Giovanni BoccaccioGiovanni Boccaccio (Certaldo o forse Firenze, giugno o luglio 1313 – Certaldo, 21 dicembre 1375) è stato uno scrittore e poeta italiano. Conosciuto anche come "il Certaldese", fu una delle figure più importanti nel panorama letterario europeo del XIV secolo. Alcuni studiosi (tra i quali Vittore Branca) lo definiscono come il maggior prosatore europeo del suo tempo, uno scrittore versatile che amalgamò tendenze e generi letterari diversi facendoli confluire in opere originali, grazie a un'attività creativa esercitata all'insegna dello sperimentalismo. La sua opera più celebre è il Decameron, raccolta di novelle che nei secoli successivi fu elemento determinante per la tradizione letteraria italiana, soprattutto dopo che nel XVI secolo Pietro Bembo elevò lo stile boccacciano a modello della prosa italiana. L'influenza delle opere di Boccaccio non si limitò al panorama culturale italiano ma si estese al resto dell'Europa, esercitando influsso su autori come Geoffrey Chaucer, figura chiave della letteratura inglese, o più tardi su Miguel de Cervantes, Lope de Vega e il teatro classico spagnolo. Boccaccio, insieme a Dante Alighieri e a Francesco Petrarca, è una delle cosiddette «Tre corone» della letteratura italiana. È inoltre ricordato per essere uno dei precursori dell'umanesimo, del quale contribuì a gettare le basi presso la città di Firenze, in concomitanza con l'attività del suo contemporaneo amico e maestro Petrarca. Diede inoltre inizio alla critica e filologia dantesca, dedicandosi a ricopiare codici della Divina Commedia, e promosse l'opera e la figura di Dante. Nel Novecento, Boccaccio fu oggetto di studi critico-filologici da parte di Vittore Branca e Giuseppe Billanovich, e il suo Decameron fu anche trasposto sul grande schermo da Pier Paolo Pasolini, regista di Il Decameron (1971). == Biografia == === L'infanzia fiorentina (1313-1327) === Giovanni Boccaccio nacque tra il giugno e il luglio del 1313 da una relazione extraconiugale del mercante Boccaccio di Chellino con una donna la cui identità è sconosciuta. Non si conosce esattamente il luogo di nascita, se Firenze, Parigi, o Certaldo: la firma "Johannes de Certaldo", usata da Boccaccio, indicherebbe, secondo Vittore Branca, la patria della famiglia piuttosto che il luogo fisico di nascita. Il fatto di essere figlio illegittimo dovette pesare notevolmente sulla sensibilità del Boccaccio: nelle opere in volgare egli costruì infatti una sorta di biografia mitica, idealizzata, nella quale appariva come figlio di una donna della famiglia dei Capetingi; prese a tal proposito spunto dai viaggi mercantili che il padre compiva a Parigi. Riconosciuto in tenera età dal padre, Giovanni fu accolto, verso il 1320, nella casa paterna sita nel quartiere di San Piero Maggiore. Grazie ai buoni uffici del padre compì i primi studi presso la scuoletta di Giovanni Mazzuoli da Strada, padre di Zanobi. Durante la giovinezza, Boccaccio imparò quindi i primi rudimenti del latino e delle arti liberali, e studiò la Divina Commedia di Dante Alighieri, in quanto il padre era sposato, poco prima del 1320, con la nobildonna Margherita de' Mardoli, imparentata con la famiglia Portinari, da cui avrà un figlio, Francesco. Successivamente il padre, dopo la morte di Margherita, si sposerà con Bice de Nespoli nel 1343 da cui avrà un altro altro figlio, Jacopo. === L'adolescenza napoletana (1327-1340) === ==== Un ambiente cosmopolita: la formazione da autodidatta ==== Boccaccino desiderava che il figlio si avviasse alla professione di mercante, secondo la tradizione di famiglia. Dopo avergli fatto fare un breve tirocinio a Firenze, nel 1327 decise di portare con sé il giovane figlio a Napoli, città dove egli svolgeva il ruolo di agente di cambio per la famiglia dei Bardi. Boccaccio arriva quattordicenne a Napoli, «... città antichissima e forse così dilettevole, o più, come ne sia alcuna altra in Italia» in una realtà, quindi, totalmente diversa da quella di Firenze. Se Firenze era una città comunale fortemente provinciale, Napoli era invece sede di una corte regale e cosmopolita, quella degli Angiò. Il re Roberto d'Angiò (1277-1343) era un sovrano estremamente colto e pio, un appassionato della cultura tanto da avere una notevole