Simone de Beauvoir
Simone de Beauvoir (/si'mɔn də bo'vwaʁ/), all'anagrafe Simone Lucie Ernestine Marie Bertrand de Beauvoir (Parigi, 9 gennaio 1908 – Parigi, 14 aprile 1986) è stata una scrittrice, saggista, filosofa, insegnante e femminista francese, importante esponente dell'esistenzialismo.
== Biografia ==
Simone de Beauvoir nacque a Parigi alle sette del mattino del 9 gennaio 1908, figlia di Françoise Brasseur e Georges Bertrand de Beauvoir, in una famiglia alto-borghese, segnata presto dalla bancarotta del nonno materno Gustave Brasseur. Il triste evento costrinse i genitori di Simone e di Henriette-Hélène, la sorella di due anni più giovane, ad abbandonare l'appartamento del Boulevard du Montparnasse per uno più piccolo sito in Rue de Rennes.
Simone e Hélène vissero lunghi anni di disagi e ristrettezze economiche: «usavamo i vestiti fino alla corda, e anche oltre». La famiglia riusciva a stento a rinunciare alle consuetudini borghesi cui era stata abituata: continuarono i soggiorni a Meyrignac dai nonni paterni e a La Grillère presso la zia. Dimostrò sin dall'infanzia una grande passione per la natura. A Meyrignac si avventurava nei campi con Henriette e scopriva con stupore le meraviglie del paesaggio. Altrettanto precoce fu la passione per lo studio. Iscritta al cattolico Istituto Désir, diventò un'allieva esemplare, e decise — fatto allora insolito — di continuare a studiare e di dedicarsi all'insegnamento, allontanandosi allo stesso tempo dalla religione. Qui conobbe Elisabeth Lacoin, detta Zaza, che diventò subito sua grande amica.
Si iscrisse nel 1926 alla Sorbona, laureandosi con una tesi su Leibniz e ottenendo nel 1929 l'agrégation (idoneità all'insegnamento riservata ai migliori allievi francesi) in filosofia. Gli anni dell'università coincidono anche con il primo amore: il cugino Jacques Champigneulle. Simone si innamora di lui e al tempo stesso viene introdotta in un nuovo mondo: si appassiona infatti ad autori quali Gide, Radiguet e Proust, interessandosi quindi a una letteratura ribelle e anticonformista. Il cugino spegne però presto i sogni matrimoniali della fanciulla, e si lega a un'altra donna. Simone, ferita nei propri sentimenti, attraversa nell'estate del 1927 un periodo di depressione.
Nel frattempo l'amica Elisabeth Lacoin, detta Zaza, si era fidanzata con un collega di università di Simone: Maurice Merleau-Ponty. Quest'ultimo apparteneva però a una famiglia cattolica della buona borghesia, e dell'unione con Elisabeth nessuno era a conoscenza a La Rochelle, suo luogo di provenienza. Madame Lacoin minacciò di far scoppiare uno scandalo e Merleau-Ponty, impaurito, scappò, lasciando la ragazza sola e disperata. Era l'autunno 1929; la giovane, fuori di sé per il dolore, benché sia reduce dall'influenza vorrebbe andare in piscina nonostante il freddo e un'epidemia in corso, ma viene dissuasa. Decide allora di andare a trovare un amico infetto. Morirà il 25 novembre di encefalite virale.
Simone non perdonò mai Madame Lacoin per l'accaduto, ritenendo che Elisabeth-Zaza sia stata assassinata dall'opprimente ambiente socio-familiare in cui era stata educata.
=== La scrittura e l'impegno nei movimenti di trasformazione sociale ===
All'università incontra, nel luglio 1929, colui che, senza matrimonio né convivenza, diventerà il compagno della sua vita, il filosofo esistenzialista Jean-Paul Sartre. Sono, questi, gli anni in cui conosce, oltre a Merleau-Ponty, Lévi-Strauss, Raymond Aron, Paul Nizan.
Inizia a insegnare nel 1930, prima a Marsiglia ed infine a Parigi, dove nel 1943 venne licenziata e interdetta a vita dall'insegnamento per corruzione di minore, per una relazione lesbica con una delle sue studentesse. La relazione risaliva al 1939, quando de Beauvoir aveva circa 30 anni e l'amante, Nathalie Sorokin, 17 anni. I genitori della Sorokin denunciarono la scrittrice, che non subì processi penali in quanto l'età del consenso in Francia era (ed è) di quindici anni, ma in quanto insegnante subì un procedimento disciplinare che si concluse con l'espulsione e l'inibizione dall'attività.
Poco prima era già stata sospesa in seguito alla sua relazione con Bianca Lamblin (Bienenfeld), una sua allieva sedicenne, figlia di un ebreo polacco rifugiatosi in Francia con le due figlie e la moglie gravemente ammalata. Bianca rivelò come Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre abusarono di lei all'età di sedici anni in un ménage à trois nelle sue Memorie di una ragazza disturbata (Mémoires d'une jeune fille dérangée) nel 1993, in risposta alla pubblicazione nel 1990 delle Lettere al Castoro e ad altre amiche. 1926-1963 (Lettres au Castor et à quelques autres) di Jean-Paul Sartre, in cui aveva notato di essere indicata con lo pseudonimo di Louise Védrine. Nelle Memorie scrive: «Ho scoperto che Simone de Beauvoir prelevava dalle sue classi di giovani ragazze della "carne fresca" che lei "assaggiava" prima di passarla, o dovremmo dire ancora più crudamente, "scaricarla" a Sartre».
Simone de Beauvoir parla, invece, nelle sue memorie, di un rapporto di semplice amicizia con Nathalie Sorokin. Afferma anche che l'accusa di corruzione di minore è falsa, una vendetta della madre di Nathalie in seguito al rifiuto da parte della scrittrice di usare la sua influenza sulla figlia per farle accettare un "matrimonio vantaggioso".
Nel 1977 sottoscriverà assieme a Sartre, Michel Foucault, Jacques Derrida e Roland Barthes, una petizione indirizzata al Parlamento, chiedendo l'abrogazione di numerosi articoli di legge e la depenalizzazione di qualsiasi rapporto consenziente tra adulti e minori di quindici anni (la cosiddetta Pétitions françaises contre la majorité sexuelle).
Molto importanti sono dal 1930 in poi le sue esperienze di viaggio in vari continenti per la sua formazione intellettuale. Con Sartre compie i suoi primi viaggi, in Spagna, in Italia, in Grecia, in Marocco; nulla sfugge a questi due intellettuali degli eventi culturalmente significativi di questo periodo, si appassionano al cinema e al jazz e vivono con partecipazione i grandi rivolgimenti politici di quegli anni: il nazismo in Germania, la guerra civile spagnola del 1936, la seconda guerra mondiale. Durante la guerra, Simone de Beauvoir rimane a Parigi, occupata dai nazisti, e condivide con Sartre la breve esperienza del gruppo di Resistenza "Socialismo e Libertà". A questa breve esperienza de Beauvoir affiancò un periodo molto più lungo come direttrice della radio collaborazionista di Vichy. [fonte?] Dopo la Liberazione lascia quindi l'insegnamento ed entra a far parte del comitato di redazione della rivista Les Temps Modernes, insieme a Sartre, Leiris, Merleau-Ponty e altri.
Nel 1947 si reca negli Stati Uniti per una serie di conferenze e incontra lo scrittore Nelson Algren, con cui stabilisce un intenso rapporto d'amore. Compie anche un viaggio di "esplorazione" di quattro mesi negli Stati Uniti utilizzando vari mezzi di trasporto: automobile, treno e Greyhound. Durante il viaggio compilò dettagliatamente un diario, che fu pubblicato in Francia nel 1948 con il titolo L'Amérique au jour le jour (L'America giorno per giorno). Compie altri viaggi significativi (Brasile, Cuba, Cina, Unione Sovietica) e ritorna molto spesso in Italia con Sartre. Dopo Il secondo sesso (1949), ormai famosa in tutto il mondo, Simone de Beauvoir, per le particolari posizioni assunte come scrittrice e come donna, è oggetto di grande ammirazione ma anche di aspre polemiche. Allo scoppio della guerra di liberazione algerina, prende posizione a favore di questa lotta, cosa che renderà il suo isolamento ancora più pesante.
=== Il femminismo ===
Simone de Beauvoir è considerata la madre del movimento femminista, nato in occasione della contestazione studentesca del maggio francese del 1968, che seguirà con partecipazione e simpatia. Gli anni Settanta la vedono fervidamente in prima linea in varie cause: la dissidenza sovietica, il conflitto arabo-israeliano, l'aborto, il Cile, la donna (è presidente dell'associazione Choisir e della Lega dei diritti della donna).
Nel 1971 redige il "Manifesto delle 343" (Le manifeste des 343) firmato appunto da 343 fra intellettuali, attrici, e donne comuni che si autodenunciavano per avere fatto ricorso all'aborto ("Je me suis faite avorter"). All'epoca era in vigore la legge del 1920 che puniva da 3 mesi a 6 anni chi avesse fatto ricorso all'aborto o avesse procurato aborti. Nel 1943, sotto il regime di Vichy, si erano registrate le ultime due esecuzioni capitali di Marie-Louise Giraud e di Désiré Pioge, condannate per avere procurato aborti.
Simone de Beauvoir ha, quindi, parlato della condizione della donna, alla luce dell'esistenzialismo; affermando che "L'esistenza precede l'essenza" si può ammettere che "non si nasce donna ma lo si diventa" ("On ne naît pas femme : on le devient"). La scrittrice ha dato un grande contributo alla filosofia dell'esistenzialismo, affermando che l'uomo vive in un'ambiguità ontologica e il modo per realizzarsi è quello di accettare tale ambiguità e non cercare di eliminarla.
Nell'ultimo periodo della sua vita, Simone de Beauvoir affronta con coraggio un altro problema sociale, quello della vecchiaia, cui dedica un importante saggio, La terza età (1970).
Lei stessa si descrisse così:
=== Una vita in due ===
Nel 1981, in seguito alla morte di Sartre, scrisse La cerimonia degli addii (La Cérémonie des adieux), cronaca degli ultimi anni del celebre pensatore.
Simone de Beauvoir morì il 14 aprile 1986 e venne seppellita nel cimitero di Montparnasse di Parigi accanto al suo compagno di vita Jean-Paul Sartre, deceduto sei anni prima, il 15 aprile 1980. Radicalmente atea come Sartre, ne La Cérémonie des Adieux aveva scritto a riguardo della morte di colui col quale aveva condiviso gran parte della sua esistenza e delle sue idee: «La sua morte ci separa. La mia morte non ci riunirà. È così; è già bello che le nostre vite abbiano potuto essere in sintonia così a lungo».
Molti studiosi si sono interrogati circa il tipo di amore che legasse Jean-Paul a Simone e molte sono state le risposte. Ciò che emerge è soprattutto una grande e reciproca stima intellettuale. Durante il loro lungo sodalizio entrambi hanno comunque avuto costanti rapporti "extraconiugali" in base a un comune accordo, talvolta anche condividendo la stessa amante.
== Percorso letterario ==
L'invitata (1943) è il primo romanzo pubblicato da Simone de Beauvoir, quello che la rivelò come scrittrice. Vi è affrontato con coraggio un tema difficile: l'inserimento nell'ambito di una coppia di un terzo personaggio, che ne muta l'intero equilibrio, costringendo ognuno a svelarsi sotto lo sguardo dell'altro. La tematica della responsabilità ritorna nel suo secondo romanzo, Il sangue degli altri (1945): durante la seconda guerra mondiale, nella Francia occupata, coloro che si erano accostati alla Resistenza si erano trovati di fronte a una duplice assunzione di responsabilità: quella di lottare contro l'oppressione nazista e quella di spingere gli altri (spesso le persone più care) a rischiare la vita. Di fronte allo strazio di queste morti, Simone de Beauvoir riafferma che non c'era altra via possibile, e che ognuno è sempre responsabile in prima persona delle proprie scelte, della propria libertà.
Dopo il suo viaggio negli Stati Uniti, pubblica Il secondo sesso (1949), un saggio fondamentale che da un lato fa il punto sulle conoscenze biologiche, psicoanalitiche, storiche, antropologiche esistenti sulla donna, e dall'altro apre la strada a quella discussione radicale sulla condizione femminile che avrebbe caratterizzato i decenni successivi. Il volume riscosse grande successo negli Stati Uniti mentre fu accolto con scandalo in Francia e nel resto d'Europa, tanto da essere messo all'Indice dei libri proibiti.
Sono, questi, anni ricchi per de Beauvoir, che riesce ad affrontare opere di grande respiro con forza e originalità. Nel 1954 esce I mandarini, con cui vince il premio Goncourt, considerato il suo più bel romanzo. Anche questo volume viene inserito nell'Indice dei libri proibiti.
=== L'autobiografia ===
A partire dal 1958, si dedica alla sua autobiografia, uscita in quattro volumi: Memorie di una ragazza perbene (1958), L'età forte (1960), La forza delle cose (1963), A conti fatti (1972). È un'opera particolarmente preziosa perché offre, oltre alla storia personale della scrittrice, la diretta testimonianza sull'atmosfera e sul grande dibattito culturale svoltosi in Francia dagli anni trenta fino alla fine degli anni sessanta. Una morte dolcissima (1964) è il racconto intensamente commosso dedicato alla morte della madre. I temi angosciosi della malattia, della vecchiaia e della morte sono quelli che Simone de Beauvoir ha voluto affrontare, una volta di più con grande coraggio, negli ultimi anni della sua vita (La terza età, 1970). Tali autobiografie sono il frutto del suo desiderio di introspezione. In tutti i suoi scritti vi sono rimandi autobiografici, in quanto Simone de Beauvoir ha voluto tradurre il mondo con il linguaggio della propria sensibilità. Lei ha introdotto tale scrittura autobiografica nella cultura francese di quel periodo, in quanto tale stile è sempre stato più prominente nella bibliografia italiana. L'autobiografia è un modo per vivere il proprio passato nel presente.
=== La cerimonia degli addii ===
La cerimonia degli addii (1981) è l'ultimo suo grande lavoro letterario; Nella prima parte del libro ha ripercorso gli ultimi dieci anni di vita di Sartre, anni difficili a causa dei problemi di salute del compagno, ma comunque pregni dell'interesse per le vicende politiche. Dal 1973 Sartre ha vissuto in condizioni di salute precarie, in quell'anno fu colpito da un ictus, con il passare del tempo ha perso anche l'uso della vista. Descrivendo la morte di Jean-Paul Sarte, avvenuta il 15 aprile 1980, Simone de Beauvoir ha concluso il suo racconto autobiografico. Nella seconda parte del libro vi è un racconto delle conversazioni con Sartre nel periodo dell'estate del 1974, che mettono in risalto il Sartre diviso fra letteratura e filosofia, il suo rapporto con la politica, con le donne, con se stesso e con Dio. Emerge, in questo scritto, anche il rapporto che l'autrice ed il compagno hanno avuto con altri grandi esponenti del pensiero filosofico di quegli anni, soprattutto con Maurice Merleau-Ponty e Albert Camus.
== Pensiero ==
Il pensiero di Simone de Beauvoir si forma in comunione con quello di Sartre e con il suo esistenzialismo: i due scrittori sono soliti discutere le loro idee così come i loro scritti, e tengono in massima considerazione la reciproca critica. Le opere della scrittrice sono densamente intessute di considerazioni filosofiche ed esistenzialiste comunque personali, rivolte in modo particolare ad approfondire il tema del ruolo e della condizione della donna nella società moderna. La visione che la società ha della donna è distorta, in quanto la donna viene considerata sempre in relazione all'uomo. Ha condannato il matrimonio, affermando che si tratta di un'istituzione perversa, corrosa alle fondamenta, quindi il fallimento di un matrimonio non è colpa degli uomini ma dell'istituzione stessa.
La libertà è di fatto una condizione di ambiguità, in cui siamo contemporaneamente oggetti e soggetti. De Beauvoir ha sempre conferito una grande importanza alla riflessione, affermando che la stupidità fa essere felici immotivatamente, quindi bisogna assolutamente combatterla. Si è occupata anche del ruolo della parola, sostenendo che "le parole fissano la verità solo dopo averla assassinata", in quanto lasciano fuggire l'importanza del valore della presenza in essa. Ha affermato, inoltre, che l'uomo si distingue dall'animale perché è in grado di rischiare la vita e non soltanto di darla e per questo il sesso maschile è stato posto sempre in primo piano, a discapito del sesso femminile. Nella sua attività intellettuale hanno ovviamente avuto una notevole rilevanza le sue origini alto-borghesi e la presa di una qualche distanza "politica" da queste in anni successivi, così come l'abbraccio di un certo tipo di socialismo e d'attivismo politico di concerto con Sartre; infatti entrambi, pur condividendo molti dei principi del comunismo ufficiale, non vi aderiranno mai completamente per varie ragioni: alcune delle quali si possono evincere ad esempio dalla lettura del romanzo I mandarini.
Si è sempre schierata contro il sistema capitalistico, nel quale il prestigio degli oggetti di valore non è insito in essi, ma è assegnato loro da chi li valuta. Simone de Beauvoir ha affermato l'esistenza di uno stretto legame tra la politica e la morale. Il suo ateismo è ben reso da espressioni come: "Dio è diventato un'idea astratta, che una sera io ho cancellato". Atea come Sartre, per lei l'ateismo non è disimpegno dalla morale, ma la fondazione di una nuova etica irreligiosa non meno impegnativa e innovativa della coscienza e del costume. Infatti, non vuol dire che "tutto è lecito perché Dio non esiste", anzi, nulla è lecito se non è giustificato ed è la coscienza a sperimentarsi come unica e sovrana, quindi l'unico a essere responsabile della propria salvezza è il soggetto stesso, in quanto non bisogna mai affidarla a qualcun altro perché la perderemmo inesorabilmente. Dal 1970, Simone de Beauvoir ha maturato alcune convinzioni filosofiche per quel che concerne la fase della vecchiaia, la quale sembra essere diventata un problema per la società, perché si considera, ingiustamente, la giovinezza come il periodo fondamentale della vita; quindi la vecchiaia non è solo un fatto biologico, ma anche culturale.
== Cultura di massa ==
Compare (assieme a Margaret Mead, Elisabetta I, Lauren Bacall e Lillian Hellman) nell'episodio de I Simpson Fuma che ti danza, tra le eroine femministe di Lisa Simpson.
Il film TV francese Les Amants du Flore di Ilan Duran Cohen (2006) racconta la relazione di Sartre e Simone de Beauvoir.
Compare, con Sartre, nel dipinto I funerali di Togliatti di Renato Guttuso.
== Opere ==
=== Romanzi ===
L'invitata (L'Invitée, 1943), trad. Federico Federici, introduzione di GIovanni Bogliolo, Mondadori, Milano, 1980
Il sangue degli altri (Le Sang des autres, 1945), trad. Dianella Selvatico Estense, introduzione di Paola Decina Lombardi, Mondadori, Milano, 1985
Tutti gli uomini sono mortali (Tous les hommes sont mortels, 1946), trad. Giancarlo Vigorelli, Mondadori, Milano, 1949, con introduzione di Francesca Sanvitale, ivi, 1983
I mandarini (Les Mandarins, 1954), Premio Goncourt, trad. Franco Lucentini, Einaudi, Torino, 1955
Le belle immagini (Les Belles Images, 1966), trad. Clara Lusignoli, Einaudi, Torino, 1968
=== Raccolte di racconti ===
Una donna spezzata (La Femme rompue, 1967), trad. Bruno Fonzi, Einaudi, Torino, 1969
Lo spirituale un tempo (Quand prime le spirituel, 1979), trad. Dianella Selvatico Estense, Einaudi, Torino, 1980
Malinteso a Mosca (Malentendu à Moscou, 2013), a cura Isabella Mattazzi, Ponte alle Grazie, Milano, 2014 [racconto pubblicato postumo]
=== Saggi ===
Pirro e Cinea (Pyrrhus et Cinéas, 1944), trad. Andrea Bonomi, in Per una morale dell'ambiguità, Sugar, Milano, 1964.
Per una morale dell'ambiguità (Pour une morale de l'ambiguïté, 1947), trad. Andrea Bonomi, Garzanti, Milano, 1975.
L'America giorno per giorno (L'Amérique au jour le jour, 1948), trad. Adriana Dell'Orto, Feltrinelli, Milano, 1955.
L'Existentialisme et la Sagesse des nations (1948)
Il secondo sesso (Le Deuxième Sexe, 1949), 2 voll., trad. Roberto Cantini e Mario Andreose, Il Saggiatore, Milano, 1961.
S. de Beauvoir-Gisèle Halimi, Djamila Boupacha, French & European Pubns, 1962.
Esiste la donna?, Milano, Club del Libro, 1982.
Bruciare Sade? (Faut-il brûler Sade ? - Privilèges, 1955), trad. Giuseppe Grasso, Prefazione di Michele Rago, Lucarini, Roma, 1989.
La lunga marcia (La Longue Marche, 1957), trad. Laura Frausin Guarino, Mondadori, Milano, 2006.
La terza età (La Vieillesse, 1970), trad. Bruno Fonzi, Einaudi, Torino, 1971.
Brigitte Bardot and the Lolita Syndrome, Ayer Co Pub, 1976.
Quando tutte le donne del mondo..., a cura di Claude Francis e Fernande Gontier, trad. Vera Dridso e Bianca Garufi, Collana gli Struzzi, Torino, Einaudi, 1982.
La donna e la creatività, Milano, Mimesis, 2001.
Narrare...é già politica, Roma, Nottetempo, 2009.
Simone de Beauvoir, Theodore Dreiser, Political Writing, University of Illinois Press, 2012.
Brigitte Bardot. Dialogo e fotografie, Ghibli, 2015.
Sulla liberazione della donna, E/O, 2019.
S. de Beauvoir, Jean-Paul Sartre, Libertà e potere non vanno in coppia, Edizioni Interno4, 2020.
Storia della letteratura francese, Passerino Luigi.
La femminilità, una trappola. Scritti inediti 1927-1982, L'Orma editore, Roma, 2021.
=== Memorie ===
Memorie d'una ragazza perbene (Mémoires d'une jeune fille rangée, 1958), trad. Bruno Fonzi, Einaudi, Torino, 1960
L'età forte (La Force de l'âge, 1960), trad. Bruno Fonzi, Einaudi, Torino, 1961
La forza delle cose (La Force des choses, 1963), trad. Bianca Garufi, Einaudi, Torino, 1966
Una morte dolcissima (Une mort très douce, 1964), trad. Clara Lusignoli, Collana I Coralli, Einaudi, Torino, 1966
A conti fatti (Tout compte fait, 1972), trad. Bruno Fonzi, Einaudi, Torino, 1973
La cerimonia degli addii; seguita da Conversazioni con Jean-Paul Sartre, (La cérémonie des adieux suivi de entretiens avec Jean-Paul Sartre, 1981), trad. Elena De Angeli, Einaudi, Torino, 1983, ISBN 978-88-06-05618-6
Simone de Beauvoir, Hard Times: Fource of circumstance, Marlowe & Co, 1994.
Simone de Beauvoir, Le inseparabili, Ponte alle Grazie, 2020.
=== Teatro ===
Le bocche inutili (Les bouches inutiles, 1945), trad. Enza Biagini e Marco Lombardi, Le lettere, Firenze, 2009
=== Epistolari ===
Lettres à Sartre, tome I: 1930-1939, Paris, Gallimard, 1990.
Lettres à Sartre, tome II: 1940-1963, Paris, Gallimard, 1990.
Lettres à Nelson Algren, traduction de l'anglais par Sylvie Le Bon, 1997.
Correspondance croisée avec Jacques-Laurent Bost, 2004.
Simone de Beauvoir, A Translatantic Love Affair, The New Press, 1999.
=== Diari ===
Journal de guerre, septembre 1939-janvier 1941, 1990.
Cahiers de jeunesse, 1926-1930, 2008.
Simone de Beauvoir, Diary of a Philosophy Student: Volume 1, 1926-1927, vol. 1, University of Illinois Press, 2006.
Simone de Beauvoir, Diary of a Philosophy Student: Volume 2, 1928-1929, University of Illinois Press, 2019.
== Filmografia ==
Les Amants du Flore, regia di Ilan Duran Cohen – film TV (2006)
Sartre, l'âge des passions, regia di Claude Goretta – film TV (2006)
Simone de Beauvoir - une femme actuelle, di Dominique Gros – documentario (2007)
Mood Indigo - La schiuma dei giorni (L'Écume des jours), regia di Michel Gondry (2013)
Violette, regia di Martin Provost (2013)
== Note ==
== Bibliografia ==
Claude Francis e Fernande Gontier, Simone de Beauvoir, Milano, Bompiani, 1986.
(DE) Monika Pelz, Simone de Beauvoir, Francoforte sul Meno, Suhrkamp, 2007.
Enza Biagini Sabelli, Simone de Beauvoir, Firenze, La Nuova Italia, 1982.
Irène Frain, Beauvoir in Love, Mondadori, 2014.
Michèle Le Doeuff, Simone de Beauvoir. La biografia di una vita e di un pensiero. Filosofia, letteratura, politica, Marinotti, 2013.
Silvia Lionelli, Dal singolare al plurale. Simone de Beauvoir e l'autobiografia al femminile come percorso di formazione, CLUEB, 2010.
Aude Lancelin, Marie Lemonnier, I filosofi e l'amore. L'eros da Socrate a Simone de Beauvoir, Cortina Raffaello, 2008.
Elena Colombetti, L'etica smarrita della liberazione. L'eredità di Simone de Beauvoir, 2011, Vita e pensiero.
Claudine Monteil, Le sorelle Beauvoir, Castelvecchi, 2016.
Mauro Trentadue, Vivere, senza momenti morti. Simone de Beauvoir e l'Esistenzialismo, Farinaeditore, 2017.
Sarah Bakewell, At the Existentialist Cafè: Freedom, Beind and apricot cocktails with Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Albert Camus, Martin Heidegger, Edmund Husserl, Karl Jaspers, Maurice Merleau-Ponty, New York, Altra stampa, 2017.
Margherita Simons, Beauvoir and The Second Sex Feminism Race and the Origins of Existentialism, Rowman & Littlefield, 2001.
Simone de Beauvoir, Gisèle Halimi, I carnefici, Editori Riuniti, 1962.
Alice Schwarzer, After the second sex. Conversations with Simone De Beauvoir, Pantheon, 1984.
A. Tristan e A. De Pisan, Due donne nel movimento femminista francese. Prefazione di Simone De Beauvoir, Il Saggiatore, 1978.
Jean-Pierre Saccani, Nelson e Simone, Archinto, 1994.
Anna Maria Riviello, Ho amato Simone de Beauvoir, Calice, 2013.
Nancy Bauer, Simone de Beauvoir, Philosophy, and Feminism, Columbia University Press, 2001.
Antonella Cagnolati, La grande avventura di essere me stessa. Una rilettura di Simone de Beauvoir, Aracne, 2010.
Lori Jo Marso e Patricia Moynagh, Simone De Beauvoir's Political Thinking, University of Illinois Press, 2006.
Axel Madsen, Una vita in comune, Milano, Dall’Oglio, 1977.
Bonal Ribowska, Gérard Bonal, Simone De Beauvoir, Seuil, 2001.
Joseph Mahon, Existentialism Feminism and Simone de Beauvoir, Palgrave Macmillan, 1997.
Silvia Franchini Guaraldi, Un caso di aborto. Il processo Chevalier. Prefazione di Simone de Beauvoir, Einaudi, 1974.
== Voci correlate ==
Djamila Bouhired
Claude Lanzmann
Diritti delle donne
Donne in filosofia
Femminismo in Francia
Passerelle Simone-de-Beauvoir (Ponti di Parigi)
Jean-Paul Sartre
Storia del femminismo
Nelson Algren
== Altri progetti ==
Wikiquote contiene citazioni di o su Simone de Beauvoir
Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Simone de Beauvoir
== Collegamenti esterni ==
Beauvoir, Simone de, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Vittorio Stella, BEAUVOIR, Simone de, in Enciclopedia Italiana, III Appendice, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1961.
Paola Ricciulli, BEAUVOIR, Simone de, in Enciclopedia Italiana, V Appendice, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1991.
Beauvoir, Simone de, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2009.
(EN) Simone de Beauvoir, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
(EN) Shannon Mussett, Beauvoir, Simone de, su Internet Encyclopedia of Philosophy.
(EN) Bergoffen, Debra e Burke, Megan, Simone de Beauvoir, su Stanford Encyclopedia of Philosophy, 17 agosto 2004.
(ES) Simone de Beauvoir, su Philosophica.
(EN) Simone de Beauvoir, su The Encyclopedia of Science Fiction.
(PT) Simone de Beauvoir, su Enciclopédia Itaú Cultural, Itaú Cultural.
Simone de Beauvoir, su enciclopediadelledonne.it, Enciclopedia delle donne.
Simone de Beauvoir, su BeWeb, Conferenza Episcopale Italiana.
(EN) Opere di Simone de Beauvoir, su Open Library, Internet Archive.
(EN) Opere riguardanti Simone de Beauvoir, su Open Library, Internet Archive.
(EN) Bibliografia di Simone de Beauvoir, su Internet Speculative Fiction Database, Al von Ruff.
(EN) Simone de Beauvoir, su Goodreads.
(EN) Simone de Beauvoir, su Discogs, Zink Media.
(EN) Simone de Beauvoir, su MusicBrainz, MetaBrainz Foundation.
Registrazioni audiovisive di Simone de Beauvoir, su Rai Teche, Rai.
Simone de Beauvoir, su MYmovies.it, Mo-Net s.r.l..
(EN) Simone de Beauvoir, su IMDb, IMDb.com.
Site de Claudine Monteil, écrivaine, militante pour les droits des femmes en France et spécialiste reconnue sur le plan international de Simone de Beauvoir.
Archives de Radio-Canada Archiviato il 20 settembre 2018 in Internet Archive., cette entrevue de 1959 avait été censurée à l'époque.
Toutes les archives télé sur Simone de Beauvoir INA Archives Télé
Anita Garibaldi
Ana Maria de Jesus Ribeiro, meglio conosciuta come Anita (o Annita) Garibaldi (Morrinhos, 30 agosto 1821 – Mandriole di Ravenna, 4 agosto 1849), è stata una rivoluzionaria italo-brasiliana, moglie di Giuseppe Garibaldi, al cui fianco combatté in Sudamerica contro la dittatura brasiliana e in Italia per la difesa della Repubblica Romana.
Trovò la morte presso Ravenna a 27 anni per malaria mentre con le truppe comandate dal suo consorte stava accorrendo alla difesa di Venezia; per analogia con Giuseppe, Anita Garibaldi è nota come "eroina dei due mondi".
== Biografia ==
=== Le origini ===
Ana Maria nacque in Brasile a Morrinhos, una frazione di Laguna nello Stato di Santa Catarina, figlia del mandriano Bento Ribeiro da Silva, detto "Bentòn", e di Maria Antonia de Jesus Antunes.
La coppia ebbe tre figlie e tre figli.
La bambina fu battezzata Ana e chiamata in famiglia Aninha, diminutivo di Ana in lingua portoghese.
Sarà Garibaldi ad attribuirle il diminutivo spagnolo Anita, con il quale è nota.
Dopo che la famiglia si trasferì a Laguna, nel 1834, in pochi mesi morirono il padre (di tifo) e i tre figli maschi.
La ragazza si mostrò emancipata sin dall'inizio: amante della natura, imparò presto a cavalcare. Non esitò a fare il bagno nuda nel mare, senza curarsi della reazione scandalizzata degli abitanti della località e della stessa madre, che reagì negativamente anche quando Ana, mentre raccoglieva granchi in riva al mare, fu toccata da un giovane ubriaco, e reagì sferrandogli un calcio, denunciandolo poi presso la gendarmeria.
Lo zio Antonio, nello stesso periodo, la iniziò ai discorsi politici e agli ideali di giustizia sociale, in un Brasile governato dal pugno duro dell'impero. Tutti questi atteggiamenti suscitarono attorno a lei numerose maldicenze, e la madre, sperando di ricondurla alla ragione, le impose di sposare Manuel Duarte de Aguiar, un uomo molto più grande di lei. Il matrimonio avvenne il 30 agosto 1835, il giorno stesso in cui la giovane compiva quattordici anni. L'uomo, un calzolaio, si rivelò un alcolizzato rozzo e violento che presto la abbandonò per unirsi alle truppe imperiali.
=== L'incontro con Garibaldi ===
Nel 1835 scoppiò la rivolta farroupilha, ossia la rivolta degli straccioni.
La sommossa popolare segnò profondamente l'animo di Anita, che guardava con ammirazione i ribelli, sognando di poter un giorno compiere le loro stesse gesta. Dopo quattro anni, il 22 luglio 1839, i rivoluzionari conquistarono momentaneamente la città, e gran parte degli abitanti di Laguna si recò in chiesa per intonare un Te Deum di ringraziamento al Signore. La ragazza era tra loro. Fu in questa occasione che vide per la prima volta Giuseppe Garibaldi, anch'egli presente nel luogo sacro assieme agli altri protagonisti della rivoluzione. Ricorda Garibaldi, nelle Memorie, come il giorno seguente i due si incontrarono nuovamente, e lui la fissasse intensamente dicendole «Devi essere mia». Questa frase, pronunciata in italiano (non conosceva ancora bene il portoghese), la legò a lui per sempre:
Da quel momento, dopo aver verosimilmente abbandonato il marito, Anita sarà la compagna di Garibaldi, la madre dei suoi figli e la compagna di tutte le sue battaglie. Combatterà sempre con gli uomini, e pare che venisse spesso assegnata alla difesa delle munizioni, negli attacchi navali e nelle battaglie terrestri.
All'inizio del 1840, nella battaglia di Curitibanos, Anita cadde prigioniera delle truppe imperiali brasiliane, ma il comandante, colpito dal suo temperamento indomabile, si lasciò convincere a concederle di cercare il cadavere di Giuseppe Garibaldi tra i morti sul campo di battaglia: intanto, approfittando della distrazione delle guardie, fuggì a cavallo e si ricongiunse con Garibaldi a Vacaria, nel Rio Grande do Sul.
Il 16 settembre 1840 nacque il loro primo figlio, Domenico, che fu sempre chiamato Menotti in onore del patriota modenese Ciro Menotti. Dodici giorni dopo il parto Anita sfuggì a una nuova cattura. I soldati imperiali circondata la sua casa uccisero gli uomini a difesa e cercarono di catturarla. Ma Anita, col neonato in braccio, uscì da una finestra (o da una porta secondaria), e a cavallo fuggì nella selva, ove rimase per quattro giorni, senza viveri e con il neonato al petto, finché Garibaldi e i suoi non la trovarono. A questo episodio lo scultore Mario Rutelli s'ispirò per il monumento equestre ad Anita inaugurato sul Gianicolo a Roma nel 1932. A tre mesi Menotti è portato dal padre in un fazzoletto a tracolla e riscaldato dal suo calore durante la ritirata nella sierra.
Nel 1841, essendo divenuta ormai insostenibile la situazione militare della rivoluzione brasiliana, Garibaldi e Anita si trasferirono a Montevideo, in Uruguay, dove rimasero sette anni, durante i quali Garibaldi mantenne la famiglia impartendo lezioni di francese e matematica. Il 26 marzo 1842 si sposarono nella parrocchia di San Francesco a Montevideo. Stando alle sue Memorie, Garibaldi dovette dichiarare formalmente di avere notizie certe della morte del marito di Anita. Negli anni successivi nacquero Rosita (1843), che morì a 2 anni, Teresita (1845) e Ricciotti (1847), ultimo figlio.
Nel 1848, alla notizia delle prime rivoluzioni europee, Anita con Teresita e Ricciotti arrivarono a Nizza, ospitati dalla madre del generale, Maria Rosa Nicoletta Raimondi, mentre Garibaldi raggiunse Anita imbarcandosi su un altro bastimento qualche mese più tardi.
=== Difesa della Repubblica romana del 1849 ===
Il 9 febbraio 1849 a Roma avvenne la proclamazione della Repubblica Romana, ma già dal 29 gennaio 1849 Garibaldi aveva raggiunto Rieti, situata al confine con il Regno delle Due Sicilie, con l'incarico di formare una Legione di volontari per difendere il nuovo stato. Qui Anita lo raggiunse il 24 febbraio 1849, dopo aver lasciato i figli a Nizza, affidati alla suocera.
A Rieti, dove rimase incinta per la quinta volta, contribuì con lo Stato Maggiore della Legione, situato nello stesso palazzo Colelli ove ella alloggiava con Giuseppe, a gestire l'infermeria della Legione e la sartoria addetta a confezionare le divise per i nuovi arruolati.
Il 13 aprile 1849 ritornò a Nizza dai figli quando la Legione, ormai diventata di 1276 volontari, fu chiamata dal governo della Repubblica a spostarsi a sud di Roma.
Quando il 30 aprile arrivarono davanti a Roma i soldati del corpo di spedizione francese guidato dal generale Oudinot, inviato dalla Francia per rimettere Pio IX sul trono, subirono una sonora sconfitta da parte dei volontari romani davanti alle mura di Roma, tra Porta Cavalleggeri e Porta San Pancrazio, lasciando sul terreno centinaia di morti e decine di prigionieri. Venne stabilita una tregua fino al 3 giugno durante la quale Ferdinand de Lesseps (lo stesso che anni dopo dirigerà i lavori per il canale di Suez) venne incaricato di trovare un accordo con la Repubblica, ma si trattò solo di un inganno dei francesi per guadagnare tempo e fare arrivare altri rinforzi dalla Francia.
Quando ripresero i combattimenti, la preponderanza francese fu netta e, nonostante la strenua resistenza sul Gianicolo, a poco a poco le forze della Repubblica Romana persero terreno finché, il 4 luglio 1849, venne decisa la resa.
In tutto questo periodo anche Anita era a Roma, tornata da Nizza all'arrivo delle truppe francesi, occupandosi della cura dei feriti, insieme (tra le altre) a Margaret Fuller e Cristina Trivulzio.
== La fuga e la morte ==
Garibaldi decise di rivolgere le sue forze a Venezia, che ancora resisteva agli austriaci. Sebbene inseguito dai corpi di spedizione di quattro eserciti inviati dalla Francia, dalla Spagna, dall'Austria e dal Regno delle due Sicilie, Garibaldi riuscì a condurre in salvo i suoi uomini nel territorio della Repubblica di San Marino, dove sciolse la sua brigata di volontari. Anita, febbricitante e incinta, seguì il marito a cavallo. Lo seguì anche nella cavalcata verso Cesenatico. Quando vi giunse era però già divorata dalla febbre. Garibaldi con duecento seguaci cercò di raggiungere con 13 bragozzi Venezia, tuttavia, all'altezza della Punta di Goro alcune navi austriache lo intercettarono, impedendogli di proseguire. Alcune barche si arresero, altre si avvicinarono a terra. Tra queste quella di Garibaldi e Anita, che cercarono così di sfuggire alla cattura.
Il 3 agosto, una volta sbarcati su un tratto di costa pressoché disabitato (oggi Lido delle Nazioni a Comacchio) a nord del porto di Magnavacca (oggi Porto Garibaldi a Comacchio), Garibaldi, la moglie e Giovanni Battista Culiolo, detto Leggero trovarono inizialmente riparo in un piccolo capanno costiero. Raggiunti da Gioacchino Bonnet, un patriota di Comacchio, i tre furono condotti a casa Zanetto, di proprietà di Antonio Patrignani, che era stato tenente colonnello della Guardia Nazionale, dove furono accolti dalla moglie Teresa De Carli.
Una volta ripartiti, attraversarono le valli di Comacchio grazie alla complicità di alcuni locali che li trasportarono su percorsi sicuri.
Nelle valli la consorte di Garibaldi perse conoscenza; venne poi trasportata su una piccola barca, adagiata su un materasso e condotta presso la fattoria Guiccioli, in località Mandriole di Ravenna, dove morì il 4 agosto 1849. Il corpo fu frettolosamente sepolto nella sabbia dal fattore e da alcuni amici, nella vicina "motta della Pastorara", allo scopo di nascondere i resti alle perquisizioni delle pattuglie papaline. Sei giorni più tardi, il 10 agosto 1849, la salma venne casualmente scoperta da un gruppo di ragazzini, quindi tumulata nel cimitero di Mandriole.
== Le indagini sul decesso e la sepoltura ==
Il 12 agosto 1849 il Delegato Pontificio di Polizia in Ravenna, conte Lovatelli (in sostanza il locale comandante della polizia papalina), consegnò a monsignor Bedini, Commissario Pontificio Straordinario di Bologna, un rapporto nel quale si sostiene che "tutto conduce a credere che fosse il cadavere della moglie o donna che seguiva il Garibaldi, sia per le prevenzioni che si avevano del di lui sbarco da quelle parti, sia per lo stato di gravidanza". Il poliziotto aggiunge che il cadavere mostra "segni non equivoci" di strangolamento (tra l'altro anche lacerazioni alla trachea), come a dire che Garibaldi, per non essere impacciato nella fuga, avesse strangolato la moglie incinta.
Il referto della polizia fu poi smentito dallo stesso medico che aveva esaminato il cadavere di Anita: nessuno strangolamento.
Infatti, in seguito a un'accurata indagine giudiziaria delle autorità pontificie (le stesse che davano la caccia a Garibaldi per ucciderlo), esse finirono con il prosciogliere completamente i Ravaglia (la famiglia presso cui Anita, moribonda, aveva trovato riparo) da ogni accusa, sia d'assassinio sia di furto.
I medici legali stessi (pontifici) dichiararono dopo esame del corpo che Anita era morta per cause naturali. Intorno alla morte di Anita, il rapporto dice: «Fu allora mandato a chiamare dalla boaria Giuseppe Ravaglia, ed essendo stato deciso di dare ricovero a quella donna, fu intrapreso il di lei trasporto per adagiarla in un letto esistente sul piano superiore, sul quale però non poté essere posata viva, perché su per le scale fu investita da una specie di convulsione che la tolse dai viventi”. Intorno ai segni che parvero di strangolamento, il rapporto recita: «E quei guasti nel suddetto cadavere riscontrati l'11 agosto, non derivano che dall'effetto della inoltrata putrefazione, la quale avendo agito meno nella parte anteriore del collo, perché il mento lo aveva maggiormente difeso dal calore tramandato dalla sabbia, le aveva lasciato un cerchio come di depressione, nel che convenne poscia lo stesso fisico in successivo esame sostenuto”.
Fu necessario il permesso dell'arcivescovo di Ravenna Mellini perché il parroco di Mandriole potesse ospitare il corpo nel locale cimitero e, un tempo ottenuto, Anita venne lì sepolta, avvolta in una stuoia di canne palustri. Nel 1859 alcuni patrioti della zona riesumarono i resti per dare all'Eroina più degna sepoltura, poche settimane prima dell'arrivo di Garibaldi, accompagnato dai figli Menotti e Teresita, da Nino Bixio e da alcuni fedelissimi, venuto a riprendere i resti della moglie per seppellirli a Nizza, non nascondendo la valenza affettiva e l'intento polemico della scelta:
Il compito venne affidato all'amico d'infanzia Giuseppe Deideri, che lo portò a termine l'11 novembre 1859 con la positura dei resti di Anita nella cappella del castello di Nizza, dove rimasero fino al 1931.
Nel dicembre del 1931 le spoglie di Anita furono nuovamente riesumate, alla presenza del nipote Ezio, e trasferite provvisoriamente nel Pantheon del cimitero di Staglieno, accanto alle tombe di Nino Bixio e Stefano Canzio. Il 2 dicembre 1932, con un treno speciale, i resti vennero traslati a Roma, dove furono definitivamente deposti nel basamento del monumento equestre eretto in suo onore sul Gianicolo. La cerimonia si svolse alla presenza del Capo del Governo Benito Mussolini e vide la partecipazione di decine di migliaia di persone, oltre a quella delle delegazioni ufficiali di molti Paesi, tra i quali Brasile, Uruguay, Polonia, Ungheria, Francia, Grecia, Cuba e Giappone. La tomba venne chiusa alle ore 10:45.
== Cultura di massa ==
=== Musica ===
"Anita Anita" album del 1988 del cantautore Jan-Maria Carlotti il cui brano "Anita e Pepin" è stato incluso da Daniele Sepe nel CD del 2001 Jurnateri
Anita Garibaldi è citata nella canzone di Sergio Caputo Il Garibaldi Innamorato.
Anita è un concept album del 2000 di Amedeo Minghi
Anita Garibaldi viene citata nella canzone di Paolo Pietrangeli Sanza
=== Fiori ===
Rosa "Anita Garibaldi by Pantoli"
=== Premi ===
Trofeo Anita Garibaldi
=== Spazi urbani ===
Passeggiata Anita Garibaldi a Nervi, quartiere di Genova
Monumento ad Anita Garibaldi a Roma
La frazione di Anita, comune di Argenta, provincia di Ferrara
La città Anita Garibaldi nello Stato di Santa Catarina in Brasile
== Filmografia su Anita Garibaldi ==
Anita Garibaldi del 1910, film di Mario Caserini, interpretata da Maria Caserini.
Anita o il romanzo d'amore dell'eroe dei due mondi oppure Garibaldi o l'eroe dei due mondi (1927) di Aldo De Benedetti, interpretata da Rina De Liguoro.
Camicie rosse (1952), film di Goffredo Alessandrini, interpretata da Anna Magnani.
Il giovane Garibaldi (1974), sceneggiato a colori di Franco Rossi, interpretata da Rejane Medeiros.
Il generale (1987), miniserie diretta da Luigi Magni, interpretata da Laura Morante.
Garibaldi, l'eroe dei due mondi (2003), telenovela brasiliana (60 episodi) di Teresa Lampréia e Jayme Monjardim, interpretata da Giovanna Antonelli.
Anita - Una vita per Garibaldi (2007) di Aurelio Grimaldi, interpretata da Milena Toscano.
Garibaldi in America (2009) di Alberto Rondalli, interpretata da Ana Paula Arósio.
Anita Garibaldi (2012) miniserie televisiva Rai 1 in due puntate, regia di Claudio Bonivento, interpretata da Valeria Solarino.
La versione di Anita (2023) di Luca Criscenti, interpretata da Flaminia Cuzzoli.
== Note ==
== Bibliografia ==
Loredana Frescura e Marco Tomatis, Ho attraversato il mare a piedi. L'amore vero di Anita Garibaldi, Milano, Mondadori, 2011.
Le memorie di Garibaldi, pubblicate da A. Dumas, Milano, Libreria Sonzogno, 1860.
George Macaulay Trevelyan, Garibaldi e la difesa della repubblica romana, Bologna, Zanichelli, 1909.
La Romagna e Garibaldi, Ravenna, Longo, 1982.
Tradizione risorgimentale e collezionismo privato, Ravenna, Longo, 1987.
Sauro Mattarelli (a cura di), Politica in periferia, Ravenna, Longo, 1999, con scritti di Roberto Balzani, Sauro Mattarelli, Michel Ostenc.
Anita Garibaldi. Vita e morte Mandriole-Ravenna, Marcabò, 2001.
Alfonso Scirocco, Giuseppe Garibaldi, Corriere della Sera, 2005.
Claudio Modena, Giuseppe e Anita Garibaldi. Una storia d'amore e di battaglie, Roma, Editori Riuniti, Biblioteca di Storia, 2007. ISBN 978-88-359-6000-3. Rieditato: "Rosso Anita. Garibaldi, l'Amore, la Patria, Roma, DEd'A, 2011.
Simona Tagliaventi, La guerriera, l'amante. Anita Garibaldi, in AA. VV., Donne del Risorgimento, Bologna, il Mulino, 2011, pp. 51–64.
Silvia Cavicchioli, Anita. Storia e mito di Anita Garibaldi, Einaudi, 2017, ISBN 978-88-06-23605-2.
== Voci correlate ==
Giuseppe Garibaldi
Guerra dei Farrapos
Monumento ad Anita Garibaldi
Repubblica Romana (1849)
Trofeo Anita Garibaldi
== Altri progetti ==
Wikiquote contiene citazioni di o su Anita Garibaldi
Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Anita Garibaldi
== Collegamenti esterni ==
Garibaldi, Anita, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Mario Menghini, GARIBALDI, Anita, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1932.
Garibaldi, Anita, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010.
Roberto Balzani, RIBEIRO DA SILVA, Ana Maria, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 87, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2016.
Anita Garibaldi, su enciclopediadelledonne.it, Enciclopedia delle donne.
Anita Garibaldi, in Archivio storico Ricordi, Ricordi & C.
2 giugno 1932 - Le spoglie di Anita, su YouTube, Istituto Luce Cinecittà. URL consultato il 10 aprile 2016.