Rinascenza comnenaLa cosiddetta rinascita, restaurazione o rinascenza comnena fu un periodo storico compreso tra l'affermazione al potere di Alessio I Comneno (1081) e la morte di Andronico I Comneno (1185) durante il quale l'Impero bizantino visse una fase di rigenerazione politica, militare, culturale ed economica. La dinastia dei Comneni mise in atto un intenso programma riformista e si preoccupò a più riprese di sanare le urgenze primarie dello Stato, quali le difficoltà in campo bellico, la paralisi amministrativa dovuta a sistemi inadeguati e le lancinanti dispute in seno all'aristocrazia. Fu esercitata inoltre una maggiore ingerenza sulla materia ecclesiastica, così come si assistette a un generale accentramento del potere e della società attorno a Costantinopoli. Sotto il profilo diplomatico e commerciale, gli scambi furono particolarmente frenetici sia con l'Oriente sia con l'Occidente, con cui si allacciarono strette connessioni, più o meno lineari, dovute anche alla proclamazione delle crociate. Le brillanti azioni di Alessio I (regnante dal 1081 al 1118), Giovanni II (r. 1118-1143) e Manuele (r. 1143-1180), i tre sovrani più capaci della dinastia, consentirono di raggiungere notevoli risultati nell'immediato e probabilmente mascherarono ambizioni universalistiche ormai anacronistiche e rivelatesi troppo onerose da poter sopportare. Non appena infatti l'impalcatura cominciò a vacillare, si patì un collasso immediato dovuto a una tendenza eccessiva alla feudalizzazione, a un insostenibile grado di centralizzazione per un impero così vasto e ai costi immensi delle innumerevoli campagne militari concluse. Proprio per questo, alcuni studiosi hanno espresso dei dubbi in merito all'esatta natura della cosiddetta rinascenza comnena, ritenendo incerto se fosse stata un'effettiva fase di risveglio generale. Si è infatti immaginato che la situazione si fosse temporaneamente stabilizzata soltanto per via della comprovata capacità politica dei sovrani succedutisi, la cui scomparsa avrebbe immediatamente svelato le criticità prima sapientemente celate. Lungi dal raggiungere una conclusione definitiva sui temi più complessi, gli esperti tendono ad esprimere pareri meno discordanti sull'ambito economico, demografico, sociale e culturale, dove si registrarono i traguardi maggiormente incoraggianti. == Storia == === Situazione precedente === L'Impero bizantino aveva raggiunto il proprio apogeo sotto Basilio II Bulgaroctono (regnante dal 976 al 1025), fautore di notevoli conquiste nei Balcani, nel Mediterraneo e nella turbolenta Asia Minore, che sembrava essere stata finalmente riappacificata. Alla sua scomparsa, si affermarono per circa un cinquantennio sovrani effimeri ed estratti quasi sempre dall'aristocrazia civile. Pregiudizialmente avversa al mondo bellico, la maggioranza degli imperatori del 1025-1081 si dimostrò inadatta a preservare un accettabile grado di efficienza dell'apparato militare e diplomatico. La riduzione dell'autorità centrale e la conseguente incapacità di reazione avevano reso Bisanzio estremamente vulnerabile e l'avevano esposta a pressioni simultanee provenienti da più fronti, tra cui i Peceneghi e gli Uzi dalle steppe, i Selgiuchidi dall'Oriente, specie dopo la decisiva battaglia di Manzicerta del 1076, e i Normanni da Occidente. A questa crisi territoriale si aggiungevano croniche difficoltà economiche, tra cui la svalutazione monetaria e la disgregazione degli equilibri sociali tradizionali, che rendevano impellente un profondo riassetto dello Stato. Alla vigilia dell'ascesa dei Comneni, l'Impero bizantino versava pertanto in condizioni gravissime. === L'epoca dei Comneni === ==== Alessio I Comneno (r. 1081-1118) ==== Originaria di Comnè, nei pressi di Adrianopoli, ma proprietaria soprattutto di possedimenti stanziati in Paflagonia, la famiglia dei Comneni era riuscita a inserirsi stabilmente nei circoli del potere costantinopolitano grazie a una combinazione di carriere militari, alleanze matrimoniali e allacci con altre illustri genealogie aristocratiche. Il primo esponente della discendenza a imporsi al trono fu Isacco I Comneno (r. 1057-1059), legato all'aristocrazia bellica dell'Asia Minore e deciso a ripristinare l'efficienza delle forze armate anche a costo di duri sacrifici economici. Il ritorno al vertice dei Comneni avvenne con un nipote di Isacco I, Alessio I, che si impose al potere con la forza nel 1081 sfruttando le proprie capacità di generale, la sua arguzia politica e il solido rapporto che aveva con l'autorevole famiglia dei Ducas, derivante dal suo matrimonio con Irene Ducaena. Le sfide che si palesarono dinnanzi ad Alessio furono molteplici e improcrastinabili. Una delle prime di cui si preoccupò fu l'annosa gestione della crisi militare, che affrontò ricorrendo a misure straordinarie come l'impiego di mercenari stranieri e l'utilizzo di risorse ecclesiastiche per finanziare la difesa. Sviluppò in parallelo un'intensa attività diplomatica e strinse coalizioni strategiche con potenze come la Repubblica di Venezia, il cui supporto navale si rivelò provvidenziale contro i Normanni. Ciò comportò la sofferta stipula di intese commerciali (su tutte, la crisobolla del 1082) che alterarono gli equilibri economici dell'impero. Archiviata la minaccia normanna, Alessio sventò il pericolo pecenego nei Balcani grazie all'alleanza con i Cumani e alla vittoria di Levounion nel 1091. La situazione in Anatolia rimase comunque compromessa, costringendo l'imperatore ad adottare una politica pragmatica basata sulla diplomazia e sul riconoscimento di fatto dei potentati turchi locali. Gli aiuti militari verosimilmente richiesti da Alessio alla Santa Sede si tramutarono nel fenomeno delle crociate, il quale rappresentò un ulteriore elemento di complessità. La connotazione che le spedizioni assunsero suscitò un impatto ideologico diverso, poiché mentre per l'Occidente costituivano un'impresa religiosa atta a riprendere la Terra Santa, per Bisanzio apparivano il mezzo più immediato per intervenire politicamente e militarmente nei territori perduti. Alessio riuscì inizialmente a veicolare i "franchi" nella propria strategia, imponendo loro giuramenti di fedeltà e ottenendo la restituzione di alcune città in Anatolia, ma la fondazione dell'autonomo Principato di Antiochia da parte di Boemondo I d'Altavilla suscitò le ire del monarca bizantino. Sul piano interno, la prima crociata accentuò gli screzi tra i fautori della collaborazione con l'Occidente e i sostenitori di una politica più isolazionista, alimentando tensioni già esistenti tra imperatore, aristocrazia e Chiesa. Parallelamente alla gestione delle emergenze militari, Alessio I avviò una viscerale riorganizzazione dello Stato nei più disparati ambiti. In definitiva, grazie alla sua abilità diplomatica e alla capacità di sfruttare le rivalità tra i diversi nemici dell'impero, il suo programma permise un effettivo rilancio della potenza romea. Le profonde e ambivalenti trasformazioni avvenute garantirono una ripresa immediata, ma sedimentarono al tempo stesso delle fragilità strutturali destinate a emergere nei decenni successivi. ==== Giovanni II Comneno (r. 1118-1143) ==== A causa della scarsità di testimonianze coeve, il regno di Giovanni II Comneno è relativamente meno documentato rispetto a quello del padre, ma le fonti concordano nel tramandarne un ricordo complessivamente positivo. La sua ascesa al trono nel 1118 fu resa possibile dalla stabilizzazione dinastica operata da Alessio I, che gli trasferì i diritti successori escludendo Costantino Ducas e provocando l'opposizione della figlia Anna Comnena e del marito Niceforo Briennio. Nonostante intrighi e tentativi di usurpazione, Giovanni riuscì a imporsi senza ricorrere a misure estreme, limitandosi a sanzioni moderate nei confronti dei congiurati, mentre Anna si ritirò in convento, dove compose l'Alessiade. Soprannominato Kaloioannes ("il Buono") per le sue virtù morali, Giovanni II si distinse per pietà, austerità e senso del dovere, imponendo alla corte uno stile sobrio e distaccandosi dalle pratiche di favoritismo dinastico del padre. Egli si affidò altresì a collaboratori di origini modeste, come il generale Giovanni Axuch, rafforzando così l'efficienza amministrativa e militare. La sua politica si caratterizzò per un approccio prudente e costante, volto a consolidare le conquiste comnene, garantire la sicurezza dei Balcani e rafforzare la pressione sugli aggressori turchi e sui domini crociati. Deciso sin dal suo insediamento ad allargare le frontiere orientali, sul solco del padre, dal 1119 improntò l'azione bellica contro i Turchi e riespugnò centri nevralgici come Laodicea, inclusi i collegamenti strategici con Attalia. Subito dopo ritenne prioritario scongiurare la minaccia pecenega, compito portato con successo a termine grazie alla decisiva vittoria di Beroia del 1122, a seguito della quale integrò parte dei nemici sconfitti nell'esercito imperiale. Negli anni successivi, intervenne contro la Serbia e l'Ungheria nei Balcani, il principale serbatoio fiscale e umano dell'impero, ristabilendo l'autorità bizantina ma contribuendo ad accrescere le tensioni con il regno magiaro. Il rapporto con la Serenissima rimase problematico e sfociò in una guerra, con Giovanni che tentò inizialmente di revocare i privilegi commerciali concessi da Alessio, ma fu infine costretto a ripristinarli nel 1126 per evitare ulteriori danni causati dalla flotta nemica. Riappacificata la situazione europea, poté riprendere l'offensiva in Oriente, ottenendo importanti successi contro i Danishmendidi e rafforzando la posizione bizantina in Anatolia. Assicurato il controllo sulla Cilicia armena, Giovanni avanzò verso la Siria e nel 1137 impose la propria sovranità sul Principato di Antiochia, costringendo Raimondo di Poitiers a riconoscerlo come proprio signore. Tuttavia, le relazioni con i crociati si rivelarono complessi e segnati da diffidenza reciproca, come evinse durante la campagna contro la fortezza di Shaizar, dove la scarsa collaborazione dei latini impedì di neutralizzare Zengi, il rampante atabeg di Aleppo. Nonostante tali difficoltà, Giovanni continuò a perseguire una politica di espansione e consolidamento, alternando successi e battute d'arresto nelle operazioni anti-turche. Negli ultimi anni progettò una nuova offensiva in Siria, ma la morte improvvisa nel 1143, causata da una ferita accidentale durante una battuta di caccia, interruppe i suoi piani, generando in un certo senso sollievo negli animi dei crociati, che temevano di finire soggiogati. Prima di spirare, Giovanni individuò il successore nel figlio minore Manuele I, ritenuto più adatto del fratello maggiore per le sue capacità politiche e il suo equilibrio. Alla sua dipartita, l'8 aprile 1143, lasciava un impero più vigoroso, tenace e rispettato in paragone a quello ereditato, avendo consolidato in modo virtuoso le strutture statali e cementato la posizione internazionale di Bisanzio. Pur senza completare il progetto di restaurazione orientale, il suo regno rappresentò una fase di consolidamento essenziale, fondata su disciplina, continuità politica e capacità militare, che pose le basi per le ambizioni del successore. Secondo il giudizio dei contemporanei e dei posteri, Giovanni fu il più grande dei Comneni. ==== Manuele I Comneno (r. 1143-1180) ==== Sovrano ambizioso e ammaliato dai costumi occidentali, sin dalla sua ascesa Manuele I Comneno sognò una restaurazione imperiale e aspirò ad accreditarsi ulteriormente nel teatro politico europeo. Nei primi anni di regno, Manuele dovette consolidare rapidamente il proprio potere, neutralizzando i rivali interni grazie all'intervento di Giovanni Axuch e ottenendo l'appoggio del clero per una successione serena. Il quadro internazionale si fece presto critico con lo svolgimento della seconda crociata, che si rivelò fallimentare e non contribuì affatto a rinsaldare la posizione bizantina. Il fiasco della spedizione militare in Terra Santa acuì le acredini con l'Europa occidentale e causò una polarizzazione dello scacchiere europeo, al netto di un temporaneo riavvicinamento con Venezia e con l'imperatore Corrado III di Svevia. Manuele divenne furente quando seppe che una potenza cristiana lo aveva attaccato mentre era distratto dalla seconda crociata, poiché i Normanni ne avevano approfittato per insediarsi a Corfù e razziare centri nevralgici come Corinto e Tebe. Anni dopo, l'imperatore volle vendicarsi e tentò un'audace restaurazione in Italia tra il 1155 e il 1156, ottenendo iniziali successi in Puglia grazie a un'abile combinazione di diplomazia e risorse finanziarie. La controffensiva normanna guidata da Guglielmo I di Sicilia stroncò le ambizioni romee con la battaglia di Brindisi, la quale anticipò un rapido crollo delle conquiste. Questo fallimento evidenziò i limiti strutturali della politica occidentale bizantina, basata su alleanze instabili e su risorse economiche più che militari. Presto cominciarono inoltre i contrasti con l'imperatore tedesco Federico Barbarossa, anch'egli sostenitore di un progetto di espansione universalistico per il suo Stato e intenzionato a inserirsi stabilmente nelle vicende italiane. Nel frattempo, in Oriente, Manuele aveva cercato di rinsaldare i possedimenti romei e le vie di comunicazione locali, trasferendo prigionieri di guerra balcanici in Bitinia per ripopolarla. Consolidò poi temporaneamente il predominio sugli Stati crociati, confermando la signoria bizantina sul Principato di Antiochia e ottenendo il riconoscimento della superiorità imperiale anche dal Regno di Gerusalemme, con cui collaborò persino per una spedizione contro l'Egitto fatimide. Manuele conseguì dunque un'autorevolissima vittoria di prestigio, impressionando nella sua avanzata pure l'atabeg di Aleppo Norandino, figlio di Zengi, che si fece meno ardito con i franchi e si affrettò a elargire dei doni in cambio di pace. Uno degli obiettivi più importanti a cui però teneva l'imperatore era sconfiggere militarmente il Sultanato selgiuchide di Iconio, su cui prevalse nel 1160 o 1161. Il vincitore impose condizioni favorevoli alla controparte, riuscendo a rendere sicura la posizione bizantina in Asia Minore come mai lo era stata da circa un secolo e invitando in visita il sultano alla corte di Costantinopoli. Nei