Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni, nato Alessandro Francesco Tommaso Antonio Manzoni (Milano, 7 marzo 1785 – Milano, 22 maggio 1873) è stato uno scrittore, poeta e drammaturgo italiano, fu inoltre Senatore del Regno d'Italia.
Considerato uno dei maggiori romanzieri italiani di tutti i tempi per il celeberrimo romanzo I promessi sposi, caposaldo della letteratura italiana, Manzoni ebbe il merito di aver gettato le basi per il romanzo moderno e di aver così patrocinato l'unità linguistica italiana, sulla scia della letteratura moralmente e civilmente impegnata propria dell'Illuminismo italiano. 
Passato dalla temperie neoclassica a quella romantica, Manzoni, divenuto fervente cattolico dalle tendenze liberali, lasciò un segno indelebile anche nella storia del teatro italiano (per aver rotto le tre unità aristoteliche) e in quella poetica, grazie alla nascita del pluralismo vocale con gli Inni Sacri e allo sviluppo della poesia civile. 
Il successo e i numerosi riconoscimenti pubblici (fu senatore del Regno d'Italia) si affiancarono a problemi di salute (nevrosi, agorafobia) e famigliari (i numerosi lutti che afflissero la vita domestica) che lo ridussero in un progressivo isolamento esistenziale. Nonostante ciò, rimase in contatto epistolare con la migliore cultura europea, da Goethe ad Antonio Rosmini, subendo anche l'influsso di Walter Scott per il genere del romanzo storico.


== Biografia ==


=== Origini familiari ===


==== Famiglia ====

Dal lato materno Alessandro Manzoni proveniva dall’illustre famiglia dei Beccaria; il nonno era Cesare Beccaria, autore del trattato Dei delitti e delle pene e uno dei principali animatori dell'illuminismo lombardo. A detta dello stesso Manzoni, lui e il nonno si videro soltanto una volta, in occasione della visita della madre presso il celebre genitore. La parentela coi Beccaria lo rendeva inoltre lontano cugino dello scrittore scapigliato Carlo Dossi.
Più modesta era invece la famiglia paterna: don Pietro Antonio Pasino Manzoni (1657-1736), il padre di Alessandro, discendeva da una nobile famiglia di Barzio, in Valsassina, stabilitasi nel 1612 a Lecco (nella località del Caleotto) in seguito al matrimonio di Giacomo Maria Manzoni con Ludovica Airoldi del 1611. Sebbene Pietro Manzoni avesse poi ricevuto il feudo di Moncucco nel Novarese nel 1691 e in virtù di ciò fossero conti, a Milano il titolo non era valido perché "straniero". Inizialmente don Pietro presentò al governo austriaco una richiesta ufficiale di riconoscimento, ma poi preferì non insistere. In ogni caso, quando Roma attribuirà molto più tardi la cittadinanza al Manzoni, il titolo comitale apparirà sull'atto ufficiale e verrà mantenuto dalla sua discendenza.


==== Manzoni e Giovanni Verri ====
Anche se il padre legittimo era Pietro Manzoni, è molto probabile che il padre naturale di Alessandro fosse un amante di Giulia, Giovanni Verri (fratello minore di Alessandro e Pietro Verri). Con Giovanni, uomo attraente e libertino, di diciassette anni maggiore di lei, Giulia aveva avviato una relazione già nel 1780, proseguendola anche dopo il matrimonio. Secondo quanto riferito da Niccolò Tommaseo pare che Verri fosse il vero padre dello scrittore e che questi ne fosse pienamente a conoscenza: «Anco di Pietro Verri [Manzoni] ragiona con riverenza, tanto più ch'egli sa, e sua madre non glielo dissimulava, d'essere nepote di lui, cioè figliuolo d'un suo fratello».


=== L'infanzia e l'adolescenza ===


==== Galbiate e la separazione dei genitori ====
Alessandro Manzoni nacque a Milano, allora parte dell'impero asburgico, al n. 20 di via San Damiano (corrispondente all'attuale via Visconti di Modrone nº 16), il 7 marzo 1785 da Giulia Beccaria e, ufficialmente, da don Pietro Manzoni. Trascorse i primi anni di vita prevalentemente nella cascina Costa di Galbiate, tenuto a balia da Caterina Panzeri, una contadina del luogo, circostanza attestata dalla targa tuttora affissa sull'edificio. Successivamente passò alcuni periodi alla villa rustica del Caleotto, di proprietà della famiglia paterna, dimora in cui amerà tornare da adulto e che venderà, non senza rimpianti, nel 1818. In seguito alla separazione dei genitori, Manzoni venne educato in collegi religiosi.


==== L'educazione religiosa a Merate e a Lugano ====

Il 13 ottobre 1791 fu accompagnato dalla madre a Merate al collegio San Bartolomeo dei Somaschi, dove rimase cinque anni. Fu un periodo duro; il piccolo Alessandro risentiva della mancanza della madre e soffriva del difficile rapporto sia con i suoi compagni di scuola, violenti, sia con gli insegnanti, che lo punivano di frequente. La letteratura in quegli anni era già per lui una consolazione e una passione: durante la ricreazione, racconterà lo scrittore, «…mi chiudevo […] in una camera, e lì componevo versi». Nell'aprile del 1796 passò al collegio di Sant'Antonio a Lugano, gestito ancora dai Somaschi, per rimanervi fino al settembre del 1798. Nello stesso 1796 giungeva sul lago di Lugano il somasco Francesco Soave, celebre erudito e pedagogista; per quanto sia del tutto improbabile che Manzoni l'abbia avuto come maestro (se non per qualche giorno), la sua figura esercitò sul bambino una notevole influenza. Vecchio e prossimo alla morte, l'autore de I promessi sposi ricordava: «Io volevo bene al padre Soave, e mi pareva di vedergli intorno al capo un'aureola di gloria».
Alla fine del 1798 passò al collegio Longone di Milano, gestito dai Barnabiti, e quindi si trasferì a Castellazzo de' Barzi, dove l'istituto aveva stabilito provvisoriamente la propria sede a causa delle manovre belliche, per poi tornare il 7 agosto 1799 a Milano. Non è chiaro quanto l'adolescente fosse rimasto dai Barnabiti; l'ipotesi più accreditata lo fa supporre allievo della scuola fino al giugno 1801. Nonostante l'isolamento cui era costretto per l'ambiente chiuso e bigotto, Alessandro riuscì a stringere alcune amicizie durature, come quelle con i compagni di classe Giulio Visconti e Federico Confalonieri. Un giorno imprecisato dell'anno scolastico 1800-1801, poi, gli scolari ricevettero una visita che suscitò nel giovane Alessandro una grande emozione: l'arrivo di Vincenzo Monti, che egli leggeva avidamente e considerava il più grande poeta vivente, «fu per lui come un'apparizione di un Dio».


==== La formazione culturale ====

La formazione culturale di Manzoni è imbevuta di mitologia e letteratura latina, come appare chiaramente dalle poesie adolescenziali. Due, in particolare, sono gli autori classici prediletti, Virgilio e Orazio, ma notevole è anche l'influsso di Dante e Petrarca; tra i contemporanei, invece, assieme al Monti svolgono un ruolo importante Parini e Alfieri. Se si escludono gli esercizi di stile precedenti, le sue primissime esperienze poetiche risalgono alla metà del 1801, quando cominciò a stendere Del trionfo della libertà, in cui si può riscontrare una vena satirica e polemica che avrà un ruolo non trascurabile nel Manzoni adolescente, pur venendo mitigata già a metà del decennio. Ci restano inoltre le traduzioni, in endecasillabi sciolti, di alcune parti del libro quinto dell'Eneide e della Satira terza (libro primo) di Orazio, accanto a un epigramma mutilo in cui attacca un certo fra' Volpino che, sotto mentite spoglie, raffigura il vicerettore del collegio padre Gaetano Volpini.


==== Un giovane scapestrato ====

Uscito dall'angusto mondo del Longone, dall'estate 1801 al 1805 visse con l'anziano padre, alternando i soggiorni alla tenuta di Caleotto alla vita di città. In quel periodo frequentava l'ambiente illuministico dell'aristocrazia e dell'alta borghesia milanese, dedicando buona parte del suo tempo al divertimento e in particolare al gioco d'azzardo; giocava nel ridotto del Teatro alla Scala finché, a quanto pare, un rimprovero del Monti lo convinse a rinunciare al vizio. Fu anche l'epoca del primo amore, quello per Luigina Visconti, sorella di Ermes; di questa esperienza sappiamo quanto il poeta stesso rivelò nel 1807 in una lettera a Claude Fauriel: a Genova, infatti, l'aveva casualmente rivista, ormai sposata al marchese Gian Carlo Di Negro, e l'episodio aveva risvegliato in lui la nostalgia e il dispiacere di averla perduta. Oltre a questi svaghi, la giovinezza del Manzoni è contrassegnata anche da un soggiorno a Venezia, (dall'ottobre 1803 al maggio 1804) presso il cugino Giovanni Manzoni. Durante questo periodo ebbe modo di conoscere la nobildonna Isabella Teotochi Albrizzi, a suo tempo musa di Foscolo, e di scrivere tre dei quattro Sermoni. Non è chiaro il motivo del soggiorno veneziano, del quale Alessandro conservava anche in tarda età un bellissimo ricordo, ma non sembrano esserci state ragioni politiche, quanto piuttosto il desiderio del padre di allontanarlo da uno stile di vita dissipato.


