Guerra d'IranLa guerra d'Iran, detta anche terza guerra del Golfo, ha preso avvio il 28 febbraio 2026 con un'operazione militare congiunta da parte di Stati Uniti ed Israele contro obiettivi militari, civili, industriali, uffici politici e leader di comando in Iran. All'operazione israeliana è stato dato il nome Ruggito del Leone (in ebraico שאגת האריה‎?), mentre quella statunitense è stata denominata dal Dipartimento della Guerra Furia epica (in inglese Operation Epic Fury). Israele e Stati Uniti hanno presentato la propria operazione come un attacco preventivo; l'Iran ha definito ciò un'aggressione illegale e non provocata, e in risposta ha dato avvio all'operazione Vera Promessa 4 (in farsi Va'de-ye Sadeq), con il lancio di missili e droni contro Israele, installazioni statunitensi e obiettivi industriali in tutti gli Stati arabi del Golfo Persico, chiudendo inoltre lo stretto di Hormuz provocando gravi conseguenze globali sui prezzi e sulla disponibilità di materie prime energetiche e derivati (crisi dello Stretto di Hormuz). L’operazione israelo-statunitense è iniziata due giorni dopo la conclusione del terzo round di colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran sul programma nucleare, svoltosi a Ginevra con la mediazione dell’Oman, e pochi giorni prima dell’avvio del quarto round poi annullato a causa dell'attacco. I bombardamenti israeliani hanno preso di mira i massimi leader militari e politici iraniani, uccidendo, tra gli altri, la Guida Suprema dell'Iran Ali Khamenei, alcuni membri della sua famiglia e altre importanti figure del regime. == Contesto == Le operazioni si collocano nel progressivo deterioramento dei rapporti geopolitici tra Iran e Israele e Iran e Stati Uniti, maturati all'interno della guerra per procura tra Iran e Israele, e tenendo contro anche nello specifico del rapporto geopolitico fra gli Stati arabi del Golfo Persico e l'Iran e del relativo conflitto strisciante fra sunniti e sciiti e fra arabi e iraniani in cui si inserisce l'Asse della Resistenza. Intensificatasi durante la guerra Israele-Hamas e durante il conflitto Israele-Hezbollah del 2023-2024, nei conflitti diretti del 2024, ed infine nella guerra dei dodici giorni del giugno 2025 e dopo gli attacchi statunitensi ai siti nucleari iraniani del 22 giugno e il cessate il fuoco del 24 giugno 2025, il confronto si sposta su due piani paralleli: da un lato la ricostruzione delle capacità strategiche iraniane; dall'altro il tentativo, poi fallito, di riaprire un canale negoziale. === Il Programma nucleare iraniano, la condanna Onu del 2007, l'accordo del 2015, l'uscita degli Stati Uniti dall'accordo nel 2018 e la guerra del 2025 === La disputa sul programma nucleare iraniano costituisce da anni uno dei nodi principali del contenzioso. Le attività nucleari dell'Iran rimasero per lo più clandestine fino al 2002, quando i dissidenti rivelarono l'esistenza di impianti non dichiarati a Natanz, dov'era presente un sito di arricchimento dell'uranio, e ad Arak, dov'era invece presente un reattore ad acqua pesante. Ciò scatenò una crisi internazionale. Sotto pressione internazionale, alla fine del 2003 l'Iran accettò di sospendere l'arricchimento e firmò il Protocollo aggiuntivo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA), nel contesto di un negoziato con tre Paesi dell'UE (Regno Unito, Francia e Germania). Tuttavia, questi limiti volontari crollarono nel 2005, dopo l'elezione di Mahmoud Ahmadinejad, e l'Iran riprese l'arricchimento, portando il Consiglio dei governatori dell'AIEA a dichiarare il Paese inadempiente e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a imporre definitive sanzioni e l'embargo con la Risoluzione 1747 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 2007. Per tutta la seconda metà degli anni 2000, Teheran ampliò costantemente la sua capacità di arricchimento, inclusa la costruzione segreta dell'impianto di arricchimento sotterraneo di Fordow, rivelata nel 2009, e continuò ad accumulare uranio a basso arricchimento. Una svolta diplomatica arrivò nel 2015, quando l'Iran e il gruppo P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite - Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti - più la Germania) e l'Unione europea, raggiunsero finalmente l'accordo sul nucleare iraniano. Questo accordo impose rigidi limiti al programma nucleare iraniano, limitando l'arricchimento dell'uranio al 3,67%, riducendo le scorte di uranio arricchito dell'Iran a 300 kg, in cambio non sarebbe più stato in grado di accedere alla bomba atomica. Per monitorare e verificare il rispetto dell'accordo da parte dell'Iran, l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) avrebbe avuto regolare accesso a tutti gli impianti nucleari iraniani. Le sanzioni vennero quindi rimosse nel gennaio 2016. Tuttavia, nonostante l'Iran fosse pienamente conforme all'accordo, come confermato dagli ispettori dall'AIEA, nel 2018 gli Stati Uniti con Donald Trump si ritirarono unilateralmente dall'accordo riattivando le sanzioni contro l'Iran, citando il regime iraniano come principale sponsor del terrorismo che alimenta conflitti in tutto il Medio Oriente, il programma missilistico iraniano e la loro esportazione, il sostegno all'Asse della Resistenza e le politiche regionali aggressive, in particolare alla Siria di Assad, il finanziamento a gruppi terroristici e milizie come Hezbollah in Libano, Hamas in Palestina, le Forze di Mobilitazione Popolare in Iraq, i Talebani in Afganistan, gli Huthi in Yemen, e Al Qaida. L'Iran negli anni successivi iniziò a riprendere alla massima velocità il programma nucleare, incluso l'arricchimento dell'uranio senza limiti, sostenendo che le sue azioni fossero in piena conformità con il paragrafo 36 dell'accordo sul nucleare, che stabilisce che, qualora una delle parti violi l’accordo e imponga sanzioni, l’Iran ha diritto a ridurre i propri impegni riguardo al nucleare. Ad inizio 2023, l'AIEA riportò che l'Iran aveva accumulato abbastanza uranio arricchito al 60% da poter produrre materiale fissile per diverse armi nucleari nel caso fosse stato ulteriormente arricchito fino al 90%, ed erano state rinvenute alcune particelle fino al 83,7%. A partire dal 2025, il programma nucleare iraniano è molto più avanzato rispetto a un decennio prima, essendosi ampliato significativamente sia in termini di portata che di scala. Nel giugno 2025, l'AIEA ha riscontrato che l'Iran non rispettava i suoi obblighi nucleari per la prima volta in 20 anni e che aveva già stimato che le scorte totali di uranio arricchito avevano superato i 9247 kg, e che quelle di uranio arricchito al 60% di purezza erano appena al di sotto della soglia per uso bellico, raggiungendo oltre 408 kg, quantità sufficiente per molteplici armi nucleari se ulteriormente arricchita e 45 volte superiore ai limiti previsti dall'accordo del 2015. L'Iran ha reagito inaugurando un nuovo sito di arricchimento e installando centrifughe avanzate. la risposta si ebbe con la guerra dei dodici giorni e gli attacchi statunitensi ai siti nucleari iraniani del 22 giugno 2025, ed affermando dapprima di aver del tutto annientato il programma nucleare iraniano, ma in seguito che il programma fosse stato rallentato solo di qualche mese, questo perché l'AIEA non era ancora stata in grado di verificare in modo completo lo stato delle scorte e degli impianti colpiti. Il 28 agosto 2025, i membri dell'E3 — Francia, Germania e Regno Unito — hanno avviato il processo del meccanismo di snapback per la riattivazione delle sanzioni internazionali. Il 28 settembre 2025 l'ONU ha ripristinato le sanzioni e l'embargo a danno dell'Iran. L'Iran ha bollato il ripristino delle sanzioni come "Ingiustificabile", minacciando anche un proprio ritiro dal Trattato di non proliferazione nucleare e lo sviluppo di armi nucleari a scopo