Balcani, intervenne attivamente nelle vicende ungheresi e, grazie alla fruttuosa battaglia di Sirmio, ripristinò l'influenza bizantina su Croazia, Dalmazia e Bosnia. Ricondusse pure all'obbedienza la Serbia, costringendo Stefano Nemanja a desistere da ogni nuova prospettiva di ribellione e a riconoscere la sovranità imperiale. I rapporti con Venezia si deteriorarono invece fino alla rottura del 1171, mentre i tentativi di collaborazione con il papato e con l'impero germanico fallirono, lasciando Bisanzio progressivamente isolata. Il punto di svolta negativo del regno fu rappresentato dalla sconfitta di Miriocefalo del 1176, che segnò il tramonto delle ambizioni di riconquista dell'Anatolia e rivelò i limiti del miraggio espansionistico imperiale. È significativo sottolineare il fatto che la schermaglia avvenne a oltre 1 100 chilometri a ovest di distanza dal luogo dello scontro di Manzicerta, a testimonianza di quanto i sultani selgiuchidi e i combattenti nomadi si fossero estesi in un centennio. I romei ebbero comunque modo di riprendersi con la battaglia di Hyelion e Leimocheir, probabilmente accaduta nel 1177 nella valle del Meandro e rivelatasi una brillante vittoria tattica. Sul piano interno, l'esercito basato su prònoie e mercenari e la dilagante espansione del latifondo contribuirono alla feudalizzazione dello Stato, mentre l'aumento della pressione fiscale e gli abusi amministrativi gravavano sulle classi inferiori. Negli ultimi anni di regno, il progressivo declino fisico dell'imperatore e l'influenza crescente di elementi irrazionali nel governo indebolirono ulteriormente la stabilità politica. Alla sua morte nel 1180, Manuele lasciò al giovane Alessio II un impero ancora formalmente potente, ma in realtà finanziariamente provato, politicamente fragile e incapace di sostenere a lungo le proprie ambizioni universalistiche. È difficile dunque statuire se il regno di Manuele I fosse stato caratterizzato da «uno splendore posticcio» e da una nuova dilapidazione che avrebbe esaurito le risorse interne, come ha sostenuto a posteriori Niceta Coniata, oppure se coincise con un ultimo bagliore di prosperità imperiale. === Definitivo declino === Il giovane Alessio II non era ancora in grado di comandare in autonomia, motivo per cui fu posto sotto la reggenza della madre Maria d'Antiochia e del protosebasto Alessio Comneno. Gli ammiccamenti ai latini e l'incapacità di offrire soluzioni credibili alla paralisi governativa che si stava profilando suscitarono un diffuso malcontento nel ceto aristocratico e nella popolazione comune. Il vuoto di potere causato dalla reggenza aveva finito infatti per catalizzare una serie di acredini preesistenti, fagocitando un'immensa crisi. Il clima di tensione favorì l'ascesa di Andronico I Comneno, figura carismatica e spregiudicata, che nel 1182 marciò su Costantinopoli ottenendo il sostegno popolare e dando avvio a una violenta insurrezione culminata nel massacro dei latini. Una volta al potere, Andronico eliminò sistematicamente i suoi avversari, facendo giustiziare la reggente Maria d'Antiochia e il giovane Alessio II, e consolidò la propria egemonia attraverso una politica autoritaria. Se da un lato il suo governo si estrinsecò in un tentativo di riforma amministrativa e provinciale, di lotta alla corruzione e di potenziamento del sistema giudiziario, dall'altro Andronico, sospettoso fino alla soglia della paranoia, instaurò un regime di terrore costellato di repressioni, torture ed esecuzioni arbitrarie. Questa politica anti-aristocratica finì per minare ulteriormente l'apparato militare bizantino, mentre al contempo il sentimento di ostilità verso i latini esasperò i rapporti con l'Occidente. Sul piano esterno, l'impianto costruito sotto Manuele si sfaldò rapidamente, poiché Béla III d'Ungheria riconquistò Dalmazia e Croazia, Stefano Nemanja rese indipendente la Serbia e nei Balcani si verificarono devastanti invasioni, mentre in Oriente si moltiplicarono le rivolte aristocratiche e spinte separatiste, come quella di Isacco Comneno a Cipro. Il colpo più grave giunse nel 1185 con l'invasione normanna guidata da Guglielmo II di Sicilia, che dopo aver assediato Durazzo avanzò fino a Tessalonica. eseguendo un violento sacco e mettendo in luce l'incapacità difensiva dell'impero. Di fronte al disastro militare e al galoppante clima di terrore interno, a Costantinopoli scoppiò una rivolta che nel settembre del 1185 portò alla caduta di Andronico I, catturato mentre tentava la fuga e ucciso brutalmente dalla folla. La sua deposizione consentì una temporanea reazione militare contro i Normanni, ma segnò la fine della dinastia comnena e mise a nudo il livello di indebolimento dello Stato bizantino, ormai politicamente instabile e incapace di fronteggiare con prontezza le pressioni interne ed esterne. == Politica == === Riforme interne === Sin dall'ascesa di Alessio I Comneno, il sistema politico bizantino fu profondamente rivisitato, con l'obiettivo di irrobustire il potere dinastico e ridefinire le impalcature militari e socio-politiche dell'impero. Il tradizionale ricorso alla distribuzione di cariche e titoli non scomparve, ma venne impiegato in modo più razionale come strumento di governo e di integrazione delle nuove élite, determinando una significativa evoluzione della classe dirigente; tra il 1081 e il 1180, i nuovi nobili costituivano circa il 37% del totale, rispetto a percentuali molto inferiori nel periodo precedente e a una salita ulteriore nel tardo XII secolo. Parallelamente, si affermò un progressivo superamento del centralismo burocratico tradizionale a favore di forme di organizzazione più vicine a un impianto di tipo feudale. Un ruolo centrale fu svolto dalla prònoia, che soppiantò il vecchio retaggio dei themata e ridisegnò l'organigramma militare, sostituendo i combattenti di estrazione contadina con contingenti forniti da concessionari di terre in cambio di rendite fondiarie. Tuttavia, tali trasformazioni, unite alle crescenti difficoltà finanziarie e alla pressione fiscale, contribuirono anche a indebolire le basi economiche dello Stato e a rafforzare il potere delle élite locali. === La "famiglia dei re" === Secondo più studiosi, la caratteristica maggiormente distintiva del sistema comneno fu l'identificazione tra Stato e dinastia. Il potere veniva distribuito e legittimato quasi esclusivamente attraverso legami di parentela, facendo della stirpe imperiale il vero fulcro dell'autorità politica. Già Alessio I adottò questa logica e affidò le principali cariche ai membri della propria famiglia, riducendo il peso dell'antica aristocrazia senatoria e ricalibrando il sistema delle dignità. Il rango divenne sempre più legato alla vicinanza di sangue con il basileus, trasformando la gerarchia di corte in uno strumento di governo dinastico e rendendo il potere più personale, pur mantenendo un forte accentramento amministrativo. Sotto Manuele I, questo modello raggiunse la sua massima elaborazione, con una gerarchia rigidamente definita in base al grado di parentela e con l'attribuzione ai membri più stretti della dinastia di titoli di altissimo rango, forieri di uno status semi-imperiale; la terminologia politica, quindi, finiva per combaciare con quella genealogica. Il sistema si estese anche sul piano internazionale, poiché la diplomazia matrimoniale trasformò la dinastia comnena in una rete di connubi che coinvolgeva le principali corti europee e medio-orientali, facendo apparire l'impero come il centro di una vera e propria «famiglia dei re». Irrimediabilmente, tale espansione comportò una crescente commistione tra politica interna ed estera e un irrigidimento dei criteri di legittimità, mentre la proliferazione dei rami familiari accrebbe le tensioni intestine e la competizione per il potere. Il meccanismo, il quale parve funzionare nel breve periodo, si rivelò dunque intrinsecamente fragile, poiché dipendeva dalla capacità del sovrano di controllare le ambizioni dei consanguinei e di preservarne la coesione. Al tramonto della rinascita commena, le rivalità familiari emersero in tutta la loro ferocia, complice l'inadeguatezza del giovane Alessio II di domare le rivalità interne, e furono destinate a sopravvivere anche dopo la caduta di Costantinopoli del 1204. Va infine detto che a partire dai Comneni e, in seguito, sotto i Lascaridi e i Paleologi, la difesa dell'erede al trono costituì per i principi stranieri un pretesto per intervenire negli affari dell'impero. === Diplomazia === Un tratto distintivo della politica comnena fu il forte pragmatismo diplomatico. Il tradizionale rispetto e il multiforme adattamento a linguaggi, rituali e strategie per ognuno dei diversi interlocutori si accompagnava sovente a decisioni molto pragmatiche, le quali prevedevano, onde evitare conflitti inutili, l'attitudine al compromesso, l'esborso di oro, la cessione di titoli e la stipula di alleanze. L'orientamento verso il mondo occidentale fu sofisticato e complesso, essendo stato accompagnato da una tensione costante e atteggiamenti più o meno concilianti sul piano ideologico e geopolitico. Alessio I comprese che, in assenza di un adeguato sostegno esterno, l'impero non avrebbe potuto sostenere operazioni militari troppo ambiziose, e cercò pertanto di sfruttare la presenza dei latini come mercenari e alleati. Quanto ai tentativi di riavvicinamento col papato, non si approdò mai a sbocchi duraturi e la prospettiva di riunificazione delle due Chiese rimase solo ideale. Benché non si imbastì mai una qualche avanzata trattativa sul tema, gli storici hanno presunto che una riconciliazione sarebbe stata difficilmente raggiunta per motivi legati alla disputa sulla supremazia ecclesiastica, su cui il clero greco, al pari della Santa Sede, non sembrava disposto a transigere. Manuele I volle provare a reinserire Roma e l'Italia nell'orbita bizantina, ma il progetto si dimostrò irrealistico e destabilizzante, in quanto contribuì a spostare il baricentro strategico dell'impero e a comprometterne gli equilibri finanziari, evidenziando l'incompatibilità tra aspirazioni egemoniche e risorse effettive. Ciononostante, l'imperatore non si fece scrupoli a sfruttare le rivalità tra le potenze occidentali per impedire la formazione di coalizioni ostili e per integrare i latini in un sistema di equilibri favorevole a Bisanzio. Anche nei momenti di concitata tensione, come dopo la rottura con Venezia nel 1171, Manuele continuò a muoversi secondo una logica di competizione diplomatica e di bilanciamento delle forze, confermando il carattere squisitamente pragmatico della politica estera comnena. Analizzando la questione da una prospettiva più generale, Silvia Ronchey ha sostenuto che nei periodi in cui l'impero perseguì un'ideologia universalistica rivolta verso l'Occidente si assistette a un rafforzamento culturale, ma anche a una maggiore vulnerabilità politica e finanziaria, mentre le fasi di massima coesione amministrativa coincisero con una più marcata attenzione all'Oriente. == Amministrazione == Per Georgij Ostrogorskij, l'impero comneno si distinse nettamente da quello rigidamente centralizzato del periodo bizantino di mezzo. Stando invece a Paul Magdalino, lo Stato bizantino, invero già uno dei più centralizzati del mondo medievale, esasperò ulteriormente tale peculiarità in epoca comnena. Una simile tendenza si dovette anche alla perdita di vaste regioni in Asia Minore, le quali accentuarono la concentrazione dell'élite militare e burocratica nella capitale. Il ridimensionamento dei confini rafforzò una prassi già presente nell'aristocrazia, legata al privilegiare la gestione delle cariche e delle rendite fiscali rispetto al possesso fondiario. Come risultato, i limiti territoriali dello Stato comneno coincidevano di fatto con tutte quelle località in cui avvertiva affanno a esercitare la propria autorità senza supporto esterno. In questa prospettiva, il Danubio e l'Adriatico orientale rientravano ancora nell'orbita imperiale, mentre l'Italia meridionale, Iconio o l'Egitto apparivano ormai fuori portata. Paul Magdalino ha a tal proposito affermato che, in larga misura, l'area di estensione della cultura greca e della religione ortodossa aveva finito per coincidere con i confini imperiali, con importanti eccezioni nelle regioni balcaniche interne e nelle montagne dell'Asia Minore. Nella "Nuova Roma" coesistevano un esercito permanente, una diplomazia attiva e una popolazione sterminata di varia provenienza, con un numero di abitanti compreso tra i 200 000 e i 400 000 e un patrimonio straordinario di reliquie, monumenti e ricchezze. La città, in costante incremento, esercitava una notevole attrazione politica, economica e simbolica, accentuando la percezione di una nitida gerarchia tra la capitale e le aree esterne, considerate sempre più come spazi subordinati e culturalmente inferiori. Tanto più era la distanza dallo stretto del Bosforo, quanto più si riverberava un sentimento di indifferenza verso gli abitanti delle province. Indifesi e marginalizzati, essi erano costretti a convivere quotidianamente con funzionari corrotti e, nel peggiore dei casi, anche brutali, poiché svolgevano le proprie prerogative sfruttando la scarsa conoscenza locale della lingua greca e, soprattutto, della legge. La fascia periferica, più ampia nei Balcani e più sottile in Asia Minore, fungeva da zona cuscinetto e da base operativa. In queste regioni il controllo diretto era infatti focalizzato su fortificazioni strategiche, con le risorse del posto che venivano sfruttate in misura minima o limitata e destinate alla difesa regionale, anche per garantirsi la lealtà delle popolazioni. La gestione dell'impero finì per dipendere in modo intenso dalla cooperazione delle élite autoctone (arconti), indispensabili tanto nelle regioni di frontiera quanto nei territori recentemente perduti. Strumenti come il sistema della pronoia, esteso da Manuele I, rafforzarono ulteriormente le reti di patronato locale. Con il progressivo accentuarsi del centralismo costantinopolitano, divenne sempre più evidente la dipendenza reciproca tra capitale e province, al pari della crescente incapacità del governo centrale di proteggere efficacemente i territori periferici. Al netto delle premesse difformi, sia Georgij Ostrogorskij sia Paul Magdalino hanno giudicato la rilevanza delle forze