==== La Milano illuminista ====

Il compiacimento neoclassico del tempo gli ispirò le prime composizioni di un qualche rilievo, modulate sull'opera di Vincenzo Monti, idolo letterario del momento; oltre a lui, Manzoni si volse a Parini, portavoce degli ideali illuministi nonché dell'esigenza di moralizzazione, al poeta Ugo Foscolo, a Francesco Lomonaco, un esule lucano, e a Vincenzo Cuoco, assertore delle teorie vichiane, anche lui esule da Napoli dopo la restaurazione borbonica del 1799 e considerato il «primo vero maestro del Manzoni». La vicinanza all'ambiente neoclassico, e al suo campione Vincenzo Monti in particolare, spinse il giovane a frequentare alcuni corsi di eloquenza tenuti dal poeta romagnolo all'università di Pavia tra il 1802 e il 1803. Nei registri dell'ateneo il nome di Alessandro non risulta, ma è quasi certo che egli seguisse le lezioni montiane. Oltre alla nota ammirazione per il Monti e all'opinione di illustri studiosi, sembra convalidare l'ipotesi il carteggio del periodo. I corrispondenti di Manzoni, infatti, sono quasi tutti studenti (o ex studenti) dell'università, da Andrea Mustoxidi a Giovan Battista Pagani, da Ignazio Calderari a Ermes Visconti e a Luigi Arese.
Il contesto accademico lo mise in contatto anche con due professori giansenisti, Giuseppe Zola e Pietro Tamburini, docenti rispettivamente di «storia delle leggi e dei costumi» e di «filosofia morale, diritto naturale e pubblico»; le loro idee in difesa della morale lo influenzarono profondamente, introducendolo per la prima volta al pensiero giansenista. Tamburini condannava la Curia romana per le sue deformazioni, ma vedeva nel cattolicesimo un imprescindibile modello. Per l'elevatezza delle sue dissertazioni parve a Manzoni un punto di riferimento al pari di Zola, definito «sommo» in una lettera al Pagani del 6 settembre 1804. Dal punto di vista letterario, a questo periodo risalgono Del trionfo della libertà, Adda e I quattro sermoni, che recano l'impronta di Monti e di Parini, ma anche l'eco di Virgilio e Orazio.


=== Il soggiorno parigino (1805-1810) ===


==== La morte di Carlo Imbonati e il ricongiungimento con la madre ====

Nel 1805 Manzoni venne invitato dalla madre e da Carlo Imbonati a Parigi, a quanto pare dietro suggerimento del Monti Alessandro accettò con entusiasmo, ma non fece in tempo a conoscere il conte, alla cui missiva rispose con parole di calore e riconoscimento che Imbonati non lesse mai, questi morì, infatti, il 15 marzo, lasciando la Beccaria ereditiera universale del suo patrimonio ma anche affranta e bisognosa dell'amore filiale.. Il giovane, allora ventenne, giunse nella capitale francese il 12 luglio, giorno in cui la polizia locale gli rilasciava il permesso di soggiorno. Manzoni, che per lo scomparso scrisse il carme In morte di Carlo Imbonati, scoprì di avere una madre, e da quel momento le loro strade, divise sino ad allora, si incrociarono per non lasciarsi più. Fino al 1841, anno della morte della Beccaria, i due instaurarono un rapporto strettissimo la cui profondità emerge dalle lettere dello scrittore in numerosissime occasioni; già il 31 agosto 1805 rivelava a Vincenzo Monti di aver trovato «la mia felicità […] fra le braccia d'una madre», e di non vivere che «per la mia Giulia».


==== Il circolo parigino: gli Idéologues e Claude Fauriel ====

Con la madre soggiornò al numero 3 di place Vendôme. Molto spesso madre e figlio si recavano ad Auteuil, cittadina ove si riuniva il circolo intellettuale sotto il patronato della vedova del filosofo Helvétius, e alla Maisonnette di Meulan, dove Manzoni passò due anni, partecipando al circolo letterario dei cosiddetti Idéologues: filosofi di scuola ottocentesca, eredi dell'illuminismo settecentesco ma orientato verso questioni concrete nella società, anticipatori per questo di tematiche romantiche (quali l'attenzione alle classi povere e alle emozioni).
Un ruolo importante nel gruppo degli Idéologues (costituito, tra gli altri, da Volney, Garat, Destutt de Tracy e il danese Baggesen) era ricoperto da Claude Fauriel, col quale Alessandro strinse un’amicizia durata per molti anni; la frequentazione fu facilitata dal legame che c'era tra Giulia e l'amante di Fauriel, Sophie de Condorcet, e dal più anziano Pierre Cabanis, autore della Lettre sur les causes premières, testo orientato in senso spiritualista e impregnato di spirito religioso, per quanto l'Essere supremo di cui si ammette l'esistenza non coincida completamente con il Dio cristiano secondo la concezione della Chiesa.
A Parigi, dunque, Alessandro entrò in contatto con la cultura francese classicheggiante, assimilando il sensismo, le teorie volterriane e l'evoluzione del razionalismo verso posizioni romantiche. Ci sono rimaste poche lettere relative agli anni 1805-1807, e non è pertanto possibile definire con precisione la rilevanza per Manzoni di tutti i testi e gli autori che conobbe o approfondì nei primi anni francesi; Fauriel e Cabanis emergono tuttavia come i due principali punti di riferimento; una certa importanza dovette inoltre avere Lebrun, riconosciuto, in una lettera al Pagani del 12 marzo 1806, «grand'uomo», «poeta sommo» e «lirico trascendente». Potrebbero essere anche parole di circostanza, dettate da un'amicizia ancor fresca e dalla riconoscenza per le parole di elogio che «Pindare Lebrun» gli aveva rivolto, omaggiandolo di un suo componimento. Lo stile del poeta francese, improntato a un classicismo enfatico e di maniera, non pare in effetti conciliarsi con la poetica manzoniana, ma il poemetto Urania (ideato tra il 1806 e il 1807 e poi stancamente portato a compimento negli anni successivi) ne recherà parzialmente l'impronta.


==== L'intermezzo italiano (1806-1807) e la morte di don Pietro ====

Nel giugno 1806 madre e figlio lasciarono una prima volta Parigi, per sistemare le ultime pratiche legali relative all'eredità dell'Imbonati, nella quale figurava anche la villa di Brusuglio; a settembre erano comunque già di ritorno in Francia, come dimostra una lettera di Manzoni a Ignazio Calderari. Al febbraio 1807 risale un secondo spostamento: una lettera al Fauriel, scritta il 17, conferma che quel giorno Manzoni era a Susa e aveva passato il Moncenisio, mentre da altre testimonianze epistolari sappiamo che il mese successivo si trovava a Genova.
Il 20 marzo, in procinto di partire per Torino, venne a sapere che il padre era gravemente malato (sebbene in realtà fosse morto già da due giorni) e, durante il tragitto verso Milano, apprese della sua scomparsa. Sembra tuttavia che Giulia e Alessandro non siano entrati in città né preso parte ai funerali, preferendo trascorrere alcuni giorni nella nuova proprietà di Brusuglio per poi riattraversare le Alpi. Le parole con cui affronta nelle lettere la scomparsa del padre paiono piuttosto fredde; nella missiva al Fauriel dell'8 aprile, venti giorni dopo il funerale, rivolge a Pietro un ultimo augurio: «Paix et honneur à sa cendre» (pace e onore alle sue ceneri); nella lettera a Pagani del 24 marzo, giorno in cui ricevette la notizia del decesso, fa riferimento al motivo «ben doloroso» che lo aveva chiamato a Milano, per poi proseguire con altri argomenti, come la soddisfazione di rivedere l'amico Calderari e l'affetto per la madre, «parlando della quale troverò sempre più ogni espressione debole e monca». A maggio Alessandro, nominato dal padre erede universale, era nuovamente a Parigi.


==== Il matrimonio e la nascita della figlia Giulia ====

Da tempo Giulia Beccaria andava cercando una sposa per il figlio; anche il viaggio primaverile del 1807 era stato intrapreso con questo obiettivo, divenuto ormai preminente. Dopo il fallimento del progetto di fidanzare Alessandro con Augustine, figlia del filosofo Destutt de Tracy, a causa del basso grado di nobiltà dei Manzoni, la Beccaria conobbe a Parigi Charlotte Blondel, imparentata con la famiglia calvinista del banchiere ginevrino François Louis Blondel. Questi viveva a Milano con la moglie Marie e la figlia sedicenne Enrichetta nel palazzo Imbonati, che il conte gli aveva venduto anni addietro. I contatti furono avviati tramite Charlotte e, a settembre, i Manzoni partirono alla volta della città milanese per fare la conoscenza di Enrichetta - di cui erano state fornite ottime referenze - e dei genitori. 
L'incontro, avvenuto a Blevio nel tardo settembre del 1807, non disattese le speranze; Manzoni rimase incantato dalla dolcezza e purezza della fanciulla. Il matrimonio, che si rivelerà molto felice e sarà coronato dalla nascita di dieci figli, fu celebrato il 6 febbraio 1808 a Milano: prima con rito civile presso il municipio e, quarantacinque minuti più tardi, con rito calvinista in via del Marino, dove si trovava la casa dei Blondel. Sistemate le ultime questioni legate all'eredità dell'Imbonati, i novelli sposi, accompagnati da Giulia, si stabilirono al numero 22 del Boulevard des Bains Chinois, a Parigi. Il 23 dicembre dello stesso anno nacque Giulia Claudia, futura prima moglie di Massimo d'Azeglio, che fu battezzata il 23 agosto del 1809 nella chiesa giansenista di San Nicola presso Meulan, secondo il rito cattolico e con Fauriel come padrino. La decisione di battezzare con rito cattolico la primogenita, presa da un padre indifferente dal punto di vista religioso e da una madre calvinista, è l'indice di un cambiamento radicale nella sensibilità spirituale della famiglia.


=== La conversione: un dibattito aperto ===

La conversione al cattolicesimo di Manzoni è un tema su cui non solo i critici, ma anche i conoscenti e i famigliari dello scrittore hanno sempre discusso, ottenendo dall'autore de I promessi sposi risposte aleatorie; un riserbo che rende ogni studio critico inevitabilmente opinabile e incompleto. L'importanza della conversione, fondamentale per comprendere l'evoluzione tematica e spirituale del Manzoni del «quindicennio creativo», è spesso legata a una leggenda agiografica che vorrebbe una sua conversione repentina, attribuita allo smarrimento di Enrichetta nel 1810. In realtà, il percorso che ricondusse Manzoni e la sua famiglia alla pratica religiosa cattolica fu ben più lungo, dovuto a una serie di fattori combinati fra di loro.


