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Anna Stepanovna Politkovskaja

Anna Stepanovna Politkovskaja, nata Anna Mazepa (in russo А́нна Степа́новна Политко́вская?; New York, 30 agosto 1958 – Mosca, 7 ottobre 2006), è stata una giornalista russa con cittadinanza statunitense.Particolarmente attiva nel campo dei diritti umani, Anna Politkovskaja è nota principalmente per i suoi reportage sulla seconda guerra cecena e per le sue critiche nei confronti delle forze armate e dei governi russi durante la presidenza di Vladimir Putin, accusati di violazioni dei diritti civili e dello stato di diritto. Il 7 ottobre 2006 è stata assassinata a Mosca mentre rientrava nella propria abitazione. Il suo omicidio suscitò una vasta mobilitazione internazionale volta a chiarire le circostanze della vicenda. Nel giugno 2014 cinque uomini di etnia cecena sono stati condannati per l'omicidio, sebbene non siano mai stati individuati i mandanti.


== Biografia ==

Anna Politkovskaja nacque da due diplomatici sovietici di origine ucraina, allora in servizio presso l’ONU. Il padre, Stepan Fëdorovič Mazepa (1927–2006), fu membro fondatore del Comitato speciale contro l’apartheid dell’ONU; sua madre, Raisa Aleksandrovna (nata Novikova; 1929–2021), era originaria della Crimea. Dal 1962 la famiglia si stabilì a Mosca, dove Politkovskaja trascorse la maggior parte della sua infanzia e giovinezza.
In gioventù frequentò una scuola di musica e praticò pattinaggio artistico. Nel 1980 si laureò in giornalismo all’Università statale di Mosca con una tesi dedicata alla poetessa russa Marina Cvetaeva. Pur possedendo la cittadinanza statunitense, Politkovskaja non rinunciò mai a quella russa e visse quasi esclusivamente in Russia per tutta la sua vita.


=== Vita privata ===
Anna Politkovskaja sposò con il giornalista televisivo Aleksandr Politkovskij nel 1978. La coppia ha avuto due figli: Il’ja, nato nel 1975, e Vera nata nel 1980. Vera Politkovskija, giornalista e autrice televisiva, ha partorito una bambina, Anna, cinque mesi dopo l'omicidio di sua madre. Nel 2023 ha pubblicato Una madre. La vita e la passione per la verità di Anna Politkovskaja. Il’ja, co‑fondatore di un’agenzia di pubbliche relazioni, ha assunto un ruolo pubblico nel mantenere viva la memoria della madre e nel seguire le vicende legali e civili collegate al suo omicidio. La famiglia di Politkovskaja è rimasta attiva nella promozione della libertà di stampa e nella tutela dei diritti umani in Russia e a livello internazionale.


== Carriera giornalistica ==


=== Giornalismo: da Izvestija a Novaja Gazeta ===

La sua carriera giornalistica di Politkovskaja iniziò nel 1982 presso il quotidiano moscovita Izvestija, che lasciò nel 1993. L'anno successivo iniziò a collaborare con l'Obščaja Gazeta, dove ricoprì l’incarico di responsabile della sezione emergenze e incidenti e di assistente del direttore Egor Jakovlev. Nel 1998 si recò in Cecenia come inviata del giornale per intervistare il neoeletto presidente Aslan Maschadov. Nel giugno 1999 entrò a far parte della redazione della Novaja Gazeta, con la quale pubblicò numerosi articoli e alcuni libri fortemente critici nei confronti del presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, in particolare per quanto riguarda la conduzione della seconda guerra cecena e dell'invasione del Daghestan e dell'Inguscezia. A causa della sua attività giornalistica, fu ripetutamente oggetto di minacce di morte.


=== Rapporti dalla Cecenia ===
Politkovskaja ha ricevuto numerosi riconoscimenti per la propria attività giornalistica. In tali occasioni ha spesso richiamato l’attenzione dei governi occidentali sulla situazione in Cecenia, sollecitando una maggiore assunzione di responsabilità politica, in particolare dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, quando la Federazione Russa e il presidente Vladimir Putin furono considerati alleati nella cosiddetta "Guerra al Terrore". Nel corso del suo lavoro ha incontrato funzionari governativi, militari e membri delle forze di polizia, e ha visitato ripetutamente ospedali e campi profughi in Cecenia e nella vicina Inguscezia per raccogliere testimonianze di feriti e sfollati.
In numerosi articoli dedicati alla guerra in Cecenia e, Politkovskaja ha documentato presunti abusi commessi dalle forze armate russe, dai gruppi ribelli ceceni e dalle autorità sostenute da Mosca, guidate da Achmat Kadyrov e successivamente dal figlio Ramzan Kadyrov. Ha documentato violazioni dei diritti umani e criticità politiche nel  Caucaso settentrionale, tra cui la situazione di una casa di riposo etnicamente mista colpita dai bombardamenti a Groznyj; in tale occasione, anche grazie al sostegno della Novaja Gazeta e all’attenzione dell’opinione pubblica, fu possibile l’evacuazione dei residenti anziani.
Molti dei suoi articoli confluirono nei libri A Dirty War (2001) e A Small Corner of Hell (2003), nei quali il conflitto viene descritto come una guerra che ha coinvolto e colpito sia i combattenti ceceni sia i soldati di leva dell’esercito federale, con gravi conseguenze per la popolazione civile intrappolata tra le parti. Secondo le sue inchieste, l’ordine instaurato sotto la leadership dei Kadyrov si sarebbe trasformato in un sistema caratterizzato da torture, rapimenti e omicidi, attribuiti alle autorità cecene o alle forze federali presenti nella regione.
Tra le sue ultime indagini figura quella relativa al presunto avvelenamento di massa di scolari ceceni mediante una sostanza chimica non identificata, che avrebbe causato loro gravi problemi di salute per diversi mesi.


=== Critiche a Vladimir Putin e FSB ===
Dopo aver raggiunto un'ampia notorietà in Occidente, a Politkovskaja è stato commissionato il libro La Russia di Putin (in seguito sottotitolato Vita in una democrazia fallimentare). Nel volume, la giornalista racconta la propria esperienza dopo l’ascesa al potere dell'ex tenente colonnello del KGB Vladimir Putin, dapprima primo ministro di Boris El'cin e poi suo successore alla presidenza della Federazione Russa, in un contesto segnato anche dalla seconda guerra cecena. A tal proposito, Politkovskaja ha scritto:

Inoltre, ha osservato:

Il saggio Ho paura? inizia con queste parole:

e si conclude con:


=== Minacce, indagini e pubblicazioni ===
Nel 2001 Politkovskaja fu costretta a rifugiarsi a Vienna a seguito di ripetute minacce ricevute tramite posta elettronica da Sergei Lapin, un ufficiale dell’OMON da lei accusato di crimini contro la popolazione civile in Cecenia. Lapin venne arrestato per un breve periodo e poi rilasciato nel 2002. Il processo riprese nel 2003 e si concluse nel 2005 con la condanna dell’ex poliziotto per abusi e maltrattamenti aggravati su un civile ceceno e per falsificazione di documenti.
Politkovskaja si recò frequentemente in Cecenia, sostenendo le famiglie delle vittime civili, visitando ospedali e campi profughi, intervistando sia militari russi sia civili ceceni. Nei suoi articoli criticò aspramente l’operato delle forze russe in Cecenia, documentando abusi contro la popolazione civile e denunciando i presunti silenzi o connivenze di alcuni Primi Ministri ceceni, tra cui Achmat Kadyrov e suo figlio Ramzan, entrambi sostenuti da Mosca.
Anna Politkovskaja godeva anche di notevole considerazione in alcuni ambienti ceceni: il suo nome comparve tra i "negoziatori privilegiati" della guerriglia e tra le personalità impegnate nelle trattative durante crisi del Teatro Dubrovka. Nel 2003 pubblicò il terzo libro, A Small Corner of Hell: Dispatches from Chechnya, in cui denunciava la brutalità della guerra in Cecenia, durante la quale migliaia di cittadini civili furono torturati, rapiti o uccisi dalle autorità federali russe o dalle forze cecene. Per la stesura del volume Politkovskaja raccolse anche testimonianze di militari russi e fu protetta da alcuni ufficiali durante i mesi più critici del conflitto.
Nel settembre 2004, mentre si stava recando in volo a Beslan durante la crisi degli ostaggi, Politkovskaja subì un malore dopo aver bevuto un tè a bordo. L’aereo fu costretto a tornare indietro per permettere il ricovero immediato della giornalista, e si ipotizzò un tentativo di avvelenamento.
Nel dicembre 2005, durante una conferenza di Reporter senza frontiere a Vienna sulla libertà di stampa dichiarò:

In un saggio che verrà pubblicato postumo nel 2007, in una raccolta a cura del PEN American Center, Politkovskaja ha scritto:

Nel medesimo saggio Politkovskaja precisava di non considerarsi "un magistrato inquirente", ma piuttosto "una persona che descrive quello che succede a chi non può vederlo", osservando come in Russia "i servizi trasmessi in TV e gli articoli pubblicati sulla maggior parte dei giornali siano quasi tutti di stampo ideologico".


== L'omicidio ==

Anna Politkovskaja è stata ritrovata morta il 7 ottobre 2006 nell’ascensore del suo palazzo a Mosca. Accanto al cadavere è stata rinvenuta una pistola Makarov con quattro bossoli, uno dei proiettili sparati l’aveva colpita alla testa. Le indagini iniziali hanno considerato l’omicidio un delitto premeditato commesso da un sicario. Sebbene non siano stati accertati i responsabili del delitto, alcune fonti hanno ipotizzato possibili collegamenti con ambienti vicini a Putin, il cui compleanno coincideva con la data del delitto.
Il giorno successivo la polizia russa ha sequestrato il computer di Politkovskaja e il materiale relativo all’inchiesta che stava conducendo. Il 9 ottobre, l’editore della Novaja Gazeta, Dmitrij Muratov, dichiarò che la giornalista stava per pubblicare, proprio il giorno del suo omicidio, un lungo articolo sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al Primo Ministro Ramzan Kadyrov. Muratov segnalò inoltre la scomparsa di due fotografie; gli appunti non sequestrati furono pubblicati sul giornale lo stesso giorno.
I funerali si svolsero il l 10 ottobre presso il cimitero Troekurovskij di Mosca, con la partecipazione di oltre mille persone, tra colleghi e ammiratori della giornalista. Tra i presenti vi fu anche il leader politico del Radicali italiani Marco Pannella, amico personale di Politkovskaja. Nessun rappresentante del governo russo partecipò alla cerimonia. La lapide della giornalista raffigura un giornale crivellato dai proiettili, in riferimento al suo impegno per la libertà di stampa.


=== Le indagini sull'omicidio ===
Il 9 ottobre 2006 il quotidiano austriaco Der Standard ha riportato che la polizia russa aveva identificato l’assassino di Politkovskaja, dal momento che era stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza dell’ingresso del palazzo. Secondo il giornale, il comportamento dell’esecutore era stato definito “non professionale”, ed è stato ipotizzato che potesse essere già stato eliminato dai propri mandanti.
Circa un mese dopo l'omicidio di Politkovskaya, l'organizzazione Reporter senza frontiere ha avviato una raccolta di firme per la costituzione di una commissione internazionale incaricata di indagare sull’assassinio. L'iniziativa è stata sostenuta da circa 6000 persone, tra cui ex dissidenti di spicco come Jelena Bonner, Vladimir Bukowski e Bronisław Geremek. È stato firmato anche dai giuristi Baltasar Garzón e Carla Del Ponte, da politici quali Bernard Kouchner e Daniel Cohn-Bendit, filosofi come André Glucksmann e Bernard-Henri Lévy, dagli scrittori Fernando Arrabal, Ismaïl Kadaré e Margaret Atwood e dagli attori Jeanne Moreau e Alain Souchon.
Il 23 agosto 2007 il Comitato investigativo presso l'Ufficio del Procuratore Generale della Russia ha annunciato che l'omicidio era in via di risoluzione. Quattro giorni dopo, il procuratore generale Yuri Chaika ha annunciato l'arresto di dieci sospetti, tra cui cittadini ceceni, ufficiali del ministero dell'Interno e dei servizi segreti dell'FSB. Le indagini hanno successivamente indicato membri dell’opposizione in esilio come possibili mandanti. Tra gli arrestati figuravano il tenente colonnello dell’FSB Pavel Ryaguzov e l’ufficiale del ministero dell’Interno Sergei Khajikurbanov; cinque dei presunti colpevoli furono rilasciati dopo pochi giorni. A metà settembre 2007, le autorità hanno arrestato un altro sospetto, Shamil Buraev, ex capo dell'amministrazione dei distretti di Achkhoy-Martan in Cecenia tra il 1995 e il 2003.
Nel maggio 2008, le autorità investigative russe hanno identificato il ceceno Rustam Makhmudov come possibile omicida, ma grazie a una fuga di notizie sul quotidiano Komsomol'skaja Pravda a marzo, l'uomo è sfuggito all'arresto scappando all'estero.
Il 3 ottobre 2008 l'Ufficio del Procuratore Generale della Russia ha trasmesso l’accusa a un tribunale militare di Mosca. Nel novembre dello stesso anno è iniziato il processo a quattro presunti complici presso un tribunale di Mosca: Pavel Ryagusov, Sergei Khajikurbanov e i ceceni Ibrahim e Jabrail Makhmudov, fratelli del presunto esecutore Rustam Makhmudov. L'avvocato di Politkovskaya, Stanislav Markelov, è stato assassinato il 19 gennaio 2009. Il processo si è concluso il 19 febbraio 2009 con l'assoluzione di tutti gli imputati. Il 25 giugno 2009, la Corte Suprema russa ha stabilito che erano stati commessi errori procedurali nel processo e ha annullato le assoluzioni. Dal 5 agosto 2009 il processo è stato riaperto.
A maggio 2011 Rustam Makhmudov è stato arrestato in Cecenia come presunto esecutore dell’omicidio. Nell’agosto 2011 è stato arrestato Dmitry Pavlyuchenko, ex colonnello della polizia criminale, sospettato di aver organizzato il gruppo esecutivo. All’inizio di settembre 2011 le autorità hanno indicato Lom-Ali Gaitukaev, ceceno, come principale organizzatore. Nel dicembre 2012, Dmitry Pavlyuchenko è stato condannato a undici anni di detenzione da un tribunale di Mosca per favoreggiamento dell’omicidio di Politkovskaya e condannato a versare tre milioni di rubli (circa 75.000 euro) come risarcimento ai sopravvissuti. Il tribunale ha ridotto la pena di un anno rispetto alla richiesta del pubblico ministero, tenendo conto della collaborazione dell’imputato con le autorità. I familiari della giornalista, comparsi come querelanti, avevano richiesto la pena massima di 20 anni e hanno annunciato immediatamente l’intenzione di presentare appello.
Alcuni osservatori stranieri hanno messo in dubbio la colpevolezza dei condannati. Un altro possibile complice è stato indicato nel ceceno Walid Lurakhmayev, affiliato alla mafia cecena di Mosca, sospettato di aver compiuto diversi omicidi su commissione su istigazione dei servizi segreti russi. Tuttavia, Lurakhmayev non fu mai interrogato dalla polizia e l’identità dei mandanti rimane tuttora sconosciuta. 
Nel giugno 2014 un tribunale di Mosca ha condannato cinque persone per l’omicidio di Anna Politkovskaja. Il ceceno Lom-Ali Gaitukaev, ritenuto l’organizzatore, e suo nipote Rustam Makhmudov, considerato l’esecutore materiale, sono stati condannati all’ergastolo. Ai fratelli di Rustam, Jabrail e Ibragim Makhmudov, sono stati inflitti 14 e 12 anni di carcere per concorso in omicidio, mentre l’ex poliziotto Sergei Khajikurbanov, ritenuto complice, è stato condannato a 20 anni di detenzione.  Amnesty International ha definito la sentenza un “piccolo passo” verso l’instaurazione della giustizia.
Nel novembre 2023 è emerso che Khajikurbanov aveva partecipato alla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina nel 2022 e ed è stato successivamente graziato dal presidente Vladimir Putin.
La famiglia di Politkovskaja ha citato in giudizio la Russia davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, accusando i servizi segreti russi di aver ordinato l’omicidio della giornalista a causa delle sue inchieste. La Corte di Strasburgo ha stabilito che i querelanti erano legittimati a contestare l’operato della magistratura russa, ritenuta responsabile di indagini insufficienti. La sentenza ha rilevato che la Russia non aveva compiuto alcun tentativo concreto per identificare i mandanti dell’omicidio e che la durata delle indagini non era stata ragionevole. I familiari hanno ricevuto un risarcimento di 20.000 euro per il dolore e la sofferenza.


== Stile e tecnica di reportage ==
Anna Politkovskaja si distingueva per la determinazione nel riportare testimonianze dirette e fatti osservati di persona, attribuendo maggiore importanza alla realtà dei fatti rispetto alle proprie opinioni personali o professionali. Il suo linguaggio era schietto, rigoroso e chiaro, permettendo ai lettori di percepire con immediatezza gli eventi descritti nelle sue inchieste. La giornalista dichiarava di aver elaborato i propri libri raccogliendo e organizzando “appunti disordinati ai margini della vita in Russia”.
Politkovskaja intendeva sottolineare il proprio ruolo di testimone: partecipe e non semplice osservatrice. Questo approccio si manifestava sia nella sua attività come inviata della Novaja Gazeta, sia nella partecipazione a procedimenti giudiziari, quando era necessario denunciare crimini di guerra o testimoniare contro autori di violenze precedentemente segnalati dalla giornalista stessa.
I suoi scritti sono caratterizzati da uno stile incisivo, dettagliato e diretto, con attenzione alle storie dei singoli, esprimendo indignazione per gli eventi e compassione per le vittime. La sua prosa mira a rendere la realtà comprensibile senza abbellimenti letterari, con descrizioni precise che permettono ai lettori di visualizzare con chiarezza gli eventi narrati.
Il suo stile è stato talvolta paragonato a un incrocio tra new journalism e advocacy journalism, per l’uso di dialoghi e descrizioni dettagliate e per l’attenzione alla verità e alla funzione informativa delle inchieste. Queste caratteristiche le hanno talvolta attirato critiche da parte di colleghi e opinione pubblica sia russa sia internazionale.
Politkovskaja firmava sempre i propri articoli e inchieste, sostenendo che “chi si sente nel giusto non ha bisogno dell'anonimato”. Tra i suoi lavori più rilevanti vi sono le inchieste sulle denunce delle madri dei soldati e dei giovani scomparsi, le segnalazioni di ingiustizie in Russia e in Cecenia e le indagini su casi di corruzione spesso insabbiati dalla magistratura russa. In particolare, i reportage denunciavano abusi commessi dai soldati federali russi contro i civili ceceni e la disorganizzazione tra le fila dell’esercito, frequentemente ignorata dal governo.


== Opere ==


=== Opere pubblicate in vita ===
 Cecenia. Il disonore russo, traduzione di A. Nobécourt e A. Bracci, Collana Documenti n.14, Roma, Fandango, 2003, ISBN 978-88-875-1755-2.
 La Russia di Putin, traduzione di Claudia Zonghetti, La Collana dei casi n.62, Milano, Adelphi, 2005, ISBN 978-88-459-1974-9.
Un piccolo angolo d'inferno, trad. di I. Aguilar, Collana Saggi stranieri, Milano, Rizzoli, 2008, ISBN 978-88-17-02594-2. Traduzione postuma. La versione originale, A Small Corner of Hell: Dispatches from Chechnya, è stata pubblicata nel 2003 dalla University of Chicago Press.


=== Opere postume ===
Diario russo 2003-2005, trad. e cura di Claudia Zonghetti, La Collana dei casi n.70, Milano, Adelphi, 2007, ISBN 978-88-459-2163-6.
Proibito parlare. Cecenia, Beslan, Teatro Dubrovka: le verità scomode della Russia di Putin, a cura di Erika Casali, Martina Cocchini e Davide Girelli, Prefazione di Adriano Sofri, Collana Piccola Biblioteca Oscar n.535, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2007, ISBN 978-88-045-6780-6.
Nothing But the Truth: Selected Dispatches, Harvill Secker (UK), 2007, ISBN 9781846552397.
Is Journalism Worth Dying For?: Final Dispatches, Melville House, 2011, ISBN 9781935554400.


=== Articoli e raccolte di articoli ===
Cecenia: la guerra degli altri, Carlo Spera editore, 2008. Raccolta di reportage e riflessioni sulla seconda guerra cecena della Russia, stampata in Russia il 24 ottobre 2002, in 1000 copie, per l'associazione Memorial di Mosca.
 Per questo. Alle radici di una morte annunciata. Articoli 1999-2006, traduzione di Claudia Zonghetti, La Collana dei casi n.82, Milano, Adelphi, 2009, ISBN 978-88-459-2439-2.
 Anna Politkovskaja, su internazionale.it. gli articoli di Anna Politkovskaja pubblicati dalla rivista e tradotti in italiano.


== Premi e riconoscimenti ==
2001: Premio dell'Unione dei Giornalisti Russi
2001: Global Award for Human Rights Journalism (Amnesty International)
2002: Freedom to Write Award (PEN American Center)
2002: Premio per la "Difesa della libertà d'espressione" Index on Censorship.
2002: Courage in Journalism Award (International Women's Media Foundation)
2003: Lettre Ulysses Award
2003: Medaglia Hermann Kesten
2004: Premio Olof Palme (assieme a Ljudmila Alekseeva e Sergej Kovalëv)
2005: Premio per la Libertà ed il Futuro dei Media (Media City Leipzig)
2006: International Journalism Award
2007: Premio Internazionale Tiziano Terzani
2007: Premio fratelli Scholl per Diario russo 2003-2005


== Omaggi ==

2007: Intitolazione del Largo Anna Politkovskaja nella Villa Doria-Pamphilj di Roma.
2009: Dedica di un albero e un cippo al Giardino dei Giusti di tutto il mondo di Milano. Intitolazione di una via che porta il suo nome a Tibilisi.
2012: Intitolazione del giardino Anna Stepanovna Politkovskaja in Via Don Sturzo a Milano. Inaugurazione della Place Anna-Politkovskaïa a Montreuil. Intitolazione del Park Anny Politkovské a Karlovy Vary.
2013: Intitolazione dell'Avenue Anna-Politkovskaïa nel dodicesimo arrondissement di Parigi.
2020: Intitolazione della Promenáda Anny Politkovské nei pressi della sede dell'ambasciata russa a Praga.


== Premi dedicati ad Anna Politkovskaja ==
Nel corso degli anni, ad Anna Politkovskaja sono stati dedicati diversi premi in suo onore, volti a ricordare il suo coraggio e il suo impegno nel giornalismo e nella difesa dei diritti umani.


=== National Award “Tuning Fork” ===
Si tratta di un premio giornalistico russo istituito il 30 agosto 2013 dall’Unione dei Giornalisti Russi (Russian Union of Journalists) in memoria di Anna Politkovskaja, per riconoscere il coraggio, l’indipendenza e l’impegno etico dei giornalisti. La prima assegnazione del premio avvenne l’8 settembre 2013, in occasione della Giornata Internazionale di Solidarietà dei Giornalisti, e la vincitrice inaugurale fu Olga Allyonova, corrispondente speciale del Kommersant. Tra i premiati successivi figurano Andrea Rocchelli, fotoreporter italiano ucciso in Ucraina orientale nel 2014, e Ivan Golunov, giornalista investigativo russo noto per le sue inchieste anticorruzione. Il premio viene assegnato annualmente a giornalisti e professionisti dei media che si distinguono per il loro impegno nella libertà di stampa e nella difesa dei diritti umani.


=== Premio giornalistico “Anna Politkovskaja” di Internazionale ===
Il premio è stato istituito nel 2009 dalla rivista Internazionale e dal Comune di Ferrara per ricordare la giornalista russa e sostenere il lavoro di reporter che si distinguono per le inchieste di rilevanza internazionale. Il premio viene assegnato annualmente durante il festival Internazionale a Ferrara. Tra le vincitrici documentate figura la giornalista nigeriana Augustina Armstrong‑Ogbonna nel 2019.


=== Premio Anna Politkovskaja Kamerton ===
L’Anna Politkovskaja Kamerton Award è un premio istituito dalla testata russa Novaya Gazeta nel 2013 per valorizzare il lavoro di giornalisti e difensori dei diritti umani che si distinguono per coraggio, impegno professionale e difesa della libertà di espressione. Tra i premiati vi sono figure come Katerina Gordeeva, per il suo lavoro di diffusione di testimonianze dalla Russia e da zone di conflitto.


=== Premio Anna Politkovskaya – Arman Soldin per il coraggio nel giornalismo ===
Istituito nel 2023 dal Ministero francese per l'Europa e gli affari esteri in memoria di Anna Politkovskaja e del fotoreporter Arman Soldin, il premio viene assegnato annualmente a giornalisti e fotoreporter che dimostrano coraggio nel lavoro di inchiesta internazionale. La prima edizione è stata conferita alla giornalista Marcela Turati, mentre edizioni successive hanno visto come vincitori Yuval Abraham e Basel Adra.


=== Anna Politkovskaya Award ===

L'organizzazione per i diritti umani Reach All Women in War (RAW in WAR), che si occupa della protezione dei diritti delle donne durante i conflitti bellici, ha istituito dal 2007 il Premio annuale in onore di Anna Politkovskaja, denominato "Anna Politkovskaya Award". Il premio viene attribuito "a una donna che difende i diritti umani in zone di conflitto nel mondo che, come Anna, si alza in piedi per le vittime di questo conflitto, spesso con grande rischio personale".
Il premio è stato assegnato per la prima volta nell'ottobre 2007 a Natal'ja Ėstemirova, amica e collega di Anna Politkovskaja, uccisa nel 2009.


==== Vincitrici del Anna Politkovskaya Award: ====
2007: Natal'ja Ėstemirova (1958–2009), Russia
2008: Malalai Joya, Afghanistan
2009: One Million Signatures Campaign for Equality, Iran
2010: Halima Bashir, Sudan
2011: Razan Zaitouneh, Siria
2012: Marie Colvin (1956–2012), USA
2013: Malala Yousafzai, Pakistan
2014: Vian Dakhil, Iraq
2015: Kholoud Waleed, Siria
2016: Jineth Bedoya Lima, Colombia
2017: Gulalai Ismail, Pakistan
2018: Svjatlana Aleksievič, Bielorussia
2019: Alex Crawford, Gran Bretagna
2020: Radhya Al-Mutawakel, Yemen
2021: Fawzia Koofi, Afghanistan
2022: Tetiana Sokolova, Ucraina, e Svetlana Gannuškina, Russia


== Nella cultura di massa ==
La vita e il lavoro di Anna Politkovskaja hanno ispirato diversi documentari e film biografici.

Nel 2008 è stato realizzato il documentario 211: Anna, diretto da Paolo Serbandini e Giovanna Massimetti, che racconta la vita della giornalista attraverso filmati di repertorio e interviste a colleghi, amici e al marito Aleksandr Politkovsky.
Nello stesso anno, il documentario Anna, Seven Years on the Frontline di Mascha Novikova ripercorre gli anni di lavoro di Politkovskaja come inviata in Cecenia, con interviste e testimonianze raccolte durante le sue inchieste sul conflitto.
Sempre nel 2008 è stato distribuito Letter to Anna – The Story of Journalist Politkovskaya’s Death, un documentario internazionale che esplora le circostanze dell’omicidio e il contesto politico e sociale in cui operava.
Nel 2025 è stato distribuito il film biografico Words of War, diretto da James Strong, incentrato sulla vita della giornalista e sul suo impegno come cronista indipendente. Nel film, Maxine Peake interpreta Anna Politkovskaja, mentre Jason Isaacs e Ciarán Hinds interpretano rispettivamente il marito Aleksandr Politkovsky e l’editore della Novaja Gazeta. La pellicola ricostruisce le inchieste della giornalista e il contesto che ha portato al suo assassinio.


== Note ==


== Bibliografia ==
 Massimo Ceresa, Dania e la neve. Il genocidio in Cecenia, il destino di tre donne, Roma, Infinito edizioni, ISBN 978-88-89602-62-1.
 Francesco Matteuzzi e Elisabetta Benfatto, Anna Politkovskaja, Padova, BeccoGiallo, 2009, ISBN 978-88-858-3270-1. Libro a fumetti.
 Igort, Quaderni russi: La guerra dimenticata del Caucaso, collana Strade blu, Milano, Mondadori, 2011, ISBN 978-88-04-61379-4. Libro a fumetti.
 Steve LeVine, Il labirinto di Putin. Spie, omicidi e il cuore nero della nuova Russia, traduzione di Enrico Monier, collana Inchieste (n. 1), il Sirente, Fagnano Alto, 2010,  pp. XXVI-214 pp, ISBN 978-88-87847-17-8.
Vera Politkovskaja, Una madre. La vita e la passione per la verità di Anna Politkovskaja, Milano, Rizzoli, 2023, ISBN 978-88-17-17882-2


== Voci correlate ==
Giornalisti uccisi in Russia
211: Anna
Aleksandr Val'terovič Litvinenko
Aleksej Naval'nyj


== Altri progetti ==
 Wikinotizie contiene l'articolo Omicidio Politkovskaja: dieci arresti a Mosca

 Wikiquote contiene citazioni di o su Anna Stepanovna Politkovskaja
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 Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Anna Stepanovna Politkovskaja


== Collegamenti esterni ==
 Politkovskaja, Anna Stepanovna, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. 
(EN) Anna Politkovskaya, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. 
 Anna Stepanovna Politkovskaja, su enciclopediadelledonne.it, Enciclopedia delle donne. 
(EN) Opere di Anna Stepanovna Politkovskaja, su Open Library, Internet Archive. 
(EN) Opere riguardanti Anna Stepanovna Politkovskaja, su Open Library, Internet Archive. 
(EN) Anna Politkovskaya, su Goodreads. 
 Registrazioni di Anna Stepanovna Politkovskaja, su RadioRadicale.it, Radio Radicale. 
 Registrazioni audiovisive di Anna Stepanovna Politkovskaja, su Rai Teche, Rai. 
(EN) Anna Stepanovna Politkovskaja, su IMDb, IMDb.com. 
(RU) Sito ufficiale della Novaya Gazeta, su novayagazeta.ru.
(RU) Gli articoli di Anna Politkovskaja, su hro.org. URL consultato il 9 gennaio 2003 (archiviato dall'url originale il 9 gennaio 2003).
(RU) L'ultima intervista ad Anna Politkovskaja, su mozgovaya.livejournal.com.
 'Ti chiamiamo terrorista', su peacereporter.net. URL consultato il 15 febbraio 2019 (archiviato dall'url originale il 27 settembre 2007). - L'ultimo articolo di Anna Politkovskaja
 La Storia siamo noi - Anna Politkovskaja, Una donna sola, su lastoriasiamonoi.rai.it. URL consultato il 16 ottobre 2012 (archiviato dall'url originale il 3 dicembre 2012).
 Il mio lavoro a ogni costo, su internazionale.it. - Saggio inedito di Anna Politkovskaja (pubblicazione prevista nel 2007)
 Tutti i suoi articoli pubblicati su Internazionale, su internazionale.it.
(EN) Russia's Secret Heroes, su press.uchicago.edu. - Estratto dal libro Cecenia, il disonore russo
 Speciale Cecenia a cura dell'Associazione Radicale Aglietta di Torino (AssociazioneAglietta.it), su associazioneaglietta.it. URL consultato il 13 marzo 2009 (archiviato dall'url originale l'8 aprile 2009).
 Fumetto su Anna Politkovskaja e ampia e completa cronistoria della sua vita www.linkiesta.it, su linkiesta.it.
 Anna Politkovskaja, Cecenia: la guerra degli altri. Ovvero vivere al di là della barra., su progettohumus.it. URL consultato il 17 maggio 2019 (archiviato dall'url originale il 27 marzo 2016). Carlo Spera editore, Lanciano. In collaborazione con l'organizzazione di volontariato  Mondo in cammino, su mondoincammino.org. URL consultato l'11 febbraio 2013 (archiviato dall'url originale il 13 febbraio 2013)..

Anita Garibaldi

Ana Maria de Jesus Ribeiro, meglio conosciuta come Anita (o Annita) Garibaldi (Morrinhos, 30 agosto 1821 – Mandriole di Ravenna, 4 agosto 1849), è stata una rivoluzionaria brasiliana naturalizzata italiana. Moglie di Giuseppe Garibaldi, è conosciuta, in analogia al marito, come "eroina dei due mondi".


== Biografia ==


=== Le origini ===
Ana Maria nacque in Brasile a Morrinhos, una frazione di Laguna nello Stato di Santa Catarina, figlia del mandriano Bento Ribeiro da Silva, detto "Bentòn", e di Maria Antonia de Jesus Antunes. La coppia ebbe tre figlie e tre figli. La bambina fu battezzata Ana e chiamata in famiglia Aninha, diminutivo di Ana in lingua portoghese. Sarà Garibaldi ad attribuirle il diminutivo spagnolo Anita, con il quale è nota. Dopo che la famiglia si trasferì a Laguna, nel 1834, in pochi mesi morirono il padre (di tifo) e i tre figli maschi. La ragazza si mostrò emancipata sin dall'inizio: amante della natura, imparò presto a cavalcare. Non esitò a fare il bagno nuda nel mare, senza curarsi della reazione scandalizzata degli abitanti della località e della stessa madre, che reagì negativamente anche quando Ana, mentre raccoglieva granchi in riva al mare, fu toccata da un giovane ubriaco, e reagì sferrandogli un calcio, denunciandolo poi presso la gendarmeria.
Lo zio Antonio, nello stesso periodo, la iniziò ai discorsi politici e agli ideali di giustizia sociale, in un Brasile governato dal pugno duro dell'impero. Tutti questi atteggiamenti suscitarono attorno a lei numerose maldicenze, e la madre, sperando di ricondurla alla ragione, le impose di sposare Manuel Duarte de Aguiar, un uomo molto più grande di lei. Il matrimonio avvenne il 30 agosto 1835, il giorno stesso in cui la giovane compiva quattordici anni. L'uomo, un calzolaio, si rivelò un alcolizzato rozzo e violento che presto la abbandonò per unirsi alle truppe imperiali.


=== L'incontro con Giuseppe ===

Nel 1835 scoppiò la rivolta farroupilha, ossia la rivolta degli straccioni. La sommossa popolare segnò profondamente l'animo di Anita, che guardava con ammirazione i ribelli, sognando di poter un giorno compiere le loro stesse gesta. Dopo quattro anni, il 22 luglio 1839, i rivoluzionari conquistarono momentaneamente la città, e gran parte degli abitanti di Laguna si recò in chiesa per intonare un Te Deum di ringraziamento al Signore. La ragazza era tra loro. Fu in questa occasione che vide per la prima volta Giuseppe Garibaldi, anch'egli presente nel luogo sacro assieme agli altri protagonisti della rivoluzione. Ricorda Garibaldi, nelle Memorie, come il giorno seguente i due si incontrarono nuovamente, e lui la fissasse intensamente dicendole «Devi essere mia». Questa frase, pronunciata in italiano (non conosceva ancora bene il portoghese), la legò a lui per sempre:

Da quel momento, dopo aver verosimilmente abbandonato il marito, Anita sarà la compagna di Garibaldi, la madre dei suoi figli e la compagna di tutte le sue battaglie. Combatterà sempre con gli uomini, e pare che venisse spesso assegnata alla difesa delle munizioni, negli attacchi navali e nelle battaglie terrestri. All'inizio del 1840, nella battaglia di Curitibanos, Anita cadde prigioniera delle truppe imperiali brasiliane, ma il comandante, colpito dal suo temperamento indomabile, si lasciò convincere a concederle di cercare il cadavere di Giuseppe Garibaldi tra i morti sul campo di battaglia: intanto, approfittando della distrazione delle guardie, fuggì a cavallo e si ricongiunse con Garibaldi a Vacaria, nel Rio Grande do Sul.
Il 16 settembre 1840 nacque il loro primo figlio, Domenico, che fu sempre chiamato Menotti in onore del patriota modenese Ciro Menotti. Dodici giorni dopo il parto Anita sfuggì a una nuova cattura. I soldati imperiali circondata la sua casa uccisero gli uomini a difesa e cercarono di catturarla. Ma Anita, col neonato in braccio, uscì da una finestra (o da una porta secondaria), e a cavallo fuggì nella selva, ove rimase per quattro giorni, senza viveri e con il neonato al petto, finché Garibaldi e i suoi non la trovarono. A questo episodio lo scultore Rutelli s'ispirò per il monumento equestre ad Anita inaugurato sul Gianicolo a Roma nel 1932. A tre mesi Menotti è portato dal padre in un fazzoletto a tracolla e riscaldato dal suo calore durante la ritirata nella sierra.
Nel 1841, essendo divenuta ormai insostenibile la situazione militare della rivoluzione brasiliana, Garibaldi e Anita si trasferirono a Montevideo, in Uruguay, dove rimasero sette anni, durante i quali Garibaldi mantenne la famiglia impartendo lezioni di francese e matematica. Il 26 marzo 1842 si sposarono nella parrocchia di San Francesco a Montevideo. Stando alle sue Memorie, Garibaldi dovette dichiarare formalmente di avere notizie certe della morte del marito di Anita. Negli anni successivi nacquero Rosita (1843), che morì a 2 anni, Teresita (1845) e Ricciotti (1847), ultimo figlio. Nel 1848, alla notizia delle prime rivoluzioni europee, Anita con Teresita e Ricciotti arrivarono a Nizza, ospitati dalla madre del generale, Maria Rosa Nicoletta Raimondi, mentre Garibaldi raggiunse Anita imbarcandosi su un altro bastimento qualche mese più tardi.


=== Difesa della Repubblica romana del 1849 ===

Il 9 febbraio 1849 a Roma avvenne la proclamazione della Repubblica Romana, ma già dal 29 gennaio 1849 Garibaldi aveva raggiunto Rieti, situata al confine con il Regno delle Due Sicilie, con l'incarico di formare una Legione di volontari per difendere il nuovo stato. Qui Anita lo raggiunse il 24 febbraio 1849, dopo aver lasciato i figli a Nizza, affidati alla suocera.
A Rieti, dove rimase incinta per la quinta volta, contribuì con lo Stato Maggiore della Legione, situato nello stesso palazzo Colelli ove ella alloggiava con Giuseppe, a gestire l'infermeria della Legione e la sartoria addetta a confezionare le divise per i nuovi arruolati.
Il 13 aprile 1849 ritornò a Nizza dai figli quando la Legione, ormai diventata di 1276 volontari, fu chiamata dal governo della Repubblica a spostarsi a sud di Roma.
Quando il 30 aprile arrivarono davanti a Roma i soldati del corpo di spedizione francese guidato dal generale Oudinot, inviato dalla Francia per rimettere Pio IX sul trono, subirono una sonora sconfitta da parte dei volontari romani davanti alle mura di Roma, tra Porta Cavalleggeri e Porta San Pancrazio, lasciando sul terreno centinaia di morti e decine di prigionieri. Venne stabilita una tregua fino al 3 giugno durante la quale Ferdinand de Lesseps (lo stesso che anni dopo dirigerà i lavori per il canale di Suez) venne incaricato di trovare un accordo con la Repubblica, ma si trattò solo di un inganno dei francesi per guadagnare tempo e fare arrivare altri rinforzi dalla Francia.
Quando ripresero i combattimenti, la preponderanza francese fu netta e, nonostante la strenua resistenza sul Gianicolo, a poco a poco le forze della Repubblica Romana persero terreno finché, il 4 luglio 1849, venne decisa la resa.
In tutto questo periodo anche Anita era a Roma, tornata da Nizza all'arrivo delle truppe francesi, occupandosi della cura dei feriti, insieme (tra le altre) a Margaret Fuller e Cristina Trivulzio.


== La fuga e la morte ==

Garibaldi decise di rivolgere le sue forze a Venezia, che ancora resisteva agli austriaci. Sebbene inseguito dai corpi di spedizione di quattro eserciti inviati dalla Francia, dalla Spagna, dall'Austria e dal Regno delle due Sicilie, Garibaldi riuscì a condurre in salvo i suoi uomini nel territorio della Repubblica di San Marino, dove sciolse la sua brigata di volontari. Anita, febbricitante e incinta, seguì il marito a cavallo. Lo seguì anche nella cavalcata verso Cesenatico. Quando vi giunse era però già divorata dalla febbre. Garibaldi con duecento seguaci cercò di raggiungere con 13 bragozzi Venezia, tuttavia, all'altezza della Punta di Goro alcune navi austriache lo intercettarono, impedendogli di proseguire. Alcune barche si arresero, altre si avvicinarono a terra. Tra queste quella di Garibaldi e Anita, che cercarono così di sfuggire alla cattura.
Il 3 agosto, una volta sbarcati su un tratto di costa pressoché disabitato (oggi Lido delle Nazioni a Comacchio) a nord del porto di Magnavacca (oggi Porto Garibaldi a Comacchio), Garibaldi, la moglie e Giovanni Battista Culiolo, detto Leggero trovarono inizialmente riparo in un piccolo capanno costiero. Raggiunti da Gioacchino Bonnet, un patriota di Comacchio, i tre furono condotti a casa Zanetto, di proprietà di Antonio Patrignani, che era stato tenente colonnello della Guardia Nazionale, dove furono accolti dalla moglie Teresa De Carli. Una volta ripartiti, attraversarono le valli di Comacchio grazie alla complicità di alcuni locali che li trasportarono su percorsi sicuri.
Nelle valli la consorte di Garibaldi perse conoscenza; venne poi trasportata su una piccola barca, adagiata su un materasso e condotta presso la fattoria Guiccioli, in località Mandriole di Ravenna, dove morì il 4 agosto 1849. Il corpo fu frettolosamente sepolto nella sabbia dal fattore e da alcuni amici, nella vicina "motta della Pastorara", allo scopo di nascondere i resti alle perquisizioni delle pattuglie papaline. Sei giorni più tardi, il 10 agosto 1849, la salma venne casualmente scoperta da un gruppo di ragazzini, quindi tumulata nel cimitero di Mandriole.


== Le indagini sul decesso e la sepoltura ==
Il 12 agosto 1849 il Delegato Pontificio di Polizia in Ravenna, conte Lovatelli (in sostanza il locale comandante della polizia papalina), consegnò a monsignor Bedini, Commissario Pontificio Straordinario di Bologna, un rapporto nel quale si sostiene che "tutto conduce a credere che fosse il cadavere della moglie o donna che seguiva il Garibaldi, sia per le prevenzioni che si avevano del di lui sbarco da quelle parti, sia per lo stato di gravidanza". Il poliziotto aggiunge che il cadavere mostra "segni non equivoci" di strangolamento (tra l'altro anche lacerazioni alla trachea), come a dire che Garibaldi, per non essere impacciato nella fuga, avesse strangolato la moglie incinta. Il referto della polizia fu poi smentito dallo stesso medico che aveva esaminato il cadavere di Anita: nessuno strangolamento.
Infatti, in seguito a un'accurata indagine giudiziaria delle autorità pontificie (le stesse che davano la caccia a Garibaldi per ucciderlo), esse finirono con il prosciogliere completamente i Ravaglia (la famiglia presso cui Anita, moribonda, aveva trovato riparo) da ogni accusa, sia d'assassinio sia di furto. I medici legali stessi (pontifici) dichiararono dopo esame del corpo che Anita era morta per cause naturali. Intorno alla morte di Anita, il rapporto dice: «Fu allora mandato a chiamare dalla boaria Giuseppe Ravaglia, ed essendo stato deciso di dare ricovero a quella donna, fu intrapreso il di lei trasporto per adagiarla in un letto esistente sul piano superiore, sul quale però non poté essere posata viva, perché su per le scale fu investita da una specie di convulsione che la tolse dai viventi”. Intorno ai segni che parvero di strangolamento, il rapporto recita: «E quei guasti nel suddetto cadavere riscontrati l'11 agosto, non derivano che dall'effetto della inoltrata putrefazione, la quale avendo agito meno nella parte anteriore del collo, perché il mento lo aveva maggiormente difeso dal calore tramandato dalla sabbia, le aveva lasciato un cerchio come di depressione, nel che convenne poscia lo stesso fisico in successivo esame sostenuto”.
Fu necessario il permesso dell'arcivescovo di Ravenna Mellini perché il parroco di Mandriole potesse ospitare il corpo nel locale cimitero e, un tempo ottenuto, Anita venne lì sepolta, avvolta in una stuoia di canne palustri. Nel 1859 alcuni patrioti della zona riesumarono i resti per dare all'Eroina più degna sepoltura, poche settimane prima dell'arrivo di Garibaldi, accompagnato dai figli Menotti e Teresita, da Nino Bixio e da alcuni fedelissimi, venuto a riprendere i resti della moglie per seppellirli a Nizza, non nascondendo la valenza affettiva e l'intento polemico della scelta: 

Il compito venne affidato all'amico d'infanzia Giuseppe Deideri, che lo portò a termine l'11 novembre 1859 con la positura dei resti di Anita nella cappella del castello di Nizza, dove rimasero fino al 1931.
Nel dicembre del 1931 le spoglie di Anita furono nuovamente riesumate, alla presenza del nipote Ezio, e trasferite provvisoriamente nel Pantheon del cimitero di Staglieno, accanto alle tombe di Nino Bixio e Stefano Canzio. Il 2 dicembre 1932, con un treno speciale, i resti vennero traslati a Roma, dove furono definitivamente deposti nel basamento del monumento equestre eretto in suo onore sul Gianicolo. La cerimonia si svolse alla presenza del Capo del Governo Benito Mussolini e vide la partecipazione di decine di migliaia di persone, oltre a quella delle delegazioni ufficiali di molti Paesi, tra i quali Brasile, Uruguay, Polonia, Ungheria, Francia, Grecia, Cuba e Giappone. La tomba venne chiusa alle ore 10:45.


== Cultura di massa ==


=== Musica ===
"Anita Anita" album del 1988 del cantautore Jan-Maria Carlotti il cui brano "Anita e Pepin" è stato incluso da Daniele Sepe nel CD del 2001 Jurnateri
Anita Garibaldi è citata nella canzone di Sergio Caputo Il Garibaldi Innamorato.
Anita è un concept album del 2000 di Amedeo Minghi
Anita Garibaldi viene citata nella canzone di Paolo Pietrangeli Sanza


=== Fiori ===
Rosa "Anita Garibaldi by Pantoli"


=== Premi ===
Trofeo Anita Garibaldi


=== Spazi urbani ===
Passeggiata Anita Garibaldi a Nervi, quartiere di Genova
Monumento ad Anita Garibaldi a Roma
La frazione di Anita, comune di Argenta, provincia di Ferrara
La città Anita Garibaldi nello Stato di Santa Catarina in Brasile


== Filmografia su Anita Garibaldi ==
Anita Garibaldi del 1910, film di Mario Caserini, interpretata da Maria Caserini.
Anita o il romanzo d'amore dell'eroe dei due mondi oppure Garibaldi o l'eroe dei due mondi (1927) di Aldo De Benedetti, interpretata da Rina De Liguoro.
Camicie rosse (1952), film di Goffredo Alessandrini, interpretata da Anna Magnani.
Il giovane Garibaldi (1974), sceneggiato a colori di Franco Rossi, interpretata da Rejane Medeiros.
Il generale (1987), miniserie diretta da Luigi Magni, interpretata da Laura Morante.
Garibaldi, l'eroe dei due mondi (2003), telenovela brasiliana (60 episodi) di Teresa Lampréia e Jayme Monjardim, interpretata da Giovanna Antonelli.
Anita - Una vita per Garibaldi (2007) di Aurelio Grimaldi, interpretata da Milena Toscano.
Garibaldi in America (2009) di Alberto Rondalli, interpretata da Ana Paula Arósio.
Anita Garibaldi (2012) miniserie televisiva Rai 1 in due puntate, regia di Claudio Bonivento, interpretata da Valeria Solarino.
La versione di Anita (2023) di Luca Criscenti, interpretata da Flaminia Cuzzoli.


== Note ==


== Bibliografia ==
Loredana Frescura e Marco Tomatis, Ho attraversato il mare a piedi. L'amore vero di Anita Garibaldi, Milano, Mondadori, 2011.
Le memorie di Garibaldi, pubblicate da A. Dumas, Milano, Libreria Sonzogno, 1860.
George Macaulay Trevelyan, Garibaldi e la difesa della repubblica romana, Bologna, Zanichelli, 1909.
La Romagna e Garibaldi, Ravenna, Longo, 1982.
Tradizione risorgimentale e collezionismo privato, Ravenna, Longo, 1987.
Sauro Mattarelli (a cura di), Politica in periferia, Ravenna, Longo, 1999, con scritti di Roberto Balzani, Sauro Mattarelli, Michel Ostenc.
Anita Garibaldi. Vita e morte Mandriole-Ravenna, Marcabò, 2001.
Alfonso Scirocco, Giuseppe Garibaldi, Corriere della Sera, 2005.
Claudio Modena, Giuseppe e Anita Garibaldi. Una storia d'amore e di battaglie, Roma, Editori Riuniti, Biblioteca di Storia, 2007. ISBN 978-88-359-6000-3. Rieditato: "Rosso Anita. Garibaldi, l'Amore, la Patria, Roma, DEd'A, 2011.
Simona Tagliaventi, La guerriera, l'amante. Anita Garibaldi, in AA. VV., Donne del Risorgimento, Bologna, il Mulino, 2011, pp. 51–64.
 Silvia Cavicchioli, Anita. Storia e mito di Anita Garibaldi, Einaudi, 2017, ISBN 978-88-06-23605-2.


== Voci correlate ==
Giuseppe Garibaldi
Guerra dei Farrapos
Monumento ad Anita Garibaldi
Repubblica Romana (1849)
Trofeo Anita Garibaldi


== Altri progetti ==

 Wikiquote contiene citazioni di o su Anita Garibaldi
 Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Anita Garibaldi


== Collegamenti esterni ==

 Garibaldi, Anita, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. 
 Mario Menghini, GARIBALDI, Anita, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1932. 
 Garibaldi, Anita, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010. 
 Roberto Balzani, RIBEIRO DA SILVA, Ana Maria, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 87, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2016. 
 Anita Garibaldi, su enciclopediadelledonne.it, Enciclopedia delle donne. 
 Anita Garibaldi, in Archivio storico Ricordi, Ricordi & C. 
  2 giugno 1932 - Le spoglie di Anita, su YouTube, Istituto Luce Cinecittà. URL consultato il 10 aprile 2016.