biblioteca, gestita dall'erudito Paolo da Perugia. Il legame di Boccaccio con Napoli fu intenso e proficuo. A Napoli egli visse per diversi anni «... intra nobili giovani», frequentò la ricca biblioteca reale e gli intellettuali di corte, si appassionò agli studi letterari, scoprì il suo amore per la scrittura e incontrò Fiammetta, la sua musa ispiratrice. Insomma, Napoli con la sua vita tumultuosa eppure affascinante e con la sua umanità variegata esercitò un'influenza significativa nella vita di Boccaccio e nella ispirazione della sua arte. Il padre Boccaccino, dopo sei anni di apprendistato del figlio come mercante, vide ben presto però, con suo grande disappunto, che quel suo figliolo non si trovava a suo agio negli uffici dei cambiavalute e di come preferisse dedicarsi agli studi letterari. Pertanto, dopo aver cercato di distoglierlo da questi interessi del tutto estranei alla mercatura, iscrisse il figlio a giurisprudenza all'Università di Napoli. Boccaccio, secondo Natalino Sapegno, vi seguì per un anno accademico (1330-31) le lezioni del poeta e giurista Cino da Pistoia, ma, anziché studiare con lui il diritto, preferì accostarsi alle lezioni poetiche che il pistoiese impartiva al di fuori dell'ambiente accademico. Boccaccio approfondì la grande tradizione stilnovistica in lingua volgare di cui Cino da Pistoia, che aveva intrattenuto amichevoli rapporti con l'amato Dante, era uno degli ultimi esponenti. Inoltre, Giovanni incominciò a frequentare la corte angioina (dove conobbe, oltre a Paolo da Perugia, anche Andalò del Negro) e a occuparsi di letteratura: scrisse sia in latino, sia in volgare, componendo opere come il Teseida, il Filocolo, il Filostrato e la Caccia di Diana. Un elemento inusitato per l'educazione tipica dell'epoca è il probabile apprendimento di alcune nozioni grammaticali e lessicali del greco da parte del monaco e teologo bizantino Barlaam di Seminara, già conosciuto da Petrarca. La giovinezza napoletana non si esaurisce, però, soltanto nella frequentazione degli ambienti accademici e di corte: le fiabe e le avventure dei mercanti che Boccaccio sente mentre presta servizio al banco commerciale saranno fondamentali per il grande affresco narrativo che prenderà vita col Decameron. ==== Fiammetta ==== A questo punto il poeta, divenuto un autodidatta colto ed entusiasta, crea il proprio mito letterario, secondo i dettami della tradizione stilnovistica. Il primo incontro di Boccaccio con quella che sarebbe diventata la sua musa ispiratrice avvenne nella basilica di San Lorenzo Maggiore. Era il 30 marzo 1336. Alla «quarta ora del giorno», mentre nella chiesa si celebravano i riti del sabato santo, presenti il re, la regina e tutti i dignitari della corte angioina, gli occhi del poeta incrociarono quelli di una nobildonna di «mirabile bellezza». Nonostante gli studi recenti (in particolare quelli di Lucia Battaglia Ricci e Marco Santagata) abbiano definitivamente smentito, come voluta dalla scuola storica di fine '800, l'identificazione di Fiammetta con Maria d'Aquino, figlia illegittima di Roberto D'Angiò e della sua amante provenzale Sibila Sabran, si è voluto comunque riportare in questo paragrafo una descrizione dettagliata della musa ispiratrice di Boccaccio. I dettagli del primo incontro con lei li desumiamo dallo stesso Boccaccio quando nel Filocolo afferma che l'incontro avvenne il sabato («un giorno, la cui prima ora Saturno avea signoreggiata») della settimana santa (quando si celebra «il glorioso partimento del figliuolo di Giove dagli spogliati regni di Plutone») e il luogo («in un grazioso e bel tempio in Partenope, nominato da colui che per deificare sostenne che fosse fatto di lui sacrificio sopra la grata»), cioè nella basilica dedicata a San Lorenzo. Fu quello l'inizio di un amore travolgente tra il poeta e Maria d'Aquino, idealizzata poi in molte sue opere come Fiammetta. E sempre da Boccaccio apprendiamo che Maria discendeva dalla famiglia di san Tommaso e che la stirpe della madre proveniva dalla «togata Gallia». La storia d'amore tra i due giovani andò avanti per tre anni fino a quando la volubile Maria-Fiammetta non si innamorò di un altro uomo abbandonando il poeta al suo tormento d'amore. === L'inizio del secondo periodo fiorentino (1340-1350) === ==== Il ritorno malinconico a Firenze ==== Il periodo napoletano di Boccaccio si concluse improvvisamente nell'autunno del 1340, quando il padre lo richiamò a Firenze per un forte problema economico dovuto al fallimento di alcune banche nelle quali aveva fatto importanti investimenti. L'orizzonte di Boccaccio, col ritorno a Firenze agli inizi degli anni quaranta, cambia totalmente dal punto di vista economico e sociale; insofferente verso la vita troppo ristretta e provinciale di Firenze, cercherà per tutta la vita di ritornare nell'amata Napoli, iniziando già nel 1341 con la stesura dell'Epistola V indirizzata al vecchio amico Niccolò Acciaioli, ormai divenuto connestabile del Regno di Napoli. Nonostante questa insofferenza emotiva per l'abbandono della città partenopea, Boccaccio cercò di inserirsi nella vita culturale fiorentina attraverso la realizzazione della Comedia delle Ninfe fiorentine, dell'Amorosa visione e del Ninfale fiesolano. Infatti, come scrisse Marco Santagata: «a Firenze per quasi un decennio Boccaccio è un privato cittadino; mentre Boccaccino avrà incarichi pubblici...per il Comune e per le associazioni professionali lui non esiste: Giovanni è solo il figlio di suo padre». Da qui il tentativo di farsi notare attraverso le opere prima ricordate. ==== L'intermezzo ravennate (1345-1346) e forlivese (1347-1348) ==== Stanco della vita fiorentina, tra il 1345 e il 1346 Boccaccio risiedette a Ravenna alla corte di Ostasio da Polenta, presso il quale tentò di ottenere qualche incarico remunerativo e dove portò a compimento la volgarizzazione della terza e della quarta decade dell'Ab Urbe Condita di Tito Livio, dedicando l'impresa letteraria al signore ravennate. Inoltre, come ricordata Santagata, Boccaccio ebbe modo di conoscere alcuni vecchi amici di Dante durante l'esilio a Ravenna, come Dino Perini e Pietro Giardini. Fallito il proposito di ottenere qualche incarico a Ravenna, complice anche la morte nel novembre del 1346 di Ostasio da Polenta, nel 1347 Boccaccio si trasferì a Forlì alla corte di Francesco II Ordelaffi detto il Grande. Qui frequentò i poeti Nereo Morandi e Checco Miletto de Rossi, col quale mantenne poi amichevole corrispondenza sia in latino sia in volgare. Tra i testi di questo periodo si deve citare l'egloga Faunus, in cui Boccaccio rievoca il passaggio a Forlì di Luigi I d'Ungheria (Titiro, nell'egloga) diretto verso Napoli, a cui si unisce Francesco Ordelaffi (Fauno). Il componimento viene poi incluso dal Boccaccio nella raccolta Buccolicum Carmen (1349-1367). ==== La peste nera e la stesura del Decameron ==== Nonostante questi soggiorni Boccaccio non riuscì a ottenere i posti desiderati, tanto che tra la fine del 1347 e il 1348 fu costretto a ritornare a Firenze. Il ritorno del Certaldese coincise con la terribile "peste nera" che contagiò la stragrande maggioranza della popolazione, causando la morte di molti suoi amici (Sennuccio del Bene, Giovanni Villani, Jacopo Alighieri) e parenti, tra cui il padre e la matrigna, facendolo diventare così il capofamiglia e tutore del fratello minore Jacopo. Fu durante la terribile pestilenza che Boccaccio elaborò l'opera che sarà la base narrativa della novellistica occidentale, cioè il Decameron, che completò nel 1351, anche se studi più moderni indicano il 1355 come anno di conclusione del capolavoro boccacciano. === Boccaccio e Petrarca === ==== L'ammirazione per Petrarca ==== Boccaccio sentì parlare di Petrarca già durante il soggiorno napoletano: grazie a padre Dionigi da Borgo Sansepolcro (arrivato a Napoli nel 1338) e, forse, a Cino da Pistoia, Boccaccio ebbe notizia di questo giovane prodigioso residente ad Avignone. Ritornato a Firenze, la conoscenza con Sennuccio del Bene e altri vari estimatori fiorentini (i protoumanisti Lapo da Castiglionchio, Francesco Nelli, Bruno Casini, Zanobi da Strada e Mainardo Accursio)) fecero nascere in Boccaccio un interesse e una profonda ammirazione per il letterato aretino. In questo decennio Boccaccio realizzò alcune composizioni celebrative di Petrarca: la Mavortis Milex del 1339, elogio nei confronti della persona di Petrarca, capace di salvarlo dalla sua degradazione morale; il Notamentum, scritto dopo il 1341 col fine di celebrare