==== Le due lettere al Calderari (1806) ====

Una certa importanza rivestono due lettere che Manzoni inviò a Ignazio Calderari in merito alla malattia che condusse alla morte il loro comune amico Luigi Arese. Nella prima, del 17 settembre 1806, egli si duole che al posto delle persone care il morituro debba avere al capezzale «l'orribile figura di un prete», ma il 30 ottobre, dopo la morte dell'Arese, sempre al Calderari esclama: «Oh sì! ci rivedremo! Se questa speranza non raddolcisse il desiderio dei buoni e l'orrore della presenza dei perversi, che sarebbe la vita?». Se da un lato viene confermata la reazione anticlericale già ravvisata nelle prime opere, al tempo stesso Manzoni dimostra di conformarsi allo spirito cristiano, prefigurando un'esistenza dopo la morte.


==== La supplica a Pio VII ====
Dopo il battesimo cattolico di Giulia nell'agosto del 1809, Manzoni, d'accordo con la moglie, indirizzò una supplica a papa Pio VII affinché, «pentito del fallo commesso», l'autorità pontificia ponesse «un opportuno riparo, capace di rendere tranquilla la di lui coscienza [del supplicante, cioè del Manzoni]», rendendo possibile celebrare nuovamente il matrimonio, questa volta secondo il rito cattolico. A novembre giunse l'autorizzazione papale con un rescritto del cardinale Di Pietro datato al 30 ottobre, e il 15 febbraio 1810, nella casa di Ferdinando Marescalchi, il curato della chiesa della Madeleine officiava la funzione.


==== Degola e San Rocco (1809-1810) ====

All'inizio del 1809 i Manzoni avevano fatto conoscenze importanti, forse decisive nell'orientare Alessandro verso la pratica religiosa. Pierre Jean Agier, presidente della Corte d'appello parigina, Giambattista Somis, già consigliere della Corte di appello di Torino, Ferdinando Marescalchi, ministro delle Relazioni estere del Regno d'Italia napoleonico, e Anne Marie Caroline Geymüller, una donna di Basilea rimasta vedova di un ufficiale della guardia svizzera del re Luigi XVI, facevano parte di un ambiente fortemente cattolico e giansenista. Quest'ultima, inoltre, aveva abiurato il calvinismo nel 1805 per opera di un abate genovese giansenista che i Manzoni conosceranno proprio nell'autunno del 1809, Eustachio Degola, il quale rivestì un'enorme importanza per la conversione di Alessandro e della famiglia.
La conversione del Manzoni, però, è ben più nota per il cosiddetto "miracolo di San Rocco". Il 2 aprile 1810, durante i festeggiamenti per le nozze di Napoleone I e Maria Luisa d'Austria, improvvisamente scoppiarono dei mortaretti e la folla che riempiva le strade separò dalla moglie Manzoni, il quale, sospinto dalla gente, si ritrovò sui gradini della chiesa di San Rocco, in rue Saint-Honoré, e si rifugiò. Nel silenzio e nella serenità di quel tempio implorò la grazia di ritrovare la consorte e all'uscita, convertito, poté riabbracciarla.

Un'altra versione, riportata da Giulio Carcano, racconta invece di un Manzoni frustrato che, assillato da dubbi spirituali, si sarebbe recato in San Rocco gridando: «O Dio! Se tu esisti, rivelati a me!», uscendo poi credente.


==== Degola e i rapporti con i Manzoni ====
Inizialmente il sacerdote ebbe il compito di preparare Enrichetta Blondel all'abiura del calvinismo. Le chiese di scrivere dei riassunti delle lezioni di religione cattolica (chiamati ristretti), per correggerli poi egli stesso. L'abiura fu sottoscritta in un atto ufficiale il 3 maggio 1810 e celebrata solennemente il 22 maggio nella chiesa di Saint-Séverin, alla presenza del circolo giansenista e dell'abate Degola. L'ascendenza del prete giansenista è innegabile: rimane a testimoniarlo il pluriennale carteggio che il sacerdote genovese intrattenne con Manzoni, con la moglie e con Giulia Beccaria. È relativamente facile ricostruire i passaggi attraverso cui la Blondel si convertì al cattolicesimo, ma non ne è chiaro il motivo. Probabilmente Manzoni, che era «un animo non veramente ribelle», accettava con fastidio un matrimonio non benedetto, e questa situazione, quando la figlia fu iscritta nel registro dei battesimi, dovette metterlo a disagio.


=== Il ritorno in Italia (1810-1812) ===


==== Tra via del Morone e Brusuglio. La famiglia ====
 Quanto lo spirito del Manzoni fosse cambiato negli ultimi mesi della permanenza parigina, o meglio, quanto fosse in contraddizione con i valori e i modelli precedenti, è difficile dire. 
Sicuramente la grande città francese, capitale del bel mondo e degli intellettuali del momento, non esercitava più alcun fascino su di lui. Bisognoso di tranquillità, Manzoni lasciò Parigi con la famiglia il 2 giugno, diretto a Brusuglio, dove giunse, nonostante alcuni inconvenienti, qualche settimana più tardi. Lì, però, incontrò la collera della famiglia Blondel, adirata per la conversione di Enrichetta al cattolicesimo, un risentimento che non diminuì con il passare degli anni. I Manzoni alternarono periodi a Brusuglio e in città, dimorando durante la bella stagione nella villa fuori porta, ove Alessandro si dedicava all'agricoltura. A Milano si stabilirono per quasi due anni al numero 3883 di via S. Vito al Carobbio, per poi trascorrere un anno nel palazzo dei Beccaria, in via Brera, finché il 2 ottobre 1813 lo scrittore acquistò una casa in via del Morone, al numero 1171 (oggi 1). Manzoni era sempre stato abituato a vivere in mezzo al verde: la nuova dimora, che dava su piazza Belgioioso, aveva «un giardino proprio interno, con certo quale sentore di chiostro, assolutamente quel che ci voleva per l'indole del Manzoni». 
In via del Morone l'autore avrebbe trascorso il resto della propria vita. Nel corso degli anni seguenti i membri della famiglia, che alternavano la loro residenza tra il palazzo cittadino e la villa di Brusuglio, crebbero di numero. Dopo Luigia, nata e morta nello stesso giorno (5 settembre 1811), il 21 luglio 1813 vide la luce in via Brera il primo figlio maschio, Pietro Luigi. Il 25 luglio 1815 la casa di via del Morone fu allietata dalla nascita di Cristina, in seguito moglie di Cristoforo Baroggi. Nel giro di pochi anni vennero al mondo anche Sofia (12 novembre 1817), moglie di Lodovico Trotti; Enrico (7 giugno 1819); Clara (agosto 1821), vissuta due anni; Vittoria (marzo 1822), moglie dal 1846 di Giovanni Battista Giorgini); Filippo (marzo 1826) sposo di Erminia Catena; Matilde nel maggio 1830, quest'ultima morta nubile.


==== Da Degola a Luigi Tosi: la nuova guida spirituale ====

Prima di partire, i Manzoni avevano chiesto al sacerdote giansenista di indicar loro una persona degna di fiducia che potesse continuare la sua opera di assistenza spirituale. Il 30 maggio Degola scriveva una lettera di raccomandazione per don Luigi Tosi, canonico di Sant'Ambrogio e anch'egli giansenista. Sia Giulia che Alessandro ebbero del Tosi un'ottima impressione, come si evince dalle parole dello scrittore: «Il degnissimo Canonico Tosi fu visitato da mia madre e me […], e fu trovato un degno amico del Degola; e questo basti per suo elogio». Il sacerdote si recava regolarmente anche a Brusuglio, quando la famiglia vi soggiornava, e mantenne la sua funzione di guida spirituale per molti anni, anche dopo la sua elezione a vescovo di Pavia, avvenuta nel 1823. 
Ad Alessandro, come alla moglie e alla madre, non era ancora stata somministrata l'eucaristia. Dopo una breve preparazione, Manzoni si confessò il 27 agosto e il 15 settembre, assieme a Giulia ed Enrichetta, si accostò per la prima volta alla Comunione, anche se il percorso di conversione completa fu ancora molto lungo. Infatti, nell'agosto 1811, il neofita inviava a Degola e Tosi lettere in cui chiedeva rispettivamente di pregare «perché piaccia al Signore scuotere la mia lentezza nel suo servizio e togliermi da una tepidezza che mi tormenta, e mi umilia», e affermando che «malgrado la mia profonda indegnità sento quanto possa in me operarne la Onnipotenza della Divina Grazia».


=== Il quindicennio creativo (1812-1827) ===


==== Introduzione ====
Espressione ormai adottata dalla critica letteraria, il quindicennio creativo suole indicare quell'arco temporale in cui Manzoni, ormai convertito al cattolicesimo e alle idee romantiche, si prodigò nella stesura delle sue opere letterarie principali, spaziando dalla poesia sacra a quella civile, dai saggi filosofico-religiosi alle tragedie, per giungere infine alla stesura del primo grande romanzo della storia della letteratura italiana. In tutti questi generi, Manzoni apportò elementi nuovi e rivoluzionari rispetto alla tradizione letteraria: gli Inni Sacri rivelano la coralità della poesia cristiana manzoniana; le tragedie, in nome della verosimiglianza, si slegano dalle unità aristoteliche e rivelano quell'interesse progressivo per i sentimenti umani che troveranno piena espressione nel romanzo.


==== Gli Inni Sacri ====

D'ora in avanti la sua vita e la sua arte saranno pienamente conformi alla fede e alla necessità di divulgarla con l'esempio e con le opere. Nel 1812 cominciò la stesura degli Inni sacri. Voleva scrivere nell'ordine Il Natale, L'Epifania, La Passione, La Risurrezione, L'Ascensione, La Pentecoste, Il Corpo del Signore, La Cattedra di San Pietro, L'Assunzione, Il Nome di Maria, Ognissanti e I Morti, ma ne portò a termine solo cinque: La Risurrezione, Il nome di Maria, Il Natale, La Passione e La Pentecoste. 
I primi quattro furono scritti tra l'aprile 1812 e l'ottobre 1815 e pubblicati in un volumetto presso l'editore milanese Pietro Agnelli alla fine del 1815, mentre la stesura de La Pentecoste, iniziata nel 1817, fu completata solo cinque anni più tardi, rallentata da altre opere cui l'autore attese nei medesimi anni, tra cui spiccano le due tragedie e la prima versione del romanzo. L'Ognissanti (1830-1847) restò in stato di frammento, come altre possibili aggiunte agli Inni (Il Natale del 1833 e il brevissimo Dio nella natura). 
La poesia religiosa del Manzoni è completata dalle Strofe per una Prima Comunione. L'intenzione dell'autore è quella di una poesia popolare, da cui lo stile talvolta si allontana perché ancora influenzato dalla formazione neoclassica, per poi ritornare alla comunità dei credenti (l'ecclesia cristiana) che innalza, insieme al poeta, un canto di lode a Dio, unica sicurezza contro il male sempre imperante nella Storia. Questa dimensione corale emerge soprattutto nella Pentecoste, ove i «figli d'Eva» (v. 71), sparsi in tutto il mondo, trovano unità nella fede in Dio.


