Francesco Cossiga
Francesco Maurizio Cossiga (Sassari, 26 luglio 1928 – Roma, 17 agosto 2010) è stato un politico e costituzionalista italiano, ottavo presidente della Repubblica Italiana dal 1985 al 1992, quando assunse, di diritto, l'ufficio di senatore a vita.
Ai sensi del decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 17 maggio 2001, ha potuto fregiarsi del titolo di presidente emerito della Repubblica Italiana. Cossiga è ampiamente considerato uno dei politici più importanti e influenti della cosiddetta Prima Repubblica. È stato spesso descritto come un uomo forte e accusato di essere un "ministro di ferro", che ha represso brutalmente le proteste pubbliche.
Docente di diritto costituzionale all'Università di Sassari, iniziò la sua carriera politica nel 1958, dopo essere stato eletto deputato della Democrazia Cristiana. È stato ministro dell'interno nei governi Moro V, Andreotti III e Andreotti IV dal 1976 al 1978, quando si dimise in seguito all'uccisione di Aldo Moro. Dal 1979 al 1980 fu presidente del Consiglio dei ministri nella cui veste guidò una fragile coalizione di governo centrista definitivamente destituita un anno dopo, per mancanza di una maggioranza stabile in Parlamento e fu presidente del Senato della Repubblica nella IX legislatura dal 1983 al 1985, quando lasciò l'incarico, poiché eletto al Palazzo del Quirinale come più giovane Capo dello Stato della storia dell'Italia repubblicana. Si dimise nell'aprile 1992, due mesi prima della scadenza naturale del mandato.
Come capo di Stato ha conferito l'incarico a cinque presidenti del Consiglio dei ministri: Bettino Craxi (del quale ha respinto le dimissioni di cortesia presentate nel 1985), Amintore Fanfani (1987), Giovanni Goria (1987-1988), Ciriaco De Mita (1988-1989) e Giulio Andreotti (1989-1992). Ha nominato cinque senatori a vita (Francesco De Martino, Giovanni Spadolini, Giulio Andreotti, Gianni Agnelli e Paolo Emilio Taviani) e cinque Giudici della Corte costituzionale: nel 1986 Antonio Baldassarre, nel 1987 Mauro Ferri, Luigi Mengoni ed Enzo Cheli, nel 1991 Giuliano Vassalli.
== Biografia ==
=== Giovinezza ===
Francesco Cossiga nacque a Sassari il 26 luglio 1928 da una famiglia medio-borghese repubblicana e antifascista originaria di Siligo. I genitori sono Giuseppe Cossiga e Maria Zanfarino, detta “Mariuccia”. Era cugino di secondo grado di Enrico e Giovanni Berlinguer (la cui madre Maria "Mariuccia" Loriga era cugina di Maria Zanfarino poiché i rispettivi padri Giovanni Loriga e Antonio Zanfarino, condividendo la stessa madre, erano fratellastri). Nonostante egli fosse comunemente chiamato «Cossìga», la pronuncia originaria del cognome era «Còssiga». Si tratta d'un casato sardo di nobiltà di toga che a suo dire aveva esponenti collegati a una loggia massonica locale. Còssiga in sassarese significa Corsica e indica la probabile provenienza della famiglia.
A 16 anni si diplomò, in anticipo di 3 anni, al liceo classico Domenico Alberto Azuni: l'anno successivo si iscrisse alla Democrazia Cristiana e intraprese un percorso universitario alquanto movimentato: si iscrive all'Università degli Studi di Sassari, trasferendosi poi all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – dove sostiene un solo esame – per passare, quindi, all'Università di Pisa e per tornare, infine, a quella sassarese. Tre anni dopo (nel 1948), a soli 19 anni e mezzo, si laureò in giurisprudenza con il massimo dei voti, la lode e la dignità di stampa, con una tesi su "Le immunità nel diritto penale", iniziando una carriera universitaria che gli sarebbe in seguito valsa la cattedra di diritto costituzionale presso la facoltà di giurisprudenza dell'Università di Sassari (iniziò con il conseguire la libera docenza in diritto pubblico sulla «distinzione tra prerogative ed immunità»).
=== Inizi della carriera politica ===
Iscritto alla sezione sassarese della Democrazia Cristiana a 17 anni, negli anni universitari ha fatto parte della FUCI con ruoli di primo piano nella FUCI di Sassari e a livello nazionale.
Per quanto riguarda il periodo della guerra fredda, Cossiga si autodenunciò come referente politico dell'organizzazione Gladio, sezione italiana della rete Stay-behind, organizzazione segreta dell'Alleanza Atlantica (di cui facevano parte anche Stati neutrali come Austria e Svezia) e come frequentatore della sua base di capo Marrargiu, quando il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti fu indotto a rivelare l'esistenza dell'organizzazione segreta (1990). Rivendicò di aver nascosto da giovane – come molti altri dirigenti democristiani degli anni cinquanta – «mitragliatrici e bombe a mano» per il caso in cui il PCI avesse tentato la presa del potere (l'episodio fu dettagliato ulteriormente, in un'intervista a Paolo Guzzanti a mandato presidenziale concluso, quando rivelò che «alla vigilia delle elezioni del 1948 ero armato fino ai denti. Mi armò Antonio Segni. Non ero solo, eravamo un gruppo di democristiani riforniti di bombe a mano dai carabinieri. La notte del 18 aprile la passai nella sede del comitato provinciale della DC di Sassari... Prefettura, poste, telefoni, acquedotto, gas non dovevano cadere, in caso di golpe rosso, nelle mani dei comunisti»).
Al Ministro Paolo Emilio Taviani, in una lettera al suo successore alla Difesa Parisi, Cossiga ascrisse la sua «iniziazione» alle operazioni sotto copertura della guerra fredda: «Quando i membri del Governo italiano Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani autorizzarono la firma del protocollo segreto di adesione all'Organizzazione Alleata Stay Behind Nets, furono acquistati per piccoli lotti, intestati, a prestanome, per lo più mogli o figli di ufficiali delle Forze Armate italiane, i terreni sui quali, con il largo contributo della CIA americana e del Secret Intelligence Service di Sua Maestà Britannica, fu costruita la base di Poglina. In essa io appresi l'uso delle armi automatiche e del plastico». Della sua iniziale carriera politica, egli intese dimostrare (quasi pedagogicamente) agli italiani i costi che, in termini di legalità, aveva comportato il contenimento del PCI all'opposizione.
A sorpresa nel 1956 fu eletto segretario provinciale della DC sassarese, allora dominata dall'influenza di Antonio Segni.
=== Ingresso in Parlamento e nel governo ===
Alla fine degli anni cinquanta, non ancora trentenne, iniziò la sua folgorante carriera politica a capo dei cosiddetti giovani turchi sassaresi: eletto deputato per la prima volta il 25 maggio 1958 nella circoscrizione di Cagliari, Sassari e Nuoro nella lista DC, partecipò ai lavori della VI commissione (finanze e tesoro); fu inoltre membro della VII commissione (difesa) e della Giunta per il Regolamento. Fu riconfermato nel 1963.
Divenne poi il più giovane sottosegretario alla difesa nel terzo governo Moro (23 febbraio 1966- 24 giugno 1968): titolare del dicastero era Roberto Tremelloni.
Nel 1966, quando entrò per la prima volta al governo, Cossiga ricevette la delega, come sottosegretario alla difesa, a sovrintendere su Gladio, di cui aveva fatto parte. In questa veste, l'anno successivo, presiedette all'apposizione degli omissis sul rapporto Manes, una relazione sull'operato del servizio segreto militare oggetto di esame da parte della commissione ministeriale di inchiesta sul Piano Solo, che la Commissione parlamentare sul SIFAR ricevette dal governo pesantemente censurata «per esigenze di segreto militare».
Il Piano Solo era stato un tentativo di colpo di Stato ideato dal capo dell'Arma dei Carabinieri, il generale Giovanni de Lorenzo, durante la crisi del primo governo Moro (estate 1964), che prevedeva il prelievo e il trasferimento di 731 uomini politici e sindacalisti di sinistra proprio nella base di capo Marrargiu. Secondo Lino Jannuzzi, che con Eugenio Scalfari aveva condotto una campagna contro il generale De Lorenzo, Cossiga stesso gli avrebbe rivelato il suo ruolo nella depurazione del testo di Manes.
Rieletto a Montecitorio nel 1968 Cossiga fu ancora sottosegretario alla difesa nei governi Leone e Rumor, fino al 27 marzo 1970.
Confermato deputato per la VI legislatura (1972), dal novembre 1974 al febbraio 1976, Cossiga fu ministro per l'organizzazione della pubblica amministrazione nel governo Moro IV. Il 12 febbraio 1976, a 48 anni, divenne ministro dell'interno nel governo Moro V, fino al 30 luglio dello stesso anno.
=== Ministro dell'interno ===
Dopo le elezioni del 1976 mantenne il dicastero dell'Interno nel governo Andreotti III.
==== Cossiga e gli anni di piombo ====
L'11 marzo 1977, nel corso di durissimi scontri tra studenti e forze dell'ordine nella zona universitaria di Bologna venne ucciso il militante di Lotta Continua Pierfrancesco Lorusso; alle successive proteste degli studenti, Cossiga, allora titolare del Ministero dell'interno, rispose mandando veicoli trasporto truppe blindati (M113) nella zona universitaria. Il giorno dopo i fatti di Bologna fu ucciso a Torino il brigadiere Giuseppe Ciotta, mentre il 22 marzo, a Roma, l'agente Claudio Graziosi fu freddato nel momento in cui tentava di arrestare la terrorista Maria Pia Vianale: nello scambio di colpi d'arma da fuoco tra i compagni di Graziosi e l'assassino morì anche una guardia zoofila, Angelo Cerrai. Il mese successivo un poliziotto che sorvegliava un corteo fu ucciso, e tre suoi colleghi rimasero feriti.
A seguito di ciò, visto il clima di violenza e i toni sempre più accesi, in particolare dei soggetti appartenenti all'area extraparlamentare, Francesco Cossiga diede disposizioni per vietare in tutto il Lazio, fino al successivo 31 maggio, tutte le manifestazioni pubbliche, spiegando che non voleva permettere «che i figli della borghesia romana uccidessero i figli dei contadini del Sud». Nonostante il divieto, grandi gruppi di militanti diedero comunque il via a manifestazioni di protesta. Il 12 maggio a Roma, nei pressi del Ponte Garibaldi, durante una manifestazione radicale, perse la vita per colpi d'arma da fuoco la studentessa liceale Giorgiana Masi, figlia di un parrucchiere e di una casalinga romani.
Nonostante l'autore dell'omicidio sia rimasto ignoto, Marco Pannella e i radicali sostennero a più riprese la tesi di una responsabilità morale di Cossiga, chiedendo anche l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta sull'accaduto. Dal canto suo, Cossiga ha sempre respinto la tesi di una sua responsabilità morale, attribuendola invece allo stesso Pannella, avendo questi deciso di effettuare il sit-in pur avvertito dell'altissima probabilità di scontri armati e del conseguente rischio per i militanti radicali e i simpatizzanti della manifestazione.