Petrarca come il primo poeta laureato a Roma dopo Stazio, come Virgilio redivivo, come filosofo morale alla pari di Cicerone e di Seneca; e infine la De vita et moribus domini Francisci Petracchi, scritta prima del 1350 e ricalcante l'esaltazione del Notamentum, un vero e proprio tentativo di «canonizzazione» dell'Aretino. Grazie alla frequentazione degli amici fiorentini del Petrarca, Boccaccio poté raccogliere nella sua “antologia petrarchesca” i carmi che quest'ultimo scambiava con i suoi discepoli, cercando così di appropriarsi della cultura che tanto ammirava. ==== L'incontro con Petrarca nel 1350 ==== L'incontro di persona con il grande poeta laureato avvenne quando egli, in occasione del Giubileo del 1350, si accinse a lasciare Valchiusa, dove si era rifugiato a causa della grande peste, per andare a Roma. Lungo il tragitto Petrarca, d'accordo con il circolo degli amici fiorentini, decise di fermarsi per tre giorni a Firenze a leggere e spiegare le sue opere. Fu un momento di straordinaria intensità: Lapo da Castiglionchio donò a Petrarca la Institutio oratoria di Quintiliano, mentre Petrarca in seguito invierà loro la Pro Archia, scoperta anni prima nella biblioteca dell'abbazia di San Giacomo a Liegi. ==== La conversione all'umanesimo e le scoperte nelle biblioteche (1350-1355) ==== Dal 1350 in avanti nasce un rapporto profondo tra Boccaccio e Petrarca, che si concretizzerà negli incontri degli anni successivi, durante i quali avvenne gradualmente, secondo un termine coniato dal filologo spagnolo Francisco Rico, la "conversione" del Boccaccio al nascente umanesimo. Fin dalla sua prima giovinezza a Napoli, Boccaccio era entrato in contatto con ricche biblioteche. In Italia meridionale poté entrare in contatto con testi altrove pressoché sconosciuti, come Apuleio, Ovidio, Marziale e Varrone. In seguito alla conversione al movimento umanista Boccaccio continuò le sue scoperte: Lattanzio Placido quale commentatore di Stazio; una collezione di poesie di Ausonio e, per quanto concerne l'Appendix Virgiliana, il Culex, le Dirae, testi trascritti di propria mano in uno zibaldone vergato entro la metà del secolo XIV (Laur. Plut. 33.31). Remigio Sabbadini traccia, in conclusione, l'intera attività di scopritore di Boccaccio: Nel giro di un quinquennio Boccaccio poté avvicinarsi alla mentalità di colui che diverrà il suo praeceptor, constatando l'indifferenza che questi nutriva per Dante e l'ostentato spirito cosmopolita che spinse il poeta aretino a rifiutare l'invito del Comune di Firenze di assumere il ruolo di docente nel neonato Studium e ad accettare invece, nel 1353, l'invito di Giovanni II Visconti, acerrimo nemico dei fiorentini. Superata la crisi dei rapporti per il voltafaccia di Petrarca, Boccaccio riprese le fila delle relazioni culturali tra lui e il circolo degli amici fiorentini, arrivando alla maturazione della mentalità umanista quando nel 1355, donò all'amico due preziosissimi codici: uno delle Enarrationes in Psalmos di sant'Agostino, cui seguì poco dopo quello contenente il De Lingua Latina dell'erudito romano Varrone e la Pro Cluentio di Cicerone. === Gli anni dell'impegno (1350-1365) === ==== Tra incarichi pubblici e problemi privati ==== Mentre Boccaccio consolidava l'amicizia con Petrarca, il primo cominciò a essere impiegato per varie ambasciate diplomatiche dalla Signoria, ben conscia delle qualità retoriche del Certaldese. Già tra l'agosto e il settembre del 1350, per esempio, Boccaccio fu inviato a Ravenna per portare a Suor Beatrice, la figlia di Dante, 10 fiorini d'oro a nome dei capitani della compagnia di Orsanmichele, durante la quale ambasceria avrà probabilmente raccolto informazioni riguardanti l'amato poeta e avrà fatto la conoscenza dell'amico del Petrarca, il retore Donato Albanzani. Nel 1351, la Signoria incaricò sempre Boccaccio di una triplice missione: convincere Petrarca, che nel frattempo si trovava a Padova, a stabilirsi a Firenze per insegnare nel neonato Studium (i colloqui tra i due si svolsero a marzo); stipulare con Ludovico di Baviera, marchese del Brandeburgo, un'alleanza contro le mire espansionistiche di Giovanni Visconti (dicembre 1351-gennaio 1352); e infine, dopo essere stato nominato uno dei Camerlenghi della Repubblica, quella di convincere Giovanna I di Napoli a lasciare Prato sotto la giurisdizione fiorentina. Nonostante il fallimento delle trattative con Petrarca, la Signoria rinnovò al Boccaccio la propria fiducia, inviandolo ad Avignone presso Innocenzo VI (maggio-giugno 1354) e, nel 1359, a Milano presso il nuovo signore Bernabò Visconti, città in cui Boccaccio si fermò per visitare Petrarca, la cui casa si trovava vicino a Sant'Ambrogio. Questo decennio di intensa attività politica fu contrassegnato, però, anche da alcune dolorose vicende personali: nel 1355 (anche se secondo studi più recenti la datazione è spostata al 1362) morì la figlioletta naturale Violante. Boccaccio infatti, in una data imprecisata, ricevette gli ordini minori, come è testimoniato in un beneficio del 1360, motivo per cui non poteva avere figli legittimi. Sempre nel 1355, lo scrittore provò amarezza e rancore nel non essere stato aiutato dall'influente amico Niccolò Acciaiuoli nell'ottenere un posto alla corte di Giovanna di Napoli. Il 1355 vide però anche un piccolo successo finanziario da parte del Certaldese, in quanto alcuni commerci da lui intrapresi con la città di Alghero gli fruttarono quelle risorse delle quali dimostrerà di poter disporre negli anni successivi, caratterizzati da varie difficoltà economiche. ==== La momentanea caduta in disgrazia ==== L'anno 1360 segnò una svolta nella vita sociale del Boccaccio. In quell'anno, infatti, durante le elezioni dei priori della Signoria fu scoperta una congiura alla quale parteciparono persone vicine allo stesso Boccaccio. Benché fosse estraneo al tentato colpo di Stato, Boccaccio fu malvisto da parte delle autorità politiche fiorentine, tanto che fino al 1365 non partecipò a missioni diplomatiche o a incarichi politici. È in questo periodo che si colloca l'Epistola consolatoria a Pino de' Rossi, ovvero una lettera inviata a uno dei congiurati condannati all'esilio in cui Boccaccio paragona l'esilio dell'amico a quello volontario a Certaldo da parte del Certaldese. ==== La produzione umanistica e Leonzio Pilato ==== Nel corso degli anni cinquanta, mentre avanzava nella conoscenza della nuova metodologia umanistica, Boccaccio si accinse a scrivere cinque opere in lingua latina, frutto del continuo studio sui codici dei classici. Tre di queste hanno un carattere erudito (le Genealogie deorum gentilium, il De Canaria et insulis reliquis ultra Hispaniam in Oceano noviter repertis e il De montibus), mentre le restanti (il De Casibus e il De mulieribus claris) hanno un sapore maggiormente divulgativo, nonostante l'attenzione filologica e la complessità culturale che queste due ultime opere hanno. Uno dei più grandi meriti del Boccaccio per la diffusione della cultura umanistica fu l'interesse dimostrato nei confronti del monaco calabrese Leonzio Pilato, erudito conoscitore del greco di cui Petrarca parlò all'amico fiorentino. Ottenuto da parte della Signoria fiorentina che Pilato venisse accolto nello Studium come insegnante di greco, Boccaccio ospitò a sue spese il monaco tra l'agosto 1360 e l'autunno 1362. La convivenza non dovette essere molto semplice a causa del pessimo carattere del Pilato, ma al contempo si rivelò proficua per l'apprendimento del greco da parte del Certaldese. A Firenze Leonzio Pilato tradusse l'Iliade e l'Odissea (oltre a una parte dell’Ecuba di Euripide e al trattatello pseudo-aristotelico De mirabilibus auscultationibus): è sopravvissuto, oggi alla Biblioteca Nazionale Marciana (Grec. IX 29), il manoscritto con il testo greco dell’Odissea copiato da Leonzio Pilato, con traduzione intelineare e postille marginali sia di Petrarca sia di Boccaccio”. === Il periodo fiorentino-certaldese (1363-1375) === Il periodo che va dal 1363 all'anno della morte (1375) viene denominato «periodo fiorentino-certaldese»: infatti, l'autore del Decameron comincerà sempre più a risiedere a Certaldo, nonostante i maggiorenti fiorentini avessero deciso di reintegrarlo nei pubblici uffici, inviandolo come in passato in missioni diplomatiche. A partire dal 1363, infatti, Boccaccio risiedette per più di dieci mesi nella cittadina toscana, dalla quale sempre più raramente si mosse anche a causa della salute declinante (negli ultimi anni fu afflitto dalla gotