Lorenzo Milani
Don Lorenzo Milani, nome completo Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti (Firenze, 27 maggio 1923 – Firenze, 26 giugno 1967), è stato un presbitero, scrittore, docente ed educatore cattolico italiano.
La sua figura di prete è legata all'esperienza didattica rivolta ai bambini poveri nella disagiata e isolata scuola di Barbiana, nella canonica della chiesa di Sant'Andrea. I suoi scritti innescarono aspre polemiche, coinvolgendo la Chiesa cattolica, gli intellettuali e politici dell'epoca; Milani fu un sostenitore dell'obiezione di coscienza opposta al servizio militare maschile (all'epoca obbligatorio in Italia); per tale motivo fu processato per apologia di reato. In primo grado venne assolto "perché il fatto non costituisce reato", mentre in appello morì prima che si giungesse a sentenza.
Il suo libro Esperienze Pastorali, inizialmente dotato dell'imprimatur ecclesiastico, fu oggetto di un decreto del Sant'Uffizio del 1958 contenente la proibizione di stampa e di diffusione e, solo nel 2014, dopo 56 anni, la ristampa del libro non ha più avuto proibizione da parte della Chiesa.
== Biografia ==
Lorenzo Milani nacque il 27 maggio 1923 a Firenze da Albano Milani Comparetti e da Alice Weiss, ebrea triestina. Era il secondogenito di tre figli, preceduto da Adriano e seguito da Elena. Il padre, un chimico con la passione per la letteratura, si dedicava alla gestione dei suoi poderi di Montespertoli (Firenze), comprendenti la villa nella frazione Gigliola e nei pressi del castello di Montegufoni. Il padre era figlio di Luigi Adriano Milani, archeologo e numismatico che aveva sposato Laura Comparetti, figlia del filologo e senatore Domenico e della pedagogista Elena Raffalovich. Lorenzo Milani era zio del matematico e astronomo Andrea Milani Comparetti. Da queste illustri parentele i Milani avevano ereditato libri, opere d'arte e reperti archeologici..
La madre proveniva da una famiglia di ebrei boemi che si erano trasferiti a Trieste per lavoro. Anch'ella poteva vantare un notevole bagaglio culturale: allieva di James Joyce, era cugina di Edoardo Weiss, che la introdusse agli studi di Sigmund Freud. I genitori, che si dichiaravano entrambi agnostici e anticlericali, intrapresero rapporti di amicizia con altre famiglie della cultura fiorentina come gli Olschki, i Valori, i Pavolini, i Castelnuovo Tedesco, i Ranchetti Cappelli, gli Spadolini. Lorenzo, Adriano e Elena, dunque, vissero in un clima estremamente vivace dal punto di vista intellettuale.
Nel 1930, a causa della crisi economica, la famiglia si spostò a Milano. Trattandosi di una famiglia comprendente ebrei, il progressivo aggravarsi negli anni successivi dell'antisemitismo e l'ascesa del nazismo in Germania indussero i genitori a contrarre cautelativamente matrimonio con rito cattolico e a battezzare i loro figli.
Lorenzo Milani parlava inglese, francese, tedesco, spagnolo, latino ed ebraico.
Ragazzo vivace e intelligente, frequentò con scarso profitto il liceo ginnasio Giovanni Berchet di Milano, diplomandosi nel maggio del 1941.
Rifiutò di iscriversi all'università - cosa che i genitori avrebbero desiderato - e manifestò l'intenzione di dedicarsi all'attività di pittore.
A fine maggio 1941 iniziò a frequentare lo studio del pittore tedesco Hans-Joachim Staude a Firenze. Staude si rivelerà figura fondamentale non solo per la crescita artistica di Lorenzo, ma anche per il suo cammino verso la conversione. Secondo la biografia scritta da Neera Fallaci, le regole artistiche apprese dal maestro - in un soggetto cercare sempre l'essenziale, vedere sempre i dettagli come parte di un tutto - saranno da Lorenzo applicate alla vita, così come più tardi dirà lui stesso al suo maestro.
A settembre 1941 Lorenzo Milani si iscrisse al corso di pittura all'Accademia di Brera a Milano. Qui ebbe come insegnanti Achille Funi ed Eva Tea. Quest'ultima ebbe un ruolo importante nel suscitare nel giovane Lorenzo l'interesse per l'arte sacra e la liturgia.
In quel periodo Milani "aveva una infatuazione per una bella ragazza dai capelli rossi conosciuta a Brera. Si chiamava Tiziana. Lorenzo mi mostrò dei ritratti che le aveva fatto", ricorda l'amico Saverio Tutino.
Tiziana Fantini, compagna di corso di Lorenzo, era già impegnata sentimentalmente, ma i due trascorrevano insieme molto tempo condividendo la passione per l'arte e un atteggiamento di opposizione al regime fascista. Secondo Valentina Alberici, Tiziana sarà testimone privilegiata del cambiamento interiore di Lorenzo: «Io mi farò prete», le confiderà nel 1942 in una chiesa. Mentre Lorenzo frequenterà solo il primo anno di Accademia, Tiziana Fantini concluderà il corso di studi e diventerà pittrice prima a Milano, poi a Trieste.
Un'altra liaison di una certa intensità riguardò Carla Sborgi, zia di Pietro Ichino (i cui genitori sostennero molte delle iniziative di Don Milani), definita da Neera Fallaci "quasi fidanzata". Michele Ranchetti, amico sia della donna sia di Don Milani, testimoniò della "ferita" che le cagionò l'abbandono da parte di Lorenzo quando questi entrò in seminario; il rapporto non si interruppe, anzi nella sua agonia il religioso la chiamò al suo capezzale e la presentò ai ragazzi di Barbiana.
Il crescente interesse di Lorenzo per la liturgia è testimoniato dal fatto che, nell'estate del 1942, durante una vacanza a Gigliola, decise di affrescare una cappella; durante i lavori lesse un vecchio messale e si appassionò, come scrisse diciottenne all'amico Oreste Del Buono che era stato suo compagno al Liceo Berchet di Milano: «Ho letto la Messa. Ma sai che è più interessante dei "Sei personaggi in cerca d'autore"?». Successivamente, al ritorno a Milano, si interessò ancora di liturgia.
Nel 1943, anche a causa della guerra, Lorenzo lasciò Milano e si trasferì di nuovo con la famiglia a Firenze.
=== Conversione di Lorenzo Milani ===
Nel 1934 aveva preso la prima comunione a Montespertoli, nella pieve di San Pietro in Mercato; nel 1943 si convertì al Cattolicesimo e il 13 giugno ricevette la cresima dal cardinale Elia Dalla Costa. La svolta ci fu grazie al colloquio con don Raffaele Bensi, che in seguito fu il suo padre spirituale e che così la descrisse:
Le circostanze della sua conversione sono sempre rimaste piuttosto confuse e oscure, anche per la riservatezza dello stesso Milani sull'argomento. Tuttavia dalle testimonianze di Hans-Joachim Staude e di Tiziana Fantini sembra evidente che Lorenzo fosse in uno stato di ricerca spirituale da vario tempo.