deterrente. Tuttavia, l'Iran ha in seguito affermato di non voler uscire dal trattato di non proliferazione nucleare e di potersi difendere anche senza armi nucleari. Nel febbraio 2026 Reuters riferisce, sulla base di immagini satellitari e di analisi di esperti, che l'Iran sta riparando basi missilistiche colpite nella guerra del 2025, fortificando ingressi di tunnel e proseguendo lavori in siti sensibili come Parchin. Tali attività sono state descritte come parte del braccio di ferro con Washington, intenta a cercare un nuovo accordo sul nucleare, ma anche pronta a minacciare un'azione militare in caso di fallimento dei colloqui. === La crisi interna iraniana del 2025-2026 === Tra la fine del 2025 e il gennaio 2026, l'Iran è investito da una nuova ondata di proteste, inizialmente innescata dal crollo del riyal, dall'inflazione e dal peggioramento delle condizioni economiche a causa delle sanzioni statunitensi, poi estesasi a una contestazione politica più ampia. Reuters riporta dapprima decine di morti, poi centinaia e quindi migliaia di vittime secondo fonti diverse e non sempre verificabili in modo indipendente, mentre le autorità accusano reti legate a potenze straniere di alimentare il disordine. A fine gennaio, Reuters riferisce inoltre di una vasta campagna di arresti e intimidazioni, con migliaia di fermati e una stretta capillare volta a impedire la ripresa delle manifestazioni. Nello stesso periodo Washington irrigidisce la propria postura, collegando il negoziato nucleare anche al programma missilistico iraniano e al sostegno di Teheran ai gruppi armati regionali, mentre il presidente statunitense Donald Trump minaccia pubblicamente ulteriori attacchi in caso di mancato accordo. === I negoziati di Ginevra del febbraio 2026 === Il 17 febbraio 2026, nel corso di colloqui indiretti a Ginevra mediati dall'Oman, il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi dichiara che Iran e Stati Uniti hanno raggiunto un'intesa su alcuni «principi guida», pur ammettendo che un accordo non è imminente. Un funzionario statunitense parla, nello stesso contesto, di progressi limitati e di numerosi dettagli ancora da definire. Il 20 febbraio Reuters riferisce che funzionari e diplomatici in Medio Oriente ritengono più probabile un conflitto che un'intesa, mentre Washington concentra nella regione uno dei maggiori dispiegamenti militari dal 2003. Secondo la stessa ricostruzione, per Israele i colloqui tra Washington e Teheran sono a un'impasse e si prepara a una possibile azione congiunta con gli Stati Uniti. Il nuovo round di colloqui inizia il 26 febbraio l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) ha espresso forte preoccupazione nel suo ultimo rapporto del 27 febbraio 2026 perché non è in grado di verificare con certezza l'esatta posizione, dimensione e composizione delle attuali riserve iraniane a causa del limitato accesso ispettivo dopo i bombardamenti del 22 giugno 2025. Comunque, dopo l'ultima ispezione del 10 giugno 2025 in cui esaminò visivamente tutte le scorte di uranio arricchito, ritiene che gran parte di questa scorta sia rimasta intatta e sia stata spostata in un complesso di tunnel sotterranei a Isfahan poco prima dei raid aerei del giugno 2025. Tale quantità di circa 440,9 kg di uranio arricchito al 60% di Uranio-235 (Alto arricchimento - HEU) è tecnicamente sufficiente, se ulteriormente arricchita fino al 90%, per circa 10-11 testate nucleari. Il rapporto giunge il giorno dopo il terzo round di colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran, mediati dall'Oman a Ginevra, che non ha portato ad alcun risultato concreto. Le principali divergenze riguardano il mantenimento da parte iraniana dell'arricchimento dell'uranio, l'inclusione nel negoziato del programma di missili balistici e del sostegno di Teheran ai gruppi armati regionali, nonché la sequenza fra alleggerimento delle sanzioni e concessioni richieste da Washington. Washington insiste sulla rinuncia completa all'arricchimento, mentre Teheran chiede di separare le questioni nucleari da quelle non nucleari e insiste sul riconoscimento del proprio diritto ad arricchire uranio a bassi livelli per scopi civili come previsto dal trattato di non proliferazione nucleare in cambio della rimozione delle sanzioni. Il giorno successivo Trump definisce deludente l'esito dell'ultimo round e afferma che, talvolta, «bisogna usare la forza», pur sostenendo di non avere ancora preso una decisione finale. == Svolgimento == === Il coordinamento con la CIA e i primi bombardamenti === Ancora prima che avvenissero le operazioni militari, la CIA ha monitorato per mesi i movimenti di Khamenei, ricostruendone con precisione le routine quotidiane, il network di protezione e le abitudini personali attraverso una combinazione avanzata di Human Intelligence (HUMINT) e Signals Intelligence (SIGINT), raggiungendo un livello di affidabilità elevatissimo sulle sue posizioni esatte in tempo reale. L'agenzia americana ha rilevato specificamente una riunione strategica programmata per sabato 28 febbraio nelle prime ore del mattino in un complesso governativo a Teheran, alla quale Khamenei avrebbe preso parte insieme ai vertici militari iraniani; queste informazioni sensibili sono state condivise immediatamente con i servizi israeliani del Mossad e Aman, inducendo una modifica del piano d'attacco originale da operazioni notturne (per maggiore copertura) a raid diurni lanciati alle 9:40 ora locale, solo due ore dopo il decollo di squadriglie di F-15 e F-35 israeliani armati con missili terra-aria a lungo raggio. Secondo altre testate giornalistiche, il ruolo di John Ratcliffe, direttore della CIA, ha intensificato l'aggressività delle operazioni HUMINT negli ultimi mesi, forando il cerchio di sicurezza intorno a Khamenei già indebolito dalla guerra dei 12 giorni del 2025 tra Israele e Iran; confermando la sua presenza tramite immagini satellitari di Airbus Defence and Space analizzate in tempo reale; questa intelligence ha non solo accelerato i raid ma ha anche aperto finestre strategiche per un potenziale cambio di regime in Iran. Dopo queste raccolte di informazioni, il 28 febbraio 2026 Israele infatti annuncia l'avvio di un attacco preventivo contro l'Iran. Reuters riferisce che l'azione è coordinata con gli Stati Uniti e che i primi attacchi hanno colpito obiettivi nella capitale iraniana; stando ad Associated Press, il primo attacco su Teheran avviene nei pressi degli uffici della Guida Suprema Ali Khamenei. Secondo Reuters, Khamenei è successivamente trasferito in un luogo sicuro. Poche ore dopo, Benjamin Netanyahu rende pubblica la denominazione «Ruggito del Leone» e presenta la campagna come un'operazione più ampia della precedente «Leone Nascente» del 2025. Nel suo messaggio egli indica come obiettivi le dotazioni missilistiche e nucleari iraniane, le strutture del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica e del Basij (forza paramilitare iraniana) e, più in generale, la possibilità di impedire che l'Iran diventi militarmente «invulnerabile». A distanza di alcuni minuti, Donald Trump conferma la partecipazione statunitense, presentando l'intervento come necessario per rimuovere una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti e per creare le condizioni di un mutamento politico interno in Iran. Teheran contesta immediatamente questa ricostruzione, definendo l'attacco «non provocato» e contrario al diritto internazionale. ==== Morte di Khamenei e di altri membri del governo iraniano ==== Poco prima della mezzanotte, il 28 febbraio, un funzionario israeliano rimasto anonimo dichiara che Khamenei è rimasto ucciso nei raid aerei e che il suo corpo è stato recuperato e identificato da fonti dell'intelligence. Anche Iran International conferma la notizia. Secondo funzionari israeliani, il corpo di Khamenei sarebbe stato rinvenuto tra le macerie. Alcune ore prima, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi dichiara che Khamenei e il presidente Masoud Pezeshkian sono vivi, «per quanto di mia conoscenza». Fonti iraniane riferiscono successivamente che Khamenei è impegnato sul campo. Diverse testate occidentali e iraniane, citando fonti governative israeliane, riportano la notizia della sua morte. Sia il presidente Trump sia il primo ministro Netanyahu lasciano intendere di ritenere Khamenei deceduto già prima che l'Iran ne confermi ufficialmente la morte. In seguito, Trump scrive su Truth Social che «Khamenei, una delle persone più malvagie della storia, è morto [...] . Non è riuscito a sottrarsi ai nostri sistemi di intelligence e ai nostri sofisticati sistemi di tracciamento». Secondo valutazioni della CIA, a succedergli potrebbe essere un esponente dell'ala più intransigente dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC). L'agenzia Fars News, affiliata ai Pasdaran, annuncia inoltre che negli attacchi sarebbero rimasti uccisi anche la figlia, il genero, un nipote e la nuora di Khamenei. Nelle prime ore del 1° marzo, i media statali iraniani annunciarono la morte di Khamenei. Le autorità proclamano 40 giorni di lutto nazionale. I media statali iraniani riportano inoltre che anche il capo di stato maggiore Abdolrahim Mousavi e l'ex presidente della Repubblica Islamica Mahmud Ahmadinejad sarebbero rimasti uccisi nei bombardamenti. Secondo Reuters, diversi comandanti delle Guardie rivoluzionarie potrebbero essere rimasti uccisi, anche se l'agenzia non è stata in grado di confermare ufficialmente le notizie. In seguito, citando fonti militari israeliane e fonti regionali, Reuters riferisce che il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh e il comandante dell'IRGC Mohammad Pakpour sarebbero probabilmente morti a causa di raid aerei israeliani. Secondo quanto riportato da Iran International, il capo del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale Ali Shamkhani, sarebbe stato ucciso insieme a quattro alti funzionari del Ministero delle informazioni e della sicurezza nazionale. Tra il 16 e il 17 marzo Ali Larijani è stato ucciso dai raid. Larijani, segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale ed ex presidente del Parlamento iraniano, figura di punta del regime, è stato colpito mentre si trovava in un bunker o in un appartamento “sicuro” alla periferia di Teheran. Secondo fonti israeliane e agenzie internazionali l’attacco è stato sferrato durante la notte. Larijani applicava le direttive della Guida Suprema, che chiedeva la massima fermezza contro le “rivolte” (come venivano definite dal governo iraniano), e ha contribuito a un approccio di linea dura, con uso di forze di sicurezza, blocchi di internet e repressione politica. Per questo, molti analisti lo descrivono come figura di primo piano nella gestione sia della sicurezza esterna sia della repressione interna, comprese le ultime ondate di proteste contro il regime. ==== Attacco missilistico sulla scuola di Minab ==== Il 28 febbraio 2026 la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh di Minab, nella provincia di Hormozgan, nel sud dell’Iran, è stata distrutta durante l’orario scolastico, presumibilmente a seguito dell’impatto di un missile, nel primo giorno dei raid israelo-statunitensi contro il Paese. Secondo i media statali iraniani, le vittime sarebbero 180, in larga parte bambini in età scolare. L’episodio rappresenterebbe l’attacco più letale dell’intera campagna di bombardamenti in corso. Il bilancio esatto non è stato finora confermato da fonti indipendenti; tuttavia, i filmati che documentano la distruzione dell’edificio scolastico sono stati verificati da più fonti. L’attacco è stato condannato dal governo iraniano e dall’UNESCO. === Risposta iraniana === Nel corso della stessa giornata l'Iran risponde con ondate di missili e droni diretti verso Israele e verso installazioni statunitensi in vari Stati del Golfo. L'Associated Press riferisce di attacchi contro strutture militari statunitensi in Bahrain, Kuwait e Qatar, mentre Reuters riporta intercettazioni o impatti anche negli Emirati Arabi Uniti e in Giordania. Il Bahrain dichiara che un attacco ha preso di mira il quartier generale della quinta flotta statunitense sull'isola; il Qatar annuncia di aver intercettato missili in arrivo. Il ministero degli esteri iraniano descrive la risposta come un'azione di difesa del territorio nazionale contro l'«assalto militare del nemico». Nelle prime ore del conflitto i dati su danni e perdite restano comunque parziali, frammentari e in larga misura non verificabili in modo indipendente. === Entrata in guerra di Hezbollah e attacchi israeliani in Libano === Il 2 marzo Hezbollah, appartenente all’Asse della Resistenza, inizia a lanciare razzi verso Israele, come atto di rappresaglia contro l'uccisione di Ali Khamenei. Israele risponde con bombardamenti e operazioni militari in Libano e in Iran. Le Forze di Difesa Israeliane annunciano di aver distrutto il quartier generale del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale, insieme a infrastrutture di comando e controllo e all'ufficio del presidente, precisando di aver colpito "la sede più centrale e significativa del regime". Inoltre, il ministro della Difesa israeliano autorizza un'invasione terrestre del Libano, con l'obiettivo di occupare posizioni strategiche. Il 6 marzo, nel Libano meridionale, tre peacekeeper ghanesi appartenenti alla Forza ad interim delle Nazioni Unite in Libano sono rimasti feriti dopo essere stati colpiti da un missile. In seguito al sostegno del presidente siriano Ahmed al-Sharaa all’obiettivo del Libano e di Israele di disarmare Hezbollah, il gruppo ha attaccato le città di Inkhil e Serghaya, in Siria. === Affondamento della Dena === La Dena, una fregata moderna della Marina della Repubblica islamica, stava rientrando dall'International Fleet Review 2026, un'esercitazione navale internazionale tenutasi a Visakhapatnam, in India. L'attacco è stato condotto da un sottomarino statunitense in acque internazionali, a circa 25 miglia a sud della costa dello Sri Lanka, segnando il primo affondamento di una nave nemica da parte di un mezzo subacqueo statunitense dalla Seconda guerra mondiale e il primo caso ufficialmente riconosciuto di una nave di superficie nemica distrutta da un sottomarino dopo quello dell'incrociatore argentino ARA General Belgrano durante la guerra delle Falkland. Il Pentagono ha rivendicato l'operazione, pubblicando un video ufficiale su X che mostra il lancio del siluro. Il siluro Mk 48 ad alte prestazioni con un raggio d'azione fino a 70 km ha detonato sotto la chiglia poppiera, creando una bolla di altissima pressione che ha causato l'affondamento rapido della nave. La fregata, considerata un "gioiello" della flotta iraniana, è stata colpita mentre navigava convinta di essere al sicuro dopo l'esercitazione. === Bombardamento dell'isola di Kharg === Intorno al 13-15 marzo è avvenuto il bombardamento dell'isola di Kharg. Il presidente Donald Trump ha ordinato un massiccio raid aereo dello United States Central Command (CENTCOM), colpendo oltre 90 obiettivi militari sull'isola, come postazioni di difesa aerea, basi navali, torri di controllo e hangar, senza danneggiare le infrastrutture petrolifere. Kharg è un'isola iraniana offshore cruciale per l'export di petrolio: da lì transita circa il 90% del greggio iraniano, rendendola un hub vitale per l'economia di Teheran. L'attacco mira a esercitare pressione su Teheran affinché non interferisca con il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, minacciato da mine e missili iraniani contro le petroliere. Il Pentagono valuta l'invio di un commando per occupare l'isola e il dispiegamento