feudali delle province figlia di un exploit del processo di feudalizzazione. Meccanismo estraneo a Bisanzio fino a quando non fu ereditato dall'Occidente, probabilmente per via delle frequenti interazioni in corso, la feudalizzazione costituì certamente un fattore di sviluppo interno dell'impero e permeò in modo fisso lo Stato tardo-bizantino. Il punto di forza di quest'apparato finiva però per coincidere al tempo stesso con la sua massima debolezza, in quanto faceva eccessivamente leva sulla lealtà dei governatori provinciali e, dunque, su un criterio assai labile. La disgregazione dell'autorità imperiale nelle province si avvertì in primis nelle aree di frontiera, sfociando in accesi contrasti etnici e acuendosi all'estremo durante il ventennio al potere degli Angeli. Le numerose insurrezioni scoppiate al tramonto dell'epoca dei Comneni in Asia Minore, a Cipro e soprattutto nei Balcani furono frutto di scelte poco oculate e discutibili, le quali resero evidente come l'inerzia del governo centrale potesse trasformare aristocrazie autoctone in circoli indipendentisti. Accanto a questi processi si moltiplicarono figure di personaggi provinciali e usurpatori indigeni, spesso originati dall'aristocrazia comnena o da élite militari periferiche, che sfruttarono il vuoto di potere per ritagliarsi autonomie regionali. Questo fenomeno culminò simbolicamente nel 1203, quando lo stesso imperatore Alessio III Angelo abbandonò la difesa di Costantinopoli, ritirandosi in Tracia, segno lampante della dissoluzione dell'autorità centrale. == Forze armate == === Esercito === Sin dal principio, Alessio I promulgò un programma di radicale rinnovamento dell'esercito, concentrandosi sulla necessità di addestrare al meglio le truppe per respingere incursioni nemiche. Sotto Giovanni I il grado di disciplina generale aumentò e si continuò a evitare scontri su vasta scala, soffermandosi sulla necessità di stabilizzare le frontiere orientali, anche a costo di entrare in contrasto con i crociati. Manuele I applicò invece un approccio più aggressivo, non disdegnando attacchi diretti e impegnando un considerevole numero di risorse, al prezzo di risultati ondivaghi. Il suo piano di riportare Bisanzio all'antico splendore manovrando le armate su più fronti diversi in momenti storici molto ravvicinati generò forse l'illusione che l'impero disponesse di capacità logistiche vastissime, ma in realtà mascherò le lacune legate alla retribuzione e al rifornimento dei guerrieri. La celebrazione della potenza militare dei Comneni rimase comunque un leitmotiv della dinastia, verosimilmente teso a esaltare i traguardi raggiunti sui campi di battaglia. L'esercito comneno conservò sempre un carattere professionale, fondato su reggimenti permanenti e su un forsennato ricorso a contingenti stranieri. Equipaggiate con armamenti in grado di competere con gli eserciti dell'Europa occidentale, le file si componevano di soldati attivi a Costantinopoli (spesso membri della guardia variaga e dunque corpo personale dell'imperatore), di uomini giunti dalle province solitamente prossime ai teatri di guerra, per ovvie ragioni di convenienza, e infine di mercenari o combattenti altamente specializzati. La componente mercenaria era formata da persone reclutate sia in Europa (italiani, tedeschi, francesi e normanni) sia in Asia (turchi, peceneghi, alani o georgiani) e di consueto si occupava di eseguire compiti legati alla ricognizione o al sabotaggio. Sfruttandone le competenze tecniche, si reclutavano in particolare arcieri a cavallo per la guerra di movimento, cavalieri pesanti per le cariche, e reparti etnicamente omogenei per garantire coesione. La cavalleria latina restò per lungo tempo superiore nella guerra d'urto, circostanza la quale spiega sia l'ammirazione sia la diffidenza bizantina verso i crociati. Va comunque ricordato che non venne mai meno la considerazione generale secondo cui il ricorso alle armi fosse l'extrema ratio, poiché le tattiche bizantine privilegiavano la ricognizione, lo stratagemma, la guerra di logoramento e l'uso di fortezze e città fortificate. A tal proposito, si deve rimarcare che furono varie le città rifondate o irrobustite in Asia Minore dai vari sovrani comneni, con la speranza di disporre di nuovi presidi utili a contenere la minaccia turca. La vittoria militare, da sola, non garantiva risultati duraturi se non era seguita dalla capacità di consolidare le conquiste. Per questo, data la frequente inferiorità numerica degli eserciti bizantini, si puntava su una strategia fondata su mobilità, precisione e coordinamento delle manovre. === Marina === Le forze armate navali stavano invece affrontando un periodo di costante flessione già prima dell'epoca dei Comneni, dovuta agli eccessivi costi di mantenimento e investimenti necessari. Complice il rafforzamento delle repubbliche marinare italiane, si assistette a una graduale e definitiva scomparsa della marina bizantina fra le principali flotte dominanti nel Mediterraneo. I sovrani succedutisi al potere tra XI e XII secolo non si dimostrarono in grado di sovvertire la precedente tendenza, incapaci di respingere aggressioni navali straniere o addirittura dovendo stringere patti vessatori con altre potenze per garantirsi l'ausilio di una qualche flotta. Chi eseguì il tentativo più serio di ammodernare la marina fu Manuele, il quale si sentì abbastanza forte da provare a liberarsi dello strapotere veneziano, sia pur senza fortuna. Si deve poi segnalare una certa ascesa della carica di megaduca, divenuto comandante supremo della marina e spesso membro della famiglia imperiale. === Criticità === La perdita delle province orientali e la riduzione delle risorse fiscali della metà o forse di due terzi rese il sostentamento dell'esercito estremamente duro. Il declino del sistema dei themata ebbe strascichi importanti, in quanto ridusse il computo di uomini disponibili e rese indispensabile il sostegno centrale degli imperatori e la lealtà dei governatori principali, un requisito invero abbastanza aleatorio alla prova dei fatti. Le campagne in cui Manuele Comneno si impegnò garantirono un allargamento cospicuo al prezzo di spese enormi, acuendo le problematiche che avrebbero dovuto fronteggiare i successivi signori di Bisanzio, gli Angeli. Ciò che differenziò principalmente questa dinastia dalla precedente fu anzitutto la carenza di unità politica, la quale ebbe un impatto esiziale negli ultimi decenni del XII secolo. Fu proprio questa incapacità di reazione a causare la perdita progressiva di territori cruciali come la Bulgaria, Cipro, la Serbia e la Cilicia. Il servizio militare era finito per diventare l'unica occupazione redditizia, poiché l'esercito assorbiva tutte le forze dell'impero. Per mantenere questo livello di efficienza, la popolazione sperimentò un'impennata delle tasse, con conseguente aumento dei soprusi per mano degli esattori. In generale, secondo John Birkenmeier si può affermare che l'impalcatura dei Comneni resse più grazie alla qualità dei singoli imperatori che alla solidità delle istituzioni. Appena non si intervenne più in maniera costante e lungimirante in campo militare, fiscale e politico, ovvero dopo il 1180, si registrarono degli effetti irreparabili. == Società == Nel complesso, la società bizantina tra XI e XII secolo appariva attraversata da importanti processi di trasformazione, ma senza rotture radicali. Si rafforzarono alcune tendenze come l'individualismo e il ruolo della famiglia nucleare, mentre altre strutture restarono relativamente deboli o embrionali. A differenza dell'Occidente, non emersero corpi intermedi capaci di limitare il potere imperiale o di creare una società fortemente stratificata. La mobilità sociale rimase significativa e la classe dirigente non raggiunse mai una piena coesione interna. L'imperatore e lo Stato continuarono a rappresentare il centro dell'ordine politico e sociale. === Corte e cerimoniali === La vita ufficiale della corte era scandita da una fitta serie di cerimonie, che costituivano una vera e propria liturgia politica. Questi rituali accompagnavano i grandi momenti della vita dello Stato, ossia incoronazioni, matrimoni, nascite, promozioni, ricevimento degli ambasciatori e celebrazioni trionfali. Le cerimonie avevano luogo sia dentro al palazzo sia negli spazi pubblici della capitale, come le chiese e le strade, e servivano a codificare la gerarchia interna della corte, oltre a offrire all'esterno un'immagine idealizzata dell'impero. Uno dei luoghi più importanti di questa rappresentazione era l'ippodromo, accanto al Gran Palazzo. Qui si svolgevano le corse dei carri (per secoli il divertimento preferito dai bizantini), le acclamazioni solenni e talvolta le proclamazioni imperiali. Il sovrano ammirava gli spettacoli dal kathisma, il suo seggio cerimoniale, e la sua presenza trasformava lo spazio stesso in un simbolo del potere politico. Il monarca era così al centro non solo della corte, ma dell'intero ordine imperiale. Sotto Manuele Comneno, affascinato dalle usanze occidentali, attecchirono vari costumi e usanze stranieri, incluso lo svolgimento di tornei cavallereschi. Si avvertì un cambiamento anche nella scelta dell'imperatrice, per secoli individuata tra i sudditi sovrani, salvo rare eccezioni, e da allora invece ricercata sempre più all'estero. === L'aristocrazia e il rapporto con i Comneni === Nel corso dell'XI secolo, l'aristocrazia bizantina si articolava tradizionalmente in due macro-gruppi, quello militare, radicato nelle regioni di frontiera, e quello civile, legato all'amministrazione centrale. Tuttavia, una parte della storiografia ha ridimensionato la rigidità di tale distinzione, ritenendo eccessivamente schematico interpretare i conflitti dell'epoca come uno scontro tra aristocrazia militare e civile. Le fonti prosopografiche mostrano infatti l'esistenza di alleanze trasversali, frequenti matrimoni tra i due gruppi e una notevole mobilità sociale, che nel tempo attenuarono le differenze originarie. Nel corso dell'XI e XII secolo si affermò così un'élite più integrata, composta da famiglie capaci di combinare funzioni militari, amministrative e proprietà fondiarie. Molte casate di origine militare si orientarono verso cariche civili, soprattutto in ambito finanziario, senza che ciò comportasse necessariamente un calo di prestigio, ma anzi favorendo di consueto un rapido arricchimento. L'accesso ai ranghi aristocratici continuò inoltre a essere spesso legato a brillanti carriere militari, ma una parte significativa dei nuovi membri presentava un'origine straniera, segno dell'apertura dell'élite bizantina a elementi esterni purché integrati sul piano religioso e culturale. Nonostante tali trasformazioni sociali, lo Stato conservò la propria natura di monarchia massicciamente centralizzata, priva di poteri autonomi in grado di sfidare l'autorità imperiale. Anche nei momenti di fibrillazione, il controllo politico rimase saldamente concentrato a Costantinopoli, confermando la continuità delle strutture statali e tramortendo lo sviluppo di una coscienza civica indipendente. I Comneni finirono però per produrre una nuova frattura interna all'aristocrazia, frapponendo le famiglie legate da vincoli di parentela alla dinastia regnante a quelle che ne erano escluse e che furono progressivamente marginalizzate, indipendentemente dal loro prestigio. In questo contesto, come detto, la legittimazione politica dipese sempre più dalla vicinanza al basileus, mentre lo Stato assunse, per così dire, i lineamenti fisionomici dei Comneni. Le testimonianze documentarie e iconografiche confermano il profondissimo senso del legame esistente fra consanguinei. L'aristocrazia venne così ricondotta entro una gerarchia fondata sul sangue, sulla fedeltà personale e sul servizio militare, rafforzando l'autocrazia comnena ma rendendone al contempo più fragile la base, sempre più legata all'equilibrio interno della famiglia imperiale. === Strutture fondiarie e realtà provinciali === Nel corso dell'XI e XII secolo avvenne una progressiva espansione delle grandi proprietà terriere, sia laiche sia ecclesiastiche. Questo fenomeno è stato spesso interpretato come un segno di feudalizzazione, ma in realtà non si approdò a qualcosa di comparabile all'Europa occidentale. Le vaste proprietà, per quanto diversificate, non raggiunsero mai una piena autonomia politica né sottrassero al monarca il controllo ultimo delle risorse. Ciononostante, i latifondisti esercitavano un potere significativo attraverso il controllo della manodopera contadina (paroikoi) e attraverso diritti di natura fiscale o giurisdizionale. La società bizantina non partorì una gerarchia rigida e stabile, ma salvaguardò una struttura relativamente fluida, in cui coesistevano l'alta aristocrazia, i funzionari e i piccoli proprietari. Quanto alle città provinciali, anch'esse conobbero un certo incremento, ma senza sviluppare istituzioni politiche autonome o una vera ideologia urbana come in Occidente. La popolazione era ovunque essenzialmente rurale, perlopiù dunque raggruppata in villaggi di qualche decina di fuochi o in costruzioni di sparute dimensioni. Neppure lo sviluppo demografico del XII secolo coincise con una crescita vertiginosa della popolazione urbana, la quale rimase sempre inferiore al 10% complessivo. Le regioni dotate dei reticoli urbani più fitti erano quelle vicine alle coste marittime, tanto in Europa quanto in Asia Minore. Al contempo si assistette a un maggior impatto dei traffici locali e delle attività artigianali, ma tutto rimase subordinato alla monarchia centrale, alla Chiesa e ai magnati terrieri. === La borghesia === A partire dal IX secolo, si verificò una continua espansione economica e un conseguente sviluppo del commercio costantinopolitano, accompagnato dall'ascesa sociale di una certa «borghesia» locale. Questo termine, sia pur adottato anacronisticamente, comprendeva professionisti di un certo livello come i tabulari, gli artigiani, gli addetti ai mestieri di lusso e soprattutto gli armatori e i commercianti. Dal momento che il modello aristocratico era dominante, i borghesi aspiravano a integrarsi in questa fascia elitaria, riuscendo a ritagliarsi delle opportunità interessanti ogni qual volta l'amministrazione ne forniva occasione. Una simile accoglienza verso nuovi ceti veniva però guardata con sospetto da alcuni, come conferma Psello. Egli rimproverò infatti aspramente agli imperatori di aver colmato gli uffici di «gente dell'agorà», scelta per la propria competenza e non per la nascita, di aver favorito la promozione interna e di aver spalancato a questa le porte del senato. I Comneni ebbero un'ottica restrittiva nei confronti di questa categoria in ascesa, confermando i privilegi giurisdizionali dei senatori aristocratici e non estendendoli verso chi compieva attività commerciali, una peculiarità tipica del ceto medio più abbiente. In tal modo e anche all'indomani della scomparsa dei Comneni, la borghesia restò al di fuori dei circoli di potere, sia pur rivestendo qualche dignità di moderato prestigio. === Altre fasce sociali === Le donne, a prescindere dal loro ceto sociale, si occupavano difficilmente di gestire attività economiche, limitandosi perlopiù a supplire al marito in caso di necessità o a compiere mansioni domestiche. Era convinzione comune che, una volta sposata, la donna doveva essere mantenuta dal marito, in quanto previa portatrice di una dote. Quanto alle fasce più umili della popolazione, naturalmente non tutti gli abitanti erano stanziali e possedevano un alloggio e un impiego, specie a Costantinopoli, dove non era raro imbattersi in mendicanti o profughi. La capitale in particolare attraeva «ogni sorta di miserabili», convogliati soprattutto dalla tradizione della distribuzione gratuita di viveri e poi dal cospicuo numero degli istituti assistenziali, ma anche dalla possibilità di trovare un lavoro saltuario per sopravvivere di giorni in giorno. Poiché non esistevano degli ordini religiosi e ciascun monastero era indipendente rispetto all'altro, non mancava la presenza di svariati monaci girovaghi, i quali abbandonavano i luoghi di culto con «sconcertante facilità», al netto delle imposizioni canoniche. In genere, questa categoria di chierici si riversava in città e preservava atteggiamenti più o meno consoni, approfittando del proprio abito per attirare carità o favori. Curiosamente, briganti e criminali comparivano relativamente di rado nelle fonti, ma non tanto per un'attività di polizia capillare, bensì perché gli scritti riflettevano soprattutto il punto di vista elitario della "buona società», che ignorava o disprezzava il resto della popolazione. == Religione == In una società profondamente permeata dalla religione, la ricerca della salvezza, il timore del giudizio finale e la presenza ecclesiastica in quasi ogni aspetto della vita quotidiana costituivano elementi centrali della sensibilità collettiva. In teoria, la Chiesa era una comunità di salvati tendenzialmente egualitaria; nella pratica, invece, essa si organizzava secondo una consolidata articolazione gerarchica, diversa da quella occidentale. Il patriarca di Costantinopoli esercitava infatti un'autorità molto meno assoluta di quella rivendicata dal vescovo di Roma, mentre la Chiesa restava strettamente intrecciata con l'ordine imperiale. Nel complesso, la politica religiosa dei Comneni si configurò come un sistema integrato di controllo istituzionale, legittimazione ideologica e gestione del consenso, in cui l'imperatore si presentava al tempo stesso paladino dell'ortodossia e gestore pragmatico delle strutture ecclesiastiche. Il basileus esercitava infatti ampie prerogative in ambito ecclesiastico, tra cui la creazione di sedi metropolitane, la ridefinizione dei confini diocesani e l'intervento diretto nelle competenze episcopali, configurandosi arbitro supremo dell'ordine religioso. In tale frangente si collocarono anche le tensioni con il papato e con il Sacro Romano Impero, cui la corte bizantina reagì elaborando un'ideologia retta sulla translatio imperii con cui rivendicare la superiorità morale e religiosa di Costantinopoli. Alessio I Comneno calcolò con astuzia un equilibrio tra collaborazione e controllo, dimostrandosi pronto a salvaguardare l'ortodossia ma intervenendo attivamente nella vita religiosa per rafforzare la proprio egemonia. Egli subordinò il patriarcato all'autorità imperiale, influenzando nomine, legislazione matrimoniale e rapporti tra diritto civile e canonico. La riorganizzazione delle istituzioni ecclesiastiche comportò una crescente ingerenza del sovrano nella disciplina della Chiesa, pur senza abolirne formalmente l'autonomia. La lotta all'eresia dimostrò plasticamente come il sovrano, animato a suo dire da interessi religiosi, strumentalizzò i processi come mezzo di controllo politico e sociale. Il caso principe fu quello di Giovanni Italo del 1082, il cui esito fu finalizzato a scongiurare la creazione di ambienti intellettuali potenzialmente ostili e a presentare, nel frattempo, l'autorità imperiale come figura attenta alle rimostranze avanzate dal clero. La repressione del bogomilismo, culminata nel processo contro Basilio il Bogomilo del 1099, svolse analogamente una funzione di ordine pubblico e consolidamento del potere. L'azione incisiva di Alessio non fu scevra di momenti di tensione, soprattutto quando ricorse alla confisca dei beni ecclesiastici per finanziare le necessità militari. Allo scopo di appianare le tensioni, nel 1087 egli statuì che le nuove fondazioni religiose dovessero essere approvate congiuntamente dal basileus e dal patriarca, formalizzando un equilibrio tra autorità imperiale e gerarchia ecclesiastica. I dettami di Alessio contribuirono in modo decisivo alla stabilizzazione del regime comneno e furono in larga misura ereditati dai suoi successori. Sotto Giovanni II e Manuele I, il rapporto tra Impero e Chiesa non si discostò dalle caratteristiche di fondo precedenti, pur con minori frizioni interne e una maggiore attenzione alla dimensione internazionale. Entrambi i sovrani dimostrarono anch'essi di difendere l'ortodossia, benché Giovanni ebbe forse un approccio più morbido, come si desumerebbe dalle sue simpatie (o quanto meno tolleranze) verso il mondo della superstizione. Pur dimostrando di lottare l'eresia in virtù dell'emanazione di provvedimenti sanzionatori verso i seguaci del bogomilismo, Manuele entrò in contrasto con i patriarchi a causa della sua "politica di potenza", colma di atteggiamenti egemonici. Come il padre, egli confidava inoltre di inserire la sfera ecclesiastica bizantina in un contesto più ampio di relazioni con l'Occidente latino, tentando forme di dialogo e di riavvicinamento con il papato che tuttavia non sortirono risultati duraturi. Delle punte estreme di intervento si registrarono di nuovo sotto Andronico, tanto che, secondo Anthony Cutler, «fu proprio nell'età comnena che la repressione di coloro che erano ritenuti scismatici venne attuata con una ferocia pari solo a quella dell'età giustinianea». === Monachesimo === Il monachesimo ebbe un'importanza eccezionale nel mondo greco, poiché i monasteri agivano spesso anche come comunità agricole, fondate sul lavoro della terra, e la loro vita era incentrata sulla liturgia, sul canto e sulla preghiera. Gli interessi fondamentali ruotavano attorno allo sviluppo della teologia, al culto delle icone e alla definizione della pietà bizantina, tutti elementi che plasmarono una forma di cristianesimo fortemente centrata sulla liturgia, sul simbolo e sul rito. La disciplina monastica bizantina, meno rigida e sistematica di quella occidentale, non si presentava come un insieme compatto di regole astratte, ma alla stregua di una tradizione più flessibile, attenta ai problemi concreti della vita comunitaria. Anche i monasteri femminili seguivano principi analoghi a quelli maschili, pur richiedendo la presenza di un religioso maschio per la celebrazione delle messe. In età comnena, il monachesimo fu incoraggiato a più riprese e valorizzato con la creazione di nuove fondazioni. Svariati discendenti della stirpe imperiale si impegnarono a commissionare la costruzione o ammodernamento di edifici religiosi, caldeggiando il legame tra spiritualità, prestigio dinastico e rappresentazione del potere. Tuttavia, poiché a essi venivano imposti sempre gli stessi nomi cristiani, con una frequenza persino maggiore di quanto non avvenisse abitualmente a Bisanzio, l'attribuzione precisa di committenze ai singoli membri della famiglia è risultata particolarmente criptica. Per i monasteri nati in virtù di un loro intervento, i Comneni fecero talvolta redigere i typikà, delle raccolte di norme concernenti la conduzione di queste istituzioni. Si dovette alla dinastia in esame la costituzione di "repubbliche monacali" presso il monte Athos e l'isola di Patmo, nel rispetto delle scelte di vita compiute da religiosi rigorosamente ascetici. La concessione di beni e monasteri ad amministratori laici era consentita a Bisanzio e tale istituto, teso a migliorare la gestione economica dei beni ecclesiastici, prendeva il nome di charisticium. Tale pratica aveva però dato spesso luogo ad abusi e aveva suscitato l'opposizione di parte della Chiesa; a differenza della pronoia, il charisticium non prevedeva per i concessionari degli obblighi pubblici, ma soltanto il semplice pagamento di un compenso allo Stato. Per motivi ancora dibattuti e forse legati al desiderio di contenere la prorompente forza economica dei monasteri, Alessio I Comneno volle intervenire sul meccanismo e si arrogò ripetutamente il diritto di assegnare ampi patrimoni monastici a un amministratore laico a sua discrezione, così scontentando gli ambienti ecclesiastici. Sotto Manuele I Comneno, lo Stato favorì soprattutto la crescita delle grandi proprietà laiche, limitando invece l'espansione di quelle ecclesiastiche. Con un decreto del 1158, l'imperatore vietò ai monasteri di Costantinopoli di aumentare i propri beni fondiari, pur tutelando quelli già esistenti. Allo stesso tempo, stabilì che le terre concesse in usufrutto potessero essere trasferite solo a membri dell'élite (come aristocratici e soldati beneficiari di pronoia), rafforzando così il potere economico-sociale dei grandi proprietari laici rispetto a quello dei monasteri. == Economia == === Politica monetaria e fiscale === Uno dei capisaldi del riassetto comneno fu la rigenerazione delle finanze imperiali, ma l'interpretazione della situazione economica del tempo resta complessa e ambivalente. I Comneni ereditavano uno Stato dissestato, con una moneta fortemente svalutata e le cicatrici dovute alle perdite territoriali e all'aumento delle spese militari. Le riforme di Alessio Comneno, nelle quali non si distingue un piano d'insieme, miravano a ridurre il numero dei servizi e ad adattare l'amministrazione alle nuove realtà fiscali. La progressiva svalutazione della moneta creò inizialmente confusione economica, ma offrì anche alcuni vantaggi allo Stato perché poteva pagare con un conio meno pregiato, mentre continuava a richiedere le imposte in valuta di valore pieno. La grande riforma del 1092 introdusse l'iperpero, una moneta aurea stabile e di buona lega, e riorganizzò l'intero schema delle valute, ristabilendo equivalenze più chiare tra le diverse emissioni. Al contempo, ebbe luogo l'introduzione di numerose tasse supplementari e il prelievo fu esteso anche ai ceti più umili, con conseguente beneficio per l'erario, ma le attività di riscossione furono lasciate in balia dell'arbitrio degli esattori e ciò provocò abbondanti soprusi. Per quel che è noto, nel sistema di fiscalità bizantino le tasse venivano riscosse in funzione della capacità contributive di ognuno. Jean-Claude Cheynet ha sottolineato come queste misure non fossero isolate, ma facessero parte di una più ampia politica di semplificazione amministrativa e di ripristino dell'efficacia statale. Da una prospettiva numismatica e iconografica, è interessante notare come i sovrani comneni coltivarono l'idea di un sovrano asceso al trono grazie alla propria forza militare anziché, innanzitutto, per volontà di Dio. Quest'ammirazione verso la figura del santo guerriero emerse già sotto Isacco I Comneno nel 1057-1059 e fu riabbracciata da Alessio I, il quale ordinò di ritrarre San Demetrio, fino a quel momento rappresentato solo in abiti civili. Anche Giovanni II e Manuele I optarono per questa consuetudine, individuando come propri patroni rispettivamente San Giorgio e San Teodoro. Sebbene il deprezzamento della moneta nell'XI secolo sia stato tradizionalmente percepito come segno di crisi, altri indicatori suggeriscono una realtà più dinamica. In alcune regioni, soprattutto in Grecia e nei Balcani, dopo una fase di contrazione nella seconda metà dell'XI secolo si osservò una stabilizzazione e, nel XII secolo, una vera e propria crescita. Parallelamente, le città provinciali conobbero una certa prosperità e si intensificarono i traffici locali, in particolare nell'area egea. Costantinopoli continuò a svolgere il ruolo di megalopoli internazionale, ma l'economia generale rimase condizionata da carenze strutturali quali difficoltà nei trasporti, scarsa innovazione tecnologica e una persistente tendenza all'autarchia. === Agricoltura e alimentazione === Nel corso dell'XI e XII secolo, l'agricoltura continuò a costituire il pilastro dell'economia bizantina, pur in un contesto di tecniche produttive sostanzialmente conservative, rimaste in larga parte invariate rispetto all'età romana. Le fonti attestano tuttavia una fase di slancio soprattutto nel XII secolo, con una maggiore valorizzazione della terra e un progressivo ampliamento delle superfici coltivate, spesso integrate nei grandi possedimenti aristocratici ed ecclesiastici. Quest'espansione rurale fu influenzata da un clima più mite del passato (periodo caldo medievale) e da uno sviluppo demografico. L'aratro e gli strumenti agricoli rimasero conservativi, ma la produzione si intensificò grazie alla crescita demografica, alla maggiore domanda urbana e militare e all'espansione dei grandi possedimenti. La superficie delle fattorie doveva essere sicuramente proporzionata alla forza lavoro e si registrava ancora la presenza occasionale di schiavi, scomparsi in modo definitivo dalle fonti soltanto dopo il XII secolo. Accanto alla cerealicoltura, l'allevamento rivestiva un ruolo significativo, in particolare nelle regioni balcaniche, dove i protagonisti erano gli ovini e i bovini; resta comunque difficile quantificare il peso della carne nella dieta. L'alimentazione appariva legata alla disponibilità locale di risorse e