Neera Fallaci riporta tuttavia un passo dello stesso Don Milani:
Il 9 novembre 1943 entrò nel seminario di Cestello in Oltrarno. Il periodo del seminario fu per lui piuttosto duro, poiché cominciò fin dall'inizio a scontrarsi con la mentalità della Chiesa e della curia: non riusciva a comprendere le ragioni di certe regole, prudenze, manierismi che ai suoi occhi erano lontanissimi dall'immediatezza e sincerità del Vangelo. Fu ordinato sacerdote nel duomo di Firenze il 13 luglio 1947 dal cardinale Elia Dalla Costa. Il suo primo, e breve, incarico fu a Montespertoli come vicario in aiuto del parroco locale.
=== Il periodo a San Donato di Calenzano ===
Venne inviato come coadiutore a San Donato di Calenzano, vicino a Firenze, dove lavorò per una scuola popolare di operai e strinse amicizia con altri sacerdoti come Danilo Cubattoli, Bruno Borghi e Renzo Rossi.
Gli fu amico e collaboratore il calenzanese Agostino Ammannati, che insegnava lettere nel liceo classico Cicognini a Prato.
Negli anni a Calenzano scrisse Esperienze pastorali, che ebbe una forte eco per i suoi contenuti.
=== Fondazione della scuola di Barbiana ===
Nel dicembre del 1954, a causa di screzi con la Curia di Firenze che lo riteneva troppo franco e poco felpato nei toni e troppo vicino agli emarginati, venne mandato a Barbiana, minuscola e sperduta frazione di montagna nel comune di Vicchio, in Mugello, dove entrò in contatto con una realtà di povertà ed emarginazione ben lontana rispetto a quella in cui aveva vissuto gli anni della sua giovinezza. Iniziò in quelle circostanze il primo tentativo di scuola a tempo pieno, espressamente rivolto a coloro che, per mancanza di mezzi, sarebbero stati quasi inevitabilmente destinati a rimanere vittime di una situazione di subordinazione sociale e culturale. In quelle circostanze, iniziò a sperimentare il metodo della scrittura collettiva.
Gli ideali della scuola di Barbiana erano quelli di costituire un'istituzione inclusiva, democratica, con il fine non di selezionare ma piuttosto di far arrivare, tramite un insegnamento personalizzato, tutti gli alunni a un livello minimo d'istruzione garantendo l'eguaglianza con la rimozione di quelle differenze che derivano da censo e condizione sociale.
La sua scuola era alloggiata in un paio di stanze della canonica annessa alla piccola chiesa di Barbiana, un paese con un nucleo di poche case intorno alla chiesa e molti casolari sparsi sulle pendici del Monte Giovi: con il bel tempo si faceva scuola all'aperto sotto il pergolato. La scuola di Barbiana era un vero e proprio luogo collettivo dove si lavorava tutti insieme e la regola principale era che chi sapeva di più aiutava e sosteneva chi sapeva di meno, 365 giorni all'anno.
La scuola suscitò immediatamente molte critiche e a essa furono rivolti attacchi, sia dal mondo della chiesa sia da quello laico.
Le risposte a queste critiche vennero date con "Lettera a una professoressa" (maggio 1967), in cui i ragazzi della scuola (insieme a don Milani) denunciavano il sistema scolastico e il metodo didattico che favoriva l'istruzione delle classi più ricche (simboleggiate da "Pierino del dottore", il figlio del dottore, che sa già leggere quando arriva alle elementari), mentre permaneva la piaga dell'analfabetismo in gran parte del paese. La Lettera a una professoressa fu scritta negli anni della malattia di don Milani. Pubblicato un mese prima della sua morte è diventata uno dei testi di riferimento del movimento studentesco del '68. Altre esperienze di scuole popolari sono nate nel corso degli anni basandosi sull'esperienza di don Lorenzo e sulla Lettera a una professoressa.
Fu don Milani ad adottare il motto inglese "I care", letteralmente mi importa, mi interessa, ho a cuore (in dichiarata contrapposizione al "Me ne frego" fascista), che sarà in seguito fatto proprio da numerose organizzazioni religiose e politiche. Questa frase scritta su un cartello all'ingresso riassumeva le finalità educative di una scuola orientata alla presa di coscienza civile e sociale.
Don Milani abolì ogni forma di punizione corporale (canna per bacchettare, sale sulle ginocchia, ecc.) all'epoca ammesse per legge nella scuola pubblica, sostituendole con la perdita della benevolenza o del sorriso del maestro. Sebbene l'attività sportiva rivestisse un'importanza molto limitata nel modello educativo di don Milani, egli imitò l'esempio del pedagogista rinascimentale Vittorino da Feltre che appunto sosteneva la necessità che l'esercizio mentale si alternasse alle pratiche ginniche. La sua concezione pedagogica è detta del professore-amico in contrapposizione al modello prevalente di un docente distaccato e autoritario che trovava legittimazione nel primato dell'autorità della cultura come era riconosciuto dalle stesse famiglie degli studenti: erano rari gli episodi di cause in tribunale e contestazioni dei voti o del comportamento dei docenti, le famiglie tendevano a dare ragione al maestro piuttosto che ai figli.
==== Critiche alla pedagogia di Barbiana ====
«La colpa dell'insegnante, agli occhi dei ragazzi di Barbiana, è di essere la ligia e ben retribuita esecutrice di un complotto scientemente ordito dal Sistema. Un complotto che, come si ripete tante volte nella lettera, mira a ingannare i poveri e i contadini... È l'idea che ci sia uno Stato, una scuola, una società , in una parola, un Sistema di cui si parla in terza persona, il cui preciso fine è quello di fregare, appunto, un noi in cui s'includono tutti coloro che, almeno pro tempore, lottano per il disvelamento del grande inganno (e perciò sono esenti da qualsiasi colpa) ... [Ma] ... nell'arco di pochi anni ricchi e poveri saranno indistinguibili, e finiranno per scambiarsi le parti ... Potenti diverranno gl'incensatori dell'altarino di don Milani, mentre gli odiati laureati, lungi dall'accaparrarsi laticlavi e ministeri... faranno la coda per un posto da lavapiatti... A restare al suo posto sarà solo la professoressa, composta donna d'ordine che ieri bocciava troppo e oggi nemmeno può, anche volendo: ieri come oggi, sotto la gragnuola d'insulti di chi la vuole responsabile di tutti gli analfabetismi, capro espiatorio di ogni delitto».
È stato osservato come la scuola italiana attuale sia in fondo quella auspicata da don Milani: «...abbiamo emarginato sempre più la grammatica e la lettura (dei classici, in primis)... s'invita la professoressa a non fare Foscolo o l'Iliade tradotta dal Monti perché la difficoltà di quei testi umilia i "poveri"...». Lo studio di Vanessa Roghi, dedicato alla Lettera a una professoressa di don Milani, respinge la visione della Mastrocola.
Si scrive nella Lettera: «Bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri (...) I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro (...). Tutti i cittadini sono eguali senza distinzione di lingua, l'ha detto la Costituzione. Ma voi avete più in onore la grammatica che la Costituzione.» Concludeva la Lettera: «A pedagogia vi chiederemo solo di Gianni. A italiano di raccontarci come avete fatto a scrivere questa bella lettera. A latino qualche parola antica che dice il vostro nonno. A geografia la vita dei contadini inglesi. A storia i motivi per cui i montanari scendono al piano. A scienze ci parlerete di sarmenti e ci direte il nome dell'albero che fa le ciliegie».
E in realtà la scuola attuale raccomanda più del "sapere" il "saper fare" ma «Non dovremmo quindi stupirci se ora i nostri ragazzi non sono capaci di scrivere, non sanno dov'è il Caucaso, non studiano più latino e hanno un lessico ristrettissimo. Ma ... il colpevole non è don Milani, siamo noi, è la pervicacia sconsiderata con cui per cinquant'anni abbiamo continuato quella sua strada, forse giustissima allora, ma oggi?».
Al tempo il problema era quello di offrire la scuola anche ai figli dei contadini ma ora la scuola è veramente aperta a tutti:
=== La morte ===
Don Milani morì il 26 giugno 1967, a 44 anni, a causa di un linfoma di Hodgkin; negli ultimi mesi della malattia volle stare vicino ai suoi ragazzi perché, come sosteneva, "imparassero che cosa sia la morte". Tuttavia, nei suoi ultimi giorni di vita fu riportato a Firenze, per morire in casa di sua madre.
Fu poi tumulato nel piccolo cimitero poco lontano dalla sua chiesa-scuola di Barbiana, seppellito in abito talare e, su sua espressa richiesta, con gli scarponi da montagna ai piedi.
== Gli scritti ==
Per i suoi scritti (ad esempio L'obbedienza non è più una virtù), e per affermazioni come «Io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi» venne incluso nel novero dei cosiddetti cattocomunisti, definizione spesso denigratoria, attribuita allora a un prete scomodo, che al contrario si era sempre opposto con i suoi scritti e con le sue parole a qualsiasi tipo di dittatura e di totalitarismo, incluse le derive comuniste più note come ne fa testimonianza la Lettera a Pipetta:
In seguito alla pubblicazione di un documento in cui i cappellani militari della Toscana dichiarano di considerare "un insulto alla patria e ai suoi caduti la cosiddetta obiezione di coscienza che, estranea al comandamento cristiano dell'amore, è espressione di viltà ", Lorenzo Milani diffonde un suo scritto in difesa dell'obiezione di coscienza alle Forze Armate (pubblicato dal settimanale Rinascita il 6 marzo 1965). Denunciato da "un gruppo di ex combattenti" viene processato per apologia di reato e assolto in primo grado il 15 febbraio 1966. Muore prima della sentenza di appello del 28 ottobre 1967 che dichiara il reato estinto per morte del reo.
Oltre a Esperienze pastorali, che fu ritirato pochi mesi dopo la pubblicazione, scrisse nel campo dell'educazione i testi frutto dell'esperienza di Barbiana: L'obbedienza non è più una virtù (a cura di Carlo Galeotti, contiene documenti sul processo a Don Milani, 1965) e Lettera a una professoressa (1967), che sono stati scritti collettivamente insieme a tutti i ragazzi che frequentavano la scuola seguendo il "metodo" di don Milani:
Le carte originali di Don Milani sono custodite presso la Fondazione Giovanni XXIII (già Istituto per le scienze religiose) di Bologna, presso la Fondazione don Lorenzo Milani di Firenze e presso l'istituzione culturale "Centro documentazione don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana", a Vicchio. L'indice cronologico degli scritti di don Milani si può trovare: J. L. Corzo e F. Ruozzi, Cronotassi degli scritti di don Milani, Cristianesimo nella Storia 33 (2012) 143-202.
=== L'analisi di Montanelli ===
Indro Montanelli scrisse nel dicembre 1958, sul Corriere della Sera, delle appena pubblicate Esperienze pastorali di Don Milani, e ne trasse lo spunto per osservazioni che riguardano direttamente anche il loro autore, allora parroco di San Donato. Con ampi stralci del testo del religioso, il giornalista riferisce di esserne stato incuriosito dalla diffusione dell'argomento «in certi circoli» e dall'essergli stato presentato il testo come «il nuovo Vangelo di quei giovani radicali della sinistra democristiana che fanno capo a La Pira».
La prima critica, sviluppata sulla Lettera dall'oltretomba ai missionari cinesi, è che il libro «è stato scritto, e anche stampato, con tale spregio di tutto ciò che può costituire richiamo per il lettore, da disarmare qualunque diffidenza sulle sue intenzioni». Non si sarebbe sorpreso, dice Montanelli, se avesse scoperto che Don Milani davvero credeva che un giorno saranno i religiosi cinesi a ricristianizzare l'Europa, come nella finzione letteraria: «è un di quei preti, si vede benissimo, per i quali ogni giorno è venerdì e che dormono abbracciati con l'Apocalisse. Comunque, è certo che non fa nulla per procurarsi clienti fra noi profani e per attirarsene la simpatia». I commenti di Don Milani, prosegue la recensione, sarebbero «ispirati più dal timor di Dio che dal rispetto per gli uomini. È chiaro, anche troppo, che di costoro a don Milani interessa solo l'anima e la sua salvezza».
Montanelli così sintetizza «all'ingrosso» il pensiero di Don Milani: «la Chiesa ha smarrito il gregge, ed è perciò che questo non trova più la strada di Dio. La Chiesa si occupa di rituale, si occupa di politica, fa della beneficenza materiale, scende a qualunque compromesso con chiunque ha i mezzi per pagarselo e si contenta di puntellare certe abitudini [...]. Ma ha dimenticato che Dio ha eletto il suo domicilio fra i poveri, che sono gli unici ad averne fame e sete». Ciò effonderebbe quindi un certo «puzzo d'eresia», accompagnato da «almeno qualche dozzina di "deviazioni" gianseniste»; e il giornalista aggiunge che Don Milani «dice senza dubbio molte cose assurde: quelle che gli hanno valso appunto la condanna del Sant'Uffizio».
Oltre all'articolo, Montanelli scrisse anche una lettera privata al religioso, resa pubblica molto tempo dopo, che principia con «avrei voluto dire di più e meglio. Ma il mio giornale ha delle esigenze», che Montanelli poteva solo in parte forzare e che in parte, afferma, aveva forzato. «Io sono con metà di me stesso (la migliore, temo) dalla sua parte. E con l'altra, col Sant'Uffizio».
=== L'analisi di Pasolini ===
Nell'ottobre del 1967, alla Casa della Cultura di Milano, si tenne un dibattito fra gli studenti di Don Milani e Pier Paolo Pasolini sulla figura del prete, da non molto deceduto. L'intervento del poeta era incentrato sulla sua analisi di Lettera a una professoressa (e fu pubblicato nel gennaio successivo dal periodico Momento).
Dopo un'iniziale stroncatura dello stile linguistico («ero infastidito dalla eccessiva facilità delle parole, da un certo "neo-pascolianesimo"»), Pasolini passava ben presto a toni più entusiastici («mi son trovato immerso in uno dei più bei libri che io abbia letto in questi ultimi anni: un libro straordinario, anche per ragioni letterarie») e una volta fatto riferimento ai coevi scritti di Giovanni XXIII e di Paolo VI, aprì a ulteriori confronti con culture d'Oltreoceano: «Ciò che in questo libro mi ha entusiasmato è che è l'unico caso in Italia, che almeno mi sia capitato sotto gli occhi, in cui ci si trovi a un punto di calore, a un livello, che nel mondo si ha, per esempio, nella nuova sinistra americana, e specificamente newyorchese, o, dall'altra parte dell'orbe terracqueo, nella rivoluzione culturale cinese: la stessa forza ideale, assoluta, totale, senza compromessi; ed è questo che nel paese del qualunquismo mi ha riempito di gioia». Tuttavia questo accostamento non è - nella visione pasoliniana - un'identità e una coincidenza, residuano differenze e distinzioni; anzi, il rischio di qualunquismo riappare nel «sempre ricondurre il lettore a dei momenti, fatti, situazioni, atti, che siano rigorosamente concreti e pratici; e questo è un certo riduttivismo tipico di quella famosa moralità contadina, diventata poi piccolo-borghese nella fase paleo-industriale, che in Italia dà come prodotto il qualunquismo, parola spaventosa da dire a voi, ma che spero prendiate con intelligenza, con la coscienza completamente aperta».
Una delle critiche che Pasolini porgeva è infatti che il «contenuto ideale violentissimo, addirittura, in certi momenti, meravigliosamente terroristico, dei ragazzi di Barbiana, si immerge però, prende forma, dentro uno schema, che è lo stesso schema della moralità contadina diventata piccolo-borghese della professoressa», e i ragazzi peraltro non si son domandati «in che cosa consista la cultura della professoressa a cui essi si rivolgono», una cultura piccolo-borghese che nasce dal mondo contadino. Occorreva dunque, per il poeta, «rendervi conto che il mondo contadino da cui provenite è circoscritto, parziale, particolaristico, e voi dovete superarlo in tutti i suoi fenomeni».
== Polemiche e controversie ==
=== La polemica del venticinquennale ===
Nel 1992, a 25 anni dalla morte di Don Milani, si dipanò sui giornali dell'epoca, principalmente La Repubblica, un'accesa polemica sulla figura del presbitero, resa infuocata da un intervento di Sebastiano Vassalli che già dal titolo (Don Milani, che mascalzone) prometteva di provocare dibattito; e mantenne.
Vassalli, scrittore del Gruppo 63, definì la scuola di Barbiana, presa a simbolo dai contestatori sessantottini, come «una sorta di pre-scuola (o di dopo-scuola) parrocchiale, dove un prete di buona volontà aiutava come poteva i figli dei contadini a conseguire un titolo di studio, e se non ci riusciva, incolpava i ricchi...»; precisò infatti che «ciò che spinse don Milani a prendere carta e penna e a scrivere il pamphlet contro la professoressa fu l'insuccesso di tre suoi allievi di Barbiana, presentatisi come privatisti a un esame in un istituto magistrale di Firenze: dove l'ignara professoressa li bocciò». Si sarebbe trattato quindi di una «"vendetta" per quelle bocciature» che lo stesso Don Milani avrebbe "confessato" per tale a pagina 139 della Lettera: "La seconda vendetta è questa lettera". Il risultato, secondo Vassalli, sarebbe stato un "uragano" piovuto non su tutti gli insegnanti italiani, ma sui migliori, sui più lodevoli, danneggiando proprio gli studenti poveri, che non potevano migrare verso la scuola privata. Scrisse Vassalli: «Attribuire [...] tutte le cifre e tutti i mali della scuola dell'epoca all'odio delle classi privilegiate verso i poveri, alla perfidia degli insegnanti della scuola di Stato [...] fu un atto di calcolata falsificazione della realtà e di violenta demagogia che l'eccitazione sociale e politica dei tempi non basta a giustificare. Di più: fu una mascalzonata, per cui migliaia di insegnanti seri e preparati, che avevano quest'unico torto, di voler continuare a fare il loro lavoro nonostante la paga misera, le attrezzature insufficienti, gli edifici scolastici cadenti, i doppi e i tripli turni nelle grandi città , si trovarono da un giorno all'altro segnati al dito e braccati dall'ira delle folle: erano loro, la causa di tutti i mali e di tutti i dissesti della scuola italiana! Loro che si ostinavano a insegnare l'algebra e l'Eneide, e che non capivano che, per eliminare la differenza di classe, bastava promuovere tutti, indiscriminatamente!».
Fra le reazioni a questo scritto, vi fu quella di Tullio De Mauro, il quale segnalava che in Esperienze pastorali «c'era già , concettualmente, l'essenziale di scritti successivi: là , tra i documenti pazientemente raccolti e annotati, c'era la stupefacente scoperta che lo Stato italiano, dalla legge Casati del 1859 in poi, poco o nulla aveva fatto per accompagnare, alle proclamazioni sull'obbligo scolastico, una reale politica di sviluppo dell'istruzione elementare»; e se ai dati del censimento del 1951 due terzi degli italiani non avevano la licenza elementare, e solo alcuni se n'erano allarmati, «Don Milani, i suoi alunni, gli altri molti che collaborarono, denunziarono con una forza e un'efficacia che gli Amici del Mondo, che il grande Partito Comunista non avevano saputo avere, il male antico della scuola di base italiana: che ancora quattro anni dopo la Lettera portava a terminare la scuola dell'obbligo meno del cinquanta per cento dei ragazzi». Convenne con Vassalli, De Mauro, «quando rimprovera ai giovani universitari del '68 l'uso della Lettera. L'avessero letta, avrebbero scoperto che anche loro stavano nel mazzetto esiguo dei "disgraziati privilegiati". La lotta alla selezione di classe nella scuola non andava combattuta in Italia nelle università , ma dove venivano e vengono falciati ragazzi e ragazze degli strati più poveri, anche culturalmente, del paese: nelle elementari, in prima media, al primo anno delle medie superiori».
Vassalli replicò di aver voluto «soltanto rivisitare un mito degli anni sessanta, con il senno degli anni novanta», ma rivendicò che «Sì, fu un simbolo del Sessantotto Don Milani invece [...] indipendentemente dalla sua volontà e da quella di chi lo conosceva, e lo fu come autore di un solo libro, quella Lettera a una professoressa, che, a torto o a ragione, venne poi usato negli anni successivi come manifesto dell'antiscuola.»; aggiunse che quella che si poteva trarre dalla lettura della Lettera era «concezione autoritaria ed autocratica del ruolo dell'insegnante; una concezione del tutto coerente con i modelli allora in auge nei paesi del socialismo reale, e con la sua visione classista della società .» Ribadendo che sul presbitero si era costruito un mito, notò che «Nacque il "donmilanismo": che, forse, era lontano dalle intenzioni di don Milani, ma che fa parte integrante del suo mito e non può essere trattato separatamente, come se appartenesse a un'altra persona...». Secondo Vassalli, Don Milani intese tradurre lo scontro fra borghesia e proletariato nello scontro fra docenti e studenti e, non potendo sconfiggere un sistema di potere legislativo dei democristiani e potere esecutivo dei burocrati che scrivono i programmi scolastici, «si scelse come bersaglio di comodo gli insegnanti» che di nessuno di quei poteri fanno parte.
=== Accuse di pedofilia ===
La prima accusa di pedofilia è in un'opera dello storico dell'educazione Antonio Santoni Rugiu, che citava passi del medesimo Don Milani non riportando i punti in cui don Lorenzo respingeva le accuse di essere un «finocchio eretico e demagogo».
L'eco di quelle accuse è ritornata nel 2017, dopo la pubblicazione del romanzo Bruciare tutto, di Walter Siti, in cui viene trattato il tema della pedofilia. L'autore, in un'intervista al quotidiano la Repubblica, riferendosi al personaggio di don Leo, protagonista del libro, ha dichiarato di essersi ispirato a don Lorenzo Milani a cui è riferita la dedica in epigrafe: «All'ombra ferita e forte di don Milani». L'autore, di fronte alle polemiche nate per aver accostato don Milani alla pedofilia, ha sostenuto che la sua convinzione è nata da una frase estrapolata da una lettera del 10 novembre 1959 spedita da don Milani all'amico Giorgio Pecorini, giornalista de L'Europeo:
Parlano invece di «ricostruzioni becere» studiosi delle opere di don Milani, dalle quali risulta evidente, come lui stesso scriveva, il suo stile espressivo paradossale, peraltro piuttosto confuso:
Alberto Melloni, direttore dell'opera omnia del priore di Barbiana (frazione di Vicchio), ha affermato:
Lo stesso Siti, da cui ha avuto origine la riproposizione dei sospetti di pedofilia di don Milani, ha infine dichiarato:
== La lettura di papa Francesco ==
Della missione sacerdotale di don Milani, papa Francesco ha così delineato l'impegno educativo:
== Opere ==
== Filmografia su Lorenzo Milani ==
Un prete scomodo, regia di Pino Tosini (1975)
Don Milani, regia di Ivan Angeli (1976)
Don Lorenzo Milani e la sua scuola, in Viaggio nella lingua italiana – Scrittori non si nasce di Tullio De Mauro, Giorgio Pecorini, Brunella Toscani, a cura della Radio Televisione Svizzera Italiana (1979)
Don Milani - Il priore di Barbiana, regia di Andrea Frazzi e Antonio Frazzi (1997)
Domani è un altro giorno, regia di Gabriele Cecconi (1997)
Don Lorenzo Milani. Un ribelle ubbidiente, in La Storia siamo noi, regia di Elisabetta Castana, a cura di Rai Educational (2002)
Barbiana '65 - La lezione di Don Milani, regia di Alessandro G.A. D'Alessandro - documentario (2017)
La favolosa storia di Barbiana, regia Rosalba Vitellaro, animazione RaiPlay (2024)
== Programmi televisivi Rai su Lorenzo Milani ==
Don Milani: il dovere di non obbedire, in "la Grande Storia", a cura di Paolo Mieli (2017)
== Opere teatrali su Lorenzo Milani ==
L'albero delle parole, due atti di Maura Del Serra, Catanzaro, Rubbettino-Calabria Letteraria 1990; poi in TEATRO, Pistoia, Editrice petite plaisance, 2015, e edizione numerata, Pistoia, Editrice petite plaisance 2017.
== Musical su Lorenzo Milani ==
Don Milani, il musical - Ultimo anch'io, testi e musiche di Alessandro Barbieri (2016) - compagnia La Fiaba Junior
Don Lorenzo, parole per sognare, regia e sceneggiatura di Chiara Zago, testi e musiche di Alessandro Barbieri e Nico Cornacchione (2019) - compagnia Famiglie della SAMZ di Milano.
Lorenzo il Musical (2014) [1] canzoni del cantautore Riccardo Ceratti [2] -compagnia Tavolo 69-
== Biografia a fumetti ==
Alla figura del celebre sacerdote di Barbiana è stata dedicata anche una biografia a fumetti: Don Milani. Bestie, uomini e Dio, scritto da Gabriele Ba, disegnato da Riccardo Pagliarini e a cura di Carlo Ridolfi. L'opera tutta in bianco e nero ripercorre, con un tratto molto realistico, le tappe più salienti della vita di don Lorenzo Milani dalla sua formazione, la decisione di intraprendere la strada del seminario, le incomprensioni con la curia ecclesiastica fino ad arrivare all'esperienza di Barbiana. Il fumetto, seguendo le opere più famose di Don Milani, quali: Esperienze pastorali, L'obbedienza non è più una virtù e Lettera ad una professoressa, racconta tutto il suo impegno verso le persone più umili della società e la sua attenzione verso gli studenti più poveri e disagiati, respinti e considerati inadatti al tradizionale e selettivo percorso scolastico, che però rischia di “distruggere la cultura†o di “diventare un ospedale che cura i sani e respinge i malatiâ€.
== Audioletture ==
da Lettera ai cappellani militari contro la guerra
== Note ==
== Bibliografia ==
Eraldo Affinati, L'uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani, Milano, Mondadori, 2016, ISBN 978-88-04-65896-2.
Valentina Alberici, Lorenzo Milani. L'artista che trovò Dio, Milano, Edizioni Paoline, 2017, ISBN 978-88-315-4779-6.
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== Voci correlate ==
Scuola di Barbiana
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Reginaldo Santilli
Preti di strada
== Altri progetti ==
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== Collegamenti esterni ==
Sito ufficiale, su donlorenzomilani.it.
Milani, Lorenzo, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Milani, Lorènzo, su sapere.it, De Agostini.
Michele Di Sivo, MILANI COMPARETTI, Lorenzo, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 74, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010.
Lorenzo Milani, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana.
Opere di Lorenzo Milani, su Liber Liber.
Opere di Lorenzo Milani, su MLOL, Horizons Unlimited.
(EN) Opere di Lorenzo Milani, su Open Library, Internet Archive.
(EN) Opere riguardanti Lorenzo Milani, su Open Library, Internet Archive.
(EN) Lorenzo Milani, su Goodreads.
Registrazioni audiovisive di Lorenzo Milani, su Rai Teche, Rai.
Fondazione don Lorenzo Milani, su donlorenzomilani.it.
L'obbedienza non è più una virtù - Documenti del processo a Don Lorenzo Milani, su fhtino.it. URL consultato il 26 gennaio 2015 (archiviato dall'url originale il 29 giugno 2009).
Centro formazione e ricerca Don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana, su barbiana.it.
Dal Corriere, Don Milani né sessantottino né icona rossa. Solo prete., su archiviostorico.corriere.it.
Don Lorenzo Milani - Un ribelle ubbidiente La Storia siamo noi
Centro Studi Pedagogici Don Lorenzo Milani - Genova, su cesp.co.nf. URL consultato il 12 novembre 2019 (archiviato dall'url originale il 9 maggio 2019).
Leonardo Sinisgalli
Leonardo Rocco Antonio Maria Sinisgalli (Montemurro, 9 marzo 1908 – Roma, 31 gennaio 1981) è stato un poeta, saggista e critico d'arte italiano.
È noto come Il poeta ingegnere o Il poeta delle due muse, per il fatto che in tutte le sue opere ha sempre fatto convivere cultura umanistica e cultura scientifica. Per la sua versatilità è stato definito "un Leonardo del Novecento" in quanto è stato narratore, pubblicista, direttore artistico, direttore di riviste, documentarista, autore radiofonico, disegnatore.
== Biografia ==
=== Infanzia (1908-1918) ===
Leonardo Sinisgalli nasce a Montemurro in Basilicata, da Vito Michele e Carmina Geronima Maria Lacorazza. Frequenta la bottega di don Vito Santoro che gli farà da maestro e consiglierà alla madre di fargli continuare gli studi, nonostante la sua aspirazione fosse quella di fare il garzone presso la bottega del fabbro mastro Tittillo.
=== Il primo periodo romano (1918-1923) ===
Nel 1918, Sinisgalli parte per Caserta, alla volta del Collegio Salesiano, passando in seguito al Collegio di Benevento, ottenendo ottimi risultati, soprattutto nelle materie scientifiche, e infine a Napoli nel 1925. Si iscrive a Roma alla facoltà di Matematica, dove segue i corsi di geometria, analisi, matematica di Levi-Civita, Severi, Castelnuovo e Fantappiè. Sinisgalli sosterrà , in seguito, che la matematica ebbe un'enorme influenza sulla sua poetica. Ultimato il biennio passa alla facoltà d'ingegneria, dove sviluppa una passione per l’opera di Sergio Corazzini, poeta crepuscolare, a cui si ispirerà per la stesura dei suoi primi versi, pubblicati in autoedizione nel 1927 con il titolo di Cuore.
Rinuncia all'invito di Enrico Fermi, nel 1929, di entrare nell'Istituto di Fisica di via Panisperna, preferendo focalizzarsi sull'attività letteraria, ma non senza incertezze e dubbi non riuscendo a vederci chiaro nella sua vocazione, che gli sembra di avere "due teste, due cervelli, come certi granchi che si nascondono sotto le pietre...".
Durante il soggiorno romano frequenta Libero de Libero, Arnaldo Beccaria, Scipione e Mario Mafai e collabora a L'Italia Letteraria.
=== Il primo periodo milanese (1932-1940) ===
Dopo la laurea in Ingegneria Elettronica e Industriale e l'esame di Stato sostenuto a Padova nel 1932, parte alla volta di Milano, collaborando saltuariamente con “L'Italia Letteraria†e “La Letturaâ€. La svolta è sancita dall'incontro con Ungaretti, che apprezza il talento del giovane Sinisgalli, dapprima con una corrispondenza sulla “Gazzetta del Popoloâ€, in seguito a Torino, durante una conferenza sul Petrarca. Il 1934 lo vede partecipare, dietro suggerimento di Zavattini, ai Littorali per la gioventù a Firenze, durante i quali una giuria composta da Bacchelli, Ungaretti, Palazzeschi decreta la vittoria della sua poesia "Interno Orficoâ€, che supera quella di Attilio Bertolucci; nell'ambito dello stesso concorso, Alfonso Gatto è primo nella prosa. Tuttavia, il suo componimento e quello di Bertolucci sono oggetto di dure critiche da parte di Telesio Interlandi su “Tevereâ€, nel quale lo stesso Interlandi elogia, invece, il lavoro del quinto classificato Pietro Ingrao, politicamente più impegnato.
Sinisgalli ritorna a Montemurro preparando, nel 1935, la prima stesura del “Quaderno di geometria†e di molte poesie che in seguito pubblicherà . In virtù delle insistenze di Cantatore, Zavattini ed altri, decide di ritornare a Milano. Le poesie vengono pubblicate per le edizioni Scheiwiller e catturano l'attenzione di critici come Emilio Cecchi e De Robertis, che gli dedica un saggio sul primo numero di "Letteratura", ed inaugurano la fortunata collana “All'insegna del pesce d'oroâ€, che prende il nome dall'osteria in cui Sinisgalli, Quasimodo, Cantatore e Scheiwiller si ritrovano. Contemporaneamente, si dedica all'attività pubblicistica, scrivendo su riviste di architettura e arredamento, non tralasciando il suo interesse per gli allestimenti e la grafica. Nel periodo milanese impegna le sue giornate a coltivare le amicizie con Persico, Pagano, Nizzoli, Terragni, Veronesi, Ponti, e frequentando lo studio Boggeri e la Galleria del Milione. I suoi "Ritratti di macchine" e "Quaderno di geometria" fissano il primo tentativo di Sinisgalli di giungere ad un superamento del dualismo tra la cultura scientifica e artistica. Il lungo legame che intreccerà la vita di Sinisgalli al mondo della grande industria comincia nel 1937 quando, dietro consiglio di Gatto, risponde ad un'inserzione che gli procurerà un contratto con la Società del Linoleum come organizzatore di convegni e collaboratore di una rivista specializzata. Nel 1938, Adriano Olivetti lo assume come responsabile dell'Ufficio tecnico di pubblicità .
Un grande fervore creativo caratterizza i due anni in cui lavora alla Olivetti: le sue vetrine e i manifesti pubblicitari assurgono quasi a prodromi delle tecniche proprie della pop-art; sono oggetto di commenti e attenzioni. Pubblica in questo stesso periodo â€Campi Elisiâ€, opera che sottolinea la sua adesione al gusto ermetico, della quale scriveranno Anceschi, Contini, Bo, quest'ultimo sottolineandone la leggibilità estrema e la concretezza di sentimenti così da contraddire le critiche di oscurità di cui erano fatte oggetto le liriche ermetiche.
=== La guerra ===
Scoppiata la guerra, Sinisgalli, con il grado di ufficiale, viene richiamato alle armi: in Sardegna, prima, e a Roma, poi, dove pubblica nel 1942 alcuni racconti di Fiori pari, fiori dispari, alcuni saggi di Furor mathematicus e una parte di Horror vacui. Conosce la baronessa Giorgia de Cousandier, poetessa amante di Trilussa, nonché pubblicista e narratrice, che diventerà la sua compagna e che sposerà nel 1969. Ad agosto 1943, un mese prima della morte della madre, esce per Arnoldo Mondadori Editore Vidi le Muse, con prefazione di Gianfranco Contini, nella collana dello “Specchioâ€, che raccoglierà tutta la produzione compresa negli anni 1931-1942. Ignaro della morte della madre, in una Roma ancora frastornata dalla firma di Cassibile dell'8 settembre, inizia la convivenza con Giorgia e con il più piccolo dei suoi figli, Filippo. Il 13 maggio del 1944 è tratto in arresto dalle SS che vogliono informazioni su un amico scrittore e viene trasferito in Via Tasso. Solo la prontezza di Giorgia, e la sua conoscenza del tedesco, lo salvano dopo 24 ore.
La liberazione dell'Italia lo vede partire per Montemurro dove gli viene comunicata la notizia della morte della madre e dove si ferma per qualche mese. Rientra a Roma pubblicando Furor Mathematicus, Fiori pari, fiori dispari, 28 capitoli di prosa confidenziale, e Horror Vacui. Si cimenta in traduzioni e collaborazioni giornalistiche; fa parte della redazione de “Il costume politico e letterarioâ€. Tuttavia, gli editori romani gli rifiutano molte delle sue proposte scientifiche e letterarie, ad esempio l'idea di una collana di classici scientifici elaborati con Sebastiano Timpanaro, direttore della Domus Galilaeana di Pisa. La sua passione lo porterà a creare, con Giandomenico Giagni, una rubrica culturale radiofonica: il “Teatro dell'usignoloâ€, che ospita musicisti e poeti. Nel 1947 pubblica I nuovi Campi Elisi.
=== Il secondo periodo milanese (1948-1952) ===
Luraghi, il nuovo direttore generale della Pirelli, lo vuole con sé come direttore artistico. Con Arturo Tofanelli, Sinisgalli fonda l'house organ Pirelli, la rivista del gruppo che diventerà teatro di nuove sperimentazioni che troveranno compimento in Civiltà delle macchine del 1953.
Comincia così l'attività propagandistica per l'azienda, con l'allestimento di mostre, cicli di conferenze e la pubblicizzazione vera e propria dei prodotti: sul finire degli anni Quaranta si vede campeggiare su tutte le strade d'Italia un cartello illustrante una suola e lo slogan "Camminate Pirelli". Nel 1949 gira un documentario scientifico sui solidi "superiori" intitolato Lezione di geometria, che viene premiato alla mostra del cinema di Venezia. Stessa sorte avrà Millesimo di millimetro, cortometraggio che gira con Virgilio Sabel l'anno successivo. Nel 1950 esce Furor mathematicus, una versione ampliata del primo Furor ed include tutti gli scritti di matematica, geometria, architettura, arte e artigianato, tecnica e storia della scienza, antesignana della "Civiltà delle macchine", la rivista che fonda nel 1953 e dirige per cinque anni (32 numeri).
=== Il ritorno a Roma (1952-1963) ===
Con il fratello Vincenzo come redattore, un fattorino e due segretarie, fonda per la Finmeccanica, di cui era presidente Luraghi, la "Civiltà delle macchine". La rivista, che ha come modello il “Politecnico†di Cattaneo, spalanca agli umanisti il mondo delle macchine e ai tecnici il mondo delle lettere ed ebbe una certa risonanza anche a livello internazionale, divenendo una delle piattaforme di discussione degli intellettuali del secolo.
Nell'agosto del 1953 muore il padre, e, in seguito alla divisione dell'eredità , a Sinisgalli rimane solo la casa natale sul fosso “Librittiâ€. Le due vigne (tremila viti) di cui Vito si cura personalmente per trent'anni vengono vendute, con dispiacere di Sinisgalli che ne serba un malinconico ricordo. Soprattutto per la “Vigna vecchiaâ€, la dote di matrimonio della madre: un piccolo fazzoletto di terra al quale dedica un'ode.
Ma questi, sono anche anni di intenso lavoro per il gruppo Finmeccanica, che comprende 29 aziende: inventa slogan, escogita nomi (“Giulietta†dell'Alfa), si cimenta nel curare mostre, tra cui spicca quella del 1955 dedicata all'â€Arte e industriaâ€, in collaborazione con Enrico Prampolini, presso la Galleria d'Arte Moderna di Roma. Quando Luraghi esce di scena e la testata Civiltà delle Macchine passa all'Iri, inizia un processo di lento declino che porterà il poeta, con il numero di marzo-aprile del 1958, ad abbandonarne la direzione con profonda indignazione, lasciandosi alle spalle una battaglia per mantenerne integra la struttura e l'essenza. La rivista continuerà le pubblicazioni fino agli anni Ottanta, mutando però indirizzo dopo l'uscita di Sinisgalli che si impegnò subito in un lavoro di propaganda pubblicitaria per l'Agip, su richiesta di Enrico Mattei, inframmezzato da una serie di viaggi (Iran, Marocco, Cecoslovacchia, Thailandia, ecc.), conseguenza sia delle dimensioni internazionali dell'azienda, sia della sua nomina a consulente part-time per l'Alitalia nel 1961. In quello stesso anno vince, con Tristan Tzara, il premio Etna-Taormina e inizia a collaborare con “Paese seraâ€. È questo il periodo in cui la sua creatività comincia ad inaridirsi, senza però compromettere la qualità dei suoi versi, e lo convince a rivolgersi verso un'altra passione: quella del disegno e del ritratto. Nel maggio del '62 inizia a esporre i suoi lavori a Milano, nella Galleria Apollinaire.
=== L'ultimo periodo ===
Molte difficoltà lo accompagneranno nel 1963, non ultime le problematiche di salute del figlio Filippo. Abbandona l'Eni e ritorna a Milano, ma, con sua somma delusione, la “città tecnica†di Gadda, che sempre aveva tessuto le sue lodi, questa volta sembra indifferente alle sue creazioni. Ritorna a Roma dopo qualche piccola consulenza di scarso rilievo e fonda la rivista di design “La botte e il violino†(8 numeri) nella quale dà anche libero sfogo alle sue riflessioni. Collabora al “Il Mondo†di Pannunzio e al “Tempo Illustratoâ€, nel quale affronta una rubrica di critica d'arte, i cui articoli confluiranno poi nei Martedì colorati (Immordino, Genova 1967). Gli editori de “La botte e il violino†decidono di chiudere la rivista a causa dei costi elevati e Sinisgalli si dedica all'ideazione di un nuovo house organ: “Il quadrifoglioâ€, una rivista d'automobilismo che dirigerà fino al 65º anno d'età . L'anno precedente aveva pubblicato per Mondadori la Poesia di ieri, un'antologia delle sue raccolte che vince il Premio Fiuggi.
Il 1967 è l'anno della pensione ed anche del sopraggiungere di un infarto che però non lo induce, nonostante il parere dei medici, a ridurre il ritmo delle sue attività : infatti cura con il fratello Vincenzo un programma monotematico per la radio dal titolo “La Lanterna†che andrà avanti per circa due anni, raggiungendo 98 puntate.
Il dolore per la perdita di Giorgia (1978) e i riconoscimenti letterari sono il filo conduttore degli anni settanta: vince il premio Gubbio-Inghirami nel 1971, il Premio Viareggio nel 1975 e il premio Vallombrosa nel 1978 con “Dimenticatoioâ€.
Collabora con il Settimanale con una rubrica d'arte e con Il Mattino, su cui pubblica delle memorie rielaborate, scritte anni addietro e nel 1980 vedono la luce le “Imitazioni della Antologia Palatina†per la Edizioni della Cometa. Ormai Sinisgalli è sempre più preso dalla sua passione per il disegno e nel 1980 fonda a Roma con Roberta Du Chene ed Ida Borra la galleria “Il Millennio". La mostra d'apertura è dedicata ai pastelli e agli acquerelli di Sinisgalli.
È proprio durante la seconda personale presso la sua Galleria che il 31 gennaio 1981 Sinisgalli muore per infarto. Fu sepolto nella sua città natale di Montemurro. Per volontà di Rodolfo Borra (l'esecutore testamentario di Leonardo), sulla lapide del poeta, campeggia la sua ultima poesia: "Risorgerò fra tre anni o tre secoli tra raffiche di grandine nel mese di giugno".
== Stile ==
Sinisgalli appartiene alla generazione inquieta di Montale, Moravia, Pavese, Vittorini e Piovene, i quali, formatisi nei duri anni del fascismo, ebbero sempre un angoscioso travaglio intellettuale dettato dalle difficoltà di quegli anni di cambiamento. La sua poesia, quindi, ha sempre una certa amarezza di fondo e un senso di insoddisfazione continuo. Amarezza soprattutto verso la sua condizione di emigrante, costretto a lasciare la sua terra su consiglio del suo maestro, che dopo la licenza media convinse la madre a mandarlo in collegio per proseguire gli studi. Molto spesso nelle sue opere sono presenti aneddoti e luoghi della sua infanzia, del suo paese, talvolta elementi all'apparenza banali, ma che rispecchiavano la chiave della sua inquietudine e amarezza, che era il distacco forzato da casa. Ero nato senza appetiti e volevo semplicemente perire nella mia aria scriverà più avanti.