della USS Tripoli con 5.000 marines dal Giappone. Analisti come Michael Rubin notano rischi per le truppe USA da droni e missili iraniani. === Entrata in guerra degli Huthi === Il 28 marzo, ad un mese dalla guerra, gli Houthi, forza appartenente all’Asse della Resistenza, colpiscono con un missile nel sud di Israele, lanciato dalle loro postazioni belliche nello Yemen. == Conseguenze == === Crisi politica e istituzionale in Iran e creazione del Consiglio di leadership di transizione === Dopo l'uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei nei raid, l'Iran ha avviato una transizione politica complessa e instabile, con un triumvirato provvisorio per garantire la continuità del potere. Il triumvirato, composto dal presidente Masoud Pezeshkian, dal capo del potere giudiziario Gholamhossein Mohseni Ejeï e da Alireza Arafi un membro del Consiglio dei Guardiani della Costituzione ha assunto le funzioni supreme, controllando esercito, media e politica estera. Questo comitato ha ordinato la prosecuzione delle rappresaglie contro Arabia Saudita e basi USA, evitando un vuoto di potere totale. Secondo la Costituzione iraniana, l'Assemblea degli Esperti deve eleggere la nuova Guida Suprema entro pochi mesi, ma il processo è in stallo per le perdite nella leadership. Figure papabili includono Mojtaba Khamenei (figlio del defunto leader) o esponenti moderati come Hashem Hosseini Bushehri, ma fazioni interne (riformisti vs. ultraconservatori) rischiano di prolungare l'interregno. La reazione interna è stata mista: festeggiamenti spontanei in alcune città come Teheran e Isfahan, con musica e applausi da balconi, ma anche scontri tra sostenitori del regime e oppositori, repressi dai Pasdaran fedeli al triumvirato. Proteste pro-regime chiedono vendetta, mentre i dissidenti esiliati, guidati da Reza Pahlavi, invocano un referendum per la laicità. Pahlavi si è infatti dichiarato favorevole all’azione di Israele e degli Stati Uniti, affermando di essere pronto ad assumere la guida di un governo di transizione qualora la Repubblica Islamica venisse rovesciata. ==== Elezione della nuova Guida suprema dell'Iran ==== Il 5 marzo, diverse fonti riferirono che era atteso l’annuncio dell’elezione di Mojtaba Khamenei come nuova guida suprema dell’Iran, nonostante una forte opposizione da parte di alcuni membri della Assemblea degli Esperti. L’8 marzo, l’Assemblea degli Esperti annunciò ufficialmente l’elezione di Mojtaba Khamenei come nuova Guida suprema dell'Iran, succedendo al padre Ali Khamenei, rendendolo il terzo leader supremo della Repubblica islamica dalla rivoluzione del 1979. === Misure d'emergenza in Israele === Israele dichiara, tramite il ministro della Difesa Israel Katz, lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale, affermando che i bombardamenti contro l'Iran rappresentano la più vasta operazione militare mai lanciata dal paese. A seguito della proclamazione, scuole e luoghi di lavoro sono stati chiusi, mentre tutti gli eventi e le riunioni pubbliche sono stati annullati. Inoltre il Coordinatore delle attività governative nei territori ha disposto la chiusura di diversi valichi per gli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. === Chiusura degli spazi aerei regionali === L'escalation ha prodotto un impatto immediato anche sul traffico aereo regionale. Reuters riferisce che Israele, Iran, Iraq, Bahrein, Qatar, Kuwait e Giordania hanno chiuso o svuotato di fatto il proprio spazio aereo, mentre numerose compagnie hanno sospeso i collegamenti. Gli aeroporti di Dubai hanno interrotto temporaneamente le operazioni e varie tratte fra Europa e Asia sono state deviate o cancellate. Il Foreign Office britannico ha invitato i propri cittadini presenti negli Stati arabi a rimanere al riparo per il rischio di nuovi attacchi missilistici. === Chiusura dello Stretto di Hormuz === Da quando è scoppiato il conflitto, dopo la minaccia dei Pasdaran, l'Iran ha proclamato la chiusura dello Stretto di Hormuz, una delle rotte marittime più importanti al mondo per il commercio di petrolio e gas naturale (circa il 20% del petrolio globale e una parte significativa del gas naturale liquefatto passano da lì). Con un calo immediato del traffico di petroliere del 40-50%, il traffico petrolifero si è interrotto bruscamente nelle rotte principali, con milioni di barili bloccati nel Golfo Persico. Aziende come Hapag-Lloyd hanno sospeso i transiti, causando ritardi globali nelle spedizioni. Analisti prevedono aumenti nei costi di esportazione dovuti a rischi di sequestri, droni e deviazioni sul Capo di Buona Speranza. I prezzi del petrolio hanno registrato un immediato forte rialzo in reazione alla crisi, con picchi fino al 13% in una singola sessione di trading. Al 2 marzo 2026, il Brent oscillava intorno agli 80 dollari al barile, da circa 72-73 dollari alla chiusura del 28 febbraio. A metà aprile si attesta a circa 90$ dopo picchi di quasi 120$ il 3 ed il 31 marzo. === Ripercussioni in Iraq === In Iraq l'operazione ha contribuito all'acuirsi di tensioni interne, coinvolgendo le milizie vicine all'Iran. A Baghdad si sono registrate manifestazioni di significativa rilevanza, concentrate soprattutto nelle aree adiacenti alla Zona verde e all'ambasciata USA, assaltata da centinaia di manifestanti. Le forze di sicurezza irachene sono intervenute per contenere e disperdere i manifestanti, ricorrendo a strumenti di controllo non letali, tra cui gas lacrimogeni e granate stordenti. Parallelamente, alcuni gruppi armati iracheni ritenuti vicini all'Iran hanno diffuso dichiarazioni minacciose nei confronti delle installazioni militari statunitensi presenti nel Paese, alimentando le preoccupazioni circa una possibile escalation indiretta del confronto regionale sul territorio iracheno. === Proteste anti-americane in Pakistan === Il 1° marzo di fronte al Consolato Generale USA nel quartiere di Clifton a Karachi tra 2.500 e 4.000 persone, in maggioranza sciiti affiliati a gruppi come Tehreek-e-Labbaik Pakistan (TLP) e fazioni pro-Iran hanno sfilato con striscioni come "Giustizia per Khamenei, morte ai crociati sionisti" e "America assassina". La folla ha tentato di irrompere nella struttura lanciando sassi, bombe molotov e materiali infiammabili, dando fuoco a auto diplomatiche e danneggiando recinzioni. La United States Marine Corps ha aperto il fuoco di dissuasione, causando 22 morti tra i manifestanti e oltre 70 feriti; alcuni dimostranti hanno replicato con armi leggere improvvisate. I Rangers paramilitari pakistani sono intervenuti con lacrimogeni, idranti e proiettili di gomma, riportando ordine dopo cinque ore di caos. In seguito alle proteste, l’ambasciata degli Stati Uniti a Islamabad ha diramato un’allerta di sicurezza e disposto la chiusura di tutte le sedi diplomatiche in Pakistan. Sono stati inoltre chiusi i consolati di Karachi, Lahore e Peshawar, e tutti gli appuntamenti previsti per il 2 marzo 2026 sono stati annullati. Le autorità statunitensi hanno infine esortato i propri cittadini a evitare grandi assembramenti. == Diplomazia alla ricerca della pace == All’inizio di aprile, secondo quanto riportavano diversi media statunitensi, i negoziati tra le parti sembravano ormai arenati, arrivati a un vero e proprio punto morto. Il 4 aprile, infatti, l’Iran respinse una proposta di tregua di 48 ore e rifiutò anche di incontrare delegati americani a Islamabad. Teheran legava qualsiasi apertura a una pausa più ampia del conflitto, che includesse anche il Libano, segno di una strategia negoziale più estesa e complessa. In questo contesto già molto teso, il Pakistan, sotto la guida del primo ministro della Repubblica Islamica Shehbaz Sharif cercò di ritagliarsi un ruolo di mediazione. Tra il 2 e il 3 aprile propose una sospensione dei bombardamenti e introdusse l’idea di pedaggi sullo Stretto