Successivamente Cossiga ammise che, la sera della manifestazione in cui si ebbe la morte di Giorgiana Masi, fossero presenti agenti provocatori armati della polizia, ma a sua insaputa: per tale motivo avrebbe subito provveduto alla sostituzione del questore di Roma che lo aveva tenuto all'oscuro. Purtuttavia, negò sempre che fossero stati i militari impegnati ad aprire il fuoco sui manifestanti: «Il reparto dei carabinieri che si trovava dall'altra parte del ponte, subito accusato di aver aperto il fuoco, per ordine dell'autorità giudiziaria fu disarmato da elementi della Squadra Mobile: alla perizia, risultò che nessun colpo era stato sparato».
Riguardo al comportamento tenuto durante gli anni di piombo, ma non solo, Cossiga divenne noto nei decenni successivi per alcuni ripensamenti e autocritiche, fino ad approdare a posizioni garantiste (estese ad altri ambiti dopo i fatti di Mani pulite) e persino a riconoscere lo status di legittimi nemici politici e «sovversivi di sinistra», al posto di quello di criminali comuni, ai terroristi rossi stessi, come affermato in una lettera inviata all'ex brigatista Paolo Persichetti nel 2002 e poi pubblicata. Della stessa intonazione una lettera inviata a un avvocato francese, divenuta nota perché allegata nella decisione di non estradizione di Cesare Battisti dal Brasile (2009).
A partire dagli anni novanta si fece promotore di un'amnistia politica per i reati compiuti in quegli anni. Famosa sarà la sua amicizia con Toni Negri, ex leader di Potere Operaio e di Autonomia Operaia, latitante in Francia e che Cossiga andò poi a trovare in carcere.
La figlia Anna Maria ha ricordato come, a un certo punto, abbia anche ricevuto in casa Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, terroristi dei N.A.R. che, pur condannati per la strage di Bologna, riteneva innocenti, e un'altra volta la brigatista rossa Adriana Faranda, spiegando l'invito con la necessità che lo Stato dovesse "fare pace con i terroristi sconfitti”.
In un'intervista del 2008, Cossiga rivendicò di aver fatto fronte ai moti di protesta degli anni di piombo ricorrendo a metodi apertamente illegali.
Nel gennaio 1978 Cossiga contribuì alla riforma del servizio segreto militare, che fu sdoppiato con la creazione di quello civile, il Sisde, dando la configurazione che l'intelligence avrebbe mantenuto fino alla successiva riforma del 2007. Sostenne inoltre nell'ottobre 1977 la creazione di appositi reparti speciali antiterrorismo, le "UN.I.S." (Unità di intervento speciale), nella polizia (NOCS) e nei carabinieri (GIS). Fu durante la sua permanenza al Viminale che si diffuse, tra i suoi detrattori, l'uso di storpiare il suo cognome in Kossiga, circostanza su cui Cossiga non mancò di ironizzare.
==== Terrorismo e il caso Moro ====
Nel marzo 1978, quando fu rapito Aldo Moro dalle Brigate Rosse, creò rapidamente due comitati di crisi, uno ufficiale e uno ristretto, per la soluzione della crisi.
Molti fra i componenti di entrambi i comitati sarebbero in seguito risultati iscritti alla P2: ne faceva parte lo stesso Licio Gelli sotto il falso nome di ingegner Luciani. Tra i membri anche lo psichiatra e criminologo Franco Ferracuti. Cossiga richiese e ottenne l'intervento di uno specialista statunitense, il professor Steve Pieczenik, il quale partecipò ad una parte dei lavori. Stando a quanto raccontato da Cossiga e dallo stesso Pieczenik, inizialmente l'idea dello statunitense era quella di inscenare una finta apertura alla trattativa, per ottenere più tempo e cercare di far uscire allo scoperto i brigatisti, in modo da poterli individuare.
In alcune interviste rilasciate successivamente a questi fatti, Pieczenik affermò che durante i giorni del sequestro vi erano notevoli falle che permettevano di far giungere informazioni riservate al di fuori delle discussioni dei comitati e che non aveva l'impressione che la classe politica fosse vicina a Moro:
Cossiga in seguito non smentì, ma parlò di «cattivo gusto».
Nel 2006, 28 anni dopo i fatti, il giornalista Emmanuel Amara entrò in contatto con Pieczenik, che accettò di farsi intervistare. Il contenuto di questa intervista è stato poi inserito nel saggio Abbiamo ucciso Aldo Moro. Dopo 30 anni un protagonista esce dall'ombra. Nell'intervista riportata nel libro stesso riassume quello che sarebbe stato il suo compito durante il rapimento Moro:
Da parte del Governo Andreotti, non fu mai aperta alcuna trattativa ufficiale con i sequestratori per il rilascio di Moro, il quale dalla sua prigionia scelse di scrivere a Cossiga due volte, tra il 29 marzo e il 5 aprile 1978: la prima lettera fu recapitata e la seconda non lo fu (Moro, 2008, pp. 7–9, 28-30; Siate indipendenti..., 2013, lettera n. 1). Nella prima lettera si rivolse al ministro dell’Interno con parole chiare: «Caro Francesco […] ti scrivo in modo riservato, perché tu e gli amici con alla testa il Presidente del consiglio (informato ovviamente il Presidente della Repubblica) possiate riflettere opportunamente sul da farsi, per evitare guai peggiori. Pensare dunque sino in fondo, prima che si crei una situazione emotiva e irrazionale». Nella seconda missiva Moro, inconsapevole che la precedente lettera era stata resa nota non da Cossiga ma dai suoi carcerieri, sceglieva un esordio più distaccato e preoccupato: «Caro Cossiga, torno su un argomento già noto e che voi mi avete implicitamente ed esplicitamente respinto. Eppure esso politicamente esiste e sarebbe grave errore ritenere che, essendo esso pesante e difficile, si possa fare come se non esistesse…Vorrei pregarti che, almeno su quel che ti ho scritto, vi fosse, a differenza delle altre volte, riservatezza. Perché fare pubblicità su tutto?».
Nei 55 giorni della prigionia di Aldo Moro, Cossiga mise in discussione l’autenticità delle comunicazioni del prigioniero fino all’uso dell’espressione «lettere non moralmente autentiche»: si trattava della strategia di ‘svalutazione’ dell’ostaggio tesa a indebolire i carcerieri.
Cossiga diede le dimissioni da Ministro dell'Interno l'11 maggio 1978, in seguito al ritrovamento del cadavere del presidente della DC in via Caetani. Al giornalista Paolo Guzzanti disse: «Se ho i capelli bianchi e le macchie sulla pelle [a causa della vitiligine] è per questo. Perché mentre lasciavamo uccidere Moro, me ne rendevo conto. Perché la nostra sofferenza era in sintonia con quella di Moro».
Cossiga, dopo forse questi fatti, cominciò a soffrire di numerosi problemi di salute cronici, come il disturbo bipolare (chiamato ciclotimia da Indro Montanelli) e la sindrome da fatica cronica.
=== Presidente del Consiglio dei ministri ===
La sua attività politica all'indomani delle dimissioni da ministro tuttavia non si concluse. Dopo le elezioni del 3 giugno 1979 fu eletto presidente della Commissione affari esteri della Camera dei deputati. E il 4 agosto 1979, fu nominato presidente del Consiglio dei ministri, dimettendosi di conseguenza dalla presidenza della commissione parlamentare. Rimase in carica fino all'ottobre del 1980. Durante il suo mandato fu presidente del Consiglio europeo per il semestre iniziato il 1º gennaio 1980.
Nel corso dei due brevi (otto e sei mesi) esecutivi guidati da Francesco Cossiga, il Parlamento approvò la legge che, nel 1983, avrebbe consentito al primo governo Craxi di installare gli euromissili a Comiso. Fu la più importante azione di politica estera del presidente Cossiga, decisione che anticipò, in qualche maniera, il sodalizio tra l'Italia e la Germania Ovest guidata da Helmut Schmidt.
In veste di presidente del Consiglio, Cossiga fu proposto dal PCI per la messa in stato di accusa da parte del Parlamento, in votazione in seduta comune, con una procedura conclusasi nel 1980 con l'archiviazione. L'accusa era di favoreggiamento personale e rivelazione di segreto d'ufficio. Fu sospettato di aver rivelato a un compagno di partito, il senatore Carlo Donat-Cattin, che suo figlio Marco era indagato e prossimo all'arresto, essendo coinvolto in episodi di terrorismo come esponente di Prima Linea, suggerendone l'espatrio.
Il Parlamento in seduta comune rigettò però l'accusa, che era stata fatta procedere da parte della magistratura di Torino in seguito alle dichiarazioni del terrorista pentito Roberto Sandalo (Sandalo, soprannominato il «piellino canterino» perché fu uno dei primi pentiti dell'organizzazione terroristica Prima Linea, aveva infatti riferito che in una conversazione con Marco Donat-Cattin quest'ultimo gli avrebbe parlato dell'imminenza del suo arresto, appresa da fonti vicine al padre). Donat-Cattin smentì le rivelazioni, raccontando che non sentiva il figlio da anni, ammettendo tuttavia di avere chiesto a Cossiga se si sapesse qualcosa di Marco, e di aver ricevuto risposta negativa. Ammise anche di avere contattato Roberto Sandalo, ma esclusivamente per riferirgli che non c'erano notizie del figlio. Successivamente Cossiga fu scagionato dall'accusa di favoreggiamento dal Parlamento in seduta comune che votò, a maggioranza, l'archiviazione con 507 voti favorevoli e 406 contrari.
Nel denunciare il favoreggiamento personale, il PCI guidato da Enrico Berlinguer fu assai deciso nel ritenere che Cossiga fosse la fonte della fuga di notizie sulle indagini. Vent'anni dopo i fatti e con il reato ormai caduto in prescrizione, Cossiga ammise parte dell'addebito, sostenendo di aver informato lui stesso del fatto il cugino Berlinguer, attendendosi comprensione e non sospettando che la notizia venisse utilizzata per una battaglia politica contro di lui. Cossiga confermò la sua versione in un'intervista del 7 settembre 2007 ad Aldo Cazzullo del Corriere della Sera.
Francesco Cossiga era presidente del Consiglio il 27 giugno 1980, data dell'incidente al DC-9 dell'ITAVIA che dette luogo alla cosiddetta strage di Ustica. Nonostante che all'epoca avesse taciuto, nel febbraio 2007 dichiarò che, secondo le informazioni fornitegli dai servizi segreti italiani, ad abbattere l'aereo sarebbe stato un missile «a risonanza e non a impatto», destinato a un velivolo libico su cui a sua detta si sarebbe trovato Gheddafi, lanciato da un velivolo decollato dalla portaerei francese Clemenceau. A seguito delle nuove dichiarazioni rilasciate da Cossiga, la procura di Roma, a ventotto anni dalla strage, decise di riaprire l'inchiesta.