Altro aspetto fondamentale della sua poesia, e della sua prosa, fu dettato dalla formazione matematica, che influenzò non poco le sue opere, così come la geometria (vedi fra tutti l'emblematico titolo Furor mathematicus).
== Fondazione Leonardo Sinisgalli ==
La fondazione Leonardo Sinisgalli è nata l'11 dicembre 2008 (atto costitutivo, Statuto), nell'anno in cui ricorreva il centesimo anniversario dalla nascita del poeta, sotto gli auspici del comune di Montemurro e della Fondazione Banco di Napoli, ma l'attività vera e propria della fondazione ha avuto inizio nel 2013. La fondazione gestisce la casa delle Muse spazio espositivo dedicato a Sinisgalli, situata di fronte alla casa dove nacque il poeta. In due sale sono conservati i suoi libri e i suoi disegni, le sue pubblicità , le pubblicazioni editoriali (la fondazione ha acquistato 70 volumi del poeta-ingegnere); le copertine delle riviste che ha fondato e diretto (Pirelli, Civiltà delle Macchine, La botte e il violino) e le sue poesie. La casa delle Muse ospita anche opere di alcuni artisti cari a Sinisgalli: Gentilini, Cantatore, Turcato, Chersicla, Tamburi ecc.
Erede unica testamentaria del poeta è la Dott.ssa Ana Maria Lutescu (medico).
== Opere ==
Cuore - Auto-edizione, Roma 1927;
Ritratti di macchine - Edizioni di Via Letizia, Milano 1935;
Quaderno di geometria - Campo Grafico, Milano 1935;
18 poesie - Scheiwiller, Milano 1936;
Italiani - Editoriale Domus, Roma 1937;
Campi Elisi - Scheiwiller, Milano 1939;
Vidi le muse - Mondadori, Milano 1943;
Furor mathematicus - Urbinati, Roma 1944;
Horror vacui, O.E.T., Roma, 1945;
Fiori pari, fiori dispari - Mondadori, Milano 1945;
L'indovino, dieci dialoghetti - Astrolabio, Roma 1946;
I nuovi Campi Elisi - Mondadori, Milano 1947;
Belliboschi - Mondadori, Milano 1948;
Furor mathematicus - Mondadori, Verona 1950 (edizione ampliata contenente anche L'indovino e Horror vacui);
La vigna vecchia - Mondadori, Milano 1956;
Tu sarai poeta - Riva, Verona 1957;
La musa decrepita - Quaderni di Marsia, Roma 1959;
L'immobilità dello scriba - Roma 1960;
Cineraccio - Neri Pozza, Venezia 1961;
L'età della luna - Mondadori, Milano 1962;
Ode a Lucio Fontana - Bucciarelli, Ancona 1962;
Prose di memoria e d'invenzione - (Fiori Pari, Fiori Dispari e Belliboschi) Leonardo da Vinci, Bari 1964;
Poesie di ieri - Mondadori, Milano 1966;
L'albero di rose - (traduzione di poesie lucane) Edizioni Galleria Penelope, Roma 1966;
I martedì colorati - Immordino, Genova 1967;
Paese lucano - Origine, Luxemburg 1968;
Archimede (I tuoi lumi, i tuoi lemmi!) - Tallone, Alpignano 1968;
La rosa di Gerico - (a cura di F. Mazzoleni) Mondadori, Milano 1969;
Calcoli e fandonie - Mondadori, Milano 1970;
Il passero e il lebbroso - Mondadori, Milano 1970;
L'ellisse - (a cura di G. Pontiggia) Mondadori (Oscar), Milano 1974;
Mosche in bottiglia - Mondadori, Milano 1975;
Un disegno di Scipione e altri racconti - Mondadori, Milano 1975; Premio Letterario Basilicata
Dimenticatoio - Mondadori, Milano 1978; Edizione del Labirinto, Matera 1978;
Come un ladro - (a cura di J. e S. Sebaste) Bernalda 1979;
Imitazioni dall'Antologia Palatina (a cura di Giuseppe Appella) - Edizioni della Cometa, Roma 1980.
=== Opere postume ===
Leonardo Sinisgalli, Ventiquattro prose d'arte, introduzione di Giuseppe Appella, Edizioni della Cometa, Roma 1983;
Leonardo Sinisgalli, Sinisgalliana, Edizioni della Cometa, Roma 1984;
Leonardo Sinisgalli, L'albero bianco, a cura di Rosetta Maglione e Antonio Vaccaro, Edizioni Osanna, Venosa 1986;
Leonardo Sinisgalli, Promenades architecturales, Lubrina Editore, Bergamo 1987;
Leonardo Sinisgalli, L'odor moro, a cura e con un saggio di Renato Aymone, Avagliano Editore, Cava dei Tirreni 1990;
Leonardo Sinisgalli, Carte lacere, a cura di Giuseppe Appella, con nove disegni dell'Autore, Edizioni della Cometa, Roma 1991;
Leonardo Sinisgalli, Furor mathematicus, Ponte alle Grazie, Firenze 1992;
Leonardo Sinisgalli, Leonardo Sinisgalli: una galleria di ritratti. 70 disegni, a cura di Giuseppe Tortora, Associazione culturale L'albero di Porfirio, Napoli 1993;
Leonardo Sinisgalli, Intorno alla figura del poeta, a cura di Renato Aymone, Avagliano Editore, Cava dei Tirreni 1994;
Leonardo Sinisgalli, Horror vacui, a cura e con un saggio di Renato Aymone, Avagliano Editore, Cava dei Tirreni 1995;
== Note ==
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Biagio Russo (a cura di), Conversazioni Sinisgalliane, Fondazione Leonardo Sinisgalli, 02 - Quaderni, Villa d'Agri (PZ), 2017.
Luigi Fontanella, in Raccontare la poesia (1970-2020). Saggi, ricordi, testimonianze critiche, Bergamo, Moretti & Vitali Editori, 2020, pp. 65-68. ISBN 978-88-7186-828-8.
== Voci correlate ==
Montemurro
Basilicata
Ingegneria
Poesia
Giuseppe Ungaretti
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== Collegamenti esterni ==
Sinisgalli, Leonardo, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Arnaldo Bocelli, SINISGALLI, Leonardo, in Enciclopedia Italiana, II Appendice, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1949.
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Leonardo Sinisgalli, in Donne e Uomini della Resistenza, Associazione Nazionale Partigiani d'Italia.
(EN) Opere di Leonardo Sinisgalli, su Open Library, Internet Archive.
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(EN) Leonardo Sinisgalli, su Discogs, Zink Media.
(EN) Leonardo Sinisgalli, su MusicBrainz, MetaBrainz Foundation.
(EN) Leonardo Sinisgalli, su IMDb, IMDb.com.
Il sito della Fondazione Leonardo Sinisgalli, su fondazionesinisgalli.eu.
Antologia di poesie scelte con commento, su aemecca.blogspot.it.