di Hormuz, destinati a finanziare la ricostruzione iraniana. Teheran rispose con un contro-piano articolato in dieci punti, chiedendo in cambio un alleggerimento delle sanzioni e un maggiore coinvolgimento degli attori regionali. Tuttavia, il presidente Trump liquidò queste richieste come “ridicole”, mantenendo una linea molto dura. Nonostante ciò, la crescente pressione internazionale — soprattutto legata alla crisi energetica globale — spinse le parti a tornare al tavolo, seppur in un clima estremamente teso. Tra il 6 e il 7 aprile si svolsero colloqui definiti “accesi”, mentre Israele ribadiva con fermezza la propria posizione: il Libano sarebbe rimasto escluso da qualsiasi accordo. L’ultimatum finale arrivò a scadenza intorno all’1:00 dell’8 aprile (ora locale), e poche ore dopo le prime navi iniziarono ad attraversare lo Stretto di Hormuz, segnale di un possibile allentamento delle tensioni. A meno di un’ora dalla scadenza, Trump annunciò sempre su Truth Social un cessate il fuoco bilaterale tra Stati Uniti e Iran della durata di 14 giorni, subordinato però alla riapertura dello stretto. L’accordo prevede anche un sistema di pedaggi gestito congiuntamente da Oman e Iran. Benjamin Netanyahu, tuttavia, chiarì subito che tale intesa non avrebbe avuto alcun effetto sul fronte libanese. Da questo fragile equilibrio prese avvio, il 10 aprile a Islamabad, un nuovo round negoziale con J.D. Vance da una parte e Mohammad Bagher Ghalibaf dall’altra. Trump lo presentò come una “vittoria”, ma molti analisti lo considerarono un risultato ancora precario, soprattutto alla luce della posizione di forza che l’Iran continua a mantenere sullo Stretto di Hormuz. == Bombardamenti in Paesi terzi == === Arabia Saudita === Tra il 28 febbraio e il 3 marzo 2026, l'Iran ha intensificato una serie di attacchi con droni e missili contro obiettivi in Arabia Saudita. L'Iran ha risposto colpendo basi americane ospitate nel Paese, inclusa un'operazione con otto droni kamikaze lanciati verso Riad. Due di questi hanno raggiunto l'ambasciata USA nella capitale saudita, causando un incendio localizzato sul tetto e danni strutturali minori, ma senza vittime tra il personale diplomatico evacuato in tempo. L'Aeroporto Internazionale di Riad-Re Khalid è stato colpito da droni con danni che hanno riguardato un'area passeggeri, con quattro feriti tra il personale e un morto, ma i terminal erano stati evacuati preventivamente. Il giorno successivo, l'attacco più significativo ha mirato alla raffineria di Ras Tanura, uno dei più grandi complessi petroliferi al mondo sul Golfo Persico. Una squadriglia di droni iraniani ha sorvolato le difese saudite, colpendo serbatoi e impianti di distillazione: le fiamme hanno fermato la produzione e rilasciato una nube di fumo visibile da chilometri. Le autorità saudite hanno confermato danni "significativi ma controllati", con operazioni sospese per almeno 48 ore. Nei giorni successivi, al 2-3 marzo, gli attacchi si sono estesi: esplosioni sono state segnalate nelle province orientali dell'Arabia Saudita, vicino a campi petroliferi come Abqayq. L'Iran ha rivendicato colpi su "basi nemiche" USA e alleati, mentre Riad ha intercettato la maggior parte dei proiettili con i sistemi Patriot e THAAD. === Azerbaigian === Il 5 marzo 2026 due droni kamikaze hanno colpito l’exclave azera della Repubblica Autonoma di Naxçıvan. Il governo dell’Azerbaigian ha attribuito la responsabilità dell’attacco all’Iran, promettendo una risposta, mentre Teheran ha negato qualsiasi coinvolgimento e ha suggerito che potesse trattarsi di un’operazione sotto falsa bandiera organizzata da Israele. Secondo il Ministero degli Affari Esteri azero, i droni si sono schiantati nei pressi dell’aeroporto di Nakhitchevan: uno ha colpito l’edificio del terminal, mentre l’altro è caduto vicino a una scuola nel villaggio di Shakarabad, causando danni alle infrastrutture e il ferimento di quattro civili. In seguito all’incidente, Baku ha convocato l’ambasciatore iraniano e ha annunciato possibili misure di ritorsione. Il presidente azero Ilham Aliyev ha accusato l’Iran di terrorismo e ha promesso una rappresaglia, sottolineando anche che l’attacco è avvenuto poco dopo la sua visita all’ambasciata iraniana a Baku per esprimere le proprie condoglianze. === Bahrain === Il 28 febbraio 2026, in seguito ai primi attacchi durante il conflitto, l'Iran ha condotto una serie di attacchi di ritorsione con missili e droni contro il Bahrein, colpendo più edifici nella capitale e altrove, tra cui la sede della United States Fifth Fleet. Il 1º marzo, un drone iraniano ha colpito l'Aeroporto Internazionale del Bahrein, causando danni minori. Il 2 marzo, detriti caduti da un missile iraniano intercettato su una "nave straniera" nella zona industriale di Mina Salman hanno provocato la morte di un lavoratore asiatico e gravi ferite a due altre persone. === Cipro === L'Iran ha condotto un attacco con droni contro i territori d'oltremare britannici a Cipro il 2 marzo, in rappresaglia all'operazione. Un drone iraniano ha colpito la base di Akrotiri e Dhekelia dopo la mezzanotte, causando danni materiali lievi a infrastrutture e nessun ferito tra il personale. I jet della Royal Air Force sono decollati immediatamente per intercettare altri droni sospetti in avvicinamento, mentre la Grecia ha mobilitato la flotta navale per difendere l'isola vicina. Cipro però non era l'obiettivo primario: i droni miravano alla base britannica usata come hub logistico per le operazioni americane e israeliane in Medio Oriente contro l'Iran. === Emirati Arabi Uniti === Il 1º marzo gli Emirati Arabi Uniti riportano che tre cittadini stranieri sono uccisi e altre 68 persone rimangono ferite a causa degli attacchi iraniani. Due petroliere sono prese di mira al largo degli Emirati, di cui una colpita da un proiettile a 17 miglia nautiche a nord-ovest di Mina Saqr, provocando un incendio poi spento; l'altra non subisce danni. Detriti caduti causano danni a edifici a Dubai, comprese le aree attorno a Palm Jumeirah e all'hotel Burj Al Arab. === Iraq === In Iraq, diversi membri delle Forze di Mobilitazione Popolare, appartenente all’Asse della Resistenza, sono stati uccisi in seguito ad un attacco israeliano nel Governatorato di Babil. Il 12 marzo due aerocisterne Boeing KC-135 Stratotanker della aeronautica americana sono coinvolte in un incidente durante una missione di rifornimento in volo. Uno dei velivoli si è schiantato in Iraq, mentre l’altro, danneggiato, è riuscito ad atterrare in Israele. Lo United States Central Command ha confermato che tutti e sei i membri dell’equipaggio sono deceduti. Le autorità statunitensi dichiarano che l’incidente non è stato causato né da fuoco nemico né da fuoco amico. ==== Attacchi alle basi occidentali ad Erbil ==== Nei primi giorni di marzo, l'Iraq è stato inoltre colpito da strike iraniani, che si sono concentrati intorno alla base militare di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Nella notte tra l’11 e il 12 marzo, un attacco con droni colpisce anche la base militare italiana Camp Singara presso l’aeroporto di Erbil, nel Kurdistan iracheno. Secondo il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, l’attacco provoca un incendio e danni ad alcuni veicoli all’interno del complesso, ma non si registrano vittime né feriti tra il personale italiano. Il giorno successivo un attacco con droni colpisce una base militare francese a Mala Qara, nella stessa area. Sei soldati francesi rimangono feriti nell’attacco. Il 13 marzo il presidente francese Emmanuel Macron annuncia che uno dei militari feriti muore successivamente a causa delle ferite riportate. === Kuwait === Il 28 febbraio 2026, l'Iran inizia a lanciare una serie di attacchi di ritorsione contro obiettivi americani e kuwaitiani all'interno del Kuwait. Un drone iraniano colpisce l'Aeroporto Internazionale del Kuwait e la Base aerea Ali Al Salem, che ospita forze italiane. Il 1º marzo un drone iraniano colpisce l'avamposto militare statunitense a Camp Buehring nella regione nord-orientale del Kuwait. Il 2 marzo le Forze Armate del Kuwait abbattono tre caccia statunitensi F‑15E in un incidente di fuoco amico, mentre i membri degli equipaggi sopravvivono. Il 4 marzo 2026 il Ministero della Salute annuncia la morte di una bambina di 11 anni residente nel Paese, deceduta in seguito alle gravi ferite riportate per la caduta di schegge in un’area residenziale del Governatorato della Capitale. === Oman === A partire dal 1º marzo 2026, l'Iran inizia a lanciare attacchi con droni contro il porto di Duqm, nonché ad attaccare due petroliere. Un attacco colpisce una petroliera al largo della costa di Mascate, la capitale dell'Oman, uccidendo un membro dell'equipaggio, e un'altra è colpita circa cinque chilometri a nord del porto di Khasab, ferendo quattro persone. Il 2 marzo le autorità omanite annunciano che una petroliera battente bandiera delle Isole Marshall è attaccata da un drone navale a circa 52 miglia nautiche al largo della costa di Mascate; l'attacco provoca un'esplosione nella sala motori principale e un incendio, causando la morte di un membro dell'equipaggio. Il 3 marzo un serbatoio di carburante nel porto di Duqm è colpito da diversi droni; i danni risultanti sono contenuti e non si registrano vittime. === Qatar === Dall'inizio del conflitto, varie località del Qatar sono state soggette a molteplici attacchi missilistici di ritorsione iraniani, causando 16 feriti civili. Lo spazio aereo del Qatar è stato bloccato il giorno dei primi attacchi, causando disagi ai voli dall'Aeroporto Internazionale Hamad nella capitale Doha. Il governo qatariota ha riportato di aver abbattuto due bombardieri iraniani SU-24 il 2 marzo 2026, oltre all'intercettazione di diversi missili. === Territorio britannico dell'Oceano indiano === Il Territorio britannico dell'Oceano Indiano, noto anche come arcipelago delle Chagos, è diventato un teatro inaspettato della guerra contro l'Iran, quando Teheran ha deciso di puntare i suoi missili balistici proprio contro l'isola di Diego Garcia, cuore pulsante della presenza militare americana e britannica nella regione. La sera del 20 marzo, o forse nelle prime ore del 21 secondo alcune fonti come Reuters, l'Iran lancia quello che molti analisti definiscono un "colpo di teatro strategico": due missili balistici a raggio intermedio (IRBM), probabilmente del tipo Kheibar o simili evoluti, sparati da basi nel sud del paese: il primo missile incontra un guasto tecnico in volo, forse un malfunzionamento del motore o un problema di guida e precipita in mare, lontano da qualsiasi obiettivo; il secondo invece entra nel raggio di difesa della base: una nave da guerra americana, presumibilmente una cacciatorpediniere in pattuglia nelle acque circostanti, rileva la minaccia e lancia un intercettore SM-3, un missile anti-balistico navale. Non è chiaro se l'impatto sia stato diretto o se il missile iraniano sia stato solo deviato, ma il risultato è lo stesso: nessun danno alla base, nessuna vittima. L'Iran, dal canto suo, prima nega tutto – definendolo un "false flag israeliano" – per poi confermare attraverso agenzie come Mehr di aver mirato proprio Diego Garcia. Questo attacco fallito non è solo un episodio isolato, ma un punto di svolta. Fino a quel momento, Teheran aveva sempre dichiarato pubblicamente che i suoi missili avevano una gittata massima di 2.000 km, un limite autoimposto per non provocare un'escalation globale e per negoziare con l'Occidente. Colpire Diego Garcia, a quasi 4.000 km di distanza, raddoppia quella soglia, rivelando capacità nascoste e mettendo nel mirino non solo basi mediorientali, ma potenzialmente città europee come Roma, Parigi o Londra. == Reazioni internazionali == La reazione internazionale è immediata e in larga parte concentrata sul rischio di un allargamento del conflitto. L'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk deplora la violenza di entrambe le parti e invita alla de-escalation. Vari governi europei e mediorientali sottolineano, con accenti diversi, la necessità di impedire sia l'ulteriore militarizzazione del dossier nucleare iraniano sia una guerra regionale su scala più ampia. === Consiglio Sicurezza Onu condanna attacchi Iran contro Paesi Golfo e Blocco dello Stretto di Hormuz === L'11 marzo il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione n. 2817 proposta dal Bahrein, d’intesa con il Consiglio di cooperazione del Golfo - approvata con 13 voti a favore e l’astensione di Russia e Cina - con 135 co-sponsor tra cui gli Usa. Il Consiglio di sicurezza, richiamando l’articolo 51 della Carta (legittima difesa) e ha chiesto la cessazione immediata degli attacchi iraniani (“egregious attack”) contro Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania e alla loro integrità territoriale, sovranità e indipendenza politica, e condanna gli attacchi ad aree residenziali e obiettivi civili, che costituiscono una violazione del diritto internazionale e una grave minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale. Il testo invita poi l’Iran a rispettare pienamente i propri obblighi ai sensi del diritto internazionale. E infine condanna qualsiasi azione o minaccia da parte di Teheran volta a chiudere, ostacolare o altrimenti interferire con la navigazione internazionale attraverso lo Stretto di Hormuz. ==== Consiglio diritti umani ONU condanna Iran a rispondere dei danni nella regione ==== Inoltre il 25 marzo a Ginevra il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) ha adottato una Risoluzione che segna un passaggio chiave: non cambia gli equilibri militari, ma ridefinisce responsabilità e legittimità, riconoscendo formalmente il principio che l'Iran debba rispondere dei danni causati nella regione. Il testo, approvato per consenso, condanna gli attacchi contro civili e infrastrutture nei Paesi del Golfo e apre alla richiesta di risarcimenti. Il dato più rilevante è l’emergere di un nuovo protagonismo politico delle monarchie del Golfo che non intendono più restare spettatori della crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran. Con l’iniziativa chiedono di pesare nei negoziati futuri e ottenere garanzie dirette per la propria sicurezza, denunciando anche le pressioni iraniane sullo Stretto di Hormuz e le conseguenze economiche e umanitarie degli attacchi agli impianti energetici. Colpire aeroporti, centrali elettriche e piattaforme energetiche significa incidere non solo sulla sicurezza regionale, ma sull’intero sistema economico internazionale, con effetti su prezzi, forniture e equilibri geopolitici. La risoluzione non è vincolante e non comporta sanzioni immediate, ma ha un forte peso politico. Definisce una cornice giuridica che potrebbe orientare future pressioni diplomatiche e rafforzare l’isolamento dell’Iran. L’Iran respinge le accuse e rilancia la propria narrativa, sostenendo che i Paesi del Golfo abbiano facilitato operazioni ostili attraverso basi e supporto logistico. === Stati Uniti === Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha confermato che le forze armate degli Stati Uniti avevano avviato «importanti operazioni di combattimento» contro l’Iran, definendole «un’operazione massiccia e in corso per impedire a questa dittatura radicale e malvagia di minacciare l’America». In un video pubblicato su Truth Social, ha ribadito: «Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano eliminando le minacce imminenti provenienti dal regime iraniano, un gruppo brutale composto da persone estremamente dure e spietate». Ha inoltre aggiunto: «Da 47 anni il regime iraniano scandisce lo slogan “Morte all’America” e conduce una