==== Il 1814 e le Odi civili ====

Mentre Manzoni elaborava gli Inni Sacri, la situazione politica internazionale si stava velocemente deteriorando: Napoleone, fortemente debilitato dopo la disastrosa campagna di Russia del 1812, crollava nella grande battaglia di Lipsia del 1813. Di conseguenza, anche gli Stati satelliti francesi, tra cui il Regno d'Italia, caddero sotto i colpi della coalizione austro-russa, obbligando Eugenio di Beauharnais a fuggire da Milano e permettendo così agli austriaci di rientrare in Lombardia. Manzoni visse questi momenti drammatici con grande angoscia, assistendo dal suo palazzo di via del Morone, il 20 aprile 1814, al linciaggio del ministro delle finanze Giuseppe Prina, la cui violenza (deplorata vivamente dallo scrittore) viene narrata in una lettera a Fauriel. 
A parte l'episodio del Prina, Manzoni partecipò intensamente al tentativo di mantenere indipendente l'Alta Italia con un regno il cui sovrano sarebbe stato proprio il viceré Eugenio di Beauharnais, sottoscrivendo una petizione presso le potenze vittoriose riunite a Parigi. Poeticamente contribuì al sentimento patriottico con la stesura di due canzoni entrambe rimaste incompiute: Aprile 1814, in cui si rievoca il terremoto politico milanese in chiave patriottica e di denuncia verso la politica napoleonica, e Il proclama di Rimini (aprile 1815), in cui riflette sull'omonimo discorso tenuto da Gioacchino Murat per la difesa dell'Italia, inquadrandolo come un liberatore inviato da Dio per sottrarre gli italiani alla schiavitù.


==== Manzoni e il dibattito tra classicisti e romantici ====

Gli anni successivi alla conversione furono assai significativi per il panorama letterario e italiano. L'Italia, ancorata a una salda tradizione classicista, fu costretta a confrontarsi con la nuova temperie romantica europea. Nel gennaio del 1816, l'intellettuale francese Madame de Staël pubblicò, tradotto in italiano sul primo numero della Biblioteca Italiana, un articolo intitolato Sulla maniera e la utilità delle traduzioni, in cui criticava gli italiani che si ostinano a rimanere ancorati a una vacua retorica, ignorando le novità provenienti dalla Germania e dall'Inghilterra.
Alla successiva querelle tra classicisti (capeggiati da Pietro Giordani) e romantici (tra i quali spiccano Ludovico di Breme e Giovanni Berchet) Manzoni non partecipò attivamente. Benché fosse dalla parte dei romantici e partecipasse alla Cameretta letteraria animata da Ermes Visconti, Gaetano Cattaneo, Tommaso Grossi e soprattutto dal poeta dialettale Carlo Porta, si rifiutò di collaborare sia alla Biblioteca Italiana sia a Il Conciliatore.
Oltre all'interesse per la poetica cristiana, furono determinanti la nevrosi depressiva che colpì Manzoni dal 1810 e la sua difficoltà a parlare in pubblico, fattori che lo costrinsero a una vita ritirata nei suoi possedimenti di Brusuglio o nella quiete del suo palazzo milanese.


==== La produzione teatrale ====

Decisiva fu l'impronta che Manzoni lasciò nella storia del teatro italiano. Intervenne sulla struttura e la finalità stessa del dramma, che per lo scrittore non deve descrivere l'astratto ma il verosimile (escludendo l'artificiosità delle unità aristoteliche) e i moti dell'anima dei protagonisti. I frutti di tali riflessioni emerse nella Lettera a Monsieur Chauvet (1820), si colgono nella tragedia Il Conte di Carmagnola, la cui stesura fu rallentata dai problemi di natura nervosa che affliggevano l'autore e dall'impegno nelle Osservazioni sulla morale cattolica. La seconda tragedia, l'Adelchi, fu edita nel 1822, mentre nella mente cominciava a profilarsi la visione narrativa del romanzo.


==== La crisi del 1817 e le Osservazioni sulla morale cattolica (1818-1819) ====

Nella primavera del 1817 Manzoni ebbe una breve crisi spirituale, determinata da più fattori, in particolare dall'appoggio della Chiesa alla Restaurazione: il liberale Manzoni non concepiva il conflitto tra la religione cristiana, in cui fermamente credeva, e l'orientamento politico della Chiesa cattolica che non condivideva. La delusione che ne derivò portò all'acuirsi della sua malattia nervosa e a un conseguente raffreddamento nella pratica religiosa, come si evince da una lettera di Tosi al Degola, in cui il padre spirituale dello scrittore comunicava il superamento della crisi (14 giugno 1817). Anche con il futuro vescovo di Pavia ci fu un piccolo scontro, presto dimenticato, quando Manzoni gli aveva manifestato il desiderio di tornare per un periodo a Parigi, incontrando un'opposizione che gli parve esagerata. Il sacerdote ravvisava nel trasferimento un pericolo per la fede del discepolo, desideroso invece di rivedere Fauriel e speranzoso di trarre beneficio per i propri disturbi nervosi. Manzoni chiese ugualmente di poter partire, ma in maggio la polizia gli negò i passaporti.
Accantonata provvisoriamente l'ipotesi parigina, Manzoni interruppe il Conte di Carmagnola e si ritirò in campagna, dove si immerse nella lettura di testi filosofici che saranno alla base delle Osservazioni sulla morale cattolica. Le postille manzoniane agli autori studiati sono utili per scoprire quali libri affrontava in quei mesi e come li giudicava: quelle a Locke, a Condillac e a Destutt de Tracy provano la distanza di Manzoni dal loro pensiero. Nel preparare le Osservazioni, la sua attenzione andò soprattutto all'Histoire des Républiques Italiennes di Sismondi, il cui sedicesimo e ultimo volume uscì a Parigi nel 1818. L'opera recava nell'ultimo tomo violente accuse contro il cattolicesimo, il che suscitò una reazione indignata del canonico Tosi che chiese a Manzoni di controbattere. Quest'opera apologetica fu pubblicata nel 1819 con il titolo Sulla Morale Cattolica, osservazioni di Alessandro Manzoni, Parte prima.


==== Il secondo soggiorno parigino (1819-1820) ====

Già dal 1817 Manzoni pensava di ritornare a Parigi, luogo felice della giovinezza ove sperava di poter guarire dalle sempre più accentuate crisi di nervi. La partenza, però, veniva sempre rimandata a causa della difficoltà di ottenere i passaporti. Furono rilasciati dalle autorità austriache solamente nel 1819, e l'intera famiglia partì per la Francia il 14 settembre. Nella capitale francese Manzoni frequentò lo storico Augustin Thierry e il filosofo Victor Cousin. La conoscenza di Thierry influì in modo importante sulla concezione manzoniana della storia, e una certa rilevanza ebbe anche lo spiritualismo di Cousin. Benché le idee di quest'ultimo non fossero del tutto eterodosse in materia di religione, alcune sue affermazioni lo colpirono come: «Sans Dieu, l'homme et la nature restent un mystère» (senza Dio, l'uomo e la natura restano un mistero), oppure «La loi suprème, c'est […] la sainteté, le dévouement, la charité, l'amour du prochain; c'est surtout l'amour de Dieu»(«La legge suprema consiste […] soprattutto nella santità, nella devozione, nella carità, nell'amore per il prossimo; si manifesta soprattutto nell'amore di Dio»). 
Manzoni, però, non trovò giovamento nel soggiorno parigino: le crisi di nervi non erano passate, e cominciava a provare nostalgia di casa. Pertanto, dopo appena un anno, il 25 luglio partì da Parigi con tutta la famiglia per rientrare a Milano l'8 agosto. Passata l'estate, iniziarono gli anni più frenetici del quindicennio creativo, in cui Alessandro elaborò quei concetti religiosi e provvidenzialistici che troveranno il culmine nell'Adelchi e nel Cinque maggio, basi fondamentali per l'economia de I promessi sposi, insieme all'inizio della riflessione linguistica, strutturale e artistica del genere del romanzo stesso.


==== Il biennio 1820-1822: le basi del romanzo ====

A novembre del 1820 Manzoni cominciò la tragedia dell'Adelchi. Concluso un primo abbozzo in primavera del 1821, se ne distolse improvvisamente per riprendere in mano la poesia civile con la stesura di Marzo 1821, ode celebrante la presunta invasione del Lombardo-Veneto dalle truppe sardo-piemontesi dopo l'abdicazione di Vittorio Emanuele I. Scritta tra il 15 e il 17 marzo, questa ode rivela, rispetto a quelle di sette anni prima, una maggior compattezza strutturale e sicurezza sia nel linguaggio sia nel trattare gli stati d'animo dei patrioti. Scemata l'euforia generale dopo il fallimento dei moti del 1820-1821, Manzoni rimise mano all'Adelchi, cominciando a studiare varie fonti storiche (rielaborate nel coevo saggio Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia) affinché vi fosse aderenza tra il vero storico (gli eventi realmente accaduti) e il vero poetico (l'inventio narrativa), concezione appresa alla scuola di Thierry e degli idéologues.

L'anno 1821, però, fu pregno di eventi significativi: oltre ai moti sopracitati, il 5 maggio moriva sull'isola di Sant'Elena l'esiliato Napoleone Bonaparte. La notizia giunse in Europa soltanto a luglio; Manzoni la lesse sulla Gazzetta di Milano il 17 luglio 1821 e ne rimase profondamente turbato. Affascinato dal titanismo e dal genio di Napoleone, tra il 18 e il 20 luglio compose Il cinque maggio. Nell'ode, lo scrittore vede la grandezza dell'Imperatore non tanto nelle imprese terrene, quanto nell'aver compreso, attraverso le sofferenze dell'esilio, la vanità delle glorie passate e l'importanza assoluta della Salvezza. Il parallelo con le vicende di Adelchi e di Ermengarda mostra la formulazione di quella provvida sventura che che diverrà centrale ne I promessi sposi.