caratterizzata da una discreta varietà (si pensi alla pesca, pratica comune e diffusa lungo le coste), ma anche da vulnerabilità strutturali, come dimostrano le ricorrenti carestie ricordate dagli osservatori coevi nell'XI secolo. Non mancavano infine i mulini ad acqua, registrati in maniera diffusa nel XII secolo. Nonostante le asperità appena esposte, lo sviluppo agricolo e la stabilizzazione delle campagne in alcune aree suggeriscono che la produzione alimentare fosse complessivamente in grado di sostenere il risveglio economico dell'età comnena, pur senza accompagnarsi a innovazioni tecnologiche sensibili. Il latifondo divenne a mano a mano la forma dominante di sfruttamento della terra, senza però eliminare del tutto la proprietà contadina, che anzi fu tutelata. Gli interventi legislativi imperiali sembrarono mirati a garantire una certa protezione legislativa nei confronti dei liberi proprietari rurali, a dimostrazione del fatto che esisteva una vasta fetta di contadini liberi che si cercava di assistere. La capacità contributiva dei singoli contadini era commisurata alla superficie di terra arabile e, sotto i Comneni, si rivelò essenziale per il finanziamento di una società più numerosa e più consumatrice, composta da esercito, monasteri, città, funzionari e aristocrazia di corte. I reperti archeologici scoperti in Grecia e legati all'XI-XII secolo suggeriscono che una parte sostanziale della produzione imperiale era generata da agricoltori relativamente autonomi, inseriti nel mercato e non semplicemente schiacciati dai grandi domini. === Sviluppo urbano e commerci === La disfatta di Manzicerta e l'abbandono dell'Italia avevano assestato un duro colpo all'economia bizantina, le cui ripercussioni furono però mitigate dai Comneni. Anziché assistere a una sorta di "età oscura", si verificò viceversa una crescita edilizia, occupazione degli spazi urbani, espansione artigianale e agraria, riuso produttivo delle rovine antiche e persistenza di una domanda elevata di beni di qualità. Specie nei Balcani e in Grecia, gli insediamenti bizantini mostrarono segni di vitalità economica, complice lo sviluppo dell'artigianato e dei commerci locali. Un afflusso di rifugiati e il trasferimento di prigionieri serbi e ungheresi corroborarono un aumento demografico in Anatolia occidentale, garantendo una nuova prosperità agricola nelle basse valli e nelle pianure. Il conservatorismo tecnologico e organizzativo circoscrissero però le possibilità di innovazione, con le tecniche produttive che mutarono lentamente. I trasporti restarono ostici a causa di lacune infrastrutturali e di conformazioni geografiche proibitive, complice la presenza di fitte foreste, montagne impervie e fiumi. Di conseguenza, la crescita urbana non si tramutò in una trasformazione strutturale dell'economia o della società. Il commercio, imperniato soprattutto attorno alla capitale, fu fiorente e attirò investitori provenienti da ogni angolo dell'impero e da tante terre più o meno lontane, dalla Siria all'Egitto, dalla Rus' all'Armenia e all'Arabia. Altrettanto attivi negli affari erano gli ebrei, un gruppo etnico da secoli presente a Costantinopoli, i quali si spostarono in epoca comnena nel quartiere di Pera. Il fenomeno più visibile dell'età comnena fu comunque la progressiva latinizzazione del commercio mediterraneo. Ingolositi dalle vantaggiose prerogative via via riconosciutegli, dall'Italia provennero e si insediarono in modo fisso mercanti originari di varie città, tra cui Venezia, Genova, Pisa o Amalfi. La serie di privilegi assegnati dapprima ai veneziani e poi ad altre comunità italiane creò però risentimento e insoddisfazione nei cittadini bizantini, poi culminando nel massacro dei latini del 1182. Nei mercati bizantini ci si poteva imbattere in derrate alimentari, spezie, pellicce, schiavi o tessuti più o meno preziosi. Le province fornivano a Costantinopoli introiti fiscali, vettovaglie e materiali, oltre a qualche bene manifatturiero di pregio come ad esempio coltelli e seta, provenienti rispettivamente da Tebe e Tessalonica. Sebbene la produzione di oggetti di lusso, in particolare la lavorazione di vetro pregiato, gli smalti cloisonnés, i gioielli più raffinati o l'intaglio dell'avorio, fosse rimasta confinata entro le mura della capitale, il graduale approdo di merci realizzate nei territori periferici dimostrerebbe un fervente sviluppo della cultura dell'artigianato un po' ovunque. Il settore della seta si attestò tra i più fiorenti, essendosi sviluppato soprattutto nel XII secolo grazie ai vari laboratori di conciatura presenti a Costantinopoli, nel Peloponneso, a Tebe e, forse, anche a Tessalonica. Frattanto, gli snodi marittimi apertisi con le crociate stavano garantendo proficue opportunità di scambio a tanti mercanti interessati a interagire con il Levante, aumentando il flusso di navi che solcavano il Mediterraneo e l'Egeo. Ciò contribuì alla «prodigiosa espansione» commerciale nel XII secolo, invero avvertitasi meno nella capitale e più nelle città di provincia, dove il peso delle decisioni politiche era più sensibile, specie a Corinto, Atene, Tebe e in altri avamposti portuali. In Anatolia si registrò un certo fermento a Filadelfia, Pergamo, Efeso, Smirne e Attalia. == Cultura == Ridimensionato in confronto agli antichi fasti del passato e avviluppato in una situazione politica-militare in repentina evoluzione, l'Impero bizantino del XI-XII secolo offrì una notevole vitalità e capacità di irradiazione culturale, lavorando alacremente su tradizioni artistiche già consolidate. === Arte === Nella società bizantina, l'arte occupava una posizione chiave e godeva di una funzione essenzialmente religioso-simbolica, trovando nel contesto ecclesiastico sia il suo principale spazio di espressione sia una sinergia con l'ideologia imperiale. La natura mistica dell'arte le imponeva di provare a rendere visibili e comprensibili le verità religiose, preoccupandosi di stupire l'osservatore e consentirgli di percepire l'onnipotenza divina attraverso la sinuosità dei disegni e la contemplazione. Supplivano a tale scopo le chiese, concepite come ambienti totalizzanti e nei quali si fondevano immagine, preghiera e rito. La decorazione non era quindi un semplice ornamento, ma un elemento integrante della funzione religiosa dell'edificio e partecipava appieno all'esperienza liturgica. Poiché quasi nessuna chiesa bizantina medievale è giunta fino a noi nella sua forma originaria, è arduo ricostruire con esattezza l'effetto complessivo di questo sistema decorativo così come concepito allora. È però con ottimo grado di approssimazione possibile comprendere la filosofia alla base delle scelte stilistiche degli artisti, architetti e scultori bizantini. L'impero terreno veniva inteso come riflesso di quello celeste e lo spirito verso Dio, così come al contempo la celebrazione della sacralità dell'imperatore, veniva esaltato tramite l'architettura monumentale, la pittura, l'oreficeria, le icone, il rilievo, le decorazioni murali, i rituali liturgici, le cerimonie, la scultura e i canti. La ricchezza dell'oro e delle pietre preziose, unita a mosaici, tavole dipinte e pitture murali, mirava a creare uno spazio simbolico unitario, concepito come un vero e proprio "cielo terreno". Che fosse di umili natali o benestante, soldato semplice o generale, il cittadino bizantino trovava il proprio centro religioso in una cornice colma di immagini decorate e di elementi appositamente collocati ovunque, a testimonianza della grande importanza simbolica di candele, incenso, vesti liturgiche, reliquiari e oggetti d'oro e d'argento. Il probabile scopo recondito era quello di rendere gli ambienti ecclesiastici totalmente avulsi dal contesto della vita quotidiana, garantendo un'esperienza di straordinaria intensità. La decorazione interna poteva comprendere tre macro-categorie: le immagini murali permanenti, eseguite in affresco o in mosaico, le icone, mobili oppure fissate al templon, e infine oggetti liturgici come vasi, reliquiari, libri e paramenti. La decorazione murale permanente della navata delle chiese bizantine seguiva un preciso sistema iconografico, frutto di una ben sedimentata cultura artistica. Stando a Thomas Mathews, lo spazio risulta talmente immersivo da ingannare un osservatore comune, convincendolo persino a credere che gli edifici siano stati costruiti apposta per contenere solo e soltanto quelle immagini. Essendo l'uomo considerato un punto d'incontro tra mondo materiale e spirituale, gli artisti cercavano non tanto di rappresentare il corpo umano, quanto l'anima, naturalmente elaborando risultati diversi a seconda della mano dell'artista. Anche i protagonisti dei mosaici bizantini sono archetipi, figure lontane dalla realtà visiva, dalle proporzioni stabilite a priori. Le figure sacre, pur inserite organicamente nella struttura architettonica, sembrano quasi al contempo distaccarsene, condividendo lo spazio con l'osservatore. Le espressioni dei personaggi appaiono contenute ma senza risultare troppo rigide, contribuendo a un effetto complessivo di equilibrio, solennità e calma aristocratica. I riferimenti ambientali finiscono invece per assumere nelle immagini un ruolo secondario, sia pur senza svanire. Con la diffusione del cristianesimo ortodosso in aree come Bulgaria, Serbia e Rus', l'influenza dell'arte bizantina si era estesa ben oltre il suo nucleo originario, rappresentato dalla regione egea e da Costantinopoli. In questi territori, pur sviluppandosi progressivamente elementi locali, le radici artistiche rimasero profondamente legate ai modelli bizantini, generando un'ampia koinè culturale nel mondo ortodosso. Il fascino bizantino impressionò anche il mondo islamico, così come non mancarono delle interazioni con armeni, siriaci, georgiani, sia pur con un andamento più diradato. In misura più o meno ampia, le politiche dei Comneni ebbero un impatto su ogni aspetto culturale, con riflessi sui contenuti, sulla natura e sulla localizzazione degli interventi di committenza imperiale nel campo artistico e, in particolare, dell'architettura. Fu proprio sotto la dinastia in esame che l'arte bizantina arrivò a una piena maturità formale. In questa fase di rinascenza, si consolidarono modelli architettonici e decorativi destinati a esercitare una lunga influenza, sintetizzando tradizione e rinnovamento. Pur mantenendo modelli consolidati, si raggiunse un alto grado di raffinatezza e coerenza simbolica, fissando i tratti fondamentali dell'estetica bizantina nei secoli successivi. Dal punto di vista delle tecniche e delle produzioni, accanto all'architettura sacra si svilupparono notevolmente le arti sanitarie e le botteghe che le realizzavano. Sfortunatamente, però, gli artisti restavano perlopiù anonimi ed erano in genere considerati artigiani, in linea con una concezione dell'arte come espressione collettiva e funzionale alla fede. Non mancano lavori pregevoli realizzati nei più disparati materiali e scoperti dagli studiosi anche in terre lontane dai confini dell'impero. Più libera di quella religiosa, l'arte profana consentì a culture con opposte concezioni del mondo, come l'islamica e la bizantina, di fondersi, a tal punto che, in alcune opere, risulta difficile distinguere gli apporti delle due diverse tradizioni. Ciò è particolarmente evidente in quelle regioni di ascendenza bizantina, nelle quali la cultura araba aveva attecchito con profonde radici (si pensi alle sale interne decorate del palazzo reale di Palermo, risalenti al 1170 circa). Nella seconda metà del XII secolo, sia nell'arte sacra sia in quella profana, si assistette a una netta ripresa del mosaico, con le scuole regionali di architettura che cominciarono a gareggiare tra di loro per produrre molti stili distintivi. === Produzione intellettuale === La vitalità culturale bizantina dell'XI e XII secolo non si limitò al campo religioso o artistico, manifestandosi altresì nella conservazione e rielaborazione del patrimonio classico, nel rafforzamento delle pratiche letterarie e nell'affermazione di un raffinato cerimoniale di corte. L'età comnena coincise con un momento di riassestamento, in quanto il potere imperiale, pur sotto pressione militare e territoriale, continuò a sostenere il prestigio della civiltà bizantina, trasformando la tradizione in uno strumento di legittimazione politica. Il panorama filosofico dell'XI secolo bizantino fu particolarmente fecondo, grazie alla proliferazione di scuole, retori e menti brillanti che, per alcuni, partorirono una stagione di «ardito umanesimo». Le considerazioni elaborate in chiave neoplatonica da Michele Psello suscitarono vivaci dibattiti intellettuali, benché il pensatore costantinopolitano evitò scientemente di realizzare un sistema teologico coerente, nel timore di venire tacciato di eterodossia. Nella sua Chronographia, analizzò il rapporto tra la cultura classica e il cristianesimo, attenuando l'interpretazione provvidenzialistica tipica della storiografia precedente a favore di una maggiore attenzione alla dimensione umana degli eventi storici. Psello non vedeva opposizione tra tradizione classica e fede, bensì una continuità, nella quale il cristianesimo rappresentava il compimento della filosofia greca. Non ebbe riserve a muovere considerazioni più audaci il suo allievo Giovanni Italo, che riaprì questioni fondamentali della dottrina cristiana, contribuendo a un clima di intensa riflessione intellettuale ma pagando le sue congetture con una scomunica. Tale sviluppo è indicato come segno della vivacità culturale dell'XI secolo, durante il quale il declino del prestigio imperiale favorì una più ampia discussione sull'ordine della società cristiana. Il dibattito tra tendenze mistiche e umanistiche non fu necessariamente conflittuale, tanto che molti autori le considerarono complementari, contribuendo a un ampliamento degli orizzonti della cultura bizantina. Queste correnti ebbero anche implicazioni teoricamente destabilizzanti, poiché mettevano in discussione le forme tradizionali di autorità imperiale ed ecclesiastica, creando nuovi legami sociali e intellettuali tra i seguaci delle diverse scuole. Se è dunque corretto ravvisare un certo fermento nei dibattiti intellettuali, che provavano a divenire sempre più autonomi e comprensivi di molteplici interpretazioni teologiche e filosofiche, va precisato che le persecuzioni dei pensatori dissidenti e dei cristiani eterodossi impedirono delle analisi pienamente libere. Ad ogni modo, con coraggio, la produzione non si arrestò, proseguendo con perseveranza a Costantinopoli e dando l'impressione esistesse un divario culturale sensibile con le province. === Produzione letteraria === ==== Testi sacri e testi profani ==== La produzione libraria bizantina godeva di una consolidata e rinominata fama, costituendo uno degli aspetti più rilevanti della cultura medievale imperiale. Si esprimeva innanzitutto nel manoscritto miniato, composto da molteplici elementi quali il testo scritto, i titoli e le iniziali dei capitoli, le cornici decorative e, in numerosi casi, le illustrazioni. I libri prodotti nelle edizioni più raffinate erano destinati soprattutto alla Bibbia, alle vite dei santi e ai sermoni, cioè ai testi fondamentali della vita liturgica e devozionale. I manoscritti per uso liturgico contenevano annotazioni e talvolta tavole per localizzare i passi delle Scritture. Probabilmente ammaliato dalla raffinatezza di tali opere, Giovanni II Comneno si distinse tra gli imperatori bizantini per la frequenza con cui ricevette e donò manoscritti miniati e preziosi oggetti. I codici destinati alla lettura privata, come piccoli evangeliari o salteri, rispondevano invece a una devozione più personale. In generale, la cultura del libro restò strettamente connessa alla religione, ma non si esaurì in essa. Accanto ai codici ecclesiastici, esisteva una produzione popolare più ampia e specializzata, divenuta sorprendentemente estesa nel XI secolo e ancor di più nel XII. La letteratura veniva tramandata anche oralmente, divenendo così accessibile anche per il cittadino comune, che poteva ascoltare delle letture svolte ad alta voce dinanzi a un uditorio. Gli alti costi dei manoscritti preclusero l'accesso alla lettura privata, ma la loro diffusione aumentò comunque, favorendo la circolazione dei testi. Si devono ricordare elaborazioni legate alla letteratura greca antica, comprensive di testi di retorica, poesia, teatro e filosofia, oltre a cronache storiche e trattati pratici di diritto, veterinaria, strategia militare, matematica, tossicologia e medicina. Ragguardevoli progressi si registrarono in particolare nel campo delle scienze, della medicina e dell'astronomia, entrambe molto legate all'astrologia. La cultura scritta bizantina fu quindi insieme religiosa, erudita e tecnica, e proprio questa varietà contribuì alla sua durata e alla sua influenza. Questo rinnovamento sensibile garantì alla produzione una maggiore diversificazione, potendosi distinguere ad esempio anche racconti d'intrattenimento, delle composizioni satiriche e la ricomparsa del romanzo erotico. Avvenne durante la medesima epoca la stesura per iscritto di uno dei capolavori assoluti della letteratura bizantina, il Digenis Akritas, un testo a cavallo tra epopea e romanzo. Tra i più eminenti autori del panorama del XII secolo, si possono citare l'arcivescovo Eustazio di Tessalonica, profondamente ispirato dagli autori classici, Teodoro Prodromo, che contribuì a introdurre in letteratura la lingua volgare, Michele Glica, padre di alcune affascinanti liriche, e il prolifico filologo Giovanni Tzetzes. ==== Fonti storiche sull'età comnena ==== L'età dei Comneni rappresenta uno dei periodi meglio documentati della storia bizantina grazie a una fioritura storiografica di eccezionale rilievo. Fonte imprescindibile per il regno di Alessio I è l'Alessiade di Anna Comnena, lavoro di raffinato livello letterario e di impostazione classicistica che, pur con tendenze encomiastiche e qualche imprecisione cronologica, costituisce una testimonianza insostituibile sulla restaurazione imperiale, sui rapporti con l'Occidente e sulle prime crociate. Silvia Ronchey ha individuato nell'opera il primo grande manifesto e strumento di espressione dell'ideologia imperiale comnena. L'Alessiade non è infatti una mera biografia del padre stilata dall'autrice, ma anche una riflessione sul potere, sulla legittimità dinastica e sulla posizione della famiglia comnena all'interno della storia imperiale. All'opera menzionata si affiancano, con valore complementare, l'Epitome di Giovanni Zonara e la fatica incompiuta di Niceforo Briennio, mentre un arido contributo è apporto dalle cronache di Costantino Manasse, Michele Glica e Gioele, un compilatore marginale la cui biografia è abbastanza oscura. Per il XII secolo, risultano centrali le opere di Giovanni Cinnamo e soprattutto di Niceta Coniata. Il primo, segretario imperiale, offre una narrazione sobria e concisa del regno di Manuele I, mentre il secondo, alto funzionario sotto gli Angeli, propone una ricostruzione ampia e vivace fino al 1206, divenendo una delle principali fonti per la crisi finale dell'impero. Pur essendo più indipendente di Psello, Coniata resta comunque un autore di corte e subisce i limiti propri di una cultura politica ancora fortemente condizionata dall'autocrazia. La sua narrazione, a partire dal 1118, è attraversata da un senso di presagio e di rovina imminente, con la storia dell'impero che assume i connotati di un progressivo avvicinamento alla catastrofe finale. Il suo stile retorico e la sua struttura narrativa paragonano l'immagine dell'impero a una nave che affonda, cioè a una macchina statale in disfacimento. Meritano infine una menzione alcune testimonianze narrative specifiche, come la descrizione del sacco normanno di Tessalonica nel 1185 del già citato arcivescovo Eustazio. Accanto alla storiografia, un ruolo essenziale è svolto da fonti documentarie e letterarie di varia natura quali quelle epistolari (come Teofilatto di Ocrida, fondamentale per la Macedonia), discorsi ufficiali, poesie d'occasione (in particolare di Teodoro Prodromo) e i trattati retorici, che offrono preziose informazioni sulla vita politica, sociale ed economica. Sul piano documentario, uno spiccato rilievo hanno gli atti amministrativi e fiscali (come le lyseis imperiali), utili per comprendere il funzionamento dello Stato, nonché i trattati internazionali, specie quelli stipulati con Venezia. Completano il quadro le fonti occidentali e slave, tra cui cronache crociate e testi agiografici balcanici che offrono una prospettiva esterna sui rapporti tra Bisanzio, l'Occidente latino e il mondo slavo. == Giudizio storiografico == La storiografia moderna ha individuato nell'epoca comnena un periodo cruciale della storia bizantina, offrendo tuttavia interpretazioni profondamente divergenti in merito alla sussistenza di un'effettiva rinascita o meno. In un suo approfondimento relativo agli anni 1025-1118, e dunque essenziale per comprendere i fattori che portarono all'avvento dei Comneni, Michael Angold si è interrogato se si fosse trattato di un periodo di belle époque oppure di una fase di crisi, giungendo alle seguenti conclusioni. Archiviato l'esteso e positivo regno di Basilio II Bulgaroctono, frutto di condizioni eccezionali, irripetibili e non foriere di un assetto istituzionale durevole, seguì una viscerale riorganizzazione degli equilibri politici e sociali, ma essa fu talmente turbolenta da spingere il primo sovrano che riuscì a insediarsi in modo stabile e prolungato, Alessio I Comneno, a ridefinire i pilastri dell'autorità imperiale. Secondo Georgij Ostrogorskij, l'affermazione dei Comneni nel XI secolo non avrebbe invertito del tutto il declino strutturale in corso, privando Bisanzio dei suoi antichi punti di forza a vantaggio degli opportunistici interessi dell'aristocrazia e del conseguente indebolimento della capacità statale di mobilitare risorse. Aleksandr Každan e Ann Epstein hanno imputato alle élite conservatrici un atteggiamento ostruzionista che fiaccò l'impero, anziché accompagnare efficacemente il fervente dinamismo e le innovazioni sociali dell'XI-XII secolo. Ad ogni maniera, occorrerebbe scindere i giudizi sulle strutture amministrative e belliche, in lento declino, dallo sviluppo registratosi in demografia, cultura ed economia. A proposito del miglioramento dei commerci, Alan Harvey ha sorprendentemente attribuito un ruolo positivo all'espansione dei grandi patrimoni fondiari, ritenuto funzionale anche all'incremento demografico. Per Mark Whittow, la ripresa del XII secolo non si realizzò per una ragione simile, bensì al contrario si resse su una base rurale più ampia. I grandi patrimoni della capitale e le istituzioni ecclesiastiche giocarono un effetto diverso a seconda del contesto, potendo tanto stimolare quanto soffocare l'iniziativa locale. Alla luce delle varie considerazioni sopra espresse, l'età comnena non apparirebbe di rottura, bensì di consolidamento di trasformazioni internazionali già in atto. Sul piano geopolitico e militare, l'epoca comnena consentì all'impero di riconquistare una posizione di rilievo, ma non riuscì a ristabilire un controllo duraturo su alcune regioni, specie l'Asia Minore interna. Fu conservato un ruolo prestigioso nel Mediterraneo per il grosso del XII secolo, salvo poi cedere l'egemonia marittima alle repubbliche marinare italiane, con conseguenze decisive per il futuro crollo del 1204. La posizione di grande potenza che Bisanzio cercò di salvaguardare sotto i Comneni risultò quindi priva di solide basi interne e i successi ottenuti si dissolsero in fretta. È singolare infatti constatare che nel 1195, a un decennio dalla scomparsa dei Comneni, i confini di Bisanzio apparivano soltanto lievemente più estesi rispetto al 1081. Appiattito sulla capitale, troppa esposto alla pressione fiscale e condizionato dall'ingresso prorompente dei latini, l'impero non si rivelò abbastanza solido da reggere le innumerevoli sfide che lo attanagliarono negli ultimi scampoli dell'epoca comnena e nel ventennio seguente. Assieme agli interventi militari, si assistette a una fase di riorganizzazione erariale, amministrativa, religiosa e sociale, fondata su una combinazione di centralismo costantinopolitano, reti aristocratiche, fiscalità più efficiente, ideologia della sovranità universale, intensa elaborazione culturale, controllo sul fermento intellettuale e uso pragmatico della diplomazia e dell'ortodossia. Sul piano istituzionale e sociale, in particolare, per Paul Lemerle il sistema comneno avrebbe consacrato una fusione tra l'apparato statale e la dinastia regnante. La sua forza risiedeva nella capacità di integrare aristocrazia, territori e relazioni internazionali attraverso reti di parentela, mentre la sua debolezza derivava dalla tendenza a trasformare ogni conflitto politico in rivalità intestine. Come il temporaneo rafforzamento della basileia venne meno, si riesumarono profonde fragilità legate alla dipendenza dalla famiglia imperiale, alle pressioni delle potenze occidentali e alla sproporzione tra ambizioni universalistiche e risorse effettive, accelerando nel lungo termine la crisi del sistema. Sul piano culturale, la produzione artistica, la letteratura sacra e profana, i circoli intellettuali e il cerimoniale di corte continuarono a costituire i principali strumenti di definizione dell'identità imperiale, garantendo una notevole vitalità destinata a perdurare anche più avanti. L'XI secolo e più ancora il secolo successivo coincisero per la storia della cultura scritta con una fase di brillante fioritura, in armonia con la rinascita economica e le trasformazioni della società contemporanee. A detta di Giovanni Tabacco e Grado Merlo, questo slancio culturale non si rivelò però più in grado di sorreggere come un tempo le grandi aspirazioni propugnate dall'ideologia imperiale, rendendo evanescente la credibilità di un sogno di espansione universalistica. In Europa occidentale, gli imperatori comneni sono stati percepiti positivamente per la salda continuità dimostrata in un attimo storico in cui la stabilità dinastica era legata soprattutto a questioni militari e amministrative. All'efficace risposta alla minaccia turca si affiancò un atteggiamento tutto sommato conciliante verso i latini, tanto che tale epoca è stata battezzata alla stregua di «un periodo di occidentalizzazione». Per Tommaso Brancini, proprio simili considerazioni avrebbero indotto una nutrita schiera di esperti, contaminati da una visione eurocentrica, a sopravvalutare i meriti dell'intera età comnena, dipingendola probabilmente troppo in fretta come periodo aureo. I critici greci di epoca successiva non hanno invece posto grande enfasi sul recepimento di usi orientali e latini nella seconda metà del XII secolo, preferendo rimarcare gli aspetti ellenici della dinastia. È estremamente arduo, in conclusione, comprendere se il periodo della cosiddetta rinascenza comnena avesse soltanto ritardato l'ineludibile declino bizantino o se, adottando ulteriori misure virtuose, l'impero avrebbe vissuto sorti diverse. Sembra corretto ritenere tale arco temporale una fase complessa e ambivalente, in cui recupero politico, trasformazione strutturale e fragilità sistemiche si intersecarono profondamente, consentendo a Bisanzio di riaffermarsi temporaneamente come superpotenza, ma senza riuscire a garantire una sicurezza duratura. == Note == Esplicative Bibliografiche == Bibliografia == Fonti primarie Anna Comnena, Alessiade: opera storica di una principessa porfirogenita bizantina, a cura di e traduzione di Giacinto Agnello, Palazzo Comitini, 2010, ISBN 978-88-96-76210-3. Niceta Coniata, Grandezza e catastrofe di Bisanzio. Narrazione cronologica, a cura di Anna Pontani e Jan-Louis van Dieten, vol. I (libri I-VIII), Mondadori, 1994, ISBN 978-88-04-37948-5. Niceta Coniata, Grandezza e catastrofe di Bisanzio. Narrazione cronologica, a cura di Anna Pontani e Jan-Louis van Dieten, vol. II (libri IX-XIV), Mondadori, 1999, ISBN 978-88-04-46636-9. Fonti secondarie (EN) Michael Angold, Belle Époque or Crisis? (1025–1118), in Jonathan Shepard (a cura di), The Cambridge History of the Byzantine Empire c.500–1492, Part II. The Middle Empire c. 700–1204, Cambridge University Press, 2009, pp. 583-626. AA.VV., L'Alto Medioevo: l'arte bizantina e musulmana: da Roma al preromanico, Istituto Geografico De Agostini, 1990, ISBN 978-88-40-20358-4. (EN) John Birkenmeier, The Development of the Komnenian Army: 1081-1180, BRILL, 2021, ISBN 978-90-04-47643-1. Tommaso Braccini, L'Impero bizantino: la dinastia comnena, su Umberto Eco (a cura di), Storia della civiltà europea, Treccani, 2014. URL consultato il 18 aprile 2026. Jean-Claude Cheynet, Il mondo bizantino, a cura di Silvia Ronchey e Tommaso Braccini, vol. 2: L'Impero bizantino (641-1241), Torino, Giulio Einaudi Editore, 2008, ISBN 978-88-06-18915-0. Anthony Cutler, Comneni, su Enciclopedia dell'Arte Medievale, Treccani, 1994. URL consultato il 17 aprile 2026. (EN) Aleksandr P. Každan e Ann Wharton Epstein, Change in Byzantine Culture in the Eleventh and Twelfth Centuries, University of California Press, 1990, ISBN 978-05-20-06962-6. (EN) Paul Magdalino, The Empire of the Komnenoi (1118–1204), in Jonathan Shepard (a cura di), The Cambridge History of the Byzantine Empire c.500–1492, Part II. The Middle Empire c. 700–1204, Cambridge University Press, 2009, pp. 627-663. (EN) Metropolitan Museum of Art, The Glory of Byzantium: Art and Culture of the Middle Byzantine Era, A.D. 843-1261, a cura di Helen C. Evans e William D. Wixom, Metropolitan Museum of Art, 1997, ISBN 978-08-70-99777-8. (EN) John Julius Norwich, Byzantium: The Decline and Fall, collana A History of Byzantium, vol. 3, Viking, 1995, ISBN 978-06-70-82377-2. Georgij Ostrogorskij, Storia dell'Impero bizantino, traduzione di Piero Leone, Torino, Einaudi, 2014, ISBN 978-88-06-22416-5. Francesco Panvini Rosati, Arte bizantina, su Enciclopedia dell' Arte Medievale, Treccani, 1992. 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The Middle Empire c. 700–1204, Cambridge University Press, 2009, pp. 465-492. == Voci correlate == Comneni Guerre bizantino-selgiuchidi Impero bizantino durante la dinastia comnena == Collegamenti esterni == Angelo Pernice, Comneni, su Enciclopedia Italiana, Treccani, 1931. URL consultato il 17 aprile 2026. (EN) Alexander Roberts, Komnenian Restoration: The Byzantine Empire Under the Komnenos Dynasty, su The Collector, 29 maggio 2025. URL consultato il 18 aprile 2026.Eduardo De FilippoEduardo De Filippo, noto anche semplicemente come Eduardo (Napoli, 26 maggio 1900 – Roma, 31 ottobre 1984), è stato un drammaturgo, attore, regista, sceneggiatore e poeta italiano. Considerato uno dei più importanti autori teatrali del Novecento, scrisse numerose opere da lui stesso messe in scena e interpretate, successivamente tradotte e rappresentate anche all'estero. Si dedicò inoltre al cinema come sceneggiatore, regista e attore. Per i suoi meriti artistici e culturali, nel 1981 fu nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Ricevette inoltre due lauree honoris causa in Lettere dall'Università di Birmingham (1977) e dall'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" (1980). == Biografia == Eduardo De Filippo nacque a Napoli il 26 maggio 1900. Era figlio della sarta Luisa De Filippo e dell'attore e commediografo Eduardo Scarpetta, figura di primo piano del teatro napoletano. Insieme ai fratelli Titina e Peppino crebbe a contatto con il mondo dello spettacolo, maturando fin dall'infanzia una formazione artistica nell'ambito della tradizione teatrale familiare === Nella compagnia di Vincenzo Scarpetta (1914-1927) === Nel 1914 entrò stabilmente nella compagnia del fratellastro Vincenzo Scarpetta, dove recitava già la sorella; successivamente si unì alla compagnia anche Peppino, permettendo ai tre fratelli di lavorare insieme. Questa fase fu importante per la sua formazione teatrale di Eduardo, che così maturò le prime competenze professionali come attore. Il repertorio della compagnia di Vincenzo Scarpetta comprendeva principalmente le commedie del padre Eduardo, affiancate da altri spettacoli teatrali. Nel 1918 fu chiamato alle armi con la sua classe di leva e, dopo un primo congedo provvisorio, completò il servizio militare tra il 1920 e il 1921 nei Bersaglieri. Durante questo periodo organizzò spettacoli per i soldati, maturando ulteriormente l'interesse per la scrittura e la regia teatrale. Nel 1920 scrisse Farmacia di turno, considerata la sua prima commedia, un atto unico rappresentato l'anno successivo dalla compagnia di Vincenzo. Nel 1922 scrisse Ho fatto il guaio, riparerò..., commedia che sarebbe stata successivamente rielaborata con il titolo definitivo di Uomo e galantuomo e rappresentata al Teatro dei Fiorentini nel 1926. Il testo appartiene alla prima fase della sua produzione teatrale, ancora legata alla tradizione farsesca scarpettiana, ma già caratterizzata da temi destinati a ricorrere nella sua successiva drammaturgia. Durante questi anni, maturò ulteriori esperienze teatrali anche al di fuori del repertorio abituale, partecipando alle recite estive dei cosiddetti "seratanti" nel 1921 e curando la regia di Surriento gentile, idillio musicale di Enzo Lucio Murolo - commediografo considerato l'ideatore e il pioniere della sceneggiata napoletana - rappresentato il 16 settembre 1922. Dopo la morte di Eduardo Scarpetta nel 1925, Eduardo tentò una breve esperienza al di fuori della compagnia familiare, entrando in quella di Luigi Carini come attore "brillante" e favorendo l'ingresso del fratello. Il progetto ebbe però breve durata per difficoltà economiche ed Eduardo tornò nella compagnia di Vincenzo, per la quale nel 1926 scrisse Requie a l'anema soja..., successivamente rielaborata con il titolo I morti non fanno paura. Nel 1927 la compagnia rappresentò per la prima volta Chill'è pazzo!, commedia in seguito ridenominata Ditegli sempre di sì, una delle prime opere significative della sua produzione teatrale. === Le prime esperienze autonome (1928-1931) === Al termine della stagione teatrale del 1927 Eduardo fondò, insieme ai fratelli e al commediografo Michele Galdieri, la compagnia Galdieri-De Filippo, della quale assunse la direzione. Il debutto avvenne il 27 luglio al Teatro dei Fiorentini di Napoli con lo spettacolo La rivista... che non piacerà. Nel 1928 sposò a Roma, con il rito evangelico, l'americana Dorothy Pennington. Nello stesso periodo proseguì i tentativi di affermarsi come capocomico, dirigendo la ''De Filippo - Comica Compagnia Napoletana d'Arte Moderna'' insieme ai fratelli. Infine scrisse l'atto unico Filosoficamente, che, come Occhiali neri, non fu mai rappresentato dall'autore. Nel 1929 Eduardo e Peppino portarono in scena al Teatro dei Fiorentini lo spettacolo ''Prova generale. Tre modi di far ridere'', scritto con Galdieri e firmato con gli pseudonimi R. Maffei, G. Renzi e H. Betti. Nel 1929 Eduardo, Peppino e Titina entrarono a far parte della compagnia Molinari, nella quale costituirono la ditta autonoma ''Ribalta Gaia''. Nell'ambito di questa esperienza Eduardo presentò Sik-Sik, l'artefice magico, inizialmente inserita come sketch nella rivista Pulcinella principe in sogno... e destinata a diventare una delle opere più note della sua produzione giovanile. Inoltre partecipò alla scrittura di diversi spettacoli di rivista, collaborando con Mario Mangini in lavori come Follia dei brillanti', La terra non gira e La signora al balcone. === La compagnia del Teatro Umoristico "I De Filippo" (1931-1944) === Nel 1931 Eduardo fondò insieme ai fratelli la compagnia del Teatro Umoristico "I De Filippo", della quale assunse la direzione artistica. La compagnia debuttò a Roma e successivamente si esibì in diverse città italiane, affermandosi per un repertorio che univa la tradizione comica napoletana a una progressiva elaborazione drammaturgica personale di Eduardo. In questo periodo Eduardo continuò l'attività di autore teatrale, scrivendo opere come Quei figuri di trent'anni fa e Ogni anno punto e da capo, inizialmente firmata con lo pseudonimo Tricot. Lo stile della compagnia si sviluppò a partire dalla tradizione farsesca e dalla comicità della scena napoletana, elementi che Eduardo avrebbe progressivamente trasformato in una forma teatrale originale. ==== Natale in casa Cupiello ==== La commedia Natale in casa Cupiello, rappresentata per la prima volta al Teatro Kursaal di Napoli il 25 dicembre 1931, contribuì all'affermazione della compagnia del Teatro Umoristico "I De Filippo". Nata inizialmente come atto unico (l'attuale secondo), la commedia venne successivamente ampliata da Eduardo con l'aggiunta di due ulteriori atti, fino ad assumere la struttura definitiva in tre atti. L'opera divenne uno dei testi più rappresentativi della produzione eduardiana, segnando il passaggio dalla comicità farsesca degli esordi a una più complessa rappresentazione dei rapporti familiari e delle tensioni della vita quotidiana. ==== L'avanspettacolo e l'esordio nel cinema ==== Nei primi anni trenta la compagnia svolse un'intensa attività nei teatri di avanspettacolo, dove alternava diversi lavori in repertorio. Ripropose opere già sperimentate negli anni precedenti affiancandole a nuove commedie e collaborazioni con altri autori. Propose anche una parodia di Cavalleria rusticana che suscitò la reazione negativa di Pietro Mascagni, autore dell'opera, il quale intervenne per impedirne ulteriori rappresentazioni. Nel 1932 la compagnia si trasferì al cinema-teatro Reale di Napoli, proseguendo il consolidamento della propria presenza nel panorama teatrale italiano. Nello stesso anno, parallelamente all'attività teatrale, Eduardo esordì nel cinema con Tre uomini in frack diretto da Mario Bonnard. Il film, prodotto da Giuseppe Amato, vide la partecipazione anche del fratello Peppino, accanto al cantante Tito Schipa. ==== Al Sannazaro ==== Proprio quando i piccoli cinema-teatri dell'avanspettacolo iniziano a stare stretti alla compagnia "I De Filippo", e nello stesso tempo in cui Eduardo e Peppino sono impegnati con Tito Schipa nella lavorazione del film Tre uomini in frak di Mario Bonnard, l'impresario del Teatro Sannazaro li scrittura per la stagione del celebre teatro napoletano. Il nuovo sodalizio, che perde Salvietti ma mantiene tra gli altri Carloni e Pisano, vede una maggiore presenza di Titina come prima attrice della compagnia; il debutto è datato 8 ottobre 1932 con Chi è cchiu' felice 'e me! (due atti di Eduardo, scritta nel 1929) e Amori e balestre (atto unico di Peppino). Si inizia così a formare un primo "repertorio eduardiano" che la compagnia "I De Filippo" porta sulle scene, alternandolo con lavori scritti da Peppino e Titina stessi o da Maria Scarpetta, Ernesto Murolo e Gino Rocca. ==== L'affermazione nazionale e il rapporto con Pirandello ==== Nel corso degli anni trenta Eduardo iniziò a orientare la compagnia verso una dimensione nazionale, superando il precedente legame prevalente con il teatro napoletano. Un passaggio importante fu l'incontro con Luigi Pirandello, avvenuto nel 1933, dal quale nacque una collaborazione artistica che influenzò la successiva attività teatrale di Eduardo. Eduardo interpretò il ruolo di Ciampa ne Il berretto a sonagli del drammaturgo siciliano e partecipò alla messa in scena di Liolà; inoltre collaborò con lo stesso Pirandello alla commedia L'abito nuovo, rappresentata nel 1937. Alla fine del decennio Eduardo debuttò come regista cinematografico con In campagna è caduta una stella, distribuito nel 1940, nel quale ricoprì anche il ruolo di interprete. Durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana, la compagnia proseguì la propria attività teatrale, anche se il contesto politico e culturale del periodo condizionò il lavoro degli artisti. Nel frattempo il rapporto artistico tra Eduardo e Peppino si deteriorò progressivamente e si concluse nel 1944. === Il Teatro di Eduardo e il San Ferdinando (1945-1959) === Dopo la separazione artistica dei fratelli, Eduardo fondò una nuova compagnia teatrale denominata "Il Teatro di Eduardo". Nel 1948 acquistò il semidistrutto Teatro San Ferdinando di Napoli, investendo tutti i suoi guadagni nella ricostruzione di un antico teatro ricco di storia, mentre Napoli viveva una triste stagione all'insegna della più assurda speculazione edilizia. Il San Ferdinando fu inaugurato il 22 gennaio 1954 con l'opera Palummella zompa e vola. Eduardo cercò di salvaguardare la facciata settecentesca dello stabile realizzando all'interno un teatro tecnicamente all'avanguardia per farne una "casa" per l'attore e per il pubblico. Al San Ferdinando interpretò le sue opere, ma mise in scena anche testi di autori napoletani per recuperare la tradizione e farne un "trampolino" per un nuovo Teatro. Adottò il parlato popolare, conferendo in questo modo al napoletano la dignità di lingua ufficiale, ma elaborò una lingua teatrale che travalicò napoletano ed italiano per diventare una lingua universale. Non vi è dubbio che l'azione e l'opera di Eduardo De Filippo siano state decisive affinché il "teatro dialettale", precedentemente giudicato di second'ordine dai critici, fosse finalmente considerato un "teatro d'arte". Tra le opere più rappresentative del periodo successivo alla guerra figurano Napoli milionaria! (1945), Questi fantasmi! e Filumena Marturano (entrambe del 1946). Nel dopoguerra Eduardo proseguì l'attività cinematografica alternando interpretazione, regia e sceneggiatura. Collaborò con Vittorio De Sica, partecipando ai film Tempi nostri - Zibaldone n. 2 (1954) e L'oro di Napoli (1954). Curò inoltre la sceneggiatura di Matrimonio all'italiana (1964), adattamento cinematografico della commedia Filumena Marturano, già portata sullo schermo dallo stesso Eduardo nel 1951. Nel 1950 diresse e interpretò, insieme a Totò, Napoli milionaria!, tratto dalla sua omonima commedia teatrale. === L'attività politica e i riconoscimenti internazionali (1960-1984) === Nel corso degli anni sessanta Eduardo ampliò la diffusione internazionale della propria produzione teatrale: nel 1962 portò in tournée le sue opere in Unione Sovietica, Polonia e Ungheria, dove furono accolte con interesse dal pubblico e dagli ambienti culturali locali. In questo periodo avrebbe dovuto interpretare il personaggio del re magio Epifanio in Porno-Teo-Kolossal, progetto cinematografico di Pier Paolo Pasolini rimasto incompiuto dopo la morte del regista nel 1975. Dopo aver diretto Spara forte, più forte... non capisco! (1966), Eduardo ridusse progressivamente la propria attività cinematografica per dedicarsi soprattutto alla televisione, dove tra gli anni sessanta e settanta ripropose numerose sue commedie in adattamenti televisivi. Nel 1972 ricevette il Premio Feltrinelli per l'attività teatrale assegnato dall'Accademia dei Lincei. Nel 1973 presentò la sua ultima commedia, Gli esami non finiscono mai, rappresentata per la prima volta il 19 dicembre alla Pergola di Firenze. L'opera gli valse, l'anno successivo, il Premio Pirandello per il teatro. Nel 1977 ricevette la laurea honoris causa in Lettere dall'Università di Birmingham e nel 1980 quella dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza". Nel 1981 fu nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini e aderì al gruppo della Sinistra Indipendente. Durante il mandato parlamentare intervenne anche su temi sociali, tra cui la condizione dei giovani detenuti negli istituti di pena. Nel 1984 interpretò il suo ultimo ruolo, quello del vecchio maestro nella miniserie televisiva Cuore, diretta da Luigi Comencini e tratta dall'omonimo romanzo di Edmondo De Amicis.