campagna incessante di violenza e omicidi di massa, prendendo di mira gli Stati Uniti, i nostri soldati e civili innocenti in molti Paesi del mondo». Trump ha dichiarato che i colloqui con l’Iran potrebbero risultare più semplici dopo l’assassinio di Ali Khamenei. Nel terzo giorno di guerra ha affermato che l’esercito statunitense sta «dando una dura lezione all’Iran», aggiungendo tuttavia che «la vera ondata di attacchi deve ancora arrivare», e ha menzionato la possibile utilizzazione di truppe di terra. Secondo alcuni esperti, il dispiegamento di forze terrestri sarebbe necessario per raggiungere gli obiettivi dell’amministrazione Trump in Medio Oriente. Trump ha inoltre illustrato informalmente la propria visione per l’Iran del dopoguerra: un nuovo governo iraniano che collabori con gli Stati Uniti nella produzione di petrolio, in modo analogo alla cooperazione tra Washington e Venezuela a seguito della cattura di Maduro da parte degli Stati Uniti. Il 7 marzo ha modificato gli obiettivi dichiarati del conflitto: dall’invito ai civili iraniani a prendere il controllo del paese è passato a chiedere la «resa incondizionata» del regime, Trump ha chiarito che ciò non richiede necessariamente una dichiarazione formale da Tehran, ma può significare la distruzione completa delle sue capacità militari, rendendola incapace di combattere. Il 17 marzo, Joe Kent, il capo del National Counterterrorism Center si è dimesso denunciando la guerra in Iran come ingiustificata e contraria alla sua coscienza. Ha accusato apertamente Israele e la sua lobby negli USA di aver spinto gli Stati Uniti verso il conflitto. Ha sostenuto che l’Iran non rappresentasse alcuna minaccia imminente e che Trump fosse stato fuorviato da una campagna di disinformazione. L'ha definita una guerra inutile e pericolosa, che mandava a morire americani senza alcun reale beneficio nazionale. Il 18 marzo, Tulsi Gabbard, la direttrice dell'Intelligence nazionale, ha consegnato al senato un testo in cui afferma che l'Iran non ha tentato di ricostruire gli impianti di arricchimento dell'uranio dopo gli attacchi statunitensi ai siti nucleari iraniani del 2025. ==== Le motivazioni del presidente Trump e dell'amministrazione ==== Il governo statunitense e lo stesso presidente hanno fornito spiegazioni diverse e mutevoli per la guerra all'Iran: per prevenire la risposta iraniana dopo un previsto attacco israeliano, per fermare un'imminente minaccia iraniana, per distruggere le capacità missilistiche dell'Iran e per impedire all'Iran di costruire un'arma nucleare, per impadronirsi delle risorse petrolifere dell'Iran, e per realizzare un cambio di regime portando al potere l'opposizione iraniana. Funzionari iraniani e diversi funzionari statunitensi hanno respinto le affermazioni secondo cui l'Iran si stava preparando ad attaccare per primo. === Russia === La Russia ha condannato duramente i raid israelo-americani, affermando che si tratta di un'«aggressione armata» non provocata contro uno Stato sovrano e che “le intenzioni degli aggressori sono chiare e dichiarate apertamente: distruggere l’ordine costituzionale e il governo di uno Stato che non gradiscono e che ha rifiutato di sottomettersi al diktat della forza e all’egemonismo". === Oman === Il sultanato ha definito i raid USA-Israele come un "colpo grave agli sforzi diplomatici in corso", riferendosi ai colloqui di Ginevra che Mascate aveva facilitato tra Teheran e l'Occidente. Il ministro degli Esteri omanita ha emesso una nota ufficiale esprimendo "profonda preoccupazione" per l'escalation, sottolineando il rischio di un conflitto regionale e invocando il rispetto della sovranità iraniana. Pur criticando gli aggressori, ha evitato allineamenti, offrendosi nuovamente come mediatore e ospitando riunioni d'emergenza del Golfo. Questa reazione riflette la strategia omanita di bilanciare relazioni con USA, Iran e GCC, proteggendo i propri interessi energetici senza entrare in guerra aperta. === Francia === A seguito dell'operazione, la Francia ha riposizionato la portaerei Charles de Gaulle (R91) e ha elevato il livello di allerta difensivo, come ordinato dal presidente francese Emmanuel Macron, per supportare alleati con trattati di difesa. Insieme a Germania e Regno Unito, ha emesso una nota congiunta annunciando "azioni difensive proporzionate" per neutralizzare alla fonte le capacità iraniane di lanciare missili e droni, in rappresaglia agli attacchi indiscriminati di Teheran. Macron ha condannato gli attacchi iraniani come "sproporzionati e ingiustificabili", affermando che "nulla li tollera" e spingendo per un accompagnamento rafforzato degli alleati. I leader si sono dichiarati "sconvolti" dagli attacchi iraniani, ribadendo impegno per la stabilità regionale. La Francia ha partecipato attivamente a riunioni d'emergenza del Consiglio dell'Unione europea per rivedere la missione Aspides, enfatizzando la necessità di un inasprimento delle regole di ingaggio contro minacce iraniane nel Golfo Persico. Macron ha anche coordinato con USA e Israele per condividere intelligence su possibili ritorsioni iraniane, mentre ha escluso un coinvolgimento diretto in ulteriori strike offensivi. In risposta agli attacchi, il paese ha accelerato misure per proteggere le rotte commerciali nel Mar Rosso e Mediterraneo, con un aumento del 20% delle pattuglie navali francesi per garantire il flusso di petrolio e gas verso l'Europa. Questo ha contribuito a stabilizzare i mercati energetici francesi, nonostante un iniziale picco dei prezzi del gas. Macron ha ordinato un aumento del numero di testate nucleari, passando dalle attuali 290 a un quantitativo imprecisato, dichiarando che la Francia non comunicherà più il numero esatto per ragioni strategiche. Dopo gli attacchi iraniani su basi francesi (come quella ad Abu Dhabi), la Francia ha inviato squadre di forze speciali e aerei di supporto in Qatar ed Emirati Arabi Uniti per proteggere infrastrutture critiche e rotte commerciali. La ministra della Difesa Catherine Vautrin ha confermato danni limitati, mentre il Senato ha chiesto allerta massima per installazioni mediorientali. Il 13 marzo 2026, un primo soldato francese è stato ucciso in Iraq durante un attacco con drone contro una base militare vicino a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Il governo francese ha condannato l’attacco e reso omaggio al soldato caduto, esprimendo il proprio sostegno alla famiglia e ai commilitoni. === Germania === La Germania non ha adottato una posizione nazionale ufficiale, ribadendo che "l'Iran non deve dotarsi di armi nucleari" e spingendo per negoziati immediati sul programma nucleare iraniano assieme alla Francia e al Regno Unito. La situazione politica interna invece è frammentata, con spaccature di posizioni tra i partiti tedeschi: CDU/CSU (conservatori, al governo con Merz): posizione favorevole a fermare il nucleare iraniano, cauta sul diritto internazionale degli attacchi, ma pro-diplomazia. Wadephul ha evitato condanne dirette, focalizzandosi su negoziati. SPD (socialdemocratici, alleati di coalizione): critiche forti da Rolf Mützenich, che ha avvertito che gli attacchi renderebbero "il mondo meno sicuro", arretrando di decenni l'ordine internazionale e rischiando "guerre e destabilizzazione". Ha criticato sia Trump per essere uscito dall'accordo nucleare iraniano nel 2018 e sia l'Iran. Coalizione complessiva divisa, con falchi della difesa come Boris Pistorius favorevoli a maggiore autonomia strategica europea. === Italia === Il 28 febbraio, allo scoppio delle ostilità, il governo Meloni ha tenuto due incontri, uno dei quali con i vertici dell'intelligence per monitorare la situazione. Dopo consultazioni con i maggiori partner europei, ha espresso “vicinanza alla popolazione civile iraniana che con coraggio continua a richiedere il rispetto dei suoi diritti civili e politici” e la vicinanza del Governo italiano ai Paesi del Golfo e la condanna degli ingiustificabili attacchi da questi subiti. Il ministro degli Esteri Tajani ha attivato l'Unità di crisi alla Farnesina per garantire la sicurezza dei circa 500 connazionali in Iran, preparando piani di evacuazione verso l'Azerbaigian, e ha sottolineato che "non sarà una guerra lampo". Il governo ha potenziato la sicurezza nelle ambasciate e basi militari italiane in Medio Oriente, con il ministro Crosetto che ha ordinato un'analisi dei rischi per le truppe in Libano e Iraq. Meloni ha chiamato i leader del Golfo (Emiri di Qatar e Arabia Saudita) per mediare un cessate il fuoco, ribadendo il ruolo dell'Italia nell'UE per sanzioni mirate contro i Pasdaran. L'Italia ha votato all'ONU per una risoluzione di condanna moderata, astenendosi da embarghi totali per preservare i legami commerciali. Giorgia Meloni ha annunciato giovedì 5 marzo, in un'intervista a RTL 102.5, l'intenzione di inviare assistenza specifica per la difesa aerea ai paesi del Golfo Persico colpiti da attacchi iraniani, seguendo l'esempio di Regno Unito, Francia e Germania. I paesi (Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita) hanno richiesto all'Italia sistemi SAMP/T, radar, intelligence di elettronica satellitare, asset navali, aerei spia e difese anti-drone. Nella notte tra l’11 e il 12 marzo 2026, una base militare italiana situata nei pressi di Erbil, nel Kurdistan iracheno, è stata colpita da un attacco attribuito all’Iran. Secondo il Ministero italiano della Difesa, l’attacco non ha causato vittime tra i militari italiani, che hanno potuto mettersi al riparo nei bunker. A Roma, l’incidente ha suscitato diverse reazioni politiche: il ministro degli Affari esteri Antonio Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto hanno condannato l’attacco, invitando allo stesso tempo alla de-escalation. Il Governo Meloni ha inoltre ribadito la volontà di proteggere i contingenti italiani dispiegati in Iraq ed evitare qualsiasi coinvolgimento diretto dell’Italia nell’escalation del conflitto regionale. Il Consiglio Supremo di Difesa italiano, riunito il 13 marzo 2026 a Roma, ha espresso preoccupazione per le tensioni in Medio Oriente. Le autorità hanno affermato che l’Italia non entrerà in guerra, mettendo però in guardia dai rischi di escalation, terrorismo e destabilizzazione regionale. A fine marzo, il governo italiano ha negato agli Stati Uniti, nel rispetto dei vigenti trattati, l’utilizzo della Base aerea di Sigonella per le operazioni militari. Il 5 e 6 aprile, il Presidente del Consiglio ha tenuto una missione nel Golfo incontrando i vertici di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi, per assicurare il sostegno italiano necessario alla loro difesa, auspicando la pronta riapertura dello Stretto di Hormuz. === Spagna === Il governo spagnolo ha espresso una condanna netta, rifiutando ogni coinvolgimento e privilegiando la via diplomatica. Il Presidente del governo Pedro Sánchez ha criticato gli attacchi come "azione militare unilaterale ingiustificabile, pericolosa e al di fuori del diritto internazionale", avvertendo che alimentano un "ordine mondiale incerto e ostile". Ha condannato anche le ritorsioni iraniane, chiedendo una de-escalation immediata e il rispetto del diritto internazionale da tutte le parti. Il ministro della Difesa Margarita Robles ha negato supporto logistico alle basi statunitensi di Morón e Rota, portando al ritiro di 10 aerei cisterna KC-135 americani trasferiti in Francia e Germania. Il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha ribadito la necessità di "equilibrio europeo, moderazione e negoziato", monitorando la situazione per i connazionali nella regione. Questa linea riflette la politica estera spagnola pro-palestinese e critica verso USA e Israele, con Sánchez che si pone come voce mediatrice per il mondo arabo, senza allinearsi né a Teheran né agli aggressori. Gli Stati Uniti hanno reagito alla posizione spagnola con critiche aspre e misure punitive immediate. Trump ha accusato pubblicamente il governo di Pedro Sánchez di "comportamento terribile" definendo Madrid un alleato inaffidabile. In un intervento del 3 marzo, ha annunciato al Segretario al tesoro Scott Bessent lo stop "a tutti i legami commerciali con la Spagna", minacciando ulteriori ritorsioni e affermando che gli USA possono operare unilateralmente senza bisogno di basi straniere. La Casa Bianca ha inquadrato la Spagna come ostacolo alla "coalizione della volontà", evocando frizioni NATO e spingendo Sánchez a replicare. === Regno Unito === Il governo britannico ha mostrato una reazione politica complessa e stratificata, questa posizione riflette non solo le dinamiche interne al panorama politico inglese, dominato dal governo laburista di Keir Starmer dal 2024, ma anche le tensioni storiche tra l'eredità atlantista del Regno Unito e le pressioni per un maggiore autonomismo europeo, specialmente in un contesto di escalation regionale che minaccia direttamente interessi britannici come le basi sovrane di Akrotiri e Dhekelia a Cipro. Il Primo ministro Keir Starmer ha annunciato il 1° marzo l'autorizzazione limitata all'uso delle basi britanniche, inclusa Akrotiri a Cipro, per "colpi difensivi specifici" agli americani contro depositi e lanciatori di missili iraniani, in risposta ad attacchi iraniani su basi alleate. Starmer ha inquadrato ciò come "autodifesa collettiva" conforme al diritto internazionale, escludendo però raid offensivi su infrastrutture civili iraniane o obiettivi ampi. La Segretaria di Stato Yvette Cooper ha ribadito che il Regno Unito "non è in guerra con l'Iran", limitando l'impegno a "difesa proporzionata e deterrenza", con piani di evacuazione per i cittadini britannici in zona. Fonti riportano che Regno Unito, Francia e Germania hanno emesso un joint statement condannando gli attacchi missilistici "indiscriminati" iraniani su paesi regionali, annunciando l'adesione a Epic Fury per degradare capacità nucleari, missilistiche e proxy iraniane. Questo segna un'escalation occidentale, con gli inglesi che inviano Eurofighter Typhoon a Qatar ed elicotteri anti-drone a Cipro per rafforzare le difese regionali. == Reazione della popolazione iraniana == La popolazione iraniana, che negli ultimi anni aveva espresso aspirazioni di libertà, democrazia e diritti umani, subendo dure repressioni da parte del regime iraniano, appare comunque divisa e disorientata dal conflitto. La mancanza di notizie dipende anche dall’oscuramento di Internet da parte del governo iraniano, misura già attuata nel corso delle precedenti grandi manifestazioni popolari. == Note == == Voci correlate == Guerra per procura tra Iran e Israele Guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran Asse della Resistenza Energia nucleare in Iran Organizzazione dell'Energia Atomica dell'Iran Cronistoria del programma nucleare iraniano Risoluzione 1747 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite P5+1 Accordo sul nucleare iraniano Attacco aereo dell'aeroporto di Baghdad del 2020 Attacco iraniano alle forze statunitensi in Iraq del 2020 Attacco iraniano contro Israele del 13 aprile 2024 Attacco israeliano contro l'Iran del 19 aprile 2024 Bombardamento del consolato iraniano di Damasco Conflitto Israele-Hezbollah (2023-2024) Guerra Iran-Israele del 2025 Attacchi statunitensi ai siti nucleari iraniani Proteste in Iran del 2025-2026 Forze Armate della Repubblica Islamica dell'Iran (Niru-hā-ye Mosallah-e Jomhuri-ye Eslāmi-ye Irān) Forze Armate degli Stati Uniti (United States Armed Forces) Forze di Difesa Israeliane (Tsva ha-Haganah l'Yisrael) == Altri progetti == Wikiquote contiene citazioni sulla guerra d'Iran Wikimedia Commons contiene immagini o altri file sulla guerra d'Iran