==== Dal Fermo e Lucia a I promessi sposi (1821-1827) ====

Manzoni iniziò la stesura del Fermo e Lucia il 24 aprile 1821, ma interruppe inizialmente il lavoro. Nella quiete della villa di Brusuglio lo aveva intrapreso dopo aver letto romanzi europei, specialmente inglesi, in particolare l'Ivanhoe di Walter Scott tradotto in francese, in quanto la letteratura italiana si era concentrata fino ad allora su altri generi prosaici. 
Seguendo la metodologia già adottata per le tragedie, l'autore avviò un vero e proprio lavoro di documentazione storica, basato sulla lettura della Historia patria di Giuseppe Ripamonti e del saggio Sul commercio de' commestibili e caro prezzo del vitto di Melchiorre Gioia. La prima minuta del Fermo e Lucia (titolo suggerito dall'amico Ermes Visconti, come testimoniato in una lettera del 3 aprile 1822 a Gaetano Cattaneo,) terminata il 17 settembre 1823, consiste in fogli protocollo divisi in due colonne: a destra il testo, a sinistra le correzioni. 
La seconda stesura del romanzo con il titolo Gli sposi promessi, dopo l'ultimazione dell'Adelchi e la composizione de Il cinque maggio, è databile tra il 1823 e il 1825. L'opera fu infine pubblicata dal 1825 al 1827 con il titolo definitivo I promessi sposi. Il passaggio dal Fermo e Lucia – la cui struttura narrativa risultava poco armonica a causa della divisione in tomi e di ampie parti dedicate alla suor Gertrude – a I promessi sposi fu alquanto travagliato per la ridefinizione dell'architettura dell'opera. Oltre al problema espositivo, Manzoni si accorse del linguaggio artificioso e letterario da lui usato, elemento non rispondente alle esigenze realistiche cui tendeva la sua poetica. Scegliendo il toscano come lingua colloquiale per i suoi personaggi, pubblicò la cosiddetta ventisettana (nome dato alla prima edizione de I promessi sposi) ma, consapevole della necessità di ascoltare direttamente l'eloquio di quella regione, decise di partire per Firenze.


=== Il viaggio in Toscana (1827) ===


==== Il Gabinetto Vieusseux e le basi della Quarantana ====
Nel 1827 Manzoni si trasferì a Firenze per procedere alla stesura finale del romanzo, corretta a livello formale e stilistico, in modo da entrare in contatto e "vivere" la lingua fiorentina delle persone colte, che rappresentava per l'autore l'unica lingua dell'Italia unita. Il viaggio, iniziato il 15 luglio, vide l'intera famiglia Manzoni (i figli, l'anziana madre Giulia e la moglie Enrichetta) passare per Pavia – dove si fermarono per salutare il canonico Tosi, divenuto vescovo della città –, Genova, Lucca, Pisa e arrivare il 29 agosto nella capitale del Granducato di Toscana. Il soggiorno, che durò fino a ottobre, fu un trionfo per lo scrittore: i membri del Gabinetto Vieusseux (con in testa Niccolò Tommaseo, lo stesso Giovan Pietro Vieusseux, Giovanni Battista Niccolini e Gino Capponi) lo accolsero con tutti gli onori. Anche Leopardi, che non ammirava né condivideva l'ideologia e la poetica manzoniana, lo salutò cordialmente. La fama de I promessi sposi superò presto i circoli letterari, giungendo alla corte granducale, ove Leopoldo II in persona ricevette il romanziere. Durante questi incontri, impegnativi per Manzoni a causa dei suoi problemi nervosi, egli approfondì la sua indagine linguistica avvalendosi del contatto diretto sia con la nobiltà fiorentina, sia con il popolo, e notando la somiglianza della terminologia usata dalle due classi. Il frutto di tali osservazioni fu fondamentale per la scelta del fiorentino (in luogo del generico toscano) come lingua quotidiana per i personaggi del suo romanzo, scelta che lo portò a rivedere l'opera nel corso degli anni Trenta e a pubblicarla definitivamente nel 1840 (da qui il nome di Quarantana) insieme alla Storia della colonna infame. Quest'ultimo saggio riprende e sviluppa il tema degli untori e della peste, che già tanta parte aveva avuto nel romanzo e del quale inizialmente costituiva un excursus storico.


=== Gli anni del silenzio (1827-1873) ===


==== I primi lutti familiari e il secondo matrimonio ====
La quiete famigliare su cui Manzoni aveva instaurato il proprio regime di vita quotidiana si frantumò a partire dagli anni Trenta, allorché lo colpirono i primi lutti familiari: il primo fu quello per l'adorata moglie Enrichetta, morta il 25 dicembre 1833 di tabe mesenterica, contratta a seguito delle numerose gravidanze. Il dolore di Manzoni fu tale che, quando nel 1834 cercò di scrivere Il Natale del 1833, non riuscì a completare l'opera. 
Dopo Enrichetta vide morire l'amata figlia primogenita Giulia, già moglie di Massimo d'Azeglio, il 20 settembre del 1834. Il 2 gennaio 1837, grazie agli uffici della madre e dell'amico Tommaso Grossi, sposò Teresa Borri, vedova del conte Decio Stampa e madre di Stefano Stampa, figura della quale Manzoni fu molto legato. 
La nuova moglie, al contrario di Enrichetta, era dotata di una forte personalità e di una buona cultura letteraria. A causa del suo carattere protettivo nei confronti del marito, Teresa entrò presto in conflitto sia con l'anziana suocera, sia con Grossi, che dovette abbandonare il palazzo di via del Morone dove abitava da più di vent'anni. Gli anni successivi furono ancora costellati dalla morte di molti dei suoi cari: della figlia Cristina (27 maggio 1841), seguita due mesi dopo dalla madre Giulia Beccaria (7 luglio) e, infine, dell'amico Fauriel (15 luglio 1844).


==== Il 1848 e l'esilio a Lesa: Antonio Rosmini e la critica al romanzo ====

Milano, come le altre grandi città europee, non fu immune dalle rivolte che esplosero in tutta Europa: durante le famose cinque giornate i patrioti riuscirono a scacciare, seppur momentaneamente, gli austriaci del feldmaresciallo Radetzky. Tra questi uomini imbevuti dell'epos risorgimentale c'era anche il figlio ventiduenne di Manzoni, Filippo, che finì incarcerato all'inizio dei combattimenti. Se il figlio combatté sulle barricate, il padre pubblicò quelle odi politiche (Aprile 1814, Il proclama di Rimini e Marzo 1821) che, per timore della rappresaglia austriaca, non aveva mai edito. Al momento del rientro di Radetzky, Manzoni, timoroso di subire ripercussioni per il suo sostegno morale alla causa risorgimentale, si rifugiò a Lesa, dove la moglie Teresa aveva una villa.
Il soggiorno di Lesa, durato fino al 1850, non fu un esilio infecondo: a Stresa, poco lontano, viveva il filosofo e sacerdote Antonio Rosmini, conoscente di Manzoni già dal 1827. Il ritiro sul lago Maggiore servì allo scrittore per conoscere meglio l'animo e il pensiero del Rosmini, del quale apprezzò profondamente la personalità e la pietà, oltre alle discussioni religiose, linguistiche e politiche, come si può desumere dal folto carteggio epistolare fra i due.
Dal punto di vista strettamente letterario, questi anni videro Manzoni rigettare quell'equilibrio tra il vero storico e il vero poetico impostato nel suo romanzo. Attratto in maniera crescente dagli studi linguistici, storici e filosofici, sentì sempre più necessaria e urgente la ricerca della "verità oggettiva" condannando – nel saggio Del romanzo storico e nel dialogo Dell'Invenzione, pubblicati entrambi del 1850 – la commistione tra inventio e historia.


==== Gli anni del Risorgimento: lutti privati e simbolo della Patria ====

Gli anni seguenti furono assai penosi: nel 1853 morì Tommaso Grossi, nel 1855 l'amico Rosmini e l'anno successivo la figlia Matilde, da tempo ammalata di tisi; nel 1858 lo zio Giulio Beccaria e nel 1861 la moglie Teresa, la cui salute era stata irrimediabilmente compromessa anni prima da una difficoltosa gravidanza. Questa serie di lutti fu alternata dal conferimento di onorificenze da parte del neonato Regno d'Italia e dalle visite di illustri ospiti. 
Il 29 febbraio 1860, ancor prima della proclamazione ufficiale del nuovo Stato unitario, Manzoni fu nominato senatore del Regno di Sardegna per meriti verso la patria. Con questo incarico votò nel 1864 a favore dello spostamento della capitale da Torino a Firenze fintanto che Roma non fosse stata liberata. Dal punto di vista intellettuale, negli ultimi anni scrisse saggi storici tra cui (La Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione italiana del 1859: saggio comparativo), e linguistici intorno alla lingua italiana. Come presidente della commissione parlamentare sulla lingua, Manzoni stilò nel 1868 una relazione sull'italiano (Dell'unità della lingua e dei mezzi di diffonderla) indirizzata al ministro Broglio, in cui cercò una soluzione pratica per diffondere il fiorentino in tutta Italia. Il 28 giugno 1872 fu nominato cittadino onorario di Roma.


=== La morte e il funerale ===

Manzoni, a parte i disturbi nervosi da cui era affetto e una malattia che lo colpì nel 1858, godette generalmente di buona salute. L'anno 1873 fu però l'ultimo della sua vita: il 6 gennaio cadde battendo la testa su uno scalino all'uscita dalla chiesa di San Fedele, procurandosi un trauma cranico. Lo scrittore si accorse, già dopo qualche giorno, che le sue facoltà intellettive cominciavano lentamente a scemare, fino a cadere in uno stato catatonico negli ultimi mesi di vita. 
Le sofferenze furono acuite dalla morte del figlio maggiore Pietro Luigi, avvenuta il 28 aprile. Il 22 maggio alle ore sei e quindici del pomeriggio, Manzoni spirò per una meningite contratta a seguito del trauma. Il corpo fu imbalsamato da sette medici incaricati dal Comune di Milano tra il 24 e il 27 maggio. Ai solenni funerali di Stato, celebrati in Duomo il 29 maggio, parteciparono le massime autorità del Regno, tra cui il futuro re Umberto I, il ministro degli esteri Emilio Visconti Venosta e le rappresentanze della Camera e del Senato e delle Province e delle Città del Regno.
Felice Venosta ne narra i particolari descrivendo lo stato d'animo in cui versava la città:


== Il dibattito su Manzoni ==


=== L'attacco dei cattolici reazionari ===
La scomparsa di Alessandro Manzoni non suscitò unanime cordoglio: il mondo cattolico più reazionario e clericale, per esempio, non ne compianse la morte. Anzi, i gesuiti de La Civiltà Cattolica la passarono sotto silenzio, per poi scagliarsi contro lo scrittore nell'articolo del 26 giugno 1873, Alessandro Manzoni e Giuseppe Puccianti. Nel grave dissidio tra le due anime del cattolicesimo italiano dell'epoca, Manzoni veniva ritenuto il vessillo tramite cui i liberali poterono attuare la loro politica laicista e l'abbattimento del potere temporale dei papi. A tal proposito don Davide Albertario, uno dei più accesi critici della religiosità manzoniana e "paradigma" delle accuse mosse dagli zelanti al liberale Manzoni, non risparmiò dure critiche sull'ambiguità del comportamento di Alessandro:

Benedetto Croce, nel 1941, riportò come ancora a distanza di anni i cattolici "intransigenti" facessero sentire la loro voce tramite quella di Giovanni Papini:


=== La critica letteraria su Manzoni ===


==== Il mito manzoniano: tra luci e ombre ====

Le prime biografie di Manzoni furono scritte da Cesare Cantù (1885), Stefano Stampa, che pubblicò la sua opera sempre nel 1885 in risposta ad alcune inesattezze del Cantù, Cristoforo Fabris, Angelo De Gubernatis (1879), mentre una parte delle lettere fu pubblicata da Giovanni Sforza nel 1882. La figura enigmatica dello scrittore, costantemente afflitto da sintomi depressivi e relegato ad una vita appartata, spinse Paolo Bellezza a comporre il saggio Genio e follia in Alessandro Manzoni (1898), in cui si analizzano bizzarre fobie dello scrittore, quali l'agorafobia, gli svenimenti continui e la paura delle pozzanghere. Manzoni non fu però solo oggetto di indagini psicoanalitiche, ma anche di critiche letterarie: in primo luogo dagli Scapigliati, che videro in lui l'espressione del perbenismo borghese detestato. Seguirono le critiche di Giosuè Carducci, estimatore dell'Adelchi ma implacabile verso il romanzo, e di Luigi Settembrini, autore del Dialogo tra Manzoni e Leopardi in cui si burla della fede cattolica dello scrittore. Ammirazione incondizionata venne, invece, da Francesco de Sanctis, Giovanni Verga, Luigi Capuana e Giovanni Pascoli, che al romanzo dedicò il saggio L'eco d'una notte mitica (1896).
Nel Novecento, a causa dei movimenti anticlassicisti delle avanguardie, dell'evoluzione della lingua e all'edulcoramento della figura del romanziere che veniva insegnata nelle scuole, Manzoni subì varie critiche da parte di letterati e intellettuali: tra questi, il "primo" Croce e il marxista Gramsci, che lo accusò di paternalismo. La più importante apologia del periodo fu operata dal filosofo Giovanni Gentile, che nel 1923 lo definì, in una conferenza alla Scala, un «grande maestro nazionale» come già avevano fatto Mazzini e Gioberti, ravvisando in lui il promotore di quell'idealismo religioso, in cui Gentile si riconosceva, che costituiva ai suoi occhi le fondamenta del Risorgimento italiano.
In difesa di Manzoni si schiererà anche Carlo Emilio Gadda, che al suo esordio pubblicò nel 1927 l'Apologia manzoniana, e nel 1960 attaccò il piano di Alberto Moravia di affossarne la proposta linguistica. Soltanto nel Secondo Novecento, grazie agli studi di Luigi Russo, Giovanni Getto, Lanfranco Caretti, Ezio Raimondi e Salvatore Silvano Nigro si è riusciti a "liberare" Manzoni dalla patina ideologica di cui era stato rivestito già all'indomani della sua morte, indagandone con occhio più libero di pregiudizi la poetica e, anche, la modernità dell'opera.


== Pensiero e poetica ==


=== Tra illuminismo e romanticismo ===


==== Gli esordi neoclassici e illuministi ====
Dopo la prima giovinezza, caratterizzata da una formazione basata sullo studio dei grandi classici antichi e italiani, Manzoni entrò in contatto prima col giacobinismo italiano (Lomonaco e Cuoco) poi, dal 1805, con il gruppo degli Idéologues francesi (Fauriel, Cabanis). 
Il risultato fu l'adesione, fino agli ultimi anni del primo decennio dell'Ottocento, a un illuminismo scettico nel campo religioso, in cui predominava il valore della libertà propugnata dagli ideali rivoluzionari. Manzoni filtrò tali istanze con gli apporti paideutico-educativi propri della lezione di Giuseppe Parini, del nonno Cesare Beccaria e di Pietro Verri.


==== Dopo la conversione: il Manzoni illuminista ====
Neanche dopo la conversione al Cattolicesimo nel 1810 e il rifiuto dei versi dell'Urania (1809), Manzoni abbandonò totalmente l'apporto illuminista della ragione, della coscienza individuale, e di valori della sua prima educazione. Riconoscendo il ruolo civile del letterato (eredità dell'illuminismo milanese e dell'Alfieri), Manzoni intervenne più volte nelle vicende della storia, come attestano le Odi civili del 1814 e del 1821. 
Il manifesto di questa vocazione "civile" è pienamente espresso nella lettera Sul romanticismo inviata al marchese Cesare Taparelli d'Azeglio (1823), in cui lo scrittore ribadisce il valore sociale che un'opera d'arte letteraria deve avere come principale finalità:

 (Sul romanticismo, Lettera al marchese Cesare Taparelli d'Azeglio, 22 settembre 1823.)


==== L'affinità col romanticismo ====
L'elemento romantico nella produzione poetica manzoniana emerge negli Inni Sacri, dove per la prima volta l'io del poeta si eclissa a favore di un'universalità corale che eleva il suo grido di speranza e la sua fiducia in Dio. La moltitudine degli uomini, il sentimento religioso e l'attenzione ai moti dell'anima sono tutti elementi che avvicinano Manzoni al nascente movimento romantico, legando la cultura milanese e quella d'oltralpe con vincoli estetici affini.
Oltre alla dimensione "ecclesiale" della religiosità manzoniana, non si può dimenticare, per quanto riguarda l'attenzione al popolo, l'apporto fondamentale della storiografia francese di Augustin Thierry e degli idéologues, che propugnavano di incentrare la storia sugli umili: piccoli personaggi che spesso cadono nell'oblio perché non sono oggetto d'interesse da parte dei cronisti loro coevi e che subiscono le decisioni dei potenti.


=== Il cattolicesimo manzoniano ===


==== Il ruolo della Provvidenza e il giansenismo ====

Persa, alla fine del primo decennio dell'Ottocento, la speranza di raggiungere la serenità per mezzo della ragione, la vita e la storia parvero a Manzoni immerse in un vano doloroso disordine: bisognava trovare un fine salvifico che aiutasse l'uomo sia a costituire un codice etico terreno, sia a sopportare i mali del mondo in previsione della pace celeste. Il critico Alessandro Passerin d'Entrèves sottolinea l'importanza che ebbero Blaise Pascal e i grandi moralisti francesi del Seicento (tra cui Bossuet) nella formazione religiosa dello scrittore: da essi egli trasse l'ambizione a conoscere l'animo umano e «la convinzione che il cristianesimo è l'unica spiegazione possibile della natura umana, che è stata la religione cristiana che ha rivelato l'uomo all'uomo», trovando nei loro insegnamenti la fiducia nella religione come strumento di sopportazione dell'infelicità. La fiducia in Dio è il punto di distacco dal pessimismo di Giacomo Leopardi.
Su un terreno così impregnato di pessimismo esistenziale, gioca un ruolo fondamentale la Provvidenza, cioè il modo misterioso con cui Dio agisce nella vita umana elargendo la Salvezza ai suoi figli. Appresa alla scuola del moralista seicentesco Bossuet, la Provvidenza giocherà un ruolo fondamentale non soltanto all'interno de I promessi sposi, ma anche delle altre opere "minori": i vari personaggi manzoniani dovranno subire patimenti e ingiustizie all'interno di un mondo corrotto e dominato da una decadenza civile, morale e culturale, e soltanto l'agire della Provvidenza (chiamata, in questo contesto doloroso, anche con il nome di provvida sventura) permetterà loro di divenire vittime e di ottenere quella giustizia attesa vanamente sulla terra e che sarà invece elargita in Cielo.
Questa visione così pessimista del mondo è dovuta, anche, alle venature profondamente gianseniste che i direttori spirituali di Manzoni, Degola prima e Tosi poi, gli hanno impartito nell'affrontare le vicende umane. In realtà, però, Manzoni rimase sempre, dal punto di vista dogmatico, un cattolico, mantenendo soltanto una severa morale di vita vicina agli ambienti giansenisti. Come sottolinea Giuseppe Langella, sulla questione fondamentale della Grazia: «Manzoni si attiene senza riserve all'insegnamento ufficiale della Chiesa, confida nell'esortazione apostolica del vangelo secondo Matteo: "petite, et dabitur vobis"… Nessuna discriminazione, dunque, nell'offerta misericordiosa della grazia. Manzoni è perentorio: l'aiuto divino non è negato a nessuno che lo chieda…».


=== Manzoni drammaturgo e romanziere ===


==== Tra morale e realismo ====
Il palcoscenico, secondo Manzoni, non deve veicolare passioni e forti emozioni, nell'esasperazione dell'io, ma indurre lo spettatore a meditare: all'«identificazione emozionale» di Racine e del teatro francese bisogna sostituire la «commozione meditata», per dirla con Gino Tellini. La vicenda e la rappresentazione devono trasmettere un messaggio cristiano senza per questo presentare una realtà idilliaca: al contrario, Manzoni va in cerca di personaggi che, come Francesco Bussone (il conte di Carmagnola), si oppongano al male che domina la società, anche a prezzo della vita. L'importante è che il drammaturgo cerchi la verità e si mantenga fedele alla realtà storica (il vero storico), lasciando al poeta il compito di indagare i sentimenti del protagonista in un determinato contingente.
Si profila così, quella forte vena realistica che dominerà anche l'economia del romanzo, dal Fermo e Lucia fino alla Quarantana de I promessi sposi, dove il realismo emerge proprio dall'ultimo capitolo: non vi è un lieto fine, ma una ripresa della vita quotidiana segnata dalle disavventure dei protagonisti. L'allontanamento da Lecco di Renzo e Lucia e la ripresa delle attività sono il frutto della scelta di far proseguire le vite dei due protagonisti all'interno della quotidianità storica.


=== La Questione della lingua in Manzoni ===

Manzoni, sulla spinta del romanticismo e della sua necessità di instaurare un dialogo con un vasto pubblico eterogeneo, si prefisse lo scopo di trovare una lingua che presentasse un lessico pregno di termini legati all'uso quotidiano e agli ambiti specifici del sapere, riducendo la secolare disparità tra la lingua parlata e quella scritta. Questo percorso, iniziato già con la stesura del Fermo e Lucia, vide lo scrittore passare, tra il 1821 e il 1827, dal "compromesso" della buona lingua letteraria all'avvicinamento con il toscano. L'indagine si concluse, dopo anni di studi facilitati anche dalla presenza della governante fiorentina Emilia Luti, nel 1840 con la revisione de I promessi sposi sul modello del fiorentino colto. Tale modello presentava, ancor più del toscano generico, una dimensione unitaria tra l'orale e il letterario. Infatti, tra l'edizione del 1827 e quella del 1840 furono eliminati tutti i lemmi toscani municipali distanti dall'uso del fiorentino corrente. Tale scelta, benché approvata dal ministro Emilio Broglio nella relazione del 1868, non fu accettata da tutti i contemporanei: Carlo Tenca, in un articolo del 11 gennaio 1851 sulla rivista «Crepuscolo», si oppose alla soluzione manzoniana. Lo stesso varrà per gli Scapigliati e per Carducci, mentre Francesco d'Ovidio, Carlo Collodi, Edmondo de Amicis e Carlo Emilio Gadda si rifaranno alla lingua del romanzo dando il via al fenomeno del manzonismo.


== L'uomo Manzoni ==


=== Una vita a prima vista tranquilla ===

Come conseguenza del suo stile di vita estremamente riservato, non è facile inquadrare Manzoni come uomo. Egli visse perlopiù appartato dalla vita pubblica, mantenendosi estraneo ai principali eventi mondani della città – se si eccettua la frequentazione del salotto intellettuale tenuto da Clara Maffei – e distante dall'impegno politico attivo dei grandi moti nazionalistici risorgimentali. Mantenne tuttavia una posizione culturalmente e moralmente favorevole alla causa dell'Unità (come testimoniano l'Adelchi e Marzo 1821), che lo spinse ad accettare la nomina a senatore a vita durante la vecchiaia. La ragione di questo atteggiamento, oltre che nel carattere, è da ricercare nei suoi continui disturbi nevrotici (che curava con lunghissime passeggiate e uno stile di vita estremamente regolare) come agorafobia, attacchi di panico, ipocondria, svenimenti, fobie varie, tra cui la (paura della folla, dei tuoni e idrofobia), quest'ultima intesa come timore delle pozzanghere.
Amante del quieto vivere, condusse apparentemente una vita silenziosa tra Brusuglio — dove si dilettava di botanica e giardinaggio — e via del Morone, dedito ai suoi studi e alla cura della famiglia. Tuttavia, per i complessi di cui era afflitto, era spesso egli stesso oggetto di cure da parte dei suoi cari. Coltivò inoltre amicizie più strette, benché evitasse le nuove conoscenze con le quali si sentiva imbarazzato. Nella vita quotidiana adoperava prevalentemente il dialetto milanese. 
Inetto nell'amministrazione dei suoi beni, dimostrava al contrario grande attenzione per il mondo che lo circondava, giudicando con placida ironia gli eventi politici e sociali e adottando autoironia verso i propri mali. Le persone vicine ne sottolineavano la cortesia, la memoria vivacissima e la capacità discorsiva elegante, sebbene minata dalla balbuzie.


=== La descrizione fisica ===

Il figliastro Stefano Stampa, offre un ritratto fisiognomico assai dettagliato del patrigno, delineandone anche i movimenti e quel sorriso indice del suo carattere ironico:

(Alessandro Manzoni. Si m'eût été donné)


== Nella cultura di massa ==

Il giorno stesso della sua morte il Comune di Milano decretò di intitolare allo scrittore la via del Giardino, nei pressi della quale lo scrittore viveva dal 1813; le targhe con la nuova intitolazione Via Alessandro Manzoni furono murate già la mattina del 23 maggio.
Analogamente, le principali città italiane gli intitolarono una via o un corso.
Nel 1874, nel primo anniversario della morte, Giuseppe Verdi diresse personalmente nella chiesa di San Marco di Milano la Messa di requiem, composta per onorarne la memoria.
Il 22 maggio 1883, nel decennale della morte, in presenza del duca di Genova e di una rappresentanza parlamentare, con una cerimonia pubblica la salma fu traslata nel famedio del Cimitero monumentale di Milano in una tomba di granito rosso con inciso solo il suo nome; nel pomeriggio fu inaugurato il monumento in piazza San Fedele, opera di Francesco Barzaghi.
Il 29 dicembre 1923, in occasione del cinquantesimo anno dalla morte, il Regno d'Italia emise una serie commemorativa di sei francobolli ceduta in parte al comitato promotore della celebrazione.

Anche nella seconda metà del Novecento e nei primi anni 2000 la figura di Manzoni è stata rievocata in occasioni più o meno ufficiali: nel 1973 fu celebrato il primo centenario della sua scompara e a tal proposito papa Paolo VI inviò al cardinale e arcivescovo di Milano Giovanni Colombo un messaggio in cui il pontefice bresciano ripercorreva la parabola esistenziale e cristiana dello scrittore. Inoltre, furono coniate alcune lire ritraenti il suo profilo in occasione del bicentenario della nascita (1985). Nel centocinquantesimo della sua scomparsa, celebrato nel 2023, Manzoni fu invece ricordato a livello nazionale sia dal Parlamento che dal capo dello Stato Sergio Mattarella, il quale venne in visita al Famedio per commemorare il letterato. Inoltre, grazie all'intervento del Centro nazionale di studi manzoniani e alla sensibilità dell'arcivescovado milanese, furono indetti alcuni eventi per commemorare Manzoni: la pubblicazione dell'edizione critica de I promessi sposi e delle Osservazioni sulla morale cattolica, per esempio, da parte del primo; e la lettura in Duomo dal 9 maggio al 31 maggio del 2023 del romanzo. Infine, si ricordino le parodie de I promessi sposi (quelle ad opera del Quartetto Cetra nel 1985 e de Il Trio nel 1990) e i vari sceneggiati televisivi, da quello del 1967 a quello curato da Salvatore Nocita nel 1989.
Nel 2023, in occasione del 150º anniversario della scomparsa di Alessandro Manzoni venne coniata una moneta da 2 euro commemorativa che ritrae l'effige dello scrittore.


== Elenco delle opere ==
In ordine di prima pubblicazione.