< === Gli ultimi anni e la morte (1974-1984) === Il 4 marzo 1974 Eduardo fu colpito da un malore causato da uno scompenso cardiaco durante una rappresentazione teatrale e gli venne applicato un pacemaker. Tornò tuttavia sul palcoscenico solo 23 giorni dopo. Ricoverato presso la clinica Villa Stuart di Roma, Eduardo morì il 31 ottobre 1984 alle 22:50, all'età di 84 anni, a causa di un blocco renale. La camera ardente fu allestita al Senato della Repubblica; i funerali si svolsero il 3 novembre con una cerimonia religiosa nella basilica di San Giovanni in Laterano e una successiva commemorazione civile in piazza San Giovanni, alla presenza di circa 30.000 persone. Le sue spoglie sono sepolte nella cappella di famiglia al cimitero del Verano di Roma. == Vita privata == La vita privata di Eduardo De Filippo fu segnata dai rapporti con la famiglia d'origine, dai tre matrimoni e da alcuni importanti lutti personali. Nel 1928 sposò a Roma, con rito evangelico, Dorothy Pennington, cittadina statunitense originaria di Filadelfia. Il matrimonio fu successivamente annullato nel 1952 dal tribunale della Repubblica di San Marino e la decisione fu riconosciuta anche dal tribunale di Napoli nel 1955. Nel 1956 sposò la soubrette Thea Prandi, dalla quale ebbe due figli: Luisa, morta nel 1960 all'età di dieci anni, e Luca, futuro attore e regista teatrale. Nel 1963 scomparve la sorella Titina, figura centrale nei rapporti tra Eduardo e Peppino oltre che nella storia artistica della famiglia De Filippo Nel 1977 sposò Isabella Quarantotti, scrittrice e sceneggiatrice. === Il rapporto con Peppino === Il rapporto tra Eduardo e Peppino rimase segnato dalla separazione artistica avvenuta nel 1944. Nel 1980, durante la malattia di Peppino, vi furono contatti tra i due fratelli che alcuni interpretarono come un tentativo di riconciliazione. Secondo il figlio di Peppino, Luigi De Filippo, Eduardo si recò a fargli visita in clinica dopo essere stato informato delle sue condizioni: Secondo Maurizio Giammusso, tuttavia, l'incontro non avrebbe portato a una vera riconciliazione tra i due fratelli: «I giornali scrissero quello che il pubblico voleva leggere». Dopo il peggioramento delle condizioni di salute di Peppino, Eduardo gli fece visita, ma non partecipò ai funerali del fratello, morto il 27 gennaio 1980. Secondo Giammusso, durante una rappresentazione al Teatro Duse di Bologna ricordò Peppino con queste parole: «Adesso mi manca. Come compagno, come amico, ma non come fratello». == L'eredità == L'opera di Eduardo De Filippo ha esercitato una significativa influenza sul teatro italiano contemporaneo, in particolare sulla drammaturgia napoletana successiva e sugli autori che hanno sviluppato un rapporto tra tradizione teatrale, linguaggio popolare e forme moderne di rappresentazione. Tra gli artisti che hanno risentito della sua influenza sono stati indicati autori come Annibale Ruccello ed Enzo Moscato, oltre a interpreti e autori appartenenti all'ambito della contaminazione tra teatro, cinema e televisione, tra cui Massimo Troisi. La sua eredità è stata inoltre messa in relazione con l'opera di Dario Fo e con quella di alcuni esponenti del teatro di ricerca contemporaneo. Parallelamente all'attività artistica, Eduardo svolse anche un'attività didattica. Nel 1981 fu invitato da Ferruccio Marotti a tenere un corso di drammaturgia presso la Università degli Studi di Roma "La Sapienza", nell'ambito della cattedra di Storia del teatro e dello spettacolo. Le sue lezioni, dedicate alla propria esperienza di autore, attore e regista, furono registrate audiovisivamente dal Centro Teatro Ateneo e costituiscono una testimonianza del suo metodo di lavoro teatrale. == Carriera == === Teatro === === Cinema === === Regia di opere liriche === Il barbiere di Siviglia di Giovanni Paisiello, Piccola Scala (1960) Rigoletto di Giuseppe Verdi, Teatro dell'Opera di Roma (1966) Il naso di Dmitrij Dmitrievič Šostakovič, Teatro dell'Opera di Roma (1967) Il barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini, Teatro dell'Opera di Roma (1967) La pietra del paragone di Gioachino Rossini, Piccola scala (1982) === Prosa radiofonica Rai === Il mio primo amore (6 marzo 1937) Filumena Marturano, tre atti di Eduardo De Filippo (anche regista), compagnia Eduardo e Titina De Filippo, con Titina De Filippo, Eduardo De Filippo, Vittoria Crispo, Rosita Pisano, Aldo Giuffré, Pietro Carloni, giovedì 1 febbraio 1951. Le voci di dentro di e regia di Eduardo De Filippo, con Titina De Filippo, Rosita Pisano, Eduardo De Filippo, Aldo Giuffré, Vera Carmi, Enzo Donzelli, trasmessa nel Secondo Programma, giovedì 23 luglio 1959. === Televisione === == Opere di Eduardo == === Teatro === Sik-sik l'artefice magico, Napoli, Tirrena, 1932. Napoli milionaria!, Torino, Einaudi, 1950; 1964. Questi fantasmi!, Torino, Einaudi, 1951. Cantata dei giorni dispari, I, Torino, Einaudi, 1951; 1971; a cura di Anna Barsotti, 1995. ISBN 88-06-13633-X; edizione critica e commentata a cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi, Milano, A. Mondadori, 2005. ISBN 88-04-53740-X. Bene mio e core mio, Torino, Einaudi, 1956. Chi è cchiù felice 'e me!, Torino, Einaudi, 1956. Mia famiglia. Commedia in tre atti, Torino, Einaudi, 1956. De Pretore Vincenzo, Torino, Einaudi, 1957. Le bugie con le gambe lunghe, Torino, Einaudi, 1958. Il figlio di Pulcinella, Torino, Einaudi, 1958. Cantata dei giorni dispari, II, Torino, Einaudi, 1958; 1971; a cura di Anna Barsotti, 1995. ISBN 88-06-13790-5; edizione critica e commentata a cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi, Milano, A. Mondadori, 2007. ISBN 978-88-04-56243-6. Cantata dei giorni pari, Torino, Einaudi, 1959; Premio Speciale Viareggio 1971; a cura di Anna Barsotti, 1998. ISBN 88-06-14137-6; edizione critica e commentata a cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi, Milano, A. Mondadori, 2000. ISBN 88-04-47410-6. Il sindaco del Rione Sanità, Torino, Einaudi, 1961. Natale in casa Cupiello, Torino, Einaudi, 1964. Filumena Marturano, Torino, Einaudi, 1964. Le voci di dentro, Torino, Einaudi, 1964. Non ti pago, Torino, Einaudi, 1964. Peppino Girella, Roma, Editori Riuniti, 1964. L'arte della commedia, seguito dall'atto unico Dolore sotto chiave, Torino, Einaudi, 1965. Ditegli sempre di sì, Torino, Einaudi, 1966. Uomo e galantuomo, Torino, Einaudi, 1966. Sabato, domenica e lunedì, Torino, Einaudi, 1966. Cantata dei giorni dispari, III, Torino, Einaudi, 1966; 1971; 1976; a cura di Anna Barsotti, 1995. ISBN 88-06-13901-0. Il contratto, Torino, Einaudi, 1967. Il monumento, Torino, Einaudi, 1971. Ogni anno punto e a capo, Torino, Einaudi, 1971. Bene mio e core mio, Torino, Einaudi, 1971. I capolavori di Eduardo, 2 voll., Torino, Einaudi, 1971; 1979. Contiene: I, Ditegli sempre di sì; Sik-Sik, l'artefice magico; Natale in casa Cupiello; Non ti pago; Napoli milionaria!; Questi fantasmi!; Filumena Marturano; Le voci di dentro. II, Mia famiglia; De Pretore Vincenzo; Sabato, domenica e lunedì; Il Sindaco del Rione Sanità; L'arte della commedia; Il contratto. Gli esami non finiscono mai, Torino, Einaudi, 1973. La grande magia, Torino, Einaudi, 1973. Io, l'erede, Torino, Einaudi, 1976. Tommaso d'Amalfi, Torino, Einaudi, 1980. Tre commedie, a cura di Guido Davico Bonino, Torino, Einaudi, 1992. ISBN 88-06-12456-0. Contiene: Le bugie con le gambe lunghe; La grande magia; Bene mio core mio. Tre adattamenti teatrali, Torino, Einaudi, 1999. ISBN 88-06-15021-9. Contiene: Sogno di una notte di mezza sbornia, La monaca fauza, Cani e gatti!. === Adattamenti e lavori teatrali in collaborazione === L'ultimo Bottone, (adattamento da Munos Seca e Garcia Alvarez) Sogno di una notte di mezza sbornia, (adattamento libero di L'agonia di Schizzo di Athos Setti) (1936) Pulicinella ca va' truvanno 'a fortuna soia pe' Napule di P. Altavilla (libero adattamento di Eduardo), (Edizioni del Teatro San Ferdinando, Napoli, 1958) La fortuna con l'effe maiuscola (in collaborazione con Armando Curcio, in "Il teatro di Armando Curcio", Curcio, Milano, 1977) La tempesta di William Shakespeare nella traduzione in napoletano di Eduardo De Filippo, (Einaudi, Torino, 1984) Peppino Girella (da una novella di Isabella Quarantotti De Filippo, Editori Riuniti, Roma, 1964) Eduardo De Filippo presenta 4 commedie di Eduardo e Vincenzo Scarpetta (liberi adattamenti di Eduardo), (Einaudi, Torino, 1974) Simpatia (in collaborazione con la Scuola di drammaturgia di Firenze), (Einaudi, Torino, 1981) Mettiti al passo!, (commedia di Claudio Brachini su soggetto di Eduardo), (Einaudi, Torino, 1982) L'erede di Shylock (commedia di Luciana Luppi su soggetto di Eduardo), (Einaudi, Torino, 1984) Un pugno d'acqua (commedia di Renato Iannì su soggetto di Eduardo), (Einaudi, Torino, 1985) Teatro. Cantata dei giorni pari, a cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi, Milano, Mondadori (I Meridiani) 2000 Teatro. Cantata dei giorni dispari, tomo I, a cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi, Milano, Mondadori (I Meridiani) 2005 Teatro. Cantata dei giorni dispari, tomo II, a cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi, Milano, Mondadori (I Meridiani) 2007 === Poesie e racconti === Della produzione artistica di Eduardo non vanno dimenticate le poesie di cui lo stesso autore ci racconta la genesi: Il paese di Pulcinella, Napoli, Casella, 1951. Padre Cicogna, Napoli, 1969. 'O Canisto, Napoli, Edizioni del Teatro San Ferdinando, 1971. Le poesie di Eduardo, Torino, Einaudi, 1975. 'O penziero e altre poesie di Eduardo, Torino, Einaudi, 1985. ISBN 88-06-58149-X. È asciuto 'o sole, in "Mercurio", supplemento de La Repubblica, n. 20, 19 maggio 1990 (ma 1973). === Altri scritti === Io e la nuova commedia di Pirandello, in "Il Dramma", 1º giugno 1936. Lettera al Ministro dello Spettacolo, in Luciano Bergonzini e Federico Zardi, Teatro anno zero, Firenze, Parenti, 1961. Prefazione a Mario Mangini, Eduardo Scarpetta e il suo tempo, Napoli, Montanino, 1961. Sulla recitazione, in "Actors in Acting", New York, Crown Publishers, 1970. Il teatro e il mio lavoro, in "Adunanze straordinarie per il conferimento dei premi A. Feltrinelli", vol. I, fasc. 10, (Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, 1973) I fantasmi siamo noi!, lezione-spettacolo, (Piccolo Teatro di Milano, n. 3, 1985) L'abbrustolaro, in Mariarosa Schiaffino, Le ore del caffè, Milano, Idealibri, 1983. Lezioni di teatro all'Università di Roma «La Sapienza», a cura di Paola Quarenghi, prefazione di Ferruccio Marotti, Collana gli Struzzi n.304, Torino, Einaudi, 1986, ISBN 88-06-58693-9. == Onorificenze == Senatore a vita della Repubblica Italiana, nomina presidenziale, 1981 Laurea Honoris Causa in Lettere, University of Birmingham, 1977 Laurea Honoris Causa in Lettere, Università degli Studi di Roma "La Sapienza", 1980. Ambrogino d'oro e cittadinanza onoraria di Milano Cittadinanza onoraria di Mola di Bari Premio Internazionale Feltrinelli dell'Accademia Nazionale dei Lincei di Roma, 1972 Intitolazione di "Piazza Eduardo De Filippo" a Napoli, antistante al Teatro San Ferdinando, diverse strade e scuole in molti comuni del napoletano hanno omaggiato il drammaturgo, anche a Bari nel quartiere S.Rita c'è "via Fratelli De Filippo". Cittadinanza onoraria di Velletri con una strada intitolata all'artista. == Note == == Bibliografia == Luigi Silori, Eduardo De Filippo, Belfagor n. VI, Firenze, D'Anna, 1950. Federico Frascani, La Napoli amara di Eduardo De Filippo, Napoli, Ricciardi, 1958. Vito Pandolfi, Eduardo De Filippo Milano, Marzorati, 1970. Federico Frascani, Eduardo segreto, Napoli, Guida, 1974. Peppino De Filippo, Una famiglia difficile, Napoli, Marotta, 1976. Giovanni Antonucci, Eduardo De Filippo: introduzione e guida allo studio dell'opera eduardiana - storia e antologia della critica Firenze, Le Monnier, 1981. Andrea Bisicchia, Invito alla lettura di Eduardo De Filippo, Milano, Ugo Mursia Editore, 1982. Emma Giammattei, Eduardo De Filippo, Firenze, La Nuova Italia, 1983. Paolo Calcagno, Eduardo: la vita è dispari, con un intervento di Dario Fo, Napoli, Pironti, 1985. Isabella Quarantotti De Filippo, Sergio Martin (a cura di), Eduardo: polemiche, pensieri, pagine inedite, Milano, Bompiani, 1985. Stefano De Matteis, Lo specchio della vita, Bologna, il Mulino 1991. Anna Barsotti, Introduzione a Eduardo, Roma-Bari, Laterza, 1992. 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Eduardo De Filippo e Lucio Ridenti Lettere (1935-1964), a cura di Maria Procino, Napoli, Guida Editori, 2018, ISBN 978-88-6866-380-3 Vorrei caro Eduardo legare il tuo nome al Piccolo Teatro. Eduardo De Filippo e Paolo Grassi Lettere (1941-1980), a cura di Maria Procino, Napoli, Guida Editori, 2021, ISBN 978-88-6866-702-3 == Voci correlate == Regina Bianchi Lando Buzzanca Enzo Cannavale Ugo D'Alessio Ferruccio De Ceresa Luca De Filippo Pietro De Vico Giacomo Furia Aldo Giuffré Carlo Giuffré Angelica Ippolito Marisa Laurito Angela Luce Pupella Maggio Dolores Palumbo Paolo Stoppa Monica Vitti Scarpetta-De Filippo == Altri progetti == Wikisource contiene una pagina dedicata a Eduardo De Filippo Wikiquote contiene citazioni di o su Eduardo De Filippo Wikibooks contiene testi o manuali su Eduardo De Filippo Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Eduardo De Filippo == Collegamenti esterni == De Filippo, Eduardo, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. DE FILIPPO, Eduardo, in Enciclopedia Italiana, II Appendice, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1948. 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