a migliorare notevolmente la propria condizione economica.
== Traduzioni italiane ==
Persuasione, trad. di M.A. Denti, Milano, Tip. F.lli Magnani e C., 1945.
Persuasione, trad. di Giulietta Cardone Cattaneo, Milano, Rizzoli, 1961; con un saggio di Virginia Woolf, Collana BUR, Milano, Rizzoli, 1996.
Persuasione, a cura di Romano Carlo Cerrone, Torino, UTET, 1982; Milano, TEA, 1988.
Persuasione, trad. di Luciana Pozzi, Introduzione di Attilio Bertolucci, Milano, Garzanti, 1989.
Persuasione, trad. di Maria Luisa Castellani Agosti, a cura di Malcolm Skey, Roma-Napoli, Theoria, 1995, ISBN 978-88-241-0414-2; Torino, Einaudi, 2011.
Persuasione, trad. di Fiorenzo Fantaccini, a cura di Ornella De Zordo, Roma, Newton Compton, 1996-2025.
Persuasione, a cura di Anna Luisa Zazo, Collana Oscar, Milano, Mondadori, 2002.
Persuasione, trad. di Caterina Ciccotti, Siena, Barbera, 2009; Santarcangelo di Romagna, Rusconi, 2012.
Persuasione, trad. di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, Collana UEF. I Classici, Milano, Feltrinelli, 2015, ISBN 978-88-079-0198-0.
Persuasione, trad. di Susanna Basso, in: Romanzi e altri scritti, vol. II, a cura di Liliana Rampello, collana I Meridiani, Milano, Mondadori, 2025, ISBN 978-88-047-1417-0.
Persuasione, traduzione di Fulvia Quercia, Milano, Frassinelli, 2025, ISBN 978-88-934-2093-8.
== Adattamenti ==
Persuasione, film del 1995 tratto dal romanzo
Persuasione, film del 2007 tratto dal romanzo
Persuasione, film del 2022 tratto dal romanzo
== Bibliografia ==
T. Tanner, Jane Austen, Londra, Macmillan, 1986, pp. 45-46.
M. Billi, "Persuasion": From prudence to romance, in F. Marroni (a cura di), Dalla parte di Jane Austen, Pescara, Tracce, 1994, pp. 97-152.
S. Gilbert, S. Gubar, Jane Austen's Cover Story (and Its Secret Agents), in The Madwoman in the Attic, London, Yale University Press, 1984, pp. 146-83.
J. Bowman Swanson, Towards a Rhetoric of Self: The Art of "Persuasion", in Nineteenth-Century Fiction, 1981-82, pp. 1-21.
J. Van Sickle Johnson, The Bodily Frame: Learning Romance in "Persuasion", in Nineteenth-Century Fiction, 1983, pp. 43-61.
A. Walton Litz, Jane Austen: A Study of Her Artistic Development, Londra, Chatto & Windus, 1965.
M. Kirkham, Jane Austen, Feminism and Fiction, Brighton, The Arvester Press, 1983.
== Altri progetti ==
Wikiquote contiene citazioni da Persuasione
Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Persuasione
== Collegamenti esterni ==
(EN) Persuasion, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
(EN) Edizioni e traduzioni di Persuasione, su Open Library, Internet Archive.
(EN) Persuasione, su Goodreads.
(EN) Persuasione, su MusicBrainz, MetaBrainz Foundation.
Jane Austen, Persuasion, New York, Frank S. Holby, 1906.
Persuasione su jausten.it