Enrico Mattei

Enrico Mattei (Acqualagna, 29 aprile 1906 – Bascapè, 27 ottobre 1962) è stato un imprenditore, partigiano, politico e dirigente pubblico italiano.
Figlio del brigadiere dei Carabinieri Antonio Mattei, di Civitella Roveto nella Marsica, fondò una piccola azienda chimica. Durante la seconda guerra mondiale prese parte alla Resistenza, divenendone una figura di primo piano e rappresentandone la componente "bianca" in seno al CLNAI.
Nel 1945 fu nominato commissario liquidatore dell'Agip, che era stata creata nel 1926 dal regime fascista. Invece di seguire le istruzioni del Governo, Mattei riorganizzò l'azienda, fondando nel 1953 l'Ente Nazionale Idrocarburi (ENI), di cui l'Agip divenne la struttura portante. Sotto la sua guida, l'ENI diventò una multinazionale del petrolio, protagonista del miracolo economico postbellico.
Fu parlamentare dal 1948 al 1953 per la Democrazia Cristiana. Successivamente, rese l'ENI un centro di influenza politica attraverso la proprietà di media quali il quotidiano Il Giorno e finanziamenti ai partiti. Si collocò sempre vicino alla sinistra democristiana, in particolar modo a Giorgio La Pira e Giovanni Gronchi.
Sotto la sua presidenza, l'ENI negoziò rilevanti concessioni petrolifere in Medio Oriente e un importante accordo commerciale con l'Unione Sovietica. Queste iniziative contribuirono a rompere l'oligopolio delle Sette sorelle che allora dominavano l'industria petrolifera mondiale. Mattei introdusse inoltre il principio per il quale i Paesi proprietari delle riserve dovevano ricevere il 75% dei profitti derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti.
Morì nel 1962 nei pressi di Bascapè (PV) in un disastro aereo avvenuto in circostanze mai completamente chiarite, che fu oggetto di ben tre indagini che durarono anni e si scontrarono con gravi depistaggi: una prima inchiesta giudiziaria aperta a Pavia (1963-1966) e una commissione d'inchiesta nominata dal Ministero della difesa (1962-1963) conclusero che si sarebbe trattato di un semplice incidente, dovuto probabilmente alle avverse condizioni meteorologiche oppure ad un errore del pilota; un'altra indagine giudiziaria aperta sempre a Pavia nel 1994 e chiusa definitivamente nel 2004 arrivò invece alla conclusione opposta, cioè che si trattò «con certezza o almeno con un alto grado di probabilità» di un vero e proprio attentato, i cui responsabili sono rimasti ignoti ed incerto il movente. È stato provato giudizialmente che il giornalista Mauro De Mauro fu rapito ed ucciso mentre stava per divulgare quanto aveva scoperto proprio sulla morte di Mattei. Inoltre, secondo il parere di alcuni studiosi, anche Pier Paolo Pasolini sarebbe stato assassinato perché aveva iniziato ad indagare sulla morte di Mattei.
È sepolto a Matelica, città in cui ha vissuto a lungo e dove tuttora risiede parte della sua famiglia.


== Biografia ==


=== Giovinezza e formazione ===

Enrico Mattei nacque ad Acqualagna, attuale provincia di Pesaro e Urbino, il 29 aprile 1906 in una famiglia modesta, figlio della marchigiana Angela Galvani originaria di Acqualagna e di Antonio, sottufficiale dei Carabinieri nativo di Civitella Roveto (in Abruzzo), dove Enrico trascorse molti periodi dell'infanzia e dell'adolescenza, venendo a contatto con la realtà rurale del luogo (il suo stesso nonno, Angelosante, era un carrettiere), e da cui trasse ispirazione nella forte dedizione al lavoro d'industriale.
Conseguita la licenza elementare a Casalbordino, dove il padre era stato mandato a comandare la stazione dei Carabinieri, frequentò la Regia Scuola Tecnica a Vasto, città alla quale rimase profondamente legato, tanto da contribuire al riscatto della zona in futuro, da presidente dell'ENI. L'ENI, assieme all'IRI, decise di creare nel 1962 la Società Italiana Vetro (SIV), sfruttando il metano rinvenuto nella zona del vastese, precisamente nel paese di Cupello, che conferì a Mattei la cittadinanza onoraria nella seduta di Consiglio comunale del 2 ottobre 1961. Poiché in età giovanile non dimostrava costanza negli studi, fu avviato all'attività lavorativa dal padre, che lo fece assumere come apprendista in una fabbrica di letti metallici a Matelica, dove la famiglia si era trasferita nel 1919, e qui avvenne il suo primo contatto con i prodotti chimici, in particolare vernici e solventi.
Divenuto ragioniere, a vent'anni intraprese la carriera dirigenziale in una piccola azienda dov'era entrato come operaio. Successivamente si trasferì a Milano, dove inizialmente svolse l'attività di agente di commercio nel settore chimico e delle vernici (lavorando come venditore alla MaxMeyer). A trent'anni avviò una propria attività nel settore chimico, con la quale riscosse un certo successo, sino a divenire fornitore delle forze armate italiane. Nel 1936 sposò la ballerina austriaca Margherita Paulas.


=== Ruolo nella Resistenza italiana ===

Durante la seconda guerra mondiale partecipò alla Resistenza come partigiano, tra i cosiddetti "bianchi" o "guelfi" (quelli, cioè, che si riferivano all'area politica cattolica), dimostrandosi subito un valido condottiero e un buon diplomatico (come ne disse in seguito Marcello Boldrini e come, in un contesto più drammatico, confermò Mario Ferrari Aggradi). A latere resta il giudizio di Luigi Longo, del quale divenne amico personale: «Sa utilizzare benissimo le sue relazioni con industriali e preti», essendo l'uomo di riferimento della Democrazia Cristiana nel CLN. In tale attività consolidò le sue amicizie con altri partigiani che rimasero per lui persone di riferimento nell'ambito della politica. In seguito, proprio fra i suoi compagni di Resistenza avrebbe cercato, da presidente dell'Eni, gli uomini fidati a cui affidare la sua sicurezza personale.
Andati vani alcuni tentativi di approccio, alla fine del 1942, con le organizzazioni clandestine antifasciste (per le quali la passata simpatia per il fascismo costituiva un'ovvia ragione di diffidenza), entrò nella Resistenza nel 1943 con una lettera di presentazione di Boldrini che lo fece ricevere a Roma da Giuseppe Spataro, che in una clandestinità d'altro genere stava provando a riorganizzare il Partito Popolare dopo la stesura del cosiddetto Codice di Camaldoli. Spataro lo accreditò presso i popolari milanesi e, dopo l'armistizio di Cassibile (reso pubblico l'8 settembre 1943), Mattei cominciò a operare nelle Marche per il CLN. Alla formazione conferì inizialmente un apporto di natura logistica e organizzativa, procurando armi, vettovaglie e viveri, medicine, e altri generi utili; riuscì inoltre a intessere una rete informativa, nella quale coinvolse anche diversi parroci, grazie alla quale si procacciava informazioni "fresche" sugli spostamenti del nemico. Non appena la sua attività cominciò a destare attenzione, assunse il nome di battaglia di "Marconi" e quando le SS cominciarono a interessarsi più da vicino alla sua persona, perquisendogli la casa di Matelica, Mattei tornò a Milano dove, dopo un periodo di quiete, si mise a capo di una formazione operante nell'Oltrepò Pavese.
Arruolò un numero rilevante di volontari (dai 2.000 iniziali, al 25 aprile del 1945 se ne sarebbero contati oltre 40.000) e condusse diverse azioni militari, di tanto in tanto rientrando a Milano, dove Boldrini nel frattempo era preso dalla costruzione della nascente Democrazia Cristiana insieme a Giuseppe Dossetti, Amintore Fanfani, Ezio Vanoni, Augusto De Gasperi (fratello di Alcide), Orio Giacchi, Enrico Falck (della omonima famiglia di industriali) e altri futuri esponenti della DC.
Nel 1944 Mattei fu chiamato a rappresentare le formazioni partigiane cattoliche nella Segreteria per l'Altitalia della nascente DC di De Gasperi e Gronchi. raccontò Giacchi che Mattei gli si sarebbe presentato autocandidandosi o forse imponendosi come candidato («Sono italiano, ma anche cattolico, vorrei menar le mani in uno schieramento cattolico»). Divenne così un dirigente del partito.
Nel frattempo ottenne il diploma di ragioneria e si iscrisse insieme al fratello alla facoltà di Scienze politiche dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Poco dopo divenne, su investitura di Giacchi, il rappresentante della DC presso il ramo militare del CLNAI. Divenne anche il capo militare delle bande partigiane cattoliche, e come tale si fece mediatore, ponendo in contatto le formazioni partigiane anche non cattoliche e il clero. Con Falck si diede alla raccolta di fondi e i due ebbero un discreto successo nell'attività, tanto che fu incaricato anche di amministrarli. Longo lo definì «il tesoriere del Corpo volontari della libertà, onesto, scrupoloso, imparziale». Fu poi vice capo di Stato maggiore addetto all'intendenza.
Il 26 ottobre 1944 fu arrestato nella sede milanese della costituenda DC, insieme ad altri esponenti politici, dalla polizia politica della Repubblica Sociale Italiana. Recluso in un carcere di Como, ne evase il 3 dicembre con la complicità di una guardia. Uno degli altri arrestati, Pietro Mentasti, evase un mese e mezzo dopo con l'aiuto di Edgardo Sogno.
Il suo ruolo al vertice delle organizzazioni partigiane crebbe ancora e Mattei si trovò in pratica a divenire l'interlocutore di Ferruccio Parri e di Luigi Longo, il quale svelò che era stato fra coloro che avevano chiesto che Mussolini e altri eventuali arrestati fossero «passati per le armi sul posto della cattura» anziché consegnati agli Alleati. Alla liberazione, Mattei fu uno dei sette esponenti del CLN alla testa della manifestazione nella liberazione di Milano.


=== Dopoguerra e ruolo nell'AGIP ===
Nel 1947 Mattei, che era vicepresidente dell'ANPI, diede origine all'«Associazione Partigiani Cristiani». Tre giorni dopo la liberazione, il 28 aprile 1945, fu nominato da Cesare Merzagora commissario liquidatore dell'Agip, ente statale per la produzione (estrazione), lavorazione e distribuzione dei petroli. L'incarico avrebbe dovuto limitarsi alla liquidazione e alla chiusura dell'azienda pubblica, ma appena si fu insediato, ebbe modo di valutare le potenzialità di sviluppo dell'ente, convincendosi che avrebbe potuto essere una risorsa di grande utilità per il Paese.
Solo pochi anni prima l'Agip aveva costituito la SNAM, una società dedicata per gestire il nascente mercato del gas e realizzare metanodotti. Nel 1944 era stato perforato a Cavenago d'Adda, alle porte di Lodi, un pozzo esplorativo provante la presenza di un giacimento di gas metano, che era stato quindi richiuso per timore che potesse cadere in mani tedesche. Tutto, aveva concluso Mattei, pareva portare a un florido sviluppo, anziché a una liquidazione.
Superando e spesso di fatto ignorando le resistenze di alcune componenti politiche, soprattutto delle sinistre (che vedevano nel "carrozzone di Stato" un retaggio della politica economica del fascismo e dunque spingevano per la sua soppressione), ma anche scansando talune manovre ostruzionistiche di esponenti democristiani filo-statunitensi, riuscì invece a risollevare il destino della società, che ben presto si sarebbe imposta all'attenzione, non solo nazionale, come esempio della capacità italiana di risollevare il capo dopo la distruzione economica e industriale subita a causa della guerra.
L'esperienza di Mattei all'Agip prima, e all'Eni poi, attraverso passaggi quasi sempre avventurosi, a volte coperti da un velo di mistero, con le caratteristiche del comportamento del personaggio Mattei, spesso sopra le righe, ma certamente non convenzionale, avrebbe posto le basi per il rilancio di un'azienda ritenuta improduttiva e costosa, destinata a scontrarsi con poteri consolidati da decenni nel settore degli idrocarburi, in particolare con il cartello delle cosiddette Sette sorelle, che all'epoca detenevano un sostanziale oligopolio su quel mercato. Mattei si insediò il 12 maggio 1945, e la sua nomina fu ratificata il 16 giugno da Charles Poletti, capo dell'amministrazione militare alleata. Il fratello Umberto veniva intanto nominato presidente del Comitato Oli e Grassi, mentre il fidato Vincenzo Cazzaniga, un dirigente della Standard NJ conosciuto, come Eugenio Cefis e Alberto Marcora, durante la clandestinità partigiana, divenne presidente del Comitato Oli Minerali Carburanti e Succedanei.


=== Programma alla presidenza AGIP ===
Il 15 maggio 1945, il ministro del Tesoro Marcello Soleri (che secondo Eugenio Cefis era destinatario delle principali pressioni statunitensi) scrisse al ministro dell'industria Gronchi, a proposito dell'Agip: «Le attuali condizioni del bilancio [...] hanno indotto questo ministero a sottoporre ad attento esame la questione delle ricerche petrolifere per conto dello Stato». Ritenuto che i risultati fossero «decisamente sfavorevoli», concludeva che fosse «da sospendere ogni iniziativa tendente a nuovi programmi di ricerche petrolifere». Allegò due punti di dettaglio operativo, con cui iniziare subito le operazioni per la liquidazione:

dare in concessione a società o privati i cantieri attivi sotto congruo corrispettivo a favore dell'erario;
chiudere gli altri cantieri che non hanno mai dato risultati apprezzabili.
Gronchi girò a Mattei la missiva, aggiungendovi la richiesta di una «dettagliata relazione sull'argomento prima di prendere una qualsiasi decisione».
Dagli Stati Uniti giunsero offerte per acquistare le attrezzature dell'Agip; la "generosità" dell'offerta (250 milioni) e le condizioni delle attrezzature insospettirono, secondo il Pietra, il commissario. Che non meno si insospettì per il numero di visite di tecnici stranieri, nonché di richieste di permessi di ricerca per zone nei cui pressi l'Agip aveva sviluppato attività esplorativa. Instaurato dopo alcune asperità iniziali un rapporto con l'ingegner Carlo Zanmatti, questi gli perorò appassionatamente la causa dell'azienda e Mattei cominciò a procrastinare gli atti necessari per la liquidazione.
Caduto il governo Bonomi, nel giugno 1945 venne il gabinetto Parri, nel quale mantennero le rispettive poltrone sia Gronchi sia Soleri, ma quest'ultimo morì dopo poche settimane, avvicendato da Federico Ricci. Mentre Mattei strappava a Parri un po' di tempo per potergli fornire una dettagliata relazione, Ricci confermò la linea del predecessore. Ma durante gli studi per redigere la relazione, Mattei venne a sapere del pozzo n. 1 di Caviaga, quello tenuto segreto da Zanmatti, e su questa "scoperta" – ebbe a dire in seguito – basò la sua definitiva intenzione di salvare l'ente.
L'8 luglio la regia Guardia di Finanza chiese il sequestro dei beni di Enrico Mattei e della moglie, ai sensi del d.d.l. 27 luglio 1944 sui profitti di regime. La procedura fu avviata dall'Avvocatura dello Stato il 3 gennaio 1946.