A Francesco Lomonaco. Sonetto per la vita di Dante, in Francesco Lomonaco, Vite degli eccellenti italiani, I, Italia [Lugano?], s.t., 1802.
In morte di Carlo Imbonati. Versi di Alessandro Manzoni a Giulia Beccaria sua madre, Parigi, Didot, 1806.
Urania. Poemetto, Milano, Stamperia Reale per cura di Leonardo Nardini, 1809.
Inni sacri, Milano, Agnelli, 1815; Milano, Ferrario, 1822; poi in Opere varie di Alessandro Manzoni, edizione riveduta dall'autore, Milano, Redaelli, 1845. (contiene: Il Natale, La Passione, La Risurrezione, La Pentecoste, Il Nome di Maria)
Sulla morale cattolica. Osservazioni di Alessandro Manzoni. Parte prima, Milano, Lamperti, 1819; edizione completa in Opere varie di Alessandro Manzoni, edizione riveduta dall'autore, Milano, Redaelli, 1845.
Il Conte di Carmagnola, Milano, Ferrario, 1820.
Adelchi tragedia di Alessandro Manzoni con un discorso sur alcuni punti della storia longobardica in Italia, Milano, Ferrario, 1822.
Il cinque maggio, in Cinque inni sacri ed un'ode di Alessandro Manzoni, Torino, Marietti, 1823 (ma 1821).
Lettre à M. C*** sur l'unité de temps et de lieu dans la tragédie, in Le Comte de Carmagnola, et Adelghis, tragédies d'Alexandre Manzoni, traduites de l'italien par M.-C. Fauriel, suivies d'un article de Goethe et de divers morceaux sur la théorie de l'art dramatique, Paris, Bossange frères, 1823 (ma 1820-1823).
L'Ira d'Apollo. Per la lettera semiseria di Grisostomo, in "L'Eco, giornale di scienze, lettere, arti, commercio e teatri", anno II, n. 137, 1829, pp. 545–546.
I promessi sposi. Storia milanese del secolo XVII, scoperta e rifatta da, 3 voll., Milano, Ferrario, 1825-1826; Milano, Guglielmini e Redaelli, 1840.
Storia della colonna infame, Milano, Guglielmini e Redaelli, 1840.
Del romanzo storico e, in genere, de' componimenti misti di storia e d'invenzione, in Opere varie di Alessandro Manzoni, edizione riveduta dall'autore, Milano, Redaelli, 1845 (ma 1827-1850).
Sulla lingua italiana. Lettera al signor cavaliere consigliere Giacinto Carena, in Opere varie di Alessandro Manzoni, edizione riveduta dall'autore, Milano, Redaelli, 1845 (ma 1847-1850).
Dell'invenzione. Dialogo, in Opere varie di Alessandro Manzoni, edizione riveduta dall'autore, Milano, Redaelli, 1845 (ma 1850).
Lettera inedita di A. Manzoni sul Romanticismo e sul Classicismo, in "L'Ausonio", 1, 1, marzo 1846, pp. 21–46, poi in Opere varie di Alessandro Manzoni, Milano, Rechiedei, 1870.
Il proclama di Rimini e Marzo 1821, in Pochi versi inediti di Alessandro Manzoni, Milano, Redaelli, 1848 (ma 1815 e 1821).
Lettera di Alessandro Manzoni al signor professore Girolamo Boccardo intorno a una questione di cosiddetta proprietà letteraria, Milano, Redaelli, 1861.
Dell'unità della lingua e dei mezzi di diffonderla, in "La Perseveranza", 5 marzo 1868.
Lettera intorno al libro «De volgari eloquio» di Dante Alighieri, in "La Perseveranza", 21 marzo 1868.
Lettera intorno al Vocabolario, in "La Perseveranza", 20 aprile 1868.
Saggio comparativo del dizionario dell’Accademia francese col Vocabolario degli Accademici della Crusca, in Appendice alla relazione intorno all'unità della lingua e ai mezzi di diffonderla di Alessandro Manzoni, Milano, Rechiedei, 1869.
Le correzioni ai Promessi sposi e l'unità della lingua. Lettera inedita, con un discorso di Luigi Morandi, Milano, Rechiedei, 1874 (ma 30 marzo 1871).
Sermoni (A Giovan Battista Pagani, Sulla Poesia, Panegirico a Trimalcione, Amore a Delia), in Antonio Stoppani, I primi anni di Alessandro Manzoni. Spigolature, con aggiunta di alcune poesie inedite o poco note dello stesso A. Manzoni, Milano, Tip. Bernardoni, 1874.
Adda, in Giuseppe Gallia, Ricordo di G. B. Pagani, in "Commentari dell'Ateneo di Brescia", 1875 (ma 1803), pp. 89–107, note alle pp. 203–206.
Del trionfo della libertà. Poema inedito di Alessandro Manzoni, con lettere dello stesso e note, preceduto da uno studio di Carlo Romussi, Milano, Carrara, 1878 (ma 1801).
Autoritratto, in "Gazzetta letteraria", n. 52, 28/12/1878-4/1/1879 (ma 1801), poi in Opere inedite o rare di Alessandro Manzoni, a cura di Pietro Brambilla e Ruggero Bonghi, I, Milano, F.lli Rechiedei, 1883.
A Parteneide, in Angelo De Gubernatis, Il Manzoni prima della conversione studiato nella sua corrispondenza inedita, in "Nuova Antologia", 48, 15 dicembre, 1879 (ma 1809-1810), pp. 39–644.
Aprile 1814, in Opere inedite o rare di Alessandro Manzoni, a cura di Pietro Brambilla e Ruggero Bonghi, I, Milano, F.lli Rechiedei, 1883 (ma 1814).
Materiali estetici, in Opere inedite o rare di Alessandro Manzoni, a cura di Pietro Brambilla e Ruggero Bonghi, III, Milano, F.lli Rechiedei, 1883 (ma 1816-1819).
Spartaco, in Opere inedite o rare di Alessandro Manzoni, a cura di Pietro Brambilla e Ruggero Bonghi, I, Milano, F.lli Rechiedei, 1883 (ma 1822-1823).
Sopra una staffilata del Monti ai Romantici. Dialogo con un amico, in Opere inedite o rare di Alessandro Manzoni, a cura di Pietro Brambilla e Ruggero Bonghi, III, Milano, F.lli Rechiedei, 1883 (ma 1823).
Alla sua donna, in "Revue internationale", a. I, vol. II, 10 giugno 1884 (ma 1802).
Della lingua italiana, in Opere inedite o rare di Alessandro Manzoni, a cura di Pietro Brambilla e Ruggero Bonghi, IV, Milano, F.lli Rechiedei, 1891 (ma 1830-1859).
Della parte che possa competere agli scrittori nelle lingue, in Opere inedite o rare di Alessandro Manzoni, a cura di Pietro Brambilla e Ruggero Bonghi, V, Milano, F.lli Rechiedei, 1898 (ma 1871).
La verifica dell'uso toscano, in Scritti postumi, pubblicati da Pietro Brambilla, a cura di Giovanni Sforza, Milano, Rechiedei, 1900 (ma 1827-1830).
La collaborazione del Manzoni alla «Risposta», in Scritti postumi, pubblicati da Pietro Brambilla, a cura di Giovanni Sforza, Milano, Rechiedei, 1900 (ma 1835-1836).
Alla Musa, in Le tragedie; gl'Inni sacri; e le Odi. Nella forma definitiva e negli abbozzi, con le varianti delle diverse edizioni e con gli scritti illustrativi dell'autore, a cura di Michele Scherillo, Milano, Hoepli, 1907 (ma 1802-1803).
«Sentir messa». Libro della lingua d'Italia contemporaneo ai «Promessi sposi». Inedito, Milano, Bottega di poesia, 1923 (ma 1835-1836).
Epigrafi, in Opere di Alessandro Manzoni , III, Scritti non compiuti. Poesie giovanili e sparse, lettere, pensieri, giudizi, con aggiunta di testimonianze sul Manzoni e indice analitico, a cura di Michele Barbi e Fausto Ghisalberti, Milano-Firenze, Casa del Manzoni-Sansoni, 1950.
Fermo e Lucia, in Tutte le opere di Alessandro Manzoni, II, I Promessi sposi, II.3, Fermo e Lucia. Prima composizione del 1821-1823; Appendice storica su la colonna infame. Primo abbozzo del 1823, a cura di Alberto Chiari e Fausto Ghisalberti, Milano, Mondadori, 1954.
Saggio di vocabolario italiano secondo l'uso di Firenze. Compilato in collaborazione a Varramista nel 1856, con Gino Capponi, saggio introduttivo, testo critico e note a cura di Guglielmo Macchia, Firenze, Le Monnier, 1957 (ma 1856-1857).
Saggio di una nomenclatura botanica, in Fausto Ghisalberti, Il Manzoni georgofilo e i suoi appunti inediti sulla nomenclatura botanica, in "Istituto lombardo scienze e lettere. Rendiconti, Classe di lettere", 91, 1957, pp. 1060–1105.
Frammenti di un libro d'avanzo, a cura di Angelo Stella e Luca Danzi, Pavia, Università-Dipartimento della scienza della letteratura, 1983 (ma 1823-1824).
Della moralità delle opere tragiche, in Tutte le opere di Alessandro Manzoni, V, Scritti linguistici e letterari, V.3, Scritti letterari, a cura di Carla Riccardi e Biancamaria Travi, Milano, Mondadori, 1991 (ma 1817; 1821?).


== Onorificenze ==


== Ascendenza ==


== Discendenza ==

Dalla prima moglie, Enrichetta Blondel, Manzoni ebbe dieci figli, otto dei quali gli premorirono:

Giulia Claudia (23 dicembre 1808 - 20 settembre 1834), sposò nel 1830 Massimo d'Azeglio.
Luigia Maria Vittoria (5 settembre 1811), nata e morta nello stesso giorno.
Pietro Luigi (21 luglio 1813 - 28 aprile 1873), sposò nel 1846 Giovanna Visconti.
Cristina (23 luglio 1815 - 27 maggio 1841), sposò nel 1839 Cristoforo Baroggi.
Sofia (12 novembre 1817 - 31 marzo 1845), sposò nel 1839 Ludovico Trotti Bentivoglio,fratello della patriota Costanza Trotti Bentivoglio.
Enrico (7 giugno 1819 - 28 ottobre 1881), sposò nel 1843 Emilia Radaelli.
Clara (12 agosto 1821 - 1º agosto 1823).
Vittoria (12 settembre 1822 - 15 gennaio 1892), sposò nel 1846 Giovanni Battista Giorgini.
Filippo (18 marzo 1826 - 8 febbraio 1868), sposò nel 1850 Erminia Catena.
Matilde (30 maggio 1830 - 30 marzo 1856), morta nubile.
Della numerosa prole, ben otto figli premorirono al padre. L'unica discendenza diretta fu quella del figlio Enrico, la cui condotta economica fu spesso oggetto di preoccupazione per il padre; i suoi eredi, in seguito, si impegnarono a difendere la memoria storica dell'illustre antenato. Dal secondo matrimonio con Teresa Borri non ebbe figli, ma fu molto legato al figliastro Stefano Stampa.


== Note ==


=== Esplicative ===


=== Bibliografiche ===


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Carlo Varotti (a cura di), Manzoni. Profilo e antologia critica, in La letteratura italiana diretta da Ezio Raimondi, Milano, Bruno Mondadori, 2006, ISBN 88-424-9229-9.
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Giuseppe Verdi, "Voi siete un santo", in Giancarlo Vigorelli (a cura di), Manzoni pro e contro - Ottocento, Milano, Istituto propaganda libraria, 1975,  pp. 390-391, SBN MOD0138365.
Municipio di Milano (a cura di), Onoranze funebri ad Alessandro Manzoni, Milano, 1874, SBN LO10153890. URL consultato il 16 marzo 2017.


== Voci correlate ==
Enrichetta Blondel
I promessi sposi
Monumento ad Alessandro Manzoni (Lecco)
Monumento ad Alessandro Manzoni (Milano)
Civico museo manzoniano
Villa Manzoni
Lecco
Luoghi manzoniani
Casa Manzoni
Centro nazionale di studi manzoniani
Pensiero e poetica di Alessandro Manzoni
Opere di Alessandro Manzoni
Manzoni (famiglia)
Risorgimento
Romanticismo
Storia della colonna infame


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== Collegamenti esterni ==
Manzóni, Alessandro, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. 
Attilio Momigliano, MANZONI, Alessandro, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1934. 
Manzóni, Alessandro, su sapere.it, De Agostini. 
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(EN) Alessandro Manzoni, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. 
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(DE) Alessandro Manzoni (XML), in Dizionario biografico austriaco 1815-1950. 
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