=== Presidente del Senato ===
Per un periodo Cossiga non ricoprì alcun incarico governativo né di partito, pur continuando il suo impegno di deputato. Quelli che Cossiga stesso ha definito come i suoi nemici all'interno della Democrazia Cristiana misero in giro la voce – avvalorata da un finto rapporto degli agenti segreti della sua scorta – che una sua visita in Romania, ospite di Nicolae Ceaușescu, sarebbe stata motivata da una cura con l'elettroshock in una clinica di quel Paese: Cossiga ha narrato tale episodio nel corso della puntata del 14 dicembre 2007 della trasmissione Otto e mezzo, intervistato da Giuliano Ferrara: nel corso della medesima trasmissione Cossiga ha comunque riferito che in altre epoche (compresa quella finale alla Presidenza della Repubblica) ha sofferto di crisi depressive. Successivamente, nel 1983 fu eletto al Senato nel collegio Tempio-Ozieri e, 12 luglio 1983, presidente del Senato.
=== Presidente della Repubblica ===
Il 24 giugno 1985 Cossiga venne eletto come ottavo presidente della Repubblica Italiana. Per la prima volta, in tutta la storia dell'Italia repubblicana, l'elezione avvenne al primo scrutinio, con una larga maggioranza (752 su 977 votanti): Cossiga ricevette il consenso, oltre che della DC, anche di PSI, PCI, PRI, PLI, PSDI e Sinistra Indipendente.
In qualità di Presidente del Senato, a seguito delle dimissioni di cortesia di Sandro Pertini, esercitò le funzioni di Presidente della Repubblica in qualità di Presidente supplente dal 29 giugno al 3 luglio, quando prestò giuramento come Capo dello Stato.
All'età di quasi 57 anni, Cossiga è stato il più giovane presidente della Repubblica Italiana ad essere eletto.
==== Primi cinque anni ====
La presidenza Cossiga fu sostanzialmente distinta in due fasi riferite agli atteggiamenti assunti dal capo dello Stato. Nei primi cinque anni Cossiga svolse il suo ruolo in maniera tradizionale, preoccupandosi di esercitare la funzione di perno delle istituzioni repubblicane previsto dalla Costituzione, che fa del presidente della Repubblica una sorta di arbitro nei rapporti tra i poteri dello Stato. Ebbe modo anche di stimolare una migliore comprensione e configurazione di alcune funzioni presidenziali suscettibili di ambiguità interpretative, come il ruolo del Capo dello Stato nel caso di conferimento dei poteri di guerra al Governo (da cui derivò la nomina della Commissione Paladin) e il potere di scioglimento delle Camere nel caso in cui il cosiddetto «semestre bianco», cioè quello conclusivo del mandato, coincida con la fine della legislatura, questione che indusse il Parlamento ad apportare un'apposita modifica all'articolo 88 comma II della Costituzione.
==== Esternazioni e «picconate» al sistema ====
La caduta del Muro di Berlino segnò l'inizio della seconda fase. Secondo Cossiga, la fine della guerra fredda e della contrapposizione dei due blocchi avrebbe determinato un profondo mutamento del sistema politico italiano, che nasceva da quella contrapposizione ed era a quella funzionale. La DC e il PCI avrebbero dunque subito gravi conseguenze da questo mutamento, ma Cossiga sosteneva che i partiti politici e le stesse istituzioni si rifiutassero di riconoscerlo. Iniziò quindi una fase di conflitto e di polemica, in quelle che definì «picconate» al sistema politico italiano.
Risale a quest'epoca l'abbandono, da parte sua, di uno dei più antichi tabù della politica democristiana, cioè quello che esorcizzava l'esistenza di illeciti: conformemente alla formazione tavianea, ma anche a quella che, per Antonio Maccanico, era una sua «fanciullesca» mania "della segretezza, dello spionaggio, delle bandiere e militaria". Per converso, la caduta del Muro di Berlino – da lui percepita come svolta epocale prima di molti altri politici italiani (in merito a questo Luciano Violante disse che «nessuno lo seguì e i partiti crollarono, come aveva previsto»), tanto da essere stato l'unico politico romano a presenziare alla prima seduta del Bundestag dopo la riunificazione nel 1990 – fu per lui la vera giustificazione della riduzione dei margini di tolleranza dell'alleato nordamericano verso la classe politica italiana della Prima Repubblica: si tratta di una tolleranza che lui percepì scemare quando la CIA interferì pesantemente (e infruttuosamente) nelle vicende politiche delle massime istituzioni italiane, nel 1989, tentando di impedire l'ascesa di Giulio Andreotti a Palazzo Chigi, probabilmente a causa della sua politica filoaraba.
Gli ultimi anni della presidenza furono caratterizzati - oltre che dal massimo atto formale consentitogli dalla Costituzione, il messaggio alle Camere, inviato il 26 giugno 1991 e giudicato "il documento più coerente del suo pensiero" - da una serie di esternazioni sarcastiche e volutamente provocatorie nei confronti di alcune personalità politiche: definì Ciriaco De Mita «bugiardo, gradasso, il solito boss di provincia»; Nicola Mancino uno che «se sta al mare fa un gran bene al Paese»; Paolo Cirino Pomicino «un analfabeta»; Michele Zolla «un analfabeta di ritorno»; Antonio Gava un personaggio su cui «non infierirò mai chiamandolo camorrista o amico di camorristi come per anni hanno fatto i comunisti»; Leoluca Orlando «un povero ragazzo, uno sbandato, che danneggia l'unità della lotta alla mafia, mal consigliato da un prete fanatico che crede di vivere nel Paraguay del '600»; Achille Occhetto «uno zombie con i baffi»; Stefano Rodotà un «piccolo arrampicatore sociale, uomo senza radici, parvenu della politica»; Luciano Violante «un piccolo Viscinski»; Giorgio La Malfa «figlio impudente e imprudente d'un galantuomo»; Claudio Martelli «un ragazzino»; Enrico Dalfino (sindaco di Bari) un «irresponsabile e cretino». Con riferimento a un noto brano del cantante Natalino Otto, Cossiga definì le sue esternazioni un «levarsi i sassolini dalla scarpa», per sottolinearne la natura di reazione ad attacchi cui si riteneva sottoposto. Nell'agosto 1990, durante le vacanze che trascorreva sull'Altopiano del Cansiglio, disse ai giornalisti che lo seguivano di aver fatto una lunga camminata su un sentiero pietroso e quindi di volersi togliere un sassolino da una scarpa, iniziando in questo modo venti giorni di esternazioni caustiche e clamorose, proseguite fino alla fine della sua presidenza.
Tentando di smuovere un sistema che percepiva bloccato, abbandonò ogni formalismo, come in occasione del tradizionale discorso di fine anno del 1991, da lui quasi disertato, che fu il più breve della storia della Repubblica:
Denunciava inoltre un'eccessiva politicizzazione della magistratura e stigmatizzava il fatto che giovani magistrati, appena entrati in servizio, fossero da subito destinati alle procure siciliane per svolgere processi di mafia: «Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre un'indagine complessa come può essere un'indagine sulla mafia o sul traffico della droga. Questa è un'autentica sciocchezza». Qualche commentatore ritenne che quella frase si riferisse a Rosario Livatino, magistrato vittima della mafia, ma anni dopo, con una lettera ai genitori del giudice, Cossiga smentì quest'interpretazione.
Per il suo mutato atteggiamento, Cossiga ricevette varie critiche e prese di distanza da parte di quasi tutti i partiti, ad eccezione del MSI, che si schierò a favore delle «picconate». Egli, tra l'altro, sarà ritenuto uno dei primi «sdoganatori» del MSI, al quale rivolse le scuse a nome dello Stato italiano per le accuse che erano state espresse nei suoi confronti all'indomani della strage di Bologna nel 1980.
Cossiga manterrà lo stile del «picconatore» anche dopo la fine del mandato presidenziale, ad esempio attaccando il comportamento del pool di Mani pulite, in particolare contro Antonio Di Pietro, che pure precedentemente aveva elogiato. Non solo singoli giudici, ma anche la magistratura nel suo insieme venne attaccata da Cossiga, affermando nel 2008 che «i primi mafiosi stanno al CSM» e che «sono loro che hanno ammazzato Giovanni Falcone negandogli la DNA e prima sottoponendolo a un interrogatorio. Quel giorno lui uscì dal CSM e venne da me piangendo. Voleva andar via. Ero stato io a imporre a Claudio Martelli di prenderlo al Ministero della giustizia». Nello stesso anno rivolse i suoi strali anti-magistratura contro Luca Palamara: intervenendo in diretta su Sky TG24 durante un'intervista a quest'ultimo, il presidente emerito gli diede dell'incompetente e lo apostrofò ripetutamente con l'epiteto "tonno", esortandolo finanche a sporgere querela contro di lui. Fece anche scalpore il suo intervento telefonico durante la trasmissione televisiva Unomattina del 24 gennaio 2008, dove commentò l'ipotesi di un futuro mandato a Mario Draghi (allora Governatore della Banca d'Italia, peraltro nominato con il placet di Cossiga stesso) come futuro Presidente del Consiglio dei ministri, definendolo "vile affarista", in riferimento ai passati incarichi alla banca d'affari Goldman Sachs, e accusandolo di essere stato, da Direttore generale del tesoro, il "liquidatore [...] dell'industria pubblica". Su questo episodio, nel 2021 Paolo Naccarato, allora dirigente generale della Presidenza del Consiglio dei ministri e storico stretto collaboratore di Cossiga, dichiarò che i due avevano un solido rapporto di stima e amicizia, che quella dichiarazione nacque dall’irritazione di Cossiga per una singola ed unica circostanza che fu subito chiarita e che il suo uso strumentale non poteva sovvertire la verità storica sugli strettissimi e consolidati rapporti tra i due.
Attorno al 2003 Cossiga iniziò altresì a collaborare con Dagospia, al quale fornì informazioni e retroscena sul panorama politico italiano: Roberto D'Agostino lo definì "guida spirituale" del rotocalco. Riservò un'analoga collaborazione alla trasmissione Un giorno da pecora su Rai Radio 2, alla quale interveniva sotto lo pseudonimo di DJ-K.
==== Cossiga e Gladio ====
Le asserite responsabilità di Cossiga nei confronti di Gladio furono confermate dal medesimo interessato che, ancora presidente, ammise con fierezza, in un'esternazione a Edimburgo nel 1990, la parte avuta nella sua messa a punto, in quanto sottosegretario al Ministero della difesa tra il 1966 e il 1969 e si autodenunciò con un documento inviato alla procura di Roma, in seguito alla denuncia dell'ammiraglio Martini e del generale Inzerilli come responsabili di Gladio. Nel documento dichiarò: «Rivendico in pieno la tutela di quarant'anni di politica della difesa e della sicurezza per la salvaguardia dell'integrità nazionale, dell'indipendenza e della sovranità territoriale del nostro Paese nonché della libertà delle sue istituzioni, anche al fine di rendere giustizia a coloro che agli ordini del governo legittimo hanno operato per la difesa della Patria». Cossiga ascrisse inoltre alla sua grafia gli omissis con cui fu censurato al Ministero della difesa (all'epoca del suo sottosegretariato, negli anni sessanta) il rapporto Manes con cui si descrivevano le attività paragolpiste del piano Solo.
Sono differenti le versioni sui motivi che indussero il presidente del Consiglio Giulio Andreotti a divulgare la struttura segreta di Gladio:
Paolo Guzzanti, nel suo libro Cossiga uomo solo (Rizzoli, 1991) dedica un capitolo (La fiaba del giudice, del gatto e del primo ministro) alla chiave interpretativa di fonte cossighiana: la richiesta del giudice che indagava sulla strage di Peteano, Felice Casson, di accedere agli archivi del SISMI a Forte Braschi, sarebbe stata inopinatamente accolta dal Presidente del Consiglio Giulio Andreotti per dare luogo ad un regolamento di conti con il Capo dello Stato, da poco esternatore assai sgradito alla maggioranza DC.
Lo stesso Cossiga, in una sua autobiografia, La versione di K (Rizzoli, 2009), scrive, riferendosi ad Andreotti: «Mi ha risposto che, ormai caduto il Muro di Berlino, non vi era più alcuna ragione per non raccontare come stavano davvero le cose. Tanto più, aggiunse, che aveva concesso al PM veneziano Felice Casson [...] il permesso di andare a vedere negli archivi dei servizi segreti: a quel punto c'era poco da sperare che non avrebbe ricostruito tutto» (p. 158).
Nei mesi successivi si scatenarono continue polemiche: Achille Occhetto (segretario comunista) tuonò contro la «democrazia limitata» che sarebbe esistita in Italia durante il dopoguerra e contro l'«eversione atlantica», a suo dire ben più pericolosa dell'Armata Rossa e della Gladio Rossa, mentre lo stesso Cossiga minacciò di autosospendersi purché lo facesse anche Andreotti.
Successivamente Casson trasmise il fascicolo sull'organizzazione, per ragioni di competenza territoriale, alla procura di Roma, la quale dichiarò che la struttura stay-behind non aveva nulla di penalmente rilevante.
Vi sono state differenti valutazioni politiche sul suo coinvolgimento nella vicenda di Gladio.
Mentre Cossiga ha dichiarato che sarebbe giusto riconoscere il valore storico dei «gladiatori» così come era avvenuto per i partigiani, il presidente della Commissione stragi Giovanni Pellegrino ebbe a scrivere: «Se in sede giudiziaria un'illiceità penale della rete clandestina in sé considerata è stata motivatamente e fondatamente negata, non sono state affatto escluse possibili distorsioni dalle finalità istituzionali dichiarate della struttura, che ben possono essere andate al di là della sua già evidenziata utilizzazione a fini informativi...».
==== Richiesta di messa in stato di accusa ====
Il 6 dicembre 1991 fu presentata in parlamento da parte dell'allora minoranza la richiesta di messa in stato di accusa per Francesco Cossiga, con diversi capi d'accusa. Le accuse erano 29, tra queste:
a) l'espressione di pesanti giudizi sull'operato della commissione di inchiesta sul terrorismo e le stragi;
b) la lettera del 7 novembre 1990 con la minaccia di «sospendersi» e di sospendere il governo onde bloccare la decisione governativa riguardante il comitato sulla organizzazione Gladio;
c) le continue dichiarazioni circa la legittimità della struttura denominata organizzazione Gladio benché fossero in corso indagini giudiziarie e parlamentari;
d) la minaccia del ricorso alle forze dell'ordine per far cessare un'eventuale riunione del Consiglio superiore della magistratura, nonché del suo scioglimento in caso di inosservanza del divieto di discutere di certi argomenti;
e) i giudizi sulla loggia massonica P2, nonostante la legge di scioglimento del 1982 e le conclusioni della commissione parlamentare d'inchiesta;
f) la pressione sul governo affinché non rispondesse alle interpellanze, presentate alla Camera nel maggio 1991 da esponenti del PDS;
g) l'invito ad allontanare il ministro Rino Formica dopo le sue dichiarazioni sulla organizzazione Gladio;
h) la rivendicazione di un potere esclusivo di scioglimento delle Camere e la sua continua minaccia;
i) la minaccia di far uso dei dossier e la convocazione al Quirinale dei vertici dei servizi segreti;
l) il ricorso continuo alla denigrazione, onde condizionare il comportamento delle persone offese e prevenire possibili critiche politiche.
Il comitato parlamentare ritenne tutte le accuse manifestamente infondate (tra cui venne aggiunta quella di aver abusato della propria carica quando propose unilateralmente la grazia per il fondatore delle BR Renato Curcio), come si legge negli atti parlamentari del 12 maggio 1993. La procura di Roma richiese l'archiviazione a favore di Cossiga il 3 febbraio 1992 e l'8 luglio 1994 la richiesta fu accolta dal tribunale dei ministri.
Cossiga scrisse:
Dopo le dimissioni di Cossiga, il PDS fece tranquillamente sapere che, se anche quelle accuse fossero state provate, non era più il caso di occuparsene dal momento che Cossiga non era più presidente della Repubblica, essendosi esaurito il suo settennato.
==== Dimissioni ====
A seguito delle elezioni del 5 aprile, prendendo atto della sconfitta del sistema consociativo fondato sul pentapartito che pure egli aveva sostenuto al fine di «combattere il degrado economico e il terrorismo», deciso a dare un colpo all'immobilismo e alla debolezza dei governi sottoposti alle «estenuanti liturgie e alchimie partitiche», Cossiga si dimise dalla presidenza della Repubblica il 28 aprile 1992, a due mesi dalla scadenza naturale del mandato, annunciando le sue dimissioni con un discorso televisivo che tenne simbolicamente il 25 aprile, alla fine del quale giunse a commuoversi:
Fino al 25 maggio, quando al Quirinale fu eletto Oscar Luigi Scalfaro, le funzioni presidenziali furono assolte, come previsto dalla Costituzione, dall'allora presidente del Senato, Giovanni Spadolini.
Pochi mesi prima, a gennaio, Cossiga aveva già lasciato la Democrazia Cristiana, suo partito di provenienza, scrivendo una lettera al quotidiano Il Popolo.
=== Senatore a vita: XI e XII legislatura ===
Come preannunciato, Cossiga abbandonò la DC e si iscrisse al gruppo misto del Senato, partecipando ai lavori parlamentari e concedendo il proprio voto di fiducia ai governi Amato, Ciampi, Berlusconi e Dini.
=== XIII legislatura e tentativo di ricostruzione del centrismo ===
Anche nella legislatura iniziata nel 1996 Cossiga decise in un primo momento di rimanere defilato, pur contribuendo col suo voto alla fiducia al primo governo Prodi. Successivamente, nel febbraio del 1998, diede vita ad una nuova formazione politica, l'Unione Democratica per la Repubblica (UDR), con l'intenzione di costituire un'alternativa di centro e ricompattare le forze ex-democristiane.
L'UDR raccolse l'adesione dei Cristiani Democratici Uniti di Rocco Buttiglione e di un gruppo di scissionisti del CCD, i Cristiano Democratici per la Repubblica di Clemente Mastella. Tra coloro che aderirono all'UDR ci furono anche Carlo Scognamiglio, Angelo Sanza e Pellegrino Capaldo.
==== Appoggio al governo D'Alema ====
Quando Rifondazione Comunista fece mancare il suo appoggio al governo Prodi I, che venne battuto alla Camera per un voto, Cossiga fu determinante per la formazione del governo D'Alema I. Il suo appoggio venne deciso, come Cossiga spiegò in una conferenza stampa all'uscita dalle consultazioni con il Presidente Scalfaro, per sancire irrevocabilmente la fine della conventio ad excludendum nei confronti del PCI. Massimo D'Alema fu il primo Presidente del Consiglio a provenire dalle file dell'ex PCI. Per l'occasione Cossiga regalò al novello Capo del Governo in Parlamento un bambino di zucchero, ironizzando un desueto luogo comune su usanze cannibalistiche dei comunisti. Nel frattempo il senatore dell'opposizione Marcello Pera (Forza Italia) ricordava polemicamente le origini di Cossiga in Barbagia, luogo dove vivevano i latitanti rapitori dell'Anonima sequestri, definendolo «barbaricino ladro di voti», a cui Cossiga rispondeva ricordando le proprie origini familiari, «contrariamente a chi ha un cognome di cosa, come si usava dare alle famiglie la cui origine era ignota». L'UDR entrò anche a far parte del governo D'Alema I con Carlo Scognamiglio, nominato Ministro della Difesa.
Sempre nel 1998, Cossiga fu chiamato a testimoniare nel processo che a Palermo vedeva Giulio Andreotti imputato per associazione mafiosa. Cossiga difese l'ex Presidente del Consiglio, da lui descritto come «assatanato nella lotta alla mafia». Al termine del lungo iter giudiziario fu accertata la connivenza di Andreotti con la mafia per fatti anteriori al 1980. Il senatore fu assolto per i fatti successivi a tale data e prescritto per quelli precedenti.
=== XIV legislatura ===
Dopo un anno di vita, l'UDR si sciolse e larga parte di essa confluì nel nuovo soggetto politico creato da Clemente Mastella, l'UDEUR. Cossiga vi aderì in maniera puramente simbolica, per fuoriuscirne definitivamente il 6 novembre 2003, quando abbandonò, al Senato, il gruppo misto per iscriversi al gruppo per le autonomie.
Nel giugno 2002 ha annunciato le dimissioni da senatore a vita, che peraltro non ha mai presentato.
Nel 2003 pubblica Discorso sulla giustizia, un pamphlet che raccoglie alcuni fra i suoi scritti in tema di giustizia su argomenti quali il delicato rapporto fra primato del Parlamento da un lato e indipendenza della magistratura dall'altro, e quello della problematica conciliabilità fra politicizzazione del magistrato e imparzialità della giurisdizione. Il suo progetto per una riforma utopica si accompagna ad altri interventi che Cossiga, cogliendo occasione da vicende giudiziarie e politiche di rilevanza nazionale, ha svolto in sede parlamentare, e non diffusi al di fuori del circuito degli addetti ai lavori.
Nel 2004 fece alcune affermazioni (riprese nel 2007 e ribadite poi nell'autobiografia La versione di K) sulla strage di Bologna: in una lettera indirizzata a Enzo Fragalà, capogruppo di Alleanza Nazionale nella Commissione Mitrochin ipotizza un coinvolgimento del terrorismo palestinese, nella strage che lui stesso dichiarò «fascista», salvo poi cambiare idea nel 1990, affermando che fu mal consigliato dai servizi segreti che lo indirizzarono sulla pista nera in maniera erronea. Il Presidente emerito affermò di avere «il dubbio grave» che la strage fosse il risultato «o di un atto del terrorismo arabo o della fortuita deflagrazione di una o più valigie di esplosivo trasportato da palestinesi, che si credevano garantiti dall'“accordo Moro”».
Va detto come questa posizione si iscrive nella cornice ideologica di un aperto schieramento di Cossiga a favore di Israele e del sionismo.
Nel 2008 Cossiga ha reiterato questa affermazione in un'intervista al Corriere della Sera in cui ribadiva la sua convinzione secondo cui la strage non sarebbe da imputarsi al terrorismo nero, ma ad un incidente di gruppi della resistenza palestinese operanti in Italia.
Allo stesso tempo smentì più volte di avere sostenuto tesi complottiste sugli attentati dell'11 settembre 2001, voci diffuse soprattutto su internet, tesi che lui stesso riferì nuovamente qualche anno più tardi in un comunicato, in realtà di tono ironico, pubblicato dal Corriere della Sera, ma ripreso anche da organi di informazione internazionali.
=== XV legislatura ===
Cossiga ha collaborato attivamente con diversi quotidiani, scrivendo anche sotto lo pseudonimo «Franco Mauri» per Libero e «Mauro Franchi» per Il Riformista. Alla fine del 2005 ha pubblicato sul quotidiano Libero una lettera nella quale ha annunciato di non volersi più occupare attivamente della politica italiana, ma non pare avervi dato pienamente seguito.
Il 15 maggio 2006 presenta in Senato il DDL Costituzionale n. 352, per la riforma delle istituzioni Sarde e il riconoscimento della Nazione Sarda.
Il 19 maggio 2006 ha votato la fiducia al governo Prodi II.
Il 23 maggio 2006 ha presentato un disegno di legge costituzionale, (dopo la sua morte, mai più discusso) per l'attuazione di un referendum sull'autodeterminazione della Provincia di Bolzano. Il referendum prevedeva più quesiti: se si voleva restare a far parte della Repubblica Italiana, se si voleva diventare parte di quella austriaca, se si voleva diventare un Land della Germania o se si voleva diventare uno Stato sovrano.
Il 27 novembre 2006 ha presentato al Presidente del Senato, Franco Marini, le dimissioni da senatore a vita, ritenendosi «ormai inidoneo ad espletare i complessi compiti e ad esercitare le delicate funzioni che la Costituzione assegna come dovere ai membri del parlamento nazionale». Le dimissioni sono state respinte dal Senato in data 31 gennaio 2007: il numero dei senatori contrari alle dimissioni è stato di 178, i favorevoli 100 e gli astenuti 12.
L'intera vicenda si è sviluppata in seguito a un'interpellanza parlamentare del mese di novembre 2006 nella quale il presidente emerito richiedeva al Ministro dell'Interno Giuliano Amato di chiarire i motivi del pagamento di due giornalisti da parte del Dipartimento della pubblica sicurezza, diretto dal prefetto Gianni De Gennaro. Data la non immediata disponibilità a chiarire direttamente la vicenda da parte del ministro Amato, in aula venne letta una risposta scritta da De Gennaro. Non condividendo il comportamento tenuto dal Ministro, Cossiga ribatteva con una delle sue note «picconate»: «[Ha preferito rispondere] lo scagnozzo di quel losco figuro (tale Roberto Sgalla) del capo della polizia che si chiama Gianni De Gennaro [...]». Nella stessa data, prima del voto di cui sopra, Francesco Cossiga ha presentato pubbliche scuse allo stesso De Gennaro.
Il 6 dicembre 2007 è stato determinante per salvare dalla crisi il governo Prodi, con il suo voto al decreto sicurezza, sul quale l'esecutivo aveva posto la questione di fiducia.
Ha anche rilasciato dichiarazioni sulla strage di Ustica, all'epoca della quale era Presidente del Consiglio, attribuendo la responsabilità del disastro a un missile francese «a risonanza e non ad impatto» destinato ad abbattere l'aereo su cui si sarebbe trovato il dittatore libico Muʿammar Gheddafi. Tesi analoga è alla base della conferma, da parte della Cassazione, della condanna al pagamento di un risarcimento ai familiari delle vittime inflitta in sede civile ai ministeri dei trasporti e della difesa dal Tribunale di Palermo, sentenza che ha riconosciuto le prove di quanto affermato dall'ex Capo dello Stato.
=== XVI legislatura ===
Nel 2008 Cossiga ha votato la fiducia al governo Berlusconi IV; in precedenza aveva votato la fiducia a Berlusconi un'altra volta, nel 1994 (governo Berlusconi I).
Il 23 ottobre 2008, in un'intervista al Quotidiano Nazionale, propone al Ministro dell'Interno Roberto Maroni la sua soluzione per contenere il dissenso universitario nei confronti della legge 133/2008: evitare di chiamare in causa la polizia, ma screditare il movimento studentesco infiltrando agenti provocatori, e solo allora, dopo aver lasciato «che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi», «forti del consenso popolare [...] le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale», picchiando in particolar modo i docenti: «Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì». Nell'affermare ciò Cossiga sostenne che il terrorismo degli anni settanta era partito proprio dalle Università, e confermò di avere già attuato una strategia simile quando egli stesso era stato Ministro dell'Interno. In seguito a questa intervista Alfio Nicotra, della direzione nazionale del PRC e responsabile del Dipartimento Pace e Movimenti del PRC ha chiesto di riaprire l'inchiesta sulla morte di Giorgiana Masi, uccisa in circostanze non ancora chiarite durante una manifestazione nel 12 maggio 1977, periodo nel quale stesso Cossiga era ministro dell'Interno. Inoltre la senatrice Donatella Poretti (Radicale eletta nelle file del PD) ha deciso di depositare un disegno di legge per l'istituzione di una commissione d'inchiesta sull'omicidio della Masi.
== Nomine presidenziali ==
Governi
IX legislatura (1983-1987)
Craxi II, 1º agosto 1986.
Fanfani VI, 17 aprile 1987.
X legislatura (1987-1992)
Goria, 28 luglio 1987.
De Mita, 13 aprile 1988.
Andreotti VI, 22 luglio 1989.
Andreotti VII, 12 aprile 1991.
Giudici della Corte costituzionale
Antonio Baldassarre, 8 agosto 1986.
Enzo Cheli, 27 ottobre 1987.
Mauro Ferri, 27 ottobre 1987.
Luigi Mengoni, 27 ottobre 1987.
Giuliano Vassalli, 4 febbraio 1991.
Senatori a vita
Giovanni Spadolini, 2 maggio 1991.
Giovanni Agnelli, 1º giugno 1991.
Giulio Andreotti, 1º giugno 1991.
Francesco De Martino, 1º giugno 1991.
Paolo Emilio Taviani, 1º giugno 1991.
== Morte ==
Francesco Cossiga venne ricoverato al Policlinico Gemelli il 9 agosto 2010 per una insufficienza cardiorespiratoria. Non superando la crisi, si spegne la settimana dopo, il 17 agosto, a 82 anni.
Dopo la sua morte vennero aperte quattro lettere che Cossiga aveva indirizzato alle quattro massime autorità dello Stato in carica al momento della sua morte.
I funerali si svolsero a Roma in forma privata nella basilica dei Santi Ambrogio e Carlo a via del Corso. Successivamente la salma venne trasportata a Sassari per un nuovo rito di suffragio nella chiesa di San Giuseppe. Cossiga è sepolto nel cimitero comunale di Sassari, nella tomba di famiglia, poco distante dalla tomba di Antonio Segni.
Lasciò un testamento, con indicazioni dettagliate per il funerale: sulla bara dovevano esserci la bandiera sarda dei quattro mori e il tricolore italiano.
Nel dicembre 2013 venne pubblicata da tre quotidiani nazionali (Corriere della Sera, La Stampa e Il Messaggero) una lettera spedita nel 2005 da Cossiga a Giorgio Napolitano, in occasione della sua nomina a senatore a vita.
== Vita privata ==
Cossiga sposò nel 1960 Giuseppa Sigurani (Sassari, 1937 - Sassari, 8 maggio 2018), da cui ebbe due figli: Annamaria e Giuseppe. La consorte, di carattere particolarmente schivo, non ha mai condotto una vita pubblica. Il matrimonio si concluse con una separazione, nel 1993, che condusse al divorzio, cinque anni dopo. Nel 2007, gli ex coniugi ottennero dalla Sacra Rota la dichiarazione di nullità del matrimonio.
Era affetto da depressione ed aveva un carattere bipolare: lui stesso parlava dell’omino bianco, gioioso e allegro, e dell’omino nero, che vedeva tutto negativo. Una malattia che lo accompagnò fino alla fine anche se, nell'ultimo anno, come ricorda la figlia Anna Maria, "vedeva solo nero".
Fra i suoi fidatissimi, il politico sassarese amava essere chiamato con il soprannome di «don Cecio da Chiaramonti».
Appassionato radioamatore, Cossiga era titolare di stazione con il nominativo «I0FCG». Prima di diventare radioamatore trasmetteva sulla banda cittadina con il nominativo «Andy Capp» e, nei primi anni settanta, si era impegnato per legalizzare la «CB». Durante il suo mandato presidenziale trasferì la sua stazione al Quirinale; dopo il mandato, ha ripetutamente mostrato la stazione alla TV.
Era profondamente legato all'Irlanda, Paese dove trascorse spesso soggiorni privati, che non interruppe neanche durante il suo settennato al Quirinale. Strinse rapporti con le correnti legate al cattolicesimo liberale, oltre ad apprezzare le assonanze geografiche e culturali con la Sardegna, la sua terra di origine.
Cossiga dispose due volte che la banda militare del Quirinale eseguisse l'inno sardo Cunservet Deus su Re: nel 1991, durante il tradizionale ricevimento degli ambasciatori stranieri e nel 1992, all'atto delle sue dimissioni da Capo dello Stato.
Il 12 gennaio 1997, Cossiga si trovava a bordo dell'ETR 460, treno 9415 Milano-Roma, che deragliò alle porte della stazione di Piacenza, provocando la morte di 8 persone e il ferimento di circa altre 30. Lui ne uscì illeso.
== Controversie ==
Era anche nota la sua amicizia con Armando Corona, Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia dal 1982 al 1990 e poi membro dell'UDR di Cossiga.
Nel corso degli anni, con il riemergere di inchieste che coinvolsero direttamente Francesco Cossiga — in particolare in relazione a stragi e vicende legate alla strategia della tensione — si diffuse la voce che il politico sassarese fosse affiliato alla massoneria. Questa tesi trovava sostegno anche nella tradizione familiare: numerosi membri della famiglia Cossiga risultavano iscritti alla Gran Loggia d’Italia degli Alam, aderente al Rito scozzese antico ed accettato. In particolare, il nonno Antonio Zanfarino aveva raggiunto il 33º grado, il più alto previsto da tale rito. Le indiscrezioni sull'appartenenza massonica di Cossiga vennero spesso associate alle sue posizioni fortemente atlantiste e alla sua vicinanza con esponenti degli apparati militari della NATO. Tuttavia, tali voci furono respinte da Cossiga, che dichiarò: «Non posso essere massone perché sono cattolico, e credo fermamente che le due condizioni siano incompatibili». Ammetteva comunque di conoscere molti massoni e di aver anche tentato, tramite Licio Gelli, di intercedere presso l'ammiraglio argentino Emilio Eduardo Massera per la sorte dei desaparecidos italiani, sebbene senza risultati concreti.
Negli ultimi anni della sua vita, l'ex presidente sviluppò un autentico interesse per la massoneria, dedicandosi con passione alla lettura di libri e all’approfondimento degli argomenti a essa legati.
Nel 2008, nel pieno delle proteste contro la riforma Gelmini, Cossiga fece una dichiarazione scioccante che suscitò numerose polemiche. Secondo lui, la strategia più efficace per gestire la mobilitazione studentesca sarebbe stata: «Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopodiché, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale».
== Gradi militari ==
Pur non avendo mai svolto il servizio militare di leva, in quanto «figlio maschio di padre inabile al lavoro proficuo», Cossiga conseguì il grado di maggiore di complemento del Corpo di commissariato militare marittimo della Marina Militare, per decreto presidenziale di Giovanni Gronchi del 23.11.1961 sulla base della «Legge Marconi» del 1932.
Poi, conseguì il grado di tenente colonnello di complemento del Corpo di commissariato militare marittimo della Marina Militare, per decreto presidenziale di Giovanni Leone del 1972.
Il fatto emerse pubblicamente quando nelle lettere di un magistrato suicida, il cagliaritano Luigi Lombardini (1935-1998), vi si alluse come a un soprannome, e fu anche oggetto di un'interrogazione parlamentare da parte del deputato comunista Luciano Barca.
Cossiga presentò domanda di dimissioni dal grado di tenente colonnello, ma dopo una interlocuzione con il Ministero della difesa, ci fu un decreto dirigenziale del 15 dicembre 2006 di ripristino nel grado.
Cossiga ha affermato che i suoi gradi di Marina Militare gli sarebbero stati conferiti nell'ambito dell'operazione Gladio o stay-behind: «Per darmi una "copertura" io fui poi nominato capitano di corvetta della Marina e nominato "operatore" del GOI del Comsubin».
Il 22 aprile 1992 fu omaggiato del grado onorifico di appuntato onorario del reggimento Carabinieri Guardie della Repubblica, ma nel 1993 restituisce il brevetto e le insegne di grado.
Nel 1994 ricevette il grado di appuntato scelto d'onore dell'Arma dei Carabinieri; il 4 novembre 2006 quello di vice-brigadiere d'onore dell'Arma dei Carabinieri e il 24 giugno 2009 quello di brigadiere d'onore dell'Arma dei Carabinieri.
== Onorificenze ==
=== Onorificenze italiane ===
Nella sua qualità di presidente della Repubblica italiana è stato, dal 3 luglio 1985 al 28 aprile 1992:
Personalmente è stato insignito di:
=== Onorificenze straniere ===
=== Onorificenze dinastiche di ex Case regnanti ===
== Lauree honoris causa ==
(??.??.1987) Laurea honoris causa al The Provost and Scholars of the House of the Blessed Mary the Virgin in Oxford dell'University of Oxford (Regno Unito)
(18.09.1988) Laurea honoris causa in giurisprudenza all'Università degli Studi di Bologna (Italia)
(17.10.1989) Laurea honoris causa alla Columbia University di New York (USA)
(02.02.1990) Laurea honoris causa all'Université de Provence Aix-Marseille I di Aix-en-Provence (Francia)
(??.11.1991) Laurea honoris causa all'Universitat de Barcelona (Spagna)
(29.01.1994) Laurea honoris causa in giurisprudenza all'Universidad de Navarra di Pamplona (Spagna)
(27.07.2004) Laurea honoris causa in diritto internazionale alla Jōchi Daigaku / Sophia University di Tokio (Giappone)
(15.12.2005) Laurea honoris causa in scienze della comunicazione all'Università degli Studi di Sassari (Italia)
== Note ==
== Bibliografia ==
Anthony Muroni, Cossiga e l'alfabeto con la K (prefazione di Paolo Savona), Santelli editore, Cinisello Balsamo (Milano), 2020. ISBN 978-8892920125
AA.VV., Cossiga e l'intelligence (a cura di Mario Caligiuri), Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011.
AA.VV., La grande riforma mancata. Il messaggio alle Camere del 1991 di Francesco Cossiga (a cura di Pasquale Chessa e Paolo Savona), Soveria Mannelli, Rubbettino, 2014.
Antonella Beccaria, Piccone di Stato. Francesco Cossiga e i segreti della Repubblica, Roma, Nutrimenti, 2010.
Mario Benedetto, Francesco Cossiga. L'Italia di K, Roma-Reggio Emilia, Aliberti, 2011.
Marzio Breda, La guerra del Quirinale. La difesa della democrazia ai tempi di Cossiga, Scalfaro e Ciampi, Milano, Garzanti, 2006.
Antonio Casu, Il potere e la coscienza. Thomas More nel pensiero di Francesco Cossiga, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011, ISBN 88-498-3171-4, ISBN 978-88-498-3171-9.
Nando dalla Chiesa, Lo statista. Francesco Cossiga. Promemoria su un presidente eversivo, Milano, Melampo, 2011.
Renato Farina, Cossiga mi ha detto. Il testamento politico di un protagonista della storia italiana del Novecento, Venezia, Marsilio, 2011.
Giovanni Galloni, Da Cossiga a Scalfaro. La Vicepresidenza del Consiglio Superiore della Magistratura nel quadriennio 1990-1994, Roma, Editori Riuniti, 2011.
Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo (1965-1978), Milano, Rizzoli, 1991.
Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di fango (1978-1993), Milano, Rizzoli, 1993.
Piero Testoni, Francesco Cossiga. La passione e la politica, Milano, Rizzoli, 2000.
Anthony Muroni, Francesco Cossiga dalla A alla Z. Il vocabolario del sardo che viveva per la politica, Oliena, Ethos, 2012.
Umberto Gentiloni Silveri, COSSIGA, Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2014.
Enrico Galavotti, Francesco Cossiga, in I Presidenti della Repubblica. Il Capo dello Stato e il Quirinale nella storia della democrazia italiana, direzione di Sabino Cassese, Giuseppe Galasso, Alberto Melloni, vol. I, Bologna, Il Mulino, 2018, pp. 325–363
=== Opere di Francesco Cossiga ===
I diritti umani e la loro protezione. La convenzione europea, con Carlo Russo, Giuseppe Sperduti, Marc-Andre Eissen, Fausto Pocar, Roma, Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale, 1986.
Note sulla libertà di espatrio e di emigrazione. Sassari, 1953-Napoli, 1990, Napoli, Università degli studi di Napoli Federico II, 1990.
Externator. Discorsi per una repubblica che non c'è, Milano, Mondadori, 1992.
Parola di Cossiga. Così il presidente ha parlato, Milano, Polypress, 1992.
Parole inutili (forse), Roma, Colombo, 1992.
Il torto e il diritto. Quasi un'autobiografia personale, Milano, Mondadori, 1993.
La passione e la politica, Milano, Rizzoli, 2000.
Pensieri in libertà. Ma secondo un criterio. Sei interviste, Roma, Colombo, 2000.
Francesco Cossiga (a cura di), Sir Thomas More, santo e martire. Patrono dei governanti e dei politici. Raccolta documentale, Roma, Colombo, 2001.
Discorso sulla giustizia, Macerata, Liberilibri, 2003.
La guerra versus l'Irak. Luci e ombre per un cattolico liberale. Lettera ad un giovane amico cattolico, Roma, Colombo, 2003.
Pensieri di un cristiano democratico per gli amici de Il circolo, ovvero Il discorso che non ho potuto pronunciare, Roma, Colombo, 2003.
Per carità di patria. Dodici anni di storia e politica italiana, 1992-2003, Milano, Mondadori, 2003.
Italiani sono sempre gli altri. Controstoria d'Italia da Cavour a Berlusconi, Milano, Mondadori, 2007.
L'uomo che non c'è, intervista di Claudio Sabelli Fioretti, Roma-Reggio Emilia, Aliberti, 2007.
Mi chiamo Cassandra. Arguzie, giudizi e vaticini di un profeta incompreso, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2008.
Novissime picconate, intervista di Claudio Sabelli Fioretti, Roma-Reggio Emilia, Aliberti, 2009.
La versione di K. Sessant'anni di controstoria, con Marco Demarco, Roma-Milano, Rai ERI-Rizzoli, 2009.
Fotti il potere, intervista di Andrea Cangini, Roma-Reggio Emilia, Aliberti, 2010.
L'uomo che guardò oltre il muro. La politica estera italiana dagli euromissili alla riunificazione tedesca svelata da Francesco Cossiga, interviste di Clio Pedone, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012.
== Voci correlate ==
== Altri progetti ==
Wikisource contiene una pagina dedicata a Francesco Cossiga
Wikiquote contiene citazioni di o su Francesco Cossiga
Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Francesco Cossiga
Wikinotizie contiene l'articolo Roma: è morto Francesco Cossiga, 17 agosto 2010
== Collegamenti esterni ==
Cossiga, Francesco, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Vittorio Vidotto, COSSIGA, Francesco, in Enciclopedia Italiana, V Appendice, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1991.
Claudio Novelli, COSSIGA, Francesco, in Enciclopedia Italiana, VI Appendice, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2000.
Cossiga, Francesco, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010.
Cossiga, Francésco, su sapere.it, De Agostini.
Francesco Cossiga, su siusa.archivi.beniculturali.it, Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche.
Francesco Cossiga, su storia.camera.it, Camera dei deputati.
Francesco Cossiga, su Senato.it - XVI legislatura, Parlamento italiano.
Registrazioni di Francesco Cossiga, su RadioRadicale.it, Radio Radicale.
Portale Storico Presidenza della Repubblica - Quirinale - scheda di Francesco Cossiga, su archivio.quirinale.it.
Cordoglio della Valle d'Aosta per la scomparsa del Presid. Cossiga e ricordo sua visita ufficiale del 1990 in occasione del 25° anniv. del traforo Monte Bianco, su aostasera.it, 17 Ago 2010.
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Scheda biografica del Centro Studi Malfatti, su centrostudimalfatti.org. URL consultato il 1º dicembre 2008 (archiviato dall'url originale il 13 marzo 2013).
"Convegno regionale sardo (1957) degli assegnatari della Democrazia Cristiana" fotografia di un giovane Francesco Cossiga (Sardegna Digital Library), su sardegnadigitallibrary.it. URL consultato il 13 settembre 2009 (archiviato dall'url originale il 6 settembre 2010).
Raccolta di articoli su Francesco Cossiga, tratti da Il Caffè, La Repubblica, L'Espresso, Liberazione e altre pubblicazioni anche online
Visita ufficiale in Sardegna dell'onorevole Antonio Segni (1957), in foto con un giovane Francesco Cossiga (Sardegna Digital Library), su sardegnadigitallibrary.it. URL consultato il 13 settembre 2009 (archiviato dall'url originale il 20 gennaio 2012).
Anna Wintour
Dame Anna Wintour, CH DBE (Hampstead, 3 novembre 1949), è una giornalista e editrice britannica con cittadinanza statunitense, dal 1988 al 2025 direttrice del mensile Vogue America, considerata la più autorevole rivista di moda al mondo.
== Biografia ==
Anna Wintour è nata a Hampstead dal londinese Charles Wintour (1917–1999), direttore dell'Evening Standard, e dalla statunitense Eleanor "Nonie" Trego Baker (1917–1995), figlia di un professore della Harvard Law School. I suoi genitori si sposarono nel 1940 e divorziarono nel 1979. Wintour prende il nome dalla nonna materna, Anna Baker (nata Gilkyson), figlia di un commerciante della Pennsylvania. Nel 1979, dopo il divorzio, suo padre Charles si risposò con Audrey Slaughter, editrice che ha fondato pubblicazioni come Honey e Petticoat.
Wintour fa parte di una famiglia di landed gentry (proprietari terrieri). Attraverso la nonna paterna, Wintour è bis-bis-bisnipote della scrittrice del tardo XVIII secolo Lady Elizabeth Foster (in seguito duchessa del Devonshire) e del suo primo marito, il politico irlandese John Thomas Foster. Il suo bis-bis-bis-bisnonno era Frederick Hervey, IV conte di Bristol, che servì come vescovo anglicano di Derry. Sir Augustus Vere Foster, IV baronetto, l'ultimo con quel nome, era suo prozio.
Wintour è la seconda di cinque fratelli. Suo fratello maggiore, Gerald, morì da bambino in un incidente stradale. Il fratello minore Patrick lavora come giornalista e redattore diplomatico per il The Guardian, l'altro fratello minore James lavora nel governo locale di Londra, mentre la sorella minore Nora lavora per organizzazioni non governative internazionali.
Nella sua giovinezza, Wintour ha studiato all'indipendente North London Collegiate School, dove si è spesso ribellata al codice di abbigliamento accorciando gli orli delle sue gonne, e dalla quale venne espulsa prima del diploma. All'età di 14 anni ha iniziato a portare i capelli a caschetto–paggetto, acconciatura che la caratterizzerà da allora in poi. Ha sviluppato un interesse per la moda come spettatrice abituale del programma Ready Steady Go! condotto da Cathy McGowan e dai numeri di Seventeen che la nonna le spediva dagli Stati Uniti. Wintour, nel documentario del 2009 The September Issue (incentrato sulla preparazione del numero di settembre 2007 di Vogue), ha ricordato: Suo padre Charles la consultava regolarmente per capire come avvicinare il suo quotidiano al pubblico più giovane.
== Carriera ==
Già da adolescente, a 15 anni, Anna inizia a lavorare in una boutique iniziando degli studi di moda, studi che abbandona a breve per scrivere nella rivista Oz.
Negli anni Sessanta della Swinging London è ispirata da figure femminili rivoluzionarie come la stilista Mary Quant, mentre già a partire dagli anni Settanta avvia la costruzione della sua carriera e si fa notare per scelte di stile stravaganti e ricercate.
All'inizio della sua carriera viene assunta per scrivere di moda e abbigliamento da Harper's and Queen a Londra, per poi trasferirsi a New York e lavorare come assistente editoriale e redattrice di moda per riviste come Harper's Bazaar e Viva. Wintour è molto ambiziosa, determinata verso il successo e con una visione ben precisa. Tuttavia le sue scelte editoriali non sempre vengono apprezzate dai suoi superiori e colleghi.
Nel 1985 ritorna a Londra dove le viene affidato il primo incarico da caporedattrice per la rivista British Vogue. Viene ricordata per aver cambiato completamente la redazione editoriale e per il controllo assoluto esercitato come direttrice, licenzia la maggior parte dello staff per assumere nuove menti e favorire così il cambiamento, per questo motivo viene soprannominata Nuclear Wintour. Questo approccio per innovare è il suo marchio di fabbrica e si rivelerà una ricetta vincente. Due anni più tardi torna a New York e dirige il magazine di interior design House & Garden. Wintour cambia completamente l'identità che la pubblicazione aveva fino ad allora: fa un ampio utilizzo di celebrità nei servizi e questo crea disappunto tra alcuni estimatori della rivista che vedono un'impronta artistica alla Vanity Fair e meno attenzione verso l'interior design.
La svolta arriva nel 1988 quando prende il posto di Grace Mirabella alla direzione di Vogue America. In quel periodo la rivista soffriva la competizione con Elle America e Wintour viene designata come figura chiave per rivoluzionare l'estetica e le vendite di Vogue. Il primo numero realizzato sotto la sua direzione è quello di novembre 1988.
Al posto dei consueti scatti di copertina con il solo volto di una modella in primo piano Wintour, con l'aiuto di Carlyne Cerf de Dudzeele (nuova direttrice di moda), propone una ragazza bionda, sorridente, a figura intera e con poco trucco immortalata nelle strade di New York. La ragazza, Michaela Bercu, indossa dei semplici jeans accostati ad una preziosa maglia gioiello di Christian Lacroix Haute Couture. Una scelta vincente e moderna, che apre le porte ad un modo di intendere la moda e lo stile con approccio meno elitario. Una sua strategia sarà quella di continuare a mischiare moda di altissimo livello con moda media, come i jeans della foto, che sono stati scelti all'ultimo momento perché la modella era ingrassata e non le andava più bene la gonna che avrebbe dovuto indossare.
Nel corso degli anni Wintour porta Vogue America ad un grande successo commerciale, grazie anche al larghissimo impiego di celebrità in copertina. Tra i maggiori fotografi che si alternano nella realizzazione degli editoriali vi sono Mario Testino, Steven Meisel, Annie Leibovitz e Patrick Demarchelier solo per citarne alcuni.
Sebbene l'autrice lo neghi, le vicende del romanzo Il diavolo veste Prada del 2003, scritto da una sua ex-assistente, Lauren Weisberger, e dell'omonimo film, sono ispirate a lei. Nel film l'attrice che interpreta la parte del personaggio ispirato alla Wintour, Miranda Priestly, è la tre volte Premio Oscar Meryl Streep. A lei è anche chiaramente ispirato il look del personaggio di Fey Sommers nella serie Ugly Betty. Sembra che Johnny Depp si sia ispirato a lei e a Marilyn Manson per il look del suo personaggio Willy Wonka nel film-remake La fabbrica di cioccolato; in particolare alla Wintour ha rubato l'iconica pettinatura a caschetto.
È nota la tendenza della Wintour a privilegiare gli stilisti britannici e americani (gli unici italiani inclusi nella sua lista dei magnifici sette del mondo della moda sono Miuccia Prada e Stefano Pilati), ma come ha dichiarato anche Franca Sozzani (ex direttrice di Vogue Italia), «ogni direttore di Vogue privilegia giustamente gli stilisti del proprio Paese». La Wintour infatti ha numerosi protetti, anche tra gli stilisti, tra i quali John Galliano, che senza il suo aiuto non avrebbe lavorato da Christian Dior. Inoltre ha persuaso Donald Trump a lasciare una sala disponibile per una presentazione a Marc Jacobs quando questi era a corto di fondi. Non si può parlare di protetti senza citare Plum Sykes, un'assistente di Vogue che è diventata una scrittrice di fama, contesa dall'élite modaiola di New York.
La direttrice editoriale di Vogue America è la protagonista del documentario presentato e premiato al Sundance Film Festival. Distribuito negli Stati Uniti l'11 settembre 2009, il documento si chiama, non a caso, The September Issue, cioè «Il numero di settembre», considerato il numero più importante dell'anno, che impiega circa otto mesi di lavoro alla rivista. Il documentario è girato dal regista R. J. Cutler, che ha avuto accesso alla sede centrale della rivista in Times Square, New York, e che ha rivelato che quello che si vede ne Il diavolo veste Prada è reale. Anche Frida Giannini, quando era alla guida della maison Gucci, nel corso di un'intervista rilasciata a Serena Dandini per il talk show Parla con me ha confermato quanto sia glaciale, impenetrabile e potente la figura della Wintour, ribadendo inoltre che tutto quello che si vede nel film Il diavolo veste Prada è autentico.
Wintour, per contratto dalla Condé Nast (la casa editrice che gestisce Vogue e molte altre importanti riviste), ha uno stipendio annuo che supera i due milioni di dollari, un autista personale e un budget annuale di 200 000 dollari riservato alle spese per l'abbigliamento. Nel 2013, oltre a mantenere la leadership del magazine Vogue, viene promossa direttore artistico dell'intero gruppo Condé Nast su volontà dell'amministratore delegato Chuck Townsend.
Attualmente la crew di Vogue e delle altre testate del gruppo Condé Nast si sono trasferite dalla storica sede di Times Square al nuovo One World Trade Center, costruito nel luogo in cui si è verificato l'attentato dell'11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York. Nel 2018 Condé Nast ha ufficialmente dichiarato che Anna Wintour sarà promossa direttrice a vita della rivista Vogue.
== Vita privata ==
=== Famiglia ===
Il 7 settembre 1984, Anna Wintour ha sposato lo psichiatra infantile David Shaffer, dal quale ha divorziato nel 1999. Da questa unione ha avuto i suoi due figli: Charles (Charlie) nato nel 1985, e Katherine (detta Bee) nata il 31 luglio 1987. Charles si è sposato con Elizabeth Cordry il 7 luglio 2014 a Mastic Beach, nel Long Island. Esattamente quattro anni dopo, il 7 luglio 2018, e sempre a Long Island, Bee si è sposata con il fotografo e regista italiano Francesco Carrozzini, figlio di Franca Sozzani (direttrice di Vogue Italia, scomparsa due anni prima); la cerimonia è stata ripetuta il 19 luglio seguente a Portofino.
Wintour si è sposata una seconda volta nel 2004 con l'investitore Shelby Bryan (ai tempi del divorzio con Shaffer, i giornali scrissero che ciò era causato da una relazione tra Wintour e Bryan), dal quale si è poi separata nel 2020.
Il 28 marzo 2017 Wintour diventa nonna per la prima volta, con la nascita di Caroline, primogenita di Charles ed Elizabeth, mentre il 3 febbraio 2019 nasce la seconda nipote, Ella Rose, sorella minore di Caroline.
Il 25 ottobre 2021 diventa nonna per la terza volta di Oliver, primo figlio di Bee e del marito Francesco.
=== Abitudini ===
A partire dal 2016, Wintour ha vissuto nel Greenwich Village. Afferma di svegliarsi prima delle 6, giocare a tennis (una sua grande passione, tanto che la si vede spesso in tribuna durante le partite dei tornei più importanti, è ammiratrice della statunitense Serena Williams e grande fan e amica dello svizzero Roger Federer), acconciarsi i capelli, truccarsi ed infine raggiungere gli uffici di Vogue due ore più tardi. È inoltre solita arrivare alle sfilate molto prima del loro inizio programmato, e al riguardo ha dichiarato che:
Spegne spesso il cellulare per consumare il pranzo (di solito una bistecca o un hamburger senza pane) indisturbata. È sua abitudine da molto tempo consumare pasti ad alto contenuto proteico.
Secondo la serie di documentari della BBC intitolata Boss Woman, Anna Wintour raramente si trattiene alle feste per più di 20 minuti e va a letto ogni sera entro le 22:15.
=== Preferenze stilistiche ===
A causa della sua posizione, il guardaroba di Wintour è spesso attentamente esaminato e imitato. All'inizio della sua carriera, ha mescolato magliette e canottiere alla moda con jeans firmati. Quando iniziò a lavorare a Vogue come direttore creativo, passò ai completi Chanel con minigonne, che continuò ad indossare durante entrambe le gravidanze aprendo leggermente le gonne dietro e tenendo la giacca addosso per coprirsi. Wintour è stata elencata come una delle «cinquanta persone meglio vestite sopra i 50 anni» da The Guardian nel marzo 2013.
È nota per la sua abitudine di indossare sempre grandi occhiali da sole neri, anche al chiuso; secondo il biografo Jerry Oppenheimer, essi sono in realtà lenti correttive, poiché soffrirebbe di un deterioramento della vista come suo padre Charles; una sua ex collega ha dichiarato di aver provato i suoi occhiali modello Ray-Ban Wayfarer in sua assenza e di aver avuto le vertigini. Wintour ha spiegato a Morley Safer, corrispondente di 60 Minutes, che gli occhiali sono una sorta di «armatura» e che le permettono di mantenere private le sue reazioni durante una sfilata. Ha altresì dichiarato: «mi aiutano quando sono un po' stanca o assonnata» e «sono incredibilmente utili perché ti permettono di nascondere cosa stai pensando».
Come già detto più volte, un'altra caratteristica che la contraddistingue è il portare sempre da molti anni lo stesso taglio di capelli, un caschetto–paggetto. Molto conosciuta è anche la sua passione per i sandali Manolo Blahnik, specialmente per i nude, dello stesso tono della sua pelle, creati dallo stilista apposta per lei nel 1994, e per gli stivali alti pitonati. Ha dichiarato che non si vestirebbe mai, da capo a piedi, solo di nero. Molto di rado porta con sé una borsa.
=== Beneficenza ===
Wintour è anche coinvolta con enti di beneficenza. È amministratore fiduciario del Metropolitan Museum of Art di New York, dove ha organizzato eventi benefici che hanno raccolto 50 milioni di dollari per il Costume Center (a lei è dedicato, che ne raccoglie la collezione di moda e che nel 2014 è stato inaugurato da Michelle Obama, che ha tenuto un discorso di elogio e stima sui meriti artistici, culturali e filantropici dimostrati da Wintour nel corso della sua carriera) del museo. Presso quest'ultimo si svolge l'annuale Met Gala (chiamato anche Met Ball), una serata che cade ogni primo lunedì di maggio e che è stata paragonata agli «Oscar della moda», alla quale partecipano varie celebrità che sono invitate a vestirsi secondo un tema scelto da Wintour.
Wintour ha fondato il CFDA/Vogue Fund per incoraggiare, sostenere e fare da mentore a stilisti sconosciuti. Ha anche raccolto oltre 10 milioni di dollari per enti di beneficenza contro l'AIDS dal 1990, organizzando vari eventi benefici di alto profilo.
=== Opinioni politiche ===
Wintour è una sostenitrice del Partito Democratico ed ha accompagnato la corsa al Senato di Hillary Clinton nel 2000, quella di John Kerry nel 2004, quella di Barack Obama nel 2008 e 2012, nuovamente quella di Clinton nel 2016 (alla quale si dice che diede anche dei consigli su come vestirsi nei momenti più cruciali della campagna elettorale) e quella di Joe Biden nel 2020.
== Il diavolo veste Prada ==
=== Romanzo ===
Lauren Weisberger, un'ex assistente di Wintour che lasciò Vogue per la rivista Departures insieme a Richard Story, scrisse Il diavolo veste Prada dopo che un consulente, consigliato da Story, le suggerì di scrivere delle proprie esperienze lavorative. La Wintour stessa disse al quotidiano The New York Times: «Ho sempre amato la fiction. Non ho comunque deciso se lo leggerò o meno». Quando alla Weisberger venne chiesto se l'ambientazione e il personaggio di Miranda Priestly fossero ispirati a Vogue e a Wintour, l'autrice rispose di non essersi basata solo sulle sue esperienze, ma anche su quelle di amici e conoscenti.
Kate Betts, che era stata licenziata da Harper's dopo due anni durante i quali lo staff aveva detto che si era sforzata troppo di emulare Wintour, lo recensì duramente per il The New York Times Book Review:
Nonostante i difetti, Priestly ha alcune qualità positive: Andrea Sachs, la protagonista del romanzo, nota che prende da sola tutte le decisioni editoriali chiave della rivista Runway, e che è dotata di classe e di un genuino senso dello stile.
=== Film ===
L'adattamento cinematografico del romanzo, anch'esso intitolato Il diavolo veste Prada, diretto da David Frankel e scritto da Aline Brosh McKenna, non è stata l'unica opera audiovisiva ad avere un personaggio che ha preso in prestito alcuni aspetti di Wintour. Ad esempio: sono state notate delle similitudini con il personaggio di Edna Mode nel film d'animazione Gli Incredibili - Una normale famiglia di supereroi; Willy Wonka, protagonista de La fabbrica di cioccolato, ne riprende l'acconciatura e una parziale somiglianza caratteriale; anche il personaggio di Fey Sommers nella serie televisiva Ugly Betty è stato paragonato a Wintour.
Durante la produzione del film, Wintour fu accusata di aver intimato ai maggiori stilisti americani e internazionali di non prendere parte al film, altrimenti si sarebbe rifiutata di promuoverli in copertina o con servizi dedicati. Wintour negò e, in seguito, un suo portavoce affermò che «Anna presta attenzione a tutto ciò che promuove e si concentra sulla moda, di qualsiasi natura sia tale promozione». Comunque, nonostante nel film siano citati molti stilisti, solo Valentino Garavani vi ha preso parte, interpretando sé stesso.
Il film, distribuito negli Stati Uniti il 30 giugno 2006, ottenne grande successo commerciale. Wintour partecipò alla prima indossando un abito Prada e dichiarò ad ABC News di aver apprezzato il film, aggiungendo: Quell'opinione sul film non l'ha tuttavia portata a «perdonare» Weisberger; quando è stato riferito che l'editore di Weisberger le ha detto di cominciare il suo terzo romanzo, il portavoce di Wintour le ha suggerito «dovrebbe trovare un lavoro come assistente di qualcun altro».
Meryl Streep interpreta una Miranda Priestly abbastanza diversa da quella del libro, e ha ricevuto gli elogi della critica come personaggio completamente originale e che suscita simpatia. Secondo quanto riferito, dopo aver visto il film la Wintour avrebbe deciso di ridecorare il suo ufficio perché quello presentato nella pellicola era quasi una replica esatta del suo.
Secondo Oppenheimer, Il diavolo veste Prada potrebbe aver fatto un favore a Wintour aumentando la riconoscibilità del suo nome.
Quando il documentario The September Issue è stato distribuito tre anni dopo, nel 2009, i critici lo confrontarono con questo film. Paul Schrodt e Ed Gonzalez di Slant Magazine dissero che «Nell'ultimo anno o giù di lì, è stata sul sentiero di guerra dei media per riconquistare la sua immagine». Molti hanno considerato la domanda su quanto Anna Wintour fosse simile alla Miranda Priestly interpretata da Meryl Streep, e hanno elogiato il film per aver mostrato la persona reale. Manohla Dargis di The New York Times disse che Priestly ha aiutato a umanizzare Wintour, e che «Il documentario continua questo processo». Mary Pols concordò affermando che «Il film offre spunti che lo elevano al di là di una versione realista de Il diavolo veste Prada».
== Controversie ==
Il braccio destro della Wintour André Leon Talley ha dichiarato che la direttrice non sopporta le persone sovrappeso e che ha consentito di apparire sulla copertina di Vogue alla celebre presentatrice americana Oprah Winfrey solo a condizione che perdesse almeno venti chili. La giornalista Grace Coddington durante uno speciale dedicato alla Wintour nella trasmissione americana 60 Minutes with... ha ammesso che i canoni estetici della direttrice nel selezionare modelle e celebrità da fotografare su Vogue sono a dir poco estremi. A chi la accusa di scegliere modelle eccessivamente magre e di promuovere l'anoressia nervosa, la Wintour risponde che in America è l'obesità ad essere una piaga sociale e non l'anoressia e che invece di soffermarsi troppo su quest'ultima bisognerebbe promuovere interventi contro i disturbi da sovra-alimentazione e a favore dello sport.
La Wintour è una grande appassionata di pellicce, di cui si fa spesso rifornire dalle maison Chanel e Fendi. Per questo motivo spesso è stata presa di mira da gruppi di animalisti, che all'uscita dalle sfilate le hanno lanciato addosso vernice e uova.
Nel 2002, durante un'intervista con Charlie Rose riguardo Yves Saint Laurent, la Wintour ha raccontato che i suoi rapporti con lo stilista francese sono stati complicati. Yves Saint Laurent negli anni novanta ha avuto un minore supporto dalla stampa specializzata rispetto al passato, si è sentito escluso dalla scena ed è arrivato a bandire Anna Wintour dalla prima fila durante le sfilate parigine per diverse stagioni (su ammissione della stessa Wintour).
In Italia molti, compresi gli stilisti Roberto Cavalli e Krizia, l'hanno accusata di privilegiare la moda americana danneggiando quella italiana. Ad ogni settimana della moda di Milano, infatti, la Wintour richiede, e talvolta ottiene, che i giorni di sfilate vengano ridotti da sette a cinque o tre, per non dover rimanere troppo a lungo nel capoluogo lombardo.
== Onorificenze ==
== Note ==
== Bibliografia ==
(EN) Brian Masters, Georgiana Duchess of Devonshire, Londra, Hamish Hamilton, 1981, ISBN 0-241-10662-1.
(EN) Jerry Oppenheimer, Front Row: The Cool Life and Hot Times of Vogue's Editor In Chief, New York, St. Martin's Press, 2005, ISBN 0-312-32310-7.
(EN) Jeremy Tunstall, The Media in Britain, New York, Columbia University Press, 1983, ISBN 0-231-05816-0.
== Altri progetti ==
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== Collegamenti esterni ==
(EN) Anna Wintour, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
(EN) Anna Wintour, su Models.com, Models.com, Inc.
(EN) Opere di Anna Wintour, su Open Library, Internet Archive.
(EN) Anna Wintour, su Discogs, Zink Media.
(EN) Anna Wintour, su IMDb, IMDb.com.
(EN) Anna Wintour, su AllMovie, All Media Network.
(EN) Anna Wintour, su Rotten Tomatoes, Fandango Media, LLC.
(EN) Anna Wintour, su Metacritic, Red Ventures.
(EN) Anna Wintour, su TV.com, Red Ventures (archiviato dall'url originale il 1º gennaio 2012).
(EN) Anna Wintour, su AFI Catalog of Feature Films, American Film Institute.
(EN) Anna Wintour, su BFI Film & TV Database, British Film Institute (archiviato dall'url originale il 1º gennaio 2018).