=== Concessioni ===
Mentre abilmente temporeggiava prima di "riconsegnare i libri", rinviando la liquidazione, Mattei analizzò il sistema di assegnazione dei permessi di ricerca e delle concessioni di coltivazione del giacimento in vigore al tempo, con le quali lo Stato concedeva a soggetti privati (in genere aziende minerarie, e l'Agip era una di queste, senza privilegi derivanti dall'essere di proprietà statale) il diritto di eseguire prospezioni, ricerche e perforazioni nel sottosuolo al fine di verificare la presenza di giacimenti petroliferi o di gas; in caso di ritrovamento positivo, la successiva concessione di sfruttamento governativa garantisce il diritto di estrazione e di vendita del prodotto, con il pagamento di una royalty percentuale allo Stato. Il sistema, con poche differenze, era ed è tuttora simile in quasi tutti i paesi occidentali, con l'esclusione degli USA, dove il contenuto del sottosuolo è considerato pertinenza del terreno di proprietà privata.
Le concessioni di ricerca e sfruttamento sarebbero state il campo di battaglia di Mattei, in Italia e all'estero, il terreno di scontro sul quale sarebbe stata celebrata la sua gloria e sul quale sarebbe ricaduta la sua polvere: la sabbia del deserto.
In Italia queste concessioni erano quasi esclusivo appannaggio di aziende straniere, con una certa prevalenza di quelle statunitensi. L'Agip, inoltre, non veniva preferita fra le aziende concessionarie (le modalità di rilascio della concessione hanno un profondo contenuto discrezionale governativo), malgrado la professionalità e la capacità tecnica del personale e le competenze acquisite in anni di ricerca.
Poiché formalmente si doveva registrare una sorta di "unità nazionale" sul proposito di chiudere l'ente, pur variamente motivata, non era possibile richiedere al governo ulteriori stanziamenti per la ricerca e per il perfezionamento dei mezzi, né certamente avrebbe avuto senso richiedere nuove concessioni, perciò Mattei cominciò a lavorare con intensità per verificare se in taluna delle concessioni correnti vi fosse la possibilità di raggiungere qualche risultato.
Riunì quasi segretamente lo staff tecnico, e dopo che lo ebbe ammonito sul poco ortodosso motivo dell'iniziativa (che violava le finalità del suo incarico), iniziando uno stile che presto ne sarebbe divenuto caratteristico, concentrò le forze aziendali su quei siti di ricerca nei quali poteva essere più probabile il ritrovamento di qualche materiale. Richiamò in servizio, pressoché in segreto, l'ingegner Carlo Zanmatti, che era stato epurato perché repubblichino e che aveva buona conoscenza dei meccanismi interni dell'Ente e dello stato delle ricerche, e ne fece un suo consigliere quasi privato.
Nel frattempo operò acrobatici artifici contabili per destinare - non proprio palesemente - fondi alla ricerca, attingendoli dagli stanziamenti ricevuti per l'ordinaria amministrazione. Chiese e ottenne, con incontri poi rimasti nell'aneddotica del personaggio, prestiti diretti da parte di alcune banche, che, malgrado la sorpresa e alcune diffide di fonte politica, furono ben liete di concedergli fiducia e soprattutto denaro, col quale tappò i buchi di bilancio che qualcuno avrebbe poi definito "agghiaccianti".
Divenuto noto l'attivismo del nuovo leader, però, pronte giunsero al governo pressioni poco velate da parte delle compagnie statunitensi, accompagnate peraltro da presunti dossier spionistici coi quali si insinuava il sospetto che Mattei fosse animato da simpatie social-comuniste forse maturate, si sosteneva, durante la Resistenza; si agì dunque a 360º affinché il "pericoloso destabilizzatore" fosse allontanato. Il governo, aprendo a queste pressioni, degradò Mattei a consigliere d'amministrazione e lasciò che gli statunitensi potessero rimescolare a loro piacimento i programmi di concessione, permettendo loro gratuitamente di usufruire degli studi tecnici effettuati dall'Agip negli anni venti, studi portati avanti a proprio costo (o meglio, a costo dello Stato).


=== Riscossione dei debiti politici ===
Intanto Mattei fu nominato, su indicazione dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, a consultore della Consulta nazionale dal 25 settembre 1945 al 24 giugno 1946.
Il ridimensionamento di ruolo non fu gradito dall'interessato, il quale, oltre all'istinto del comando, aveva sviluppato anche una sorta di devozione per la causa per la quale aveva in pratica abbandonato la sua industrietta personale, consegnata al fratello Italo. Insieme all'amico di vecchia data Marcello Boldrini, Mattei aveva però da tempo cominciato a frequentare i "salotti buoni" della capitale lombarda, conoscendovi (o ritrovandovi, dopo l'esperienza partigiana) buona parte del mondo della politica che si riferiva alla locale Università Cattolica e che comprendeva esponenti di primo piano della DC.
Uno fra questi, Ezio Vanoni, seppe cogliere la proposta di Mattei, cui l'esperienza partigiana aveva insegnato il valore del carisma, di barattare l'appoggio di Mattei per le vicine elezioni con un'ampia delega alle materie petrolifere. Alcide De Gasperi vinse largamente le elezioni anche grazie alla capillare e coscienziosa campagna elettorale svolta in suo favore da Mattei (anch'egli eletto), e nominò Boldrini presidente dell'Agip e Mattei suo vice. Boldrini mostrò di gradire la possibilità di delegare il comando al suo vice.
La riconquistata autorità si rivelò in questa fase non poco utile per inoltrare a Roma pressioni sempre più insistenti, e ora autorevoli, affinché all'Agip venissero riconosciuti, da un lato, altro tempo prima di confermare o annullare definitivamente la liquidazione, che restava sospesa, dall'altro, nuove concessioni per la ricerca.
Parallelamente, non mancò di sottolineare come certe concessioni ad aziende straniere (nella specie: statunitensi) fossero eccessivamente sbilanciate sia nella misura delle royalty, sia nelle modalità di uso delle concessioni stesse, giacché molte di esse restavano inusate, in parcheggio, inutili per i concessionari e sottratte alla ricerca di altri (ad esempio, dell'Agip).


=== Elezione a deputato e il "metodo Mattei" ===
Sul versante politico: il 14 aprile 1947 si pose a capo, insieme a Raffaele Cadorna Jr, della Federazione Italiana Volontari della Libertà, una formazione nata da una scissione dall'ANPI raccogliendo partigiani di area cattolica e soprattutto anticomunista. Nel 1948 si ebbe il successo postbellico nella ricerca mineraria: a Ripalta, nel cremasco, fu scoperto un giacimento di gas naturale. Un interessante risultato per un ente che ufficialmente stava per essere liquidato e significativo nell'instaurato conflitto con le compagnie d'oltreoceano. E nell'aprile 1948 fu eletto deputato alla Camera nelle liste della Democrazia Cristiana.
Dotato di acume per la gestione della comunicazione e dell'immagine, Mattei seppe dare al ritrovamento un'importanza dosata, nell'attesa di alzare la spada per nuovi successi che attendeva di lì a poco, e questo occorreva anche per sondare le reazioni politiche e per preparare con gradualità i politici a dover rivedere talune posizioni. Dinanzi alle ancora unanimi intenzioni di liquidazione, questa scoperta fu considerata un fuoco di paglia che sconcertava, ma che non sarebbe stata in grado di mutare il corso delle decisioni già assunte.
Nel giro di un anno, invece, i ritrovamenti di giacimenti di gas da parte di Agip, società ormai galvanizzata dall'energico comandante, con un personale coeso e motivato, in cui la paura dei licenziamenti era stata sostituita dall'aperto entusiasmo, sarebbero continuati in molte zone della piana del Po e sino al 1952 fu un'escalation di risultati positivi che "costrinsero" il governo ad autorizzare la costruzione di nuove reti di gasdotti che avrebbero lambito le aree periferiche industriali di Milano. Le industrie milanesi ricevevano quindi, direttamente dalle tubazioni, risorse energetiche a basso costo.
In realtà, non si trattava di una vera rivoluzione industriale, quantunque Mattei, per la detta abilità comunicativa, ciò volesse far ritenere: l'apporto di gas era proporzionalmente scarso, le tecnologie per il suo utilizzo erano ancora poco diffuse perché potessero esservi economie di scala e i costi per l'ente – malgrado gli artifici – erano pesanti. Ciò nonostante, il "gas di Milano" pregiudicava molte precedenti certezze sui destini dell'ente. «Un giorno, il metanodotto arriva alle porte di quella città. Che fare? Un passo ufficiale presso il sindaco per chiedere il permesso di attraversamento? Bisognerà attendere la delibera del Consiglio comunale, l'ordinanza della prefettura, l'autorizzazione ministeriale... ci vorranno mesi, se non anni.» Ma Mattei aveva creato le cosiddette "pattuglie volanti"... Trecento operai di esse si avvicinano nottetempo alla città, quasi si trattasse di un attacco militare, ma in realtà solo "armati" di pale e picconi. Silenziosamente lavorano tutta la notte. La città viene bisecata dagli scavi, l'indomani mattina i cremonesi stupefatti trovano montagne di terra ai lati delle strade. Accorre il sindaco, trafelato e furioso. "Vi prego di scusarmi" replica Mattei "i miei uomini hanno commesso un imperdonabile errore di percorso. Ora darò gli ordini perché i lavori vengano immediatamente sospesi." Ovviamente, nessuno voleva, a quel punto, che la città rimanesse sventrata e bloccata, per cui il sindaco è costretto ad implorare Mattei "Mettete i vostri tubi, ricoprite la trincea in giornata e andate al diavolo!"»
L'Agip lavorava su ciò di cui disponeva con tutte le energie disponibili; Mattei la sosteneva in tutti i modi necessari, ortodossi o meno che fossero. Restò leggendario, ad esempio, il "metodo Mattei" per la realizzazione dei gasdotti, che considerava di massima urgenza per poter porre i politici dinanzi al fatto compiuto: poiché per gli attraversamenti dei terreni si doveva necessariamente pattuire l'istituzione di una servitù di passaggio con i rispettivi titolari, che in genere erano piccoli contadini o comuni, i tecnici dell'Agip e della Snam ricorsero a tutti gli espedienti di cui furono capaci per accelerare al massimo le "trattative".
Decine di chilometri di tubazioni furono stese nottetempo o sul far dell'alba, ufficialmente con la scusa di scavare una piccola traccia, "solo" per verificare l'idoneità del terreno, in realtà stendendo direttamente i tubi. Centinaia di sindaci furono svegliati di soprassalto dalla notizia di questi abusivi passaggi, quando questi erano già stati completati e risotterrati. Molti altri non seppero del passaggio dei gasdotti se non molto tempo dopo, magari incidentalmente. Lo smagliante sorriso di Mattei amabilmente placava molti dei protestatari, e dove non fosse bastata la coinvolgente prospettiva di assunzioni, pattuiva infine pratici indennizzi monetari, in genere modesti, spesso rateali. Dove sacerrime ragioni d'onore impedivano di risolvere la questione monetariamente, si ricorreva al finanziamento "riparatore" di opere pubbliche (magari restauri) che di fatto pubblicizzavano positivamente il nome dell'Agip, costituendo una sponsorizzazione i cui ritorni di immagine erano senza paragone.
La rete era stata stesa a tempo di record; con risparmi teoricamente impensabili. Mattei si vantò di aver trasgredito a circa 8.000 ordinanze.
Nel frattempo, su pressione di una lobby evidentemente orientata dalle compagnie statunitensi, stava per essere varata dal Parlamento una legge che tanto andava a favore degli interessi di quelle, che fu detto fosse stata direttamente preparata negli USA. Mentre il morale andava conseguentemente logorandosi, inaspettata arrivò la scoperta di Cortemaggiore


=== Ritrovamenti petroliferi a Cortemaggiore ===
Nel 1949, a Cortemaggiore (PC) la perforazione di un pozzo rinvenne oltre al gas il petrolio; tuttavia non si trattava di un grande giacimento, anzi era una piccola riserva poco significativa rispetto al fabbisogno energetico nazionale, ma ancora una volta la sua innata capacità di orientamento della comunicazione, con slanci di genio e trucchi da venditore, consentì a Mattei di guadagnare trionfalisticamente per settimane le prime pagine dei giornali, dove, con allusioni e mezze verità (ma senza bugie) dichiarò che "grosso modo" si era all'inizio di una nuova era.

Mentre le azioni dell'Agip salivano a valori senza precedenti, l'Italia distrutta dalla guerra s'illudeva di aver trovato una fonte di riscossa, una speranza di riscatto la cui intima delicatezza avrebbe fatto tremare chiunque con animo onesto si fosse trovato a doverla gestire. Il governo De Gasperi ricevette dunque dalla scoperta un'importante iniezione di fiducia popolare e Mattei fu "rimborsato" con l'intervento sulla legge in discussione in Parlamento: il disegno di legge fu stravolto e si tradusse in una legge assai diversa da quella inizialmente proposta. Le aspettative statunitensi venivano tutte deluse: lo Stato riservava per sé il permesso per le ricerche in val Padana (la cosiddetta Area ENI) lasciando ai concorrenti la libertà di ottenere permessi di ricerca in altre parti della Penisola giudicate meno minerariamente promettenti. Contemporaneamente, prendeva corpo anche normativamente l'idea di un super-ente (l'Eni) che avrebbe dovuto coordinare tutte le politiche energetiche del Paese.

Il petrolio italiano, che sarebbe stato presto chiamato Supercortemaggiore, la potente benzina italiana", piaceva all'elettorato di destra (e alle sue nostalgie nazionalistiche) come a quello di sinistra (compiaciuto per la contrapposizione agli interessi statunitensi) e la figura di Mattei cominciava a volteggiare sull'onda di una popolarità di prima grandezza, non limitata dalla condizione di parlamentare schierato.
Ma, seminascosto dal successo propagandistico del petrolio, il gas metano non dava minori soddisfazioni. Una successione di scoperte fece crescere la produzione nazionale a livelli inattesi, portando il metano al centro degli interessi del gruppo.


=== Il cane a sei zampe ===

Nel 1952 l'Agip, ormai non più in liquidazione, si dotò del noto logo con il cane a sei zampe e si preparò alla prossima nascita dell'ENI, Ente Nazionale Idrocarburi. Mattei si preparò conseguentemente ad assumere il ruolo di responsabile nazionale delle politiche energetiche, governando il neonato organismo senza mai essere posto in discussione, prima da presidente, poi anche da direttore generale. L'ENI era Mattei e Mattei era l'ENI.
Stabilizzò la linea operativa dell'Agip, per la quale ammodernò la struttura organizzativa e quella commerciale, perché la qualità del servizio potesse primeggiare a livello internazionale (e anche in questo alimentando l'aneddotica: come Giulio Cesare ispezionava personalmente le sentinelle, così Mattei personalmente andava a far benzina in incognito, premiando o licenziando, secondo quanto riscontrato). Importò dagli Stati Uniti il concetto di motel ideando i Motel Agip.
Costituì la Liquigas, azienda che avrebbe rivoluzionato la distribuzione del gas, operando anche una campagna di prezzi che gli garantì brevemente una quota di mercato rapidamente rilevante e sfruttando la capillarità della rete distributiva dell'Agip per poter agire con una politica d'impresa nazionale e non locale, come in genere era per i concorrenti.
Riesumò una linea produttiva della chimica per l'agricoltura che da tempo era passata in second'ordine negli interessi dell'ente, usando il metano nella produzione degli idrogenati usati nei fertilizzanti, anche per questi applicando prezzi di assoluta concorrenzialità. Della chimica "ordinaria", si sarebbe occupata un'altra azienda, l'Anic.
Su partecipate sollecitazioni (che avrebbe definito «commoventi») di Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, Mattei rilevò la fabbrica Pignone, finanziariamente in pessime condizioni, il cui fallimento avrebbe creato grossi problemi di occupazione in Toscana, e la mise a servizio delle esigenze meccaniche del gruppo con il nome di Nuovo Pignone. Le aziende principali del gruppo erano quindi sei: Agip, Snam, Anic, Liquigas, Nuovo Pignone, Romsa.


=== Ostilità delle compagnie petrolifere internazionali ===

Mentre su dati gonfiati ed enfatizzati si fondavano certezze di ripresa industriale, la reale situazione evidenziava un fabbisogno petrolifero piuttosto inquietante, cui l'esiguo prodotto di Cortemaggiore non poteva affatto sopperire. Ma i rapporti con le compagnie statunitensi, che di fatto detenevano un monopolio di fornitura sull'Europa occidentale, si erano incrinati non molto tempo addietro ed erano divenuti tesi per via della recente legge petrolifera, perciò il prodotto importato costava caro e non sempre era di buona qualità (richiedendo quindi una maggiore e più costosa lavorazione).
Mattei, che non amava sottostare a limiti imposti e dunque non se ne imponeva egli medesimo, studiò a fondo i comportamenti commerciali delle principali compagnie del settore e decise che in fondo non gli mancava nulla per gettarsi nella competizione sul mercato dell'approvvigionamento. Egli cercò quindi di far entrare l'Agip nel "Consorzio per l'Iran", il cartello delle sette principali compagnie petrolifere del tempo, creato per far tornare sui mercati il petrolio iraniano dopo la conclusione della Crisi di Abadan e la deposizione di Mohammad Mossadeq. Entrando nel "Consorzio per l'Iran" l'Agip avrebbe ottenuto quell'accesso diretto alla materia prima che le mancava, ma la richiesta di Mattei fu respinta. Se le concorrenti si erano riunite in un cartello, che Mattei battezzò delle "sette sorelle", l'Eni poteva ben muoversi da indipendente, cercando nuovi accordi e nuove alleanze commerciali per svincolare l'Italia dal ricatto commerciale straniero. Mattei cercò allora il rapporto diretto con lo Scià di Persia e la NIOC ottenendo una concessione a condizioni particolarmente favorevoli per l'Iran, ma attirandosi in tal modo l'inimicizia del cartello delle sette sorelle. Su iniziativa di Mattei e dello Scià nacque nel 1957 la Sirip (Società Irano-Italienne des Pétroles), società partecipata al 50% da Eni e NIOC che riconosceva il 50% delle royalties allo Stato iraniano e il restante 50% diviso equamente tra l'Eni e l'ente nazionale petrolifero iraniano, rompendo pertanto il monopolio del cartello.
Altre porte trovò pregiudizialmente sbarrate, sinché ebbe notizia di essere oggetto di una campagna di discredito ordita a sua insaputa da parte delle "sette sorelle" e decise di ponderare meglio e più accuratamente la sua azione.
Elenco delle sette sorelle al tempo di Mattei:

Standard Oil of New Jersey, successivamente trasformatasi in Esso (poi Exxon negli USA) e in seguito fusa con la Mobil per diventare ExxonMobil; 
Royal Dutch Shell, successivamente Shell, all'epoca anglo-olandese;  
Anglo-Persian Oil Company, successivamente trasformatasi in British Petroleum (BP); 
Standard Oil of New York, successivamente trasformatasi in Mobil e in seguito fusa con la Exxon per diventare ExxonMobil; 
Texaco, successivamente fusa con la Chevron per diventare ChevronTexaco; 
Standard Oil of California (Socal), successivamente trasformatasi in Chevron, ora ChevronTexaco; 
Gulf Oil, in buona parte confluita nella Chevron. 


=== Spia della riserva ===

Il fabbisogno petrolifero cresceva man mano che crescevano le industrie, e in Italia l'Agip non trovava altri giacimenti. Un'azione di approvvigionamento diretto diveniva ogni momento più necessaria, ma visti i casi precedenti, occorreva far sì che non si ripetessero gli errori di ingenuità e che in qualche modo l'ENI fosse anche "lo" Stato (avesse cioè un rango capace di mettere fuori gioco le battutistiche definizioni che lo dipingevano come un "petroliere senza petrolio"), e anche "uno" Stato (fosse cioè autonomo e non legato alle decisioni governative o al supporto logistico-tecnico statale).
Il primo accorgimento fu quello di farsi accompagnare dal beneplacito dell'opinione pubblica, cui avrebbe poi raccontato il memorabile paragone del gattino:

La storiella suscitò una simpatia per l'uomo, un risveglio di orgoglio nazionale e un principio di antiamericanismo che gli garantirono un appoggio in patria dinanzi al quale sarebbe stato difficile negare l'appoggio governativo alle sue iniziative.
La seconda mossa fu la fondazione di un quotidiano, Il Giorno, cui delegare l'immagine e la comunicazione del gruppo. A questo si affiancarono nel tempo anche due agenzie di stampa. Se la politica aveva i suoi megafoni, anche Mattei li aveva. E a fianco all'informazione, allestì una struttura diplomatica impressionante, con l'apertura di numerosissimi uffici di rappresentanza (e uffici stampa) che operavano come consolati dell'azienda italiana e i cui titolari erano rispettati come ambasciatori; questi preziosi inviati operavano quindi anch'essi nell'informazione, a tutt'altro livello. Si è detto che l'ENI si fosse dotata anche di una rete di informatori le cui attività sarebbero state più prossime a quelle delle spie che non ai compiti classici degli advisor; si è pure avanzata l'ipotesi che i servizi segreti italiani avessero garantito importanti forme di collaborazione; sta di fatto che se ciò fosse accaduto -e non se ne ha prova- si sarebbe trattato di un ulteriore adeguamento dell'azienda italiana alle consuetudini delle sette sorelle, delle quali è provato da esse stesse (che produssero documentazione spionistica anche al governo italiano) che abbiano avuto importanti attività di intelligence.
Il terzo passo fu un'accurata selezione dei paesi interlocutori, stavolta scelti fra quelli più poveri, coi quali avrebbe potuto giocare la carta della comunanza di difficoltà economica e della franchezza di rapporti. Rispetto alle nazionalità delle "sette sorelle", inoltre, l'ENI rappresentava un paese non colonialista (o almeno non noto come tale) e la duttilità di Mattei in trattativa, insieme all'esperienza maturata ai tempi in cui era rappresentante (come ebbe a raccontare egli stesso), gli consentiva di presentarsi con produttiva apertura negli stati del Medio Oriente cui offriva una prospettiva di rilancio e royalty (e condizioni giuridiche circa la proprietà dei suoli e dell'estratto) assai più interessanti di quelle delle "sette sorelle". Questa favorevole apertura, del resto, corrispondeva a un suo radicato ideale di "capitalismo etico", sviluppato negli anni di Milano, dei salotti della Cattolica, per il quale interpretava il suo ruolo come doverosamente soggetto a un incontestabile principio di equità sostanziale.


=== Apertura al nucleare ===
Comprendendo l'importanza sempre crescente dell'approvvigionamento energetico per lo sviluppo economico nazionale, a partire dal 1957 Mattei, parallelamente all'impegno per le risorse petrolifere, iniziò a considerare lo sviluppo dell'ENI verso l'energia nucleare. Intanto nel 1961 l'Università degli studi di Bari, su proposta del preside della facoltà Edoardo Orabona, gli conferì la laurea honoris causa in Ingegneria Civile.
Mattei individuò nello sviluppo delle moderne fonti di energia, la ricerca e l'innovazione in materia il cuore della collaborazione tra l'Eni e il resto dei protagonisti dell'economia mista italiana. Con capitale misto ENI (75%) e IRI (25%) venne costituita la SIMEA, con a capo Gino Levi Martinoli, mentre Mattei diveniva presidente dell'AGIP Nucleare e iniziarono i lavori per la costruzione della centrale nucleare di Latina. La nuova società acquistò il 31 agosto 1958 dagli inglesi della NPPC (Nuclear Power Plant Co.) un reattore nucleare a grafite e uranio naturale, che era teoricamente reperibile ovunque a differenza dell'uranio arricchito che era necessario importare dagli USA, e in soli quattro anni venne costruita e completata la centrale; il primo test completo di reazione nucleare nella centrale avvenne il 27 dicembre 1962, due mesi dopo la morte di Mattei. Con una potenza di 210 MW costituiva a quel tempo la più grossa centrale nucleare europea e poneva l'Italia terza nel mondo, dietro a USA e Inghilterra.
Sempre nell'ottica di garantirsi un'indipendenza delle fonti energetiche Mattei prese anche l'iniziativa di creare entro l'ENI una società di prospezioni e ricerche minerarie - la SoMiREN (Società Minerali Radioattivi Energia Nucleare) - allo scopo di potersi garantire una fornitura direttamente controllata di uranio da giacimenti esistenti sul territorio italiano o estero. La nuova società trovò in Italia il giacimento di Novazza e altre minori mineralizzazioni uranifere in Val Maira.


=== Influenza sulla politica ===

Attraverso Il Giorno, Mattei preparò il terreno all'avventura trans-mediterranea, insinuandovi gradatamente sempre più ampi e decisi cenni all'apertura verso i paesi africani e del Medio Oriente, coi quali solidarizzava per l'eventuale passato coloniale e ai quali apriva una porta (senza precedenti) per rapporti paritari, riconoscendo loro rango e dignità di stati "veri", non più di entità di seconda categoria.
Riuscì a coinvolgere in queste sue aperture molti dei famosi democristiani della Cattolica, e attraverso questi ne raggiunse anche di altre correnti e provenienze, democraticamente tutti ponendoli in imbarazzo nei confronti dell'alleato statunitense. Amintore Fanfani dovette inventarsi il termine di "neoatlantismo" per rivestire di una qualche accettabile coloritura filosofico-politica quello che di fatto era uno sganciamento netto, e di importante contrasto, con gli interessi delle sette sorelle.
Del resto, il governo "ordinario" della Repubblica si trovava spesso a dover in pratica rincorrere e spesso giustificare, non senza affanno per entrambe queste prestazioni, la condotta irruente e disorientante dell'ottimo cittadino, il quale non agiva in base a direttive politiche, ma le suscitava. Afferma in proposito Cacace: «la forza di Mattei si dilata sino al punto che diventa quasi impossibile per i governi in carica assumere iniziative di politica estera senza il suo consenso».
Iniziò infatti la fase delle "corse in taxi", come egli stesso ebbe a definirle: intervistato su alcuni finanziamenti dell'ENI al Movimento Sociale Italiano, essendo sorto il dubbio che un'impresa statale così importante fosse eventualmente caduta in mano a un filofascista, Mattei candidamente rispose che usava i partiti allo stesso modo di come usava i taxi, «salgo, pago la corsa, scendo». Del come li finanziasse non parlò, poiché avrebbe dovuto rivelare che occultando in bilancio i guadagni dell'ente (soprattutto quelli del metano), era riuscito a creare una quantità di "fondi neri" impressionanti. Con questi effettuava tutte le operazioni che non sarebbe stato possibile effettuare scopertamente, quindi in pratica corrompeva, comprava servizi d'ordinario non comperabili, sebbene la giustificazione addotta fosse che si trattava di un lobbismo contrapposto all'altrettanto oscuro lobbismo delle "sette sorelle", ma stavolta condotto nell'interesse del Paese e supportato dalla benedizione di personaggi di cristallina distanza da simili traffici come La Pira.
Si è detto, ma senza riscontri, che fu grazie ai fondi neri che fece approvare dal Parlamento una legge con la quale l'ENI diventava di fatto un organismo (di impervia definibilità) autorizzato a disporre delle concessioni in Italia e provvisto di carta bianca per le concessioni all'estero. Una legge davvero su misura per l'ENI, o più correttamente, per Mattei.
Con pazienza ricostruì i rapporti con la turbolenta Persia, ne allestì con l'ostica Libia, ex-colonia contro la quale l'Italia aveva anche combattuto guerre, stabilì un contatto importantissimo con l'Egitto, autorevole e pressoché unico interprete del mondo arabo, e trattò col Re di Giordania al modo in cui si tratta con un sovrano (rispetto, al tempo, non abituale da parte dei petrolieri anglosassoni). Fedele a un suo intimo convincimento che gli suggeriva di comprendere i problemi dell'interlocutore prima di contattarlo, si arrischiò non poco a ingerirsi nei rapporti fra l'Algeria e la Francia, che con fatica ancora la teneva per colonia. Altrettanto con la Tunisia, il Libano e il Marocco, Mattei si occupò, non richiesto, dei loro problemi interni e internazionali, arrivando per giunta a proporre una sorta di ente trans-nazionale che potesse pacificarli, rappresentarli nei loro rapporti col mondo occidentale e offrire loro protezioni commerciali. Si è detto che l'OPEC abbia poi tratto più di un'ispirazione da quelle proposte di Mattei.
Fu una vera campagna di attacco al "fronte mediterraneo", condotta con velocità e con la contemporanea presenza in più punti dell'area, a volte ai limiti dell'ubiquità, grazie alla modernissima e scintillante flotta di aerei ed elicotteri dell'Eni, superiore per mezzi e qualità degli stessi alla flotta governativa.
Fu con la Persia, con il giovane scià Mohammad Reza Pahlavi, occidentalizzato quanto bastava per aprire all'antichissimo impero le porte della comunicazione internazionale, che ebbe le prime concessioni. A paragone del lavoro diplomatico intessuto per ottenerle, la montagna aveva partorito un topolino, trattandosi di concessioni di scarsissimo valore tecnico e probabilmente la loro lavorazione sarebbe stata antieconomica. Però erano le prime concessioni che venivano assegnate a un ente non allineato con le sette sorelle e, più che rompere il ghiaccio, si era trattato di infrangere un tabù. A titolo di curiosità, si nota che nella cornucopia di offerte presentate al trono di Teheran, si potevano trovare anche non meglio definite "disponibilità" ad arrangiare un "matrimonio combinato" con (la forse ignara) Maria Gabriella di Savoia figlia del Re di Maggio Umberto II di Savoia, onde avvicendarne la triste e sterile Soraya che, crudeltà del business e della legge salica, era stata una delle più sincere sostenitrici a corte della causa di Mattei.
Lo stiracchiato accordo persiano, va detto, nasceva in un contesto assai caotico, con lo scià impegnato a difendere lo scettro contro movimenti rivoluzionari dei quali non si è smentito che ricevessero finanziamento (e forse armamento) da governi occidentali di paesi con compagnie petrolifere del cartello delle sette sorelle. Queste pragmaticamente trattavano con pari affezione i sostenitori dell'impero così come i rivoluzionari e gli altri oppositori, purché, par di poter concludere, comunque il petrolio persiano potesse finire in Gran Bretagna. La morte violenta di taluni dignitari e di alcuni funzionari tecnici persiani (alcuni addirittura strangolati con le mani) tendenzialmente favorevoli a un'apertura italiana, fu segnale alquanto esplicito della determinazione degli avversari e della loro capacità di infiltrazione. Del resto, pare ormai di comune accezione che solo grazie alla CIA sia stato possibile il colpo di Stato del 1953 (vedi operazione Ajax), che rovesciò il Primo Ministro Mohammad Mossadeq (che aveva nazionalizzato la compagnia petrolifera Anglo-Iranian Oil Company) e consentì allo scià di rientrare in patria e riassumere il comando. Ciò malgrado, pur dibattendosi fra problemi di miseria e sottosviluppo da un lato, e istanze teocratiche dall'altro (con la pressione del clero degli ayatollah), e avendo quindi sempre costante necessità di un appoggio fermo e potente come quello statunitense, lo spirito intimamente nazionalista di Pahlavi gli suggeriva di avvicinarsi all'outsider italiano, con il quale, si è da molti sospettato, avrebbe discusso a fondo di eventuali prospettive per alleggerirsi del peso del colonialismo economico occidentale.
Che Mattei abbia effettivamente affrontato di questi temi con lo scià non è provato, ma i fatti paiono proprio non escluderlo. Mattei, di suo, non smentì mai l'illazione, con questo confortando le operazioni che consolidavano il mistero sulla sua immagine di presunto occulto mediatore politico internazionale. Alcune posizioni dello scià sembravano coincidere con alcune visioni di Mattei, (auto) inviato, e oltre alla lotta al colonialismo economico, parrebbe che anche l'idea di fortificare nella regione uno Stato come la Persia, capace di frapporsi ai due blocchi (statunitense e sovietico) in reciproca avanzata, in posizione adatta a favorire un'eventuale aggregazione dei popoli arabi e musulmani, sia stata ben più che condivisa da Mattei.
La via del petrolio, in ogni caso, sebbene con modalità di imprevista complicazione, era stata aperta. Altri paesi avrebbero presto interpretato l'imperiale avallo come una preventiva autorevole validazione dell'interlocutore, e le concessioni si sarebbero presto sovrapposte alle concessioni.
Ministro degli esteri del suo proprio governo aziendale, in trasferta Mattei parlava di politica internazionale per procacciare petrolio all'Italia. In patria, invece, rintuzzava gli attacchi che gli venivano rivolti a titolo talvolta più vendicativo che non combattivo. Come per il sopra descritto progetto di costruzione della poi realizzata centrale nucleare di Borgo Sabotino, a poca distanza da Latina, cui l'ENI - ormai senza più vincoli di oggetto sociale né di compiti d'istituto - partecipava in cordata con altre imprese (ma fu l'unica criticata). Il risultato fu che, con notevole aggravio di costi e di dilazione nei programmi, i tempi del progetto nucleare vennero a diluirsi per effetto delle polemiche interne, secondo l'arte antica e mai in obsolescenza della curiale dialettica italiana, per poi scomparire a seguito della nazionalizzazione e conseguente nuova organizzazione di produzione e vendita dell'energia elettrica tramite l'Enel, la società di monopolio statale.

Ma l'ENI poteva a sua volta vendicarsi, ed è probabilmente con questa condizione d'animo che fu richiesta e ottenuta la rappresaglia. Essendo appunto titolare di un potere ancora poco dipendente da quello politico, Mattei voleva operare in Sicilia dopo aver trovato il petrolio a Gela nel 1956. Perciò appoggiò il cosiddetto "milazzismo", un'inedita coalizione tra missini, democristiani, socialisti e comunisti che s'insediò alla guida della Regione Siciliana nel 1958 e portò a termine la revisione della legge petrolifera regionale, che affidava all'Eni le concessioni per il petrolio a Gela e per il metano a Gagliano Castelferrato. Questa revisione spezzava il blocco di potere interno rappresentato dai monopoli privati (Gulf Oil, Montecatini ed Edison) e dalla DC fanfaniana. La Sicilia divenne perciò un'importantissima vittoria per Mattei, che avrebbe sfruttato con toni da alcuni definiti populistici, al fine di imporre la sua visione eticizzante della missione delle imprese di Stato. Proprio in Sicilia avrebbe poi tenuto un famoso comizio (ché tale era divenuto, in luogo del previsto discorso di inaugurazione) il giorno stesso della sua morte, discorso-comizio che giustamente il regista Francesco Rosi ha ricostruito con ampiezza nel suo film Il caso Mattei, correttamente riportandone i toni - ormai consueti - di romantico riscatto dalla miseria, dall'emigrazione, dall'umiliazione straniera:Ribaltando invece le non meno vibranti polemiche sui rapporti che l'ENI intratteneva con la Libia sotto la copertura di una società minore, obbligando il governo italiano a patteggiamenti di varia natura con il suo omologo locale, ottenne una potenzialmente importante concessione nei deserti di quello Stato che pareva giustificare ipso facto il macchiavello adottato, lasciando senza argomenti i detrattori (e senza concessione le "sette sorelle").
La capacità di brandeggio della politica italiana fece di Mattei un vero governante nell'ombra e ci si domanda, senza potersi dare agevole responso, quale sia stata e come sia inquadrabile l'effettiva situazione di potere in quel frangente, quando il responsabile di un'azienda di Stato (e per questo - sebbene sui generis - una sorta di dipendente statale, della cui onestà di fondo, peraltro, non si è mai dubitato) comandava sulla parte politica dello Stato (che controllava con ogni mezzo, anche con quelli meno ortodossi) decidendo per essa gli indirizzi nazionali.


=== Le minacce, l'ultimo viaggio in Sicilia e la morte nel disastro aereo ===

Almeno dal luglio 1961, Mattei riceveva lettere e telefonate minatorie, alcune a firma OAS (Organisation de l’Armée Secrète), l'organizzazione terroristica e paramilitare di estrema destra che lottava contro l'indipendentismo algerino. Dubbi sull'autenticità delle lettere furono avanzati dal Sifar, in particolare dal maggiore Francesco De Forcellinis che, insieme al colonnello Giovanni Allavena (tessera P2 n. 505), si occupava delle indagini e riteneva che «le lettere fossero state scritte dallo stesso Mattei». Il 7 gennaio del 1962, un cacciavite lasciato nel reattore del suo jet privato, un Morane-Saulnier MS.760 Paris I-SNAP (interpretato dai più come un sabotaggio ad opera dell'OAS), aveva provocato il trasferimento ad altro incarico del motorista Marino Loretti (poi morto in un incidente aereo nel 1969), amico fraterno del pilota personale di Mattei, Irnerio Bertuzzi. 
La mattina del 26 ottobre 1962, Mattei partì dall'aeroporto di Roma-Ciampino con destinazione Gela, in Sicilia, a bordo del Morane-Saulnier I-SNAP pilotato da Bertuzzi, in compagnia del giornalista statunitense William McHale della testata Time–Life, incaricato di scrivere un articolo su di lui. Quella mattina da Ciampino decollò anche l'I-SNAI, aereo gemello del Morane-Saulnier I-SNAP, con a bordo alcuni manager dell'Eni sempre diretti a Gela. Il viaggio in Sicilia avvenne appena una settimana dopo l'ultima visita di Mattei sull'isola su insistenza del suo collaboratore Graziano Verzotto (capo dell’ufficio pubbliche relazioni dell’Eni in Sicilia) con lo scopo di rassicurare gli abitanti di Gagliano Castelferrato, in provincia di Enna, circa lo sfruttamento dei giacimenti metaniferi scoperti nella zona. Mattei accettò di partire nonostante fosse impegnato in vista dell'accordo petrolifero che avrebbe dovuto firmare il successivo 6 novembre con il Presidente algerino Ahmed Ben Bella. Inoltre, prima della partenza, erano arrivate notizie di sabotaggi ed attentati alle attrezzature della pista di Ponte Olivo a Gela, dove il jet sarebbe dovuto atterrare, ma Mattei rimase fermo nel suo proposito di partire: «Io a Gela ci vengo ugualmente e in aereo. E se mi vogliono ammazzare, facciano pure». 
Atterrato a Ponte Olivo verso le ore 10.20, Mattei decollò nuovamente con l'I-SNAP pilotato da Bertuzzi con destinazione l'aeroporto di Palermo-Punta Raisi per tornare infine a Gela solo intorno alle 14.30, questa volta a bordo dell'I-SNAI e con un pilota diverso. Alle ore 16.24 Bertuzzi, alla guida dell'I-SNAP, decollò dall'aeroporto di Boccadifalco portando con sè a Gela il presidente della Regione Siciliana Giuseppe D'Angelo, Graziano Verzotto e l'assessore regionale all'Industria Salvatore Corallo. Scrisse il giudice Vincenzo Calia nella sua requisitoria finale: «La partenza in aereo di Mattei dopo il primo atterraggio a Gela, il volo di Bertuzzi da Punta Raisi a Boccadifalco con due passeggeri non identificati (ma tra i quali non potevano esserci né D’Angelo né Verzotto né Corallo), l’assenza di notizie che documentino l’attività di Mattei tra le ore 11,00 e le ore 14,30 del 26 ottobre 1962, sono da considerarsi ragionevoli indizi (mai approfonditi né evidenziati in passato) che, con l’accertata contestuale presenza dei due Morane Saulnier della SNAM in Sicilia, fanno ritenere non improbabile che Mattei si sia segretamente incontrato con qualcuno a Palermo e sia poi rientrato a Gela con l’I-SNAI intorno alle 14.30».

A Gela, Mattei presiedette una riunione del consiglio d'amministrazione dell'Anic, visitò gli stabilimenti petrolchimici nel tardo pomeriggio e poi cenò e pernottò presso il Motel Agip. Alla cena parteciparono anche D'Angelo, Verzotto e Corallo insieme ai dirigenti dell'Eni arrivati da Roma. Invece Bertuzzi restò a Ponte Olivo a vigilare sull'I-SNAP e, siccome Verzotto doveva raggiungere Siracusa per impegni politici, decise di dargli un passaggio a Catania, approfittando del fatto che doveva spostare l'aereo presso l’aeroporto di Fontanarossa, ritenuto più sicuro di Ponte Olivo. A Catania, Verzotto lo accompagnò ad un appuntamento con un cugino di sua moglie, Gualtiero Nicotra, che voleva proporgli un lavoro presso una sua società, e poi nell'albergo dove pernottò (l'Hotel Excelsior di Catania); come risulta dalle dichiarazioni di un testimone oculare, i due erano probabilmente insieme anche quando Bertuzzi tornò all'aeroporto di Fontanarossa nella prima mattinata del 27 ottobre. In ogni caso, il pilota decollò con l'I-SNAI alle ore 09.40 per un volo di prova su Gela e rientrò a Fontanarossa alle 10.04. Alle ore 07.40 del 27 ottobre, Mattei e il presidente D'Angelo si spostarono in elicottero a Gagliano Castelferrato, dove entrambi pronunciarono un breve discorso alla popolazione. Quindi, dopo una tappa non prevista a Nicosia dove si trattenne a pranzo in compagnia delle autorità locali, si recò in elicottero all'aeroporto di Fontanarossa. Da lì, intorno alle ore 17, partì a bordo dell'I-SNAP pilotato da Bertuzzi. Alle ore 19.40 il jet precipitò nelle campagne di Bascapè (Pavia) mentre era in fase di avvicinamento all'aeroporto di Milano-Linate. Le indagini successive accertarono che Bertuzzi perse il controllo dell'aereo, per cause che non sono state mai completamente chiarite: verosimilmente si verificò un'esplosione limitata a bordo dovuta ad una piccola carica di Compound B piazzata dietro al cruscotto ed innescata dal sistema di apertura dei carrelli durante l'atterraggio. Nel disastro perse la vita, oltre Mattei e Bertuzzi, anche il giornalista William McHale, che lo aveva seguito per tutto il viaggio in Sicilia.


== Inchieste giudiziarie sulla morte ==


=== L'indagine del 1963-1966 e la commissione ministeriale d'inchiesta ===

La prima inchiesta giudiziaria sulla sciagura di Bascapè fu aperta a Pavia a seguito della denuncia contro ignoti presentata da Italo Mattei (fratello di Enrico), sulla base dei risultati dell'inchiesta giornalistica di Fulvio Bellini apparsa in tre puntate sul settimanale Secolo XX nel marzo 1963, che sosteneva apertamente la tesi dell'attentato. L'indagine fu poi chiusa il 31 marzo 1966: una sentenza del giudice istruttore Antonio Borghese dichiarava di «non doversi procedere in ordine ai reati rubricati ad opera di ignoti, perché i fatti relativi non sussistono». Il pronunciamento della magistratura non convinse una parte dell'opinione pubblica italiana, tant'è vero che sul "caso Mattei" si sviluppò per decenni un vivace dibattito mediatico, alimentato da molteplici pubblicazioni e dall'omonimo film del regista Francesco Rosi, uscito nelle sale cinematografiche nel corso del 1972.
A far nascere sospetti sulla possibile natura dolosa dell'evento, oltre alle numerose testimonianze oculari, fu la particolare disposizione sul terreno dei rottami dell'aereo e dei resti degli sfortunati passeggeri. Se il grosso degli stessi si era depositato a ventaglio dopo il punto di impatto del velivolo col suolo, secondo le leggi della fisica, la particolare ubicazione di alcuni frammenti metallici e di tessuti umani postulava una deflagrazione in cielo. Tale scenario fu chiaramente prospettato dalla signora Rita Maroni («Ho sentito un boato e una botta e ho visto il fuoco») e dall'agricoltore Mario Ronchi («il cielo era rosso, bruciava come un grande falò, e le fiammelle scendevano tutte intorno... Un aeroplano si era incendiato e i pezzi stavano cadendo sul prato, sotto l'acqua») nelle interviste rilasciate ai giornalisti la sera stessa dell'incidente e uscite il 28 ottobre sul Telegiornale e nella seconda pagina del Corriere della Sera. Questi e altri dati furono platealmente ignorati dalla Commissione d'inchiesta dell'Aeronautica Militare Italiana, nominata dal Ministro della Difesa Giulio Andreotti la notte stessa dell'incidente su designazione del generale Felice Santini, uomo di fiducia dei servizi segreti americani. Il suo presidente, il generale dell'aeronautica Ercole Savi, si precipitò a Bascapè la mattina del 28 ottobre e condusse i lavori nella massima riservatezza e con scarso rispetto della normativa vigente in materia. Nella relazione finale, licenziata nel marzo del 1963, la Commissione ministeriale concluse che l'incidente aviatorio era «da attribuire a perdita di controllo in spirale destra» e prospettò come probabili cause un'avaria tecnica o un errore del pilota, spiegazioni recepite poi acriticamente dai due periti nominati dal Tribunale di Pavia. Nella sua requisitoria, licenziata il 7 febbraio 1966, il Pubblico Ministero Edoardo Santachiara aggiunse anche l'ipotesi di un eccessivo affaticamento fisico del pilota o addirittura di un gesto insano indotto da delusioni amorose connesse a una relazione extraconiugale con una hostess dell'Alitalia.


=== Inchiesta del 1994-2004 ===
A far riaprire le indagini sulla morte di Mattei a Pavia furono le rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia: il primo a parlare dell'argomento fu Gaetano Jannì (1993), seguìto da Tommaso Buscetta (1994), da Salvatore Riggio (1996), da Italia Amato (2001), da Francesco Pattarino (2001) e da Antonino La Perna (2009), i quali sostennero che Mattei era stato ucciso dalla mafia siciliana desiderosa di rendere un favore alla consorella americana e alle Sette sorelle del cartello petrolifero. Nonostante le incongruenze tra le loro dichiarazioni, tutti i collaboratori di giustizia erano concordi nell'affermare che il compito di eliminare Mattei in Sicilia se l'era assunto Giuseppe Di Cristina, elemento di spicco della cosca mafiosa di Riesi, legato al futuro senatore Graziano Verzotto, rappresentante dell'Eni nell'isola.
Il titolare della nuova indagine fu il sostituto procuratore di Pavia Vincenzo Calia, che incriminò Mario Ronchi per favoreggiamento personale aggravato perché, qualche giorno dopo il 27 ottobre 1962, aveva cambiato la sua versione dei fatti collocando l'incendio dell'aereo dopo l'impatto col suolo, venendone ripagato con l'incarico di custode del sacrario eretto in onore di Mattei e l'assunzione della figlia in una ditta legata a Eugenio Cefis; il procedimento a carico di Ronchi venne sospeso in attesa della fine delle indagini perché un rinvio a giudizio «presupponeva anche la prova della natura delittuosa del disastro di Bascapè» ma non si celebrò mai perché Ronchi morì il 5 dicembre 2001.
Nel 1995, nel corso dell'inchiesta, Calia dispose la riesumazione delle salme di Enrico Mattei e di Irnerio Bertuzzi: l'autopsia sui resti permise di recuperare schegge metalliche «con evidenti segni [...] causati da esposizione a onda esplosiva»; l’esame di alcuni accessori indossati da Mattei al momento del disastro (come l’orologio da polso e l'anello) e di parti del velivolo, rivelò «segni [...] che si possono far risalire ad esposizione a onda esplosiva». A queste conclusioni, Calia arrivò sulla base di diverse perizie, affidate al medico legale Carlo Torre, all'ingegnere Donato Firrao, al capitano dei carabinieri Giovanni Delogu e all'esperto esplosivista della Marina militare italiana, Giovanni Brandimarte. Le perizie tecniche, insieme all'acquisizione di nuove testimonianze oculari e prove documentali ignorate all'epoca, consentirono a Calia di stabilire che è «inequivocabilmente provato che l’I-SNAP precipitò a seguito di un esplosione limitata, non distruttiva, verificatasi all’interno del velivolo. È infatti provato che a bordo dell’I-SNAP si verificò un’esplosione; che l’esplosione si verificò durante il volo e non in coincidenza o dopo l’impatto col suolo; che il serbatoio, i motori e la bombola di ossigeno non esplosero. Come è già stato dimostrato il mezzo utilizzato fu una limitata carica esplosiva, probabilmente innescata dal comando che abbassava il carrello e apriva i portelloni di chiusura dei suoi alloggiamenti. Tale carica esplosiva, equivalente a circa cento grammi di Compound B, fu verosimilmente sistemata dietro il cruscotto dell’aereo, a una distanza di circa 10-15 centimetri dalla mano sinistra di Enrico Mattei» e che l'esecuzione dell'attentato sarebbe stata «pianificata quando fu certo che Enrico Mattei non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell'ente petrolifero di Stato», come scrisse nelle conclusioni della requisitoria licenziata il 20 marzo 2003.
Anche se non condivisa dal gip Fabio Lambertucci, che il 17 marzo 2004 archiviò il procedimento aperto dieci anni prima per il «carattere ignoto degli autori del fatto» in quanto «non era stata fornita una prova sufficiente che il fatto delittuoso» fosse «stato commesso» ma solamente dimostrata una «mera compatibilità con l’ipotesi delittuosa», la ricostruzione del dr. Calia appare pienamente convincente sotto il profilo storiografico.
Nel 2017 Vincenzo Calia ha pubblicato i dati più significativi della propria inchiesta in un libro intitolato Il caso Mattei, di fondamentale importanza per la ricerca storica.


== Aspetti dibattuti relativi alla morte di Mattei ==


=== L'inconsistenza dell'ipotesi dell'attentato ===
Negli anni successivi alle inchieste riaperte tra il 1994 e il 2004, che avevano ipotizzato la presenza di un attentato, sono emerse anche analisi alternative basate su riletture della documentazione tecnica e storica relativa all’incidente. In particolare, alcune ricostruzioni indipendenti fondate su documenti d’archivio e su analisi aeronautiche, come quella contenuta nel libro Il caso Mattei. I fatti contro il mito (2026) di Nicola Mariani e Lupo Rattazzi, sostengono che la dinamica dell’evento sia compatibile con un incidente di volo piuttosto che con un’azione dolosa.
Secondo tali interpretazioni, non vi sarebbero evidenze oggettive di un’esplosione in volo né tracce riconducibili a un ordigno. Inoltre, viene sottolineato come l’aeromobile non fosse rimasto in condizioni tali da consentire l’installazione di un dispositivo esplosivo e come le condizioni operative e meteorologiche del volo rientrassero tra i fattori tipici degli incidenti dell’aviazione leggera.
Queste analisi evidenziano anche come incidenti analoghi, riconducibili a perdita di controllo in volo (Loss of Control In-Flight), siano statisticamente frequenti nell’ambito dell’aviazione civile leggera, suggerendo che la spiegazione dell’errore umano o delle condizioni di volo critiche possa risultare, in alcuni casi, più plausibile rispetto all’ipotesi di attentato.


=== Le ipotesi sull'omicidio ===
Le modalità sospette della morte di Mattei (la cui causa è stata oggetto, nel corso degli anni, di numerose pubblicazioni, di inchieste giornalistiche e, soprattutto, di ben tre indagini ufficiali e l'ultima di esse, archiviata definitivamente nel 2004, non ha escluso che possa essersi trattato di un attentato) hanno dato vita a speculazioni e teorie del complotto (spesso ritenute strumentali o prive di fondamento), chiamando in causa tutti coloro che il presidente dell'Eni si era inimicato in vita: multinazionali del petrolio (le cosiddette Sette Sorelle), servizi segreti stranieri, l'OAS, ambienti politico-industriali italiani e la mafia siciliana.
Ad alimentare i sospetti contribuirono i depistaggi, la disinformazione da parte degli organi di stampa e la manipolazione, distruzione o omissione di documenti accertati dall'indagine della Procura di Pavia, ma anche tutta una serie di strane morti che sono state ricondotte, in qualche modo, all'esigenza di precludere rivelazioni sul caso Mattei: quelle del pilota Marino Loretti, del giornalista Mauro De Mauro, del procuratore Pietro Scaglione, dello scrittore Pier Paolo Pasolini, del commissario di polizia Boris Giuliano e del generale dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa.


==== I sospetti su Eugenio Cefis ====

La prima pubblicazione in assoluto che presentò la tesi dell'omicidio di Mattei mediante il sabotaggio del suo aereo privato fu il libro-inchiesta L'assassinio di Enrico Mattei (1970), scritto dai giornalisti Fulvio Bellini e Alessandro Previdi (che ispirò la sceneggiatura del celebre film Il caso Mattei di Francesco Rosi), in cui si sviluppavano gli argomenti già esposti nell'inchiesta giornalistica apparsa nel 1963 sul settimanale Secolo XX (diretto dal senatore missino Giorgio Pisanò) e firmata dallo stesso Bellini, poi definita «fantasiosa» e «senza alcun elemento concreto» dal pubblico ministero Edoardo Santachiara nella sua requisitoria del 1966. Bellini dichiarò successivamente di aver ricevuto le informazioni contenute nei suoi scritti da ambienti dell'intelligence britannica, con cui era in contatto dai tempi della lotta partigiana. Infatti il libro, oltre ad ipotizzare il coinvolgimento dell'OAS e delle Sette Sorelle con l'appoggio della CIA nel sabotaggio dell'aereo, contiene alcune notizie inedite: si parla di tre individui (uno in divisa da ufficiale dei carabinieri e due in tuta da meccanico) che furono notati intorno all'aereo di Mattei prima della sua partenza e si avanzano molti dubbi sul comportamento di Eugenio Cefis nei mesi precedenti e seguenti la morte di Mattei:

Si scoprì in seguito che la pubblicazione del libro di Bellini e Previdi (a detta loro, stampato a proprie spese perché fu rifiutato da tutte le case editrici) si inseriva in una campagna di stampa orchestrata dal PSI e dalla presidenza della Montedison contro il tentativo dell'Eni di Cefis di acquisirla di concerto con Enrico Cuccia di Mediobanca. Allo stesso scopo Bellini (che era un piccolo azionista della Montedison insieme a Giorgio Pisanò) aveva firmato alcuni articoli contro Cefis con lo pseudonimo di Goldrake pubblicati dalla rivista Candido diretta sempre da Pisanò. Nel 1971,  quando Cefis completò la scalata a Montedison, Bellini accettò di lavorare per lui quale consulente, anche perché affermò di aver subìto un'aggressione fisica e di aver ricevuto minacce. La rivista Candido di Pisanò invece incassò generosi finanziamenti da parte di Cefis per portare avanti una campagna di stampa contro il segretario nazionale del PSI Giacomo Mancini.

L'Ente Minerario Siciliano di Graziano Verzotto finanziò un'altra campagna scandalistica contro il neo-presidente della Montedison attraverso l’Agenzia Milano informazioni (Ami), che pubblicò Questo è Cefis, l’altra faccia dell’onorato presidente (1972) di Giorgio Steimetz (uno pseudonimo sotto cui si celava il direttore dell'Ami, Corrado Ragozzino) e Uragano Cefis (1975) di Fabrizio De Masi (anch'esso uno pseudonimo). Verzotto era infatti ai ferri corti con Cefis a causa della sua opposizione alla costruzione di un gasdotto Algeria-Sicilia ed aveva cercato di coinvolgere in questa campagna di stampa anche il giornalista Mauro De Mauro (poi scomparso nel nulla qualche mese dopo). Entrambe le pubblicazioni dell'Ami furono subito fatte sparire dalla circolazione ma, secondo il giudice Vincenzo Calia, lo scrittore Pier Paolo Pasolini si ispirò al pamphlet di Steimetz per la stesura del suo romanzo mai completato Petrolio, in cui alludeva a pesanti responsabilità di Cefis nella morte del suo predecessore; nel romanzo, infatti, compaiono Mattei e Cefis, rispettivamente con i nomi di fantasia di Ernesto Bonocore e Aldo Troya. Lo studioso Gianni D'Elia ritiene la scrittura di Petrolio il movente della misteriosa morte violenta di Pasolini, avvenuta sul lungomare di Ostia la notte del 2 novembre del 1975:In effetti, i risultati dell'inchiesta aperta nel 1994 dal pm Calia, «pur senza formulare espressamente una ipotesi Cefis», evidenziarono un suo ruolo come possibile mandante dell'omicidio di Mattei ma il gip Fabio Lambertucci, che archiviò definitivamente l'indagine nel 2004, scrisse: «Significativo appare il fatto che lo stesso pm abbia ritenuto così labile l'ultima delle ipotesi prospettate da evitare, congruamente, di iscrivere Cefis nel registro degli indagati, lasciando sino all'ultimo rubricata contro ignoti questa lunga e articolata indagine».
Nel 2021 il giornalista Paolo Morando, alla luce di testimonianze inedite e dei nuovi elementi emersi dalla sentenza di Palermo sul caso De Mauro, ha ridimensionato le presunte responsabilità di Cefis nel delitto Mattei ed ha ritenuto invece più probabile un coinvolgimento dei servizi segreti francesi in concorso con Graziano Verzotto.


==== Le responsabilità di Graziano Verzotto emerse nella sentenza De Mauro ====

La ricostruzione del giudice Vincenzo Calia è stata condivisa dai giudici della terza sezione della Corte d'Assise di Palermo, che nelle motivazioni della sentenza emessa il 10 giugno 2011, al termine della terza inchiesta condotta sul sequestro del giornalista palermitano Mauro De Mauro, l'hanno considerata suffragata «da un compendio davvero imponente di prove testimoniali, documentali e tecnico-scientifiche». Costoro hanno indicato nella «causale Mattei», cioè nella necessità di tenere occultati determinati retroscena della morte del manager pubblico, il movente della soppressione del giornalista.
Secondo quanto si legge nelle motivazioni della sentenza, al complotto contro il presidente dell'Eni avrebbero partecipato, «su input di una parte del mondo politico», sia Cosa Nostra isolana sia Graziano Verzotto, il politico di origini padovane sottratto a una probabile incriminazione dalla morte, avvenuta nel maggio del 2010; in particolare erano sicuramente coinvolti, probabilmente con funzioni «di supporto logistico e di copertura», i boss mafiosi siciliani Stefano Bontate e Giuseppe Di Cristina, che ebbe Verzotto come compare d'anello al suo matrimonio (settembre 1960) e lo appoggiò in occasione delle elezioni politiche del 1958 e della nomina a segretario regionale della DC siciliana (primavera 1962). In barba alle innumerevoli «menzogne, reticenze e rimaneggiamenti delle dichiarazioni», elargite ai magistrati nel corso di quarant'anni (1971-2010), una mole considerevole di indizi e riscontri autorizza ad attribuire a Graziano Verzotto le seguenti responsabilità:

il richiamo di Mattei in Sicilia a soli otto giorni di distanza dal viaggio precedente con una motivazione – quella di rassicurare la popolazione di Gagliano Castelferrato in fermento – palesemente infondata;
lo spostamento del jet dell'Eni dalla pista di Ponte Olivo (Gela), sulla quale era atterrato il mattino del 26 ottobre, all'aeroporto Fontanarossa di Catania, dove era stato predisposto il sabotaggio, con la scusa di una maggiore sicurezza;
il tallonamento del pilota Irnerio Bertuzzi per tutta la giornata del 27 ottobre per conoscere l'esatto orario di ripartenza dell'aereo per Milano onde evitare che la bomba scoppiasse durante un volo all'interno dell'isola, in assenza della vittima designata;
l'organizzazione di una visita fuori programma a Nicosia con annesso pranzo, per finalità che non avevano nulla a che vedere con l’oggetto e lo scopo del viaggio in Sicilia di Mattei ma che avrebbe costituito un diversivo necessario a favorire il sabotaggio dell'aereo.
Al corrente del sabotaggio, Verzotto chiese e ottenne da Mattei di essere esonerato dall'accompagnarlo, il 27 ottobre, prima nella visita a Gagliano Castelferrato e poi durante il volo di rientro a Milano, con la scusa pretestuosa di impegni politici a Siracusa.
La sentenza del 10 giugno 2011 è stata confermata nei due successivi gradi di giudizio e solo la ricostruzione storica che l'accompagnava è stata ridimensionata da certa a «verosimile» o «altamente probabile» dalla Corte d'Assise d'Appello di Palermo (27 gennaio 2014) e da certa a «verosimile» dalla Corte di Cassazione (4 giugno 2015).


==== La pista mafiosa e i legami con il caso De Mauro ====

Un sensibile risveglio di attenzione mediatica e giudiziaria sul caso Mattei e sulla possibilità di un coinvolgimento della mafia fu determinato delle indagini sulla scomparsa di Mauro De Mauro, cronista del quotidiano L'Ora rapito a Palermo la sera del 16 settembre 1970 e mai più ritrovato. Infatti il giornalista stava ricostruendo gli ultimi giorni di vita di Mattei su incarico del regista Francesco Rosi per la sceneggiatura del film Il caso Mattei ed aveva avuto colloqui finalizzati ad ottenere informazioni con Graziano Verzotto, il quale lo aveva mandato a parlare con l'avvocato Vito Guarrasi (braccio destro di Cefis in Sicilia) con l'obiettivo di far sapere al presidente dell'Eni che era in atto una manovra ricattatoria contro di lui connessa al progetto del gasdotto Algeria-Sicilia voluto da Verzotto. Mentre la polizia, nelle persone del vicequestore Boris Giuliano e del commissario Bruno Contrada, seguiva la pista Mattei, i carabinieri al comando del colonnello Carlo Alberto dalla Chiesa orientarono le indagini su ipotetici affari mafiosi di droga che De Mauro avrebbe disturbato con le sue inchieste giornalistiche. L'indagine però non ebbe nessuno sviluppo perché la pista Mattei fu inspiegabilmente abbandonata e, nonostante il questore Ferdinando Li Donni avesse convocato una conferenza stampa in cui anticipava ai giornalisti una svolta clamorosa delle indagini, non fu individuato alcun colpevole.
La sentenza della Corte d'assise di Palermo del 10 giugno 2011, a più di quarant'anni di distanza dai fatti, ha ricostruito il rapimento di De Mauro in questi termini: il giornalista fu soppresso perché non divulgasse «quanto aveva scoperto sulla natura dolosa delle cause dell’incidente aereo di Bascapé, violando un segreto fino ad allora rimasto impenetrabile", col rischio di mettere "a repentaglio l’impunità degli influenti personaggi che avevano ordito il complotto ai danni» di Mattei e di produrre «effetti devastanti per i precari equilibri politici generali in un Paese attanagliato da fermenti eversivi»; «La natura e il livello degli interessi in gioco» accreditavano «l’ipotesi che gli occulti mandanti del delitto» dovessero «ricercarsi in quegli ambienti politico-affaristico-mafiosi», che più di altri sarebbero stati danneggiati dagli scoop di De Mauro; i giudici di Palermo non hanno escluso nemmeno l'eventualità che «Guarrasi potrebbe avere chiesto a Verzotto o preteso da lui, nell’interesse proprio o del suo ancora più autorevole referente, Eugenio Cefis, che risolvesse il problema – che lo stesso Verzotto aveva creato aizzando De Mauro contro di lui - e rimuovesse la minaccia costituita dalle possibili imminenti rivelazioni del giornalista de L’Ora sul caso Mattei. E Verzotto, che aveva a sua volta motivo di temere tali rivelazioni anche più di Guarrasi, avrebbe in ipotesi colto la palla al balzo: fare eliminare Mauro De Mauro e stringere così un patto scellerato (con Guarrasi e Cefis) dal quale nessuno dei contraenti avrebbe potuto affrancarsi senza esporsi a gravi ritorsioni da parte dell’altro»; «nel frattempo, erano stati già allertati i più fidati referenti mafiosi di Verzotto [...], ovvero [Stefano] Bontate e [Giuseppe] Di Cristina. E si attiva, ma all’insegna della massima urgenza, il circuito delle deliberazioni che competono ai vertici dell’organizzazione mafiosa. E sono diversi i capi di Cosa Nostra interessati a impedire che si faccia luce sul mistero che avvolge la morte di Mattei (il primo delitto di Commissione, secondo il verbo di Buscetta), a cominciare proprio dai citati Di Cristina e Stefano Bontate»; inoltre i giudici di Palermo hanno ritenuto la "pista droga" seguita dai carabinieri del colonnello dalla Chiesa un autentico depistaggio volto a impedire che il sequestro del giornalista fosse collegato alla sua inchiesta sulla morte di Enrico Mattei.
Riccardo De Sanctis, giornalista del quotidiano Paese Sera, nel suo libro Delitto al potere (1972) pubblicato dalla casa editrice di sinistra Samonà e Savelli, ha ipotizzato un legame tra le morti di Mattei, di De Mauro e del procuratore di Palermo Pietro Scaglione (assassinato nel 1971), che seguiva le indagini sulla scomparsa del giornalista. De Sanctis indicò tra le fonti del suo libro il collega Pietro Zullino (che seguì il caso De Mauro per il settimanale Epoca insieme a Paolo Pietroni), il quale, a sua volta, diede alle stampe Guida ai misteri e piaceri di Palermo (1973), contenente una ricostruzione, in bilico tra cronaca e fiction, del legame fra le morti di Mattei, De Mauro e Scaglione. La vicinanza di Zullino (deceduto nel 2012) ad ambienti dei servizi segreti italiani ed alcune sue intromissioni nelle indagini sulla scomparsa di De Mauro non furono mai completamente chiariti ed infatti le motivazioni della sentenza emessa nel 2011 parlarono delle «incongruenze, delle contraddizioni e delle palesi reticenze emerse» nel corso delle sue deposizioni in quel processo, rinviando gli atti alla Procura affinché procedesse per il reato di falsa testimonianza.
Lo studioso Michele Pantaleone, intervistato dalla rivista Panorama nel 1970, affermò di aver saputo da alcune fonti che non volle rivelare che, nei giorni in cui vi fu la caduta dell'aereo di Mattei, il boss italo-americano Carlos Marcello si trovava in gran segreto a Catania per conto di alcune compagnie petrolifere statunitensi. In altre interviste, Pantaleone ribadì le sue accuse e diede ulteriori precisazioni sulle sue scoperte: «Ero andato a Catania poco dopo la morte di Mattei perché avevo sospettato fin da quel momento che era stato un attentato, sapevo quanti potenti nemici Mattei avesse. Parlai con un altissimo personaggio [l’ex questore di Catania e Palermo, Vincenzo Immordino, n.d.r.] che non poteva non sapere cosa era successo in quei giorni dell’ottobre del ’62 all’aeroporto di Catania. Mi raccontò di quattro portabagagli che lavoravano alla stazione ferroviaria di Catania portati a Fontanarossa per mettersi al servizio di Mattei e dei suoi amici. Seppi i nomi di costoro, che risulteranno poi in un elenco di mafiosi compilato dall’antimafia americana, e cercai di rintracciarli. Con mia grande sorpresa erano andati tutti in Inghilterra, gestivano un albergo a Coventry. Quando mi recai in Inghilterra, il 2 maggio del ’68, fui minacciato di morte e una settimana dopo, a Palermo, tentarono di investirmi con un camion».

Negli anni '90 la pista mafiosa tornò in auge in occasione della riapertura delle indagini sulla morte di Mattei determinata delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Tra queste testimonianze, di particolare interesse fu quella di Tommaso Buscetta (resa nel 1994 dopo aver taciuto per dieci anni sull'argomento) che adombrava un coinvolgimento delle Sette Sorelle in accordo con la mafia italo-americana, nella persona di Angelo Bruno (boss della Famiglia di Filadelfia), il quale, a sua volta, avrebbe richiesto l'intervento dell'organizzazione siciliana, all'epoca capeggiata da Salvatore Greco (detto Cicchiteddu). Sempre secondo Buscetta, Greco incaricò Stefano Bontate di «organizzare un attentato [...], si pensò di non usare armi da fuoco né di ricorrere ad azione spettacolari che avrebbero potuto evidenziare la matrice mafiosa [...]» e perciò prese contatti con il suo amico Giuseppe Di Cristina (capo della "famiglia" di Riesi), recandosi a Catania insieme a lui per parlare con altri boss; «il contatto con Mattei fu stabilito da Graziano Verzotto» e il giorno prima del disastro aereo di Bascapè «fu proprio Verzotto, o lo stesso Di Cristina» ad invitare il presidente dell'Eni ad una battuta di caccia nei dintorni di Catania «[...] che aveva lo scopo di rassicurarlo a proposito delle intenzioni della mafia nei suoi confronti [...]»: proprio durante quella battuta di caccia, l'aereo di Mattei sarebbe stato sabotato ad opera di persone rimaste però sconosciute a Buscetta. Il giudice Calia scrisse nella sua requisitoria finale che «Buscetta ha riferito circostanze non confermabili» in quanto la «ricostruzione dei due giorni trascorsi da Mattei in Sicilia [...] induce peraltro a escludere che il 27 ottobre 1962 Mattei abbia potuto partecipare a una battuta di caccia», ammettendo tuttavia che «non si può invece escludere che Cosa Nostra abbia fornito un generico "supporto logistico†al sabotaggio dell’aereo di Mattei»; poi, citando lo storico e giornalista Nico Perrone, affermò che la tesi della «mafia, come agente di supporto, può essere» infatti «molto verosimile» (pur se priva di riscontri); «la mafia come autonoma ideatrice e diretta esecutrice di un attentato di grande impegno tecnologico», quale si è visto essere stato quello dell’I-SNAP, «sembrerebbe invece meno probabile, sia per insufficienze organizzative, sia per ragioni di costume. La mafia come mandante, per vendicarsi di qualche ‘sgarro’ nella distribuzione degli appalti per l’Anic di Gela, è un’ipotesi fuori misura e comunque, anche essa senza riscontri». Anche tra i collaboratori di giustizia le informazioni in merito appaiono contraddittorie: secondo l'ex boss catanese Antonino Calderone, interrogato il 27 febbraio 2007 nel corso del processo De Mauro, il coinvolgimento di Cosa Nostra era da escludere perché «[…] non c’era il motivo di uccidere Mattei. Portava ricchezza in Sicilia e alla mafia interessano i soldi […]». La sentenza di Palermo del 10 giugno 2011, chiamata ad esprimersi sulla mancata conoscenza (o deliberata omissione) degli esecutori materiali del sabotaggio da parte di Buscetta, diede le seguenti conclusioni:


==== La pista delle multinazionali petrolifere (c.d. Sette Sorelle) ====
Le multinazionali anglo-americane del petrolio (le cosiddette Sette Sorelle) non avevano mai nascosto la loro avversità ad Enrico Mattei ma a far precipitare la situazione era stata la decisione dell'Eni di riconoscere ai Paesi produttori di petrolio del Nord Africa e del Vicino Oriente il 75 % anziché il 50 % delle royalty. Oltre a intaccare i profitti delle Sette sorelle, l'iniziativa configurava una politica estera italiana conflittuale col Paese guida dell'Occidente e cogli stessi equilibri determinati dalla seconda guerra mondiale. Nei progetti dell'imprenditore l'Italia, povera di materie prime e privata delle colonie, avrebbe dovuto ricostituire una propria zona d'influenza nel bacino del Mediterraneo, cioè in un'area che Usa, Gran Bretagna e Francia consideravano di loro esclusiva pertinenza. Di più, a partire dal 1958, Mattei aveva proceduto all'acquisto di ingenti quantitativi di petrolio sovietico, offrendo il fianco ad accuse di violazione della solidarietà atlantica e di filocomunismo.
Il Dipartimento di Stato USA aveva reagito bollando la politica energetica dell'Eni come neutralista, terzomondista e incubatrice di sentimenti anticoloniali e anti occidentali. Una volta andate a vuoto le pressioni esercitate in ambito Nato o tramite esponenti del clero e dell'associazionismo partigiano cattolico - desumibili sia da una deposizione di Rino Pachetti (25 giugno 1963), sia da una recente pubblicazione di un nipote del leader democristiano Mariano Rumor – sarebbe stato deciso il ricorso alla forza.
La responsabilità delle Sette Sorelle nell’eliminazione di Enrico Mattei, accettata da una parte dell'informazione e della pubblicistica, è invece esclusa da diverse testimonianze, provenienti da chi ha potuto direttamente apprezzare la natura dei rapporti tra Mattei, le compagnie petrolifere del cartello e gli Stati Uniti. È anche la tesi espressa dallo studioso Leonardo Maugeri nel suo libro L'arma del petrolio (1994) secondo cui, poco prima della tragica fine di Mattei, era stato stipulato un accordo tra la società petrolifera statunitense Esso e l'Eni fortemente voluto dall'amministrazione Kennedy e che quindi le cosiddette sette sorelle non potevano essere considerate come le mandanti della prematura scomparsa dell'allora presidente dell'Eni. Il pubblico ministero Vincenzo Calia chiese copia del libro L'arma del petrolio, e volle Maugeri come consulente per le indagini aperte per accertare i fatti sul tragico evento.


==== Mattei come possibile vittima della Guerra fredda e delle conflittualità internazionali ====
La tesi esposta nelle pubblicazioni del giornalista e storico Nico Perrone e nel libro Il delitto Mattei (2019) dello storico padovano Egidio Ceccato ha presentato il presidente dell'Eni come vittima delle asprezze politiche della Guerra Fredda prima ancora che dell'ostilità delle multinazionali del petrolio. L'occasione propizia per sciogliere il nodo Mattei con modalità simili a quelle dell'Operazione Mangusta pianificata contro il leader cubano Fidel Castro – una delle poche covert operation di cui la CIA ha riconosciuto la paternità - si presentò sul finire dell'ottobre 1962, quando l'acutizzarsi della crisi missilistica di Cuba polarizzò sui Caraibi l'attenzione dei media e dell'opinione pubblica mondiale: la prospettiva di una guerra nucleare rese in quel momento intollerabile qualsiasi forma di dissenso o anche di semplice distinguo da parte di un Paese della NATO, come l'Italia, che occupava una posizione strategica in mezzo al Mediterraneo.
Secondo il libro-inchiesta Delitto al potere (1972) scritto dal giornalista Riccardo De Sanctis, Mattei sarebbe stato ucciso per impedirgli di portare a termine il progetto di un colpo di Stato in Libia per spodestare re Idris (di tendenze filo-americane), che sarebbe stato il vero motivo del suo ultimo viaggio in Sicilia.
Nel 1990 l'allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti rese pubblici gli elenchi con i nominativi dei 622 aderenti all'organizzazione Gladio (struttura paramilitare segreta nata durante la Guerra fredda per contrastare una possibile invasione dell'Unione Sovietica), in cui figuravano anche una delle guardie del corpo di Mattei, Giulio Pauer, e i fratelli Lucio e Camillo Grillo, che la stampa dell'epoca ricollegò subito al fantomatico "capitano Grillo" citato nel libro L'assassinio di Enrico Mattei di Bellini e Previdi. Alle ipotesi giornalistiche di un possibile coinvolgimento di Gladio nell'omicidio Mattei rispose Francesco Gironda, ex responsabile del settore guerra psicologica della struttura segreta e poi portavoce dell'associazione degli ex aderenti alla medesima struttura, il quale dichiarò ai giornalisti che Gladio non poteva essere coinvolta in quanto Mattei fu uno dei primi reclutatori della struttura segreta e quindi era perfettamente normale la circostanza che uno degli aderenti fosse tra le sue guardie del corpo.


==== La pista francese ====
Mattei sarebbe entrato nel mirino della Francia per le sue attività petrolifere anti-francesi in Oriente e nell’Africa, nonché per la sua politica di sostegno alle istanze indipendentiste dei paesi del Nord Africa, in primo luogo l'Algeria. Un meeting di Mattei coi governanti algerini era in calendario per i primi di novembre del 1962; come risulta da un'informativa del SISDE, i servizi segreti francesi avrebbero avvicinato Graziano Verzotto in Sicilia al fine di persuadere e scongiurare il presidente dell'Eni dal concludere l’accordo con il nuovo governo algerino.

A piazzare la bomba sull'aereo potrebbe essere stato un agente segreto del Paese che aveva costruito il velivolo (la Francia), come nell'ipotesi configurata dall'ex 007 francese Philippe Thyraud de Vosjoli che, in un libro di memorie pubblicato nel 1970, parlò del coinvolgimento di un agente còrso dello SDECE (Service de Documentation Extérieure et de Contre-Espionnage, il servizio segreto francese) che si faceva chiamare Laurent, il quale si trasferì in Sicilia e si fece assumere all'aeroporto di Fontanarossa, dove poté portare a termine il suo compito più facilmente per conto del servizio. La testimonianza di de Vosjoli non fu presa in considerazione in quanto, all'epoca della stesura del libro, egli non lavorava più per lo SDECE ma per la CIA ed aveva perciò un interesse a far ricadere i sospetti su quell'agenzia di intelligence. Rilevante era inoltre il fatto che Mattei avesse ormai superato i contrasti con la Francia grazie ad un accordo stipulato con Claude Cheysson, rappresentante di De Gaulle. L'ipotesi di un coinvolgimento dei servizi francesi si prestava anche ad attizzare i sospetti sull'OAS, che aveva già minacciato di morte Mattei con diverse lettere, ma in realtà l'organizazione terroristica si trovava all'epoca in avanzata fase di smobilitazione a seguito della firma degli accordi di Évian (18 marzo 1962). A rilanciare la pista francese fu Eugenio Cefis, intervistato dal giornalista Dario Di Vico per il Corriere della Sera il 6 dicembre 2002: «[...] Se devo ragionare in termini di fantapolitica, allora più che a un sabotaggio americano penserei a un attentato di ostilità francese. Avevano ancora il dente avvelenato per i nostri rapporti con l’Algeria». In tempi più recenti, il giornalista Paolo Morando, in base a testimonianze e fonti rimaste inedite, ha ipotizzato che il sabotaggio dell'aereo di Mattei potrebbe essere stato opera di André Thoulouze (morto in un incidente di elicottero nel 1978), addetto militare presso l’ambasciata francese a Roma e uomo di fiducia di De Gaulle, ma anche esperto pilota in possesso di un Morane-Saulnier MS 760 Paris II identico a quello del presidente dell'Eni. Secondo il racconto del figlio di Thoulouze riportato da Morando, il militare francese avrebbe partecipato in veste di consulente ai lavori della Commissione ministeriale d'inchiesta sul caso Mattei ma il suo nome non compare in nessun atto ufficiale.


==== La pista italiana ====
Dopo il 1962, i retroscena del disastro aereo di Bascapè furono oggetto di una rigida tutela istituzionale. A mantenere in vita i dubbi sulla verità confezionata dalla commissione ministeriale d'inchiesta e dai giudici pavesi al termine della prima indagine (1963-1966) contribuirono, nei decenni successivi, le esternazioni di autorevoli rappresentanti delle Istituzioni come il ministro Oronzo Reale, il capo del SISMI amm. Fulvio Martini e il leader democristiano Amintore Fanfani, presidente del Consiglio nell'ottobre del 1962. In un convegno di ex partigiani bianchi, tenuto a Salsomaggiore nel 1986, quest'ultimo parlò espressamente di «abbattimento dell'aereo» di Mattei, raffigurandolo come «il primo gesto terroristico del nostro Paese» e il «primo atto della piaga» della violenza politica, poi esplosa su larga scala negli anni successivi durante la cosiddetta "strategia della tensione". Il ministro Reale invece disse alla nipote di Mattei, Rosangela, che lo zio «fu fatto fuori da [Raffaele] Girotti, Cefis, Fanfani». Interrogato dal p.m. Vincenzo Calia nel 1998, Graziano Verzotto affermò che il complotto ai danni di Mattei ebbe una matrice sicuramente italiana, escludendo qualsiasi responsabilità di Stati esteri: «Eugenio Cefis e Vito Guarrasi - e il loro éntourage - si erano sicuramente avvantaggiati della morte di Mattei: entrambi, infatti, erano stati poco prima della sua morte allontanati dagli incarichi che ricoprivano prima». A conclusioni simili giunse il p.m. Calia al termine della sua lunga indagine nel 2003. In un libro pubblicato nel 1996, il politologo Giorgio Galli poteva anche affermare con cognizione di causa che, nei tre decenni precedenti, «mezza Italia» aveva ricattato «l'altra metà con ciò che sapeva della morte di Mattei».
Rilevante è inoltre il fatto che negli ultimi tempi il padre-padrone dell'Eni si era inimicato anche molti esponenti della destra politica ed economica italiana per le sue aperture commerciali all'URSS e perché di ostacolo a una transizione ordinata dalla formula politica centrista a un centro-sinistra con limitate velleità riformiste. Da ultimo fu abbandonato dagli stessi governanti italiani, oggetto delle pressioni diplomatiche statunitensi, che gli tolsero la copertura dei servizi segreti e allentarono i servizi di vigilanza pubblici e privati con la scusa della fine della guerra d'Algeria.


== Controversie ==


=== Le ingerenze nella politica e nell'economia ===
Nelle vesti di "padre-padrone" dell'ENI e di leader della corrente democristiana di "Base", Enrico Mattei rappresentava, all'inizio degli anni '60, l'uomo più influente d'Italia e il titolare di un potere sottratto di fatto al controllo politico. Tramite le inserzioni pubblicitarie condizionava buona parte della stampa italiana e coi profitti del metano comprava il favore dei parlamentari, anche se nessuno ha mai messo in discussione la sua personale onestà. Prima di diventare il massimo rappresentante della resistenza cattolica e, dopo la guerra, un esponente di rilievo della sinistra democristiana, aveva aderito al fascismo. Nel 2007 è stata ritrovata la tessera dell'adesione al partito fascista, avvenuta nel 1922. In merito alla supposta sua condivisione del fascismo, Indro Montanelli (che ne fu critico severo) affermò che «l'ambizione di questo self-made man lo portava senza scampo a compromissioni con il regime al potere».


=== Presunta appartenenza al Partito Fascista ===
Lester Simpson, capo della CIA a Roma, in un rapporto dell'11 agosto 1955, avanzò la tesi che Mattei fosse un fascista e che si fosse rifatto l'immagine comprando per cinque milioni di lire il titolo di partigiano dai democristiani, e che proprio in queste sue supposte origini politiche fosse da ricercare la ragione per cui si oppose agli interessi statunitensi in Italia.


== Confronti con Adriano Olivetti ==

Adriano Olivetti fu un contemporaneo anch'egli accomunato da grandi disegni sul presente e futuro e purtroppo dal destino di una repentina morte. I due personaggi si conoscevano.
Ci si trova troppo spesso, a posteriori, a rimpiangere le enormi occasioni perdute a causa della resistenza al cambiamento del “sistema Paeseâ€. L'intreccio di interessi tra politica, economia e finanza ha spesso giocato un ruolo chiave riuscendo non solo a emarginare ma a far fallire i progetti industriali più innovativi, quelli che potevano ridisegnare l'economia e la società italiana.
Diversissimi per origini, carattere e formazione, Mattei e Olivetti erano accomunati, oltre alla volontà di creazione di posti di lavoro in termini di tutela e crescita culturale - (preoccupandosi pure per le ferie e la salute dei figli dei dipendenti) - anche dalla visione globale e internazionale sul futuro che li portava a vedere nella società un progresso e una crescita. Entrambi con un forte senso di impresa, sviluppo, frequentazioni di economisti, contatti con le università, attenzione e cura alle tecniche aziendali, sia direzionali sia strategiche. Con le eccellenze quali i calcolatori, l'elettronica, lo sviluppo dell'architettura industriale per l'Olivetti e riguardante Mattei: le ricerche in campo minerario, gas e gli edifici alberghieri.


== Monumenti e cimeli ==


=== Il memoriale a Bascapè ===
L'anno dopo l'incidente, nel 1963, l'architetto paesaggista Pietro Porcinai ricevette l'incarico di progettare un monumento commemorativo nel luogo esatto ove avvenne la sciagura aerea. Il memoriale si trova su un terreno pianeggiante in aperta campagna, fuori dal centro storico di Bascapè.
È stato costruito un ampio quadrato, leggermente rialzato, delimitato da blocchi di 30 cm. in pietra, con tre querce a ricordo dei tre deceduti. È stato piantato con rara sapienza agronoma anche un filare di una specie di conifere, caratterizzate dal fatto di avere le foglie caduche che si colorano di rosso nel periodo che corrisponde alla data dell'incidente (27 ottobre 1962). Davanti agli alberi, in mezzo ai fiori si trova la lapide con la croce.


=== L'auto di Mattei ===
Quando morì, Mattei possedeva una Alfa Romeo Giulietta di colore azzurro nube, immatricolata nel 1956 targata MI315093 che veniva guidata dallo stesso Mattei o dall'autista Antonio Freddi.
Il 24 aprile 2024 l'autovettura è stata esposta in Piazza Colonna, di fronte a Palazzo Chigi, a Roma, in occasione della riunione per la realizzazione del Piano Mattei.


== Opere ==
Il complesso di inferiorità, Roma - Ivrea, Edizioni di Comunità, 2018.


== Riconoscimenti ==
Per la sua attività, Mattei fu insignito della laurea in ingegneria ad honorem nel 1953 dal Politecnico di Torino (consegnata ufficialmente da Eligio Perucca) e nel 1961 dalla Facoltà di Ingegneria (ora Politecnico) dell'Università degli Studi di Bari. Fu insignito anche di altre onorificenze come la croce di Cavaliere del Lavoro e la croce Bronze Star Medal dell'Esercito statunitense (5 maggio 1945), nonché della cittadinanza onoraria del comune di Cortemaggiore.
Inoltre, post mortem, l'11 aprile 2013 ricevette la cittadinanza onoraria del comune di Ferrandina (MT), dove nel 1958 l'Agip Mineraria effettuò prospezioni trovando il metano nella Valle del Basento.


== Onorificenze ==


=== Onorificenze italiane ===


=== Onorificenze straniere ===


=== Onorificenze non nazionali ===


== Archivio ==
La documentazione prodotta da Enrico Mattei è conservata presso l'archivio storico dell'Eni a Pomezia (Roma), nei fondi Ente nazionale idrocarburi - ENI (estremi cronologici: 1900-1999), ed Ente nazionale idrocarburi - ENI - Presidenza Enrico Mattei (estremi cronologici: 1948-1962).


== Influenza culturale ==


=== Cinema ===
Il caso Mattei (1972), regia di Francesco Rosi, con Gian Maria Volonté, Luigi Squarzina, Peter Baldwin.


=== Televisione ===


==== Fiction ====
Soraya (2003), miniserie televisiva, con Anna Valle, Erol Sander, regia di Lodovico Gasparini. Enrico Mattei è interpretato da Michele Placido.
Enrico Mattei - L'uomo che guardava al futuro (2009), miniserie televisiva, con Massimo Ghini nei panni di Enrico Mattei, regia di Giorgio Capitani.


==== Programmi ====
Processo al silenzio: il mistero della morte di Enrico Mattei (2000), documentario per la tv, di Claus Bredenbrock e Bernhard Pfletschinger (Köln, Arte G.E.I.E., 58').
Blu notte - Misteri italiani: ep. 8x04, Il caso Enrico Mattei (puntata del 5 dicembre 2001), Rai 3, di Carlo Lucarelli.
Atlantide - Storie di uomini e di mondi: 1962. Il caso Mattei, missili e petrolio (puntata del 28 ottobre 2022), LA7, di Andrea Purgatori.
Enrico Mattei. Ribelle per amore (2023), documentario per la tv, Rai 3, regia di Angela Bozzolini.
Paradosso Mattei: i misteri di una vita irripetibile (2025), documentario per la tv, Focus, di Gianluca Mazzini.
Enrico Mattei, le rebelle du pétrole (2026), di Fiammetta Luino. Documentario (52 min), LCP-AN, France 3 Corse, RTS.


== Note ==


== Bibliografia ==
Benito Li Vigni, Il caso Mattei. Un giallo italiano, Roma, Editori Riuniti 2003, 2024
Marcello Colitti, MATTEI, Enrico, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 72, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2008. URL consultato il 16 agosto 2014.
Antonio Trecciola, Enrico Mattei, scritti e discorsi 1945-1953, Comune di Matelica (MC), Fondazione Enrico Mattei, Università di Camerino (MC).
Giuseppe Accorinti, Quando Mattei era l'impresa energetica. Io c'ero, Halley, Matelica (MC), 2007. ISBN 88-89920-08-4.
Luigi Bazzoli e Riccardo Renzi, Il miracolo Mattei, Rizzoli, Milano, 1984.
Fulvio Bellini e Alessandro Previdi, L'assassinio di Enrico Mattei, Selene, Collana "Carte Segrete", Milano, 1970.
Stefano Beltrame, Mossadeq. L'Iran, il petrolio, gli Stati Uniti e le radici della Rivoluzione Islamica, Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino, 2009, ISBN 978-88-498-2533-6.
Marcello Boldrini, Mattei, in: Enciclopedia del petrolio e del gas naturale, Colombo, Roma, 1969.
Luigi Bruni e Marcello Colitti, La politica petrolifera italiana, Dott. A. Giuffré Editore, Milano, 1967.
Giovanni Buccianti, Enrico Mattei: assalto al potere petrolifero mondiale, Giuffrè, Milano, 2005.
Marcello Colitti, Energia e sviluppo in Italia: la vicenda di Enrico Mattei, De Donato, Bari, 1979.
Sergio De Angelis, Enrico Mattei, Edizioni Cinquelune, Roma, 1966.
Riccardo De Sanctis, Delitto al potere. L'"incidente" di Mattei, il rapimento di De Mauro, l'assassinio di Scaglione. Controinchiesta, Samonà e Savelli, Roma, 1972.
Vittorio Emiliani, Gli anni del «Giorno», Milano, Baldini&Castoldi, 2000.
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Giorgio Galli, La regia occulta: da Enrico Mattei a piazza Fontana, Tropea, Milano, 1996
Benito Li Vigni, La grande sfida: Mattei, il petrolio e la politica, Mondadori, Milano, 1996.
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Carlo Maria Lomartire, Mattei - Storia dell'italiano che sfidò i signori del petrolio, Mondadori, Milano, 2004.
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Leonardo Maugeri, L'arma del petrolio: questione petrolifera globale, guerra fredda e politica italiana nella vicenda di Enrico Mattei, Loggia de' Lanzi, Firenze, 1994.
Leonardo Maugeri, Petrolio, Sperling&Kupfer, Milano, 2001.
Pier Paolo Pasolini, Petrolio, Einaudi, Torino, 1992 e 2005.
Nico Perrone, Mattei, il nemico italiano: politica e morte del presidente dell'ENI attraverso i documenti segreti, 1945-1962, Leonardo (Mondadori), Milano, 1989. ISBN 88-355-0033-8.
Nico Perrone, Obiettivo Mattei: petrolio, Stati Uniti e politica dell'ENI, Gamberetti, Roma, 1995. ISBN 88-7990-010-2.
Nico Perrone, Enrico Mattei, Il mulino, Bologna, 2001. ISBN 88-15-07913-0.
Italo Pietra, Mattei, la pecora nera, Sugarco, Milano, 1987.
Francesco Rosi e Eugenio Scalfari, Il caso Mattei: un corsaro al servizio della Repubblica, Cappelli, Bologna, 1972.
Sergio Terranova, La Pira e Mattei nella politica italiana 1945-1962, Oasi Editrice, Troina (EN), 2001.
Daw Votaw, Il cane a sei zampe, Mattei e l'Eni. Saggio sul potere, Feltrinelli, Milano, 1965.
Le citazioni di Giorgio Bocca provengono dall'articolo "Mattei: l'uomo del mistero", reperibile all'indirizzo qui.
Raffaele Morini,  Enrico Mattei. Il partigiano che sfidò le sette sorelle, Mursia Editore, Milano, 2011.
Giuseppe Orlandi (a cura di), Atti del I Convegno Internazionale di Studi "Petrolio di Sicilia", Gela (CL), 23-24-25 gennaio 1959, G. Zangara Editore, Palermo, 1959.
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Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara, I panni sporchi della sinistra, Milano, Chiarelettere, 2013, ISBN 978-88-6190-532-0.
Giuseppe Pipitone, Il caso De Mauro, Roma, Editori Internazionali Riuniti, 2012, ISBN 978-88-359-9130-4.
Vincenzo Calia e Sabrina Pisu, Il caso Mattei - Le prove dell'omicidio del presidente dell'Eni dopo le bugie, depistaggi e manipolazioni della verità, Milano, Chiarelettere, 2017, ISBN 978-88-6190-725-6.
Fabio Amendolara, VelEni., Foggia, Il Castello, 2016, ISBN 9.788.865.721.858.
Egidio Ceccato, Il delitto Mattei. Complicità italiane in un'operazione segreta della Guerra Fredda, Roma, Castelvecchi, 2019, ISBN 978-88-3282-268-7.
Egidio Ceccato, Delitti di mafia, depistaggi di Stato. Gli intrecci fra mafia, estremismo fascista e Istituzioni deviate nelle vicende Mattei, De Mauro, Verzotto e Dalla Chiesa, Roma, Castelvecchi, 2020, ISBN 978-88-3290-104-7.
Federico Mosso, Ho ucciso Enrico Mattei, Roma, GOG Edizioni, 2021, ISBN 978-88-8578-841-1
Giuseppe Oddo e Riccardo Antoniani, L'Italia nel Petrolio, Mattei, Cefis, Pasolini e il sogno infranto dell'indipendenza energetica, Milano, Feltrinelli, 2022, ISBN 9788807174193.
Paolo Morando, Eugenio Cefis. Una storia italiana di potere e misteri, Bari, Laterza, 2021, ISBN 9788858143872.
Nicola Mariani e Lupo Rattazzi, Il caso Mattei. I fatti contro il mito. Cronaca di un incidente diventato complotto, Vicchio, LoGisma Editore, 2026, ISBN 979-12-82392-082.


== Voci correlate ==
Accordo tripartito
Eugenio Cefis
Fondazione Eni Enrico Mattei
Mauro De Mauro
Pier Paolo Pasolini
Stati Uniti d'America nella crisi di Abadan
Sette sorelle (compagnie petrolifere)


== Altri progetti ==

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== Collegamenti esterni ==

Mattèi, Enrico, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. 
MATTEI, Enrico, in Enciclopedia Italiana, III Appendice, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1961. 
Mattei, Enrico, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010. 
Mattèi, Enrico, su sapere.it, De Agostini. 
(EN) Enrico Mattei, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. 
Enrico Mattei, in Donne e Uomini della Resistenza, Associazione Nazionale Partigiani d'Italia. 
(FR) Pubblicazioni di Enrico Mattei, su Persée, Ministère de l'Enseignement supérieur, de la Recherche et de l'Innovation. 
(EN) Enrico Mattei, su Goodreads. 
Enrico Mattei, su storia.camera.it, Camera dei deputati. 
Registrazioni audiovisive di Enrico Mattei, su Rai Teche, Rai. 
Enrico Mattei, su SAN - Portale degli archivi d'impresa.
Il caso Mattei in "Misteri d'Italia"
Speciale "Enrico Mattei" in http://www.eni.it
Enrico Mattei in http://www.feem.it
La guerra del petrolio - Il caso Mattei La Storia siamo noi
Documentari, Cinegiornali e video su Enrico Mattei dagli archivi dell'Eni e dell'Istituto Luce
Enrico Mattei: stratega del petrolio, su "Alle 8 della sera", RAI Radio 2. URL consultato il 7 gennaio 2023 (archiviato dall'url originale il 9 dicembre 2012).
Intervento di Benito Li Vigni su "Il petrolio e l'Italia da Mattei ai giorni nostri" (01/04/2011) nell'ambito della rassegna "Petrolio, sangue del mondo" organizzata dall'Associazione Glocal di Trento.
Analisi tecnica sull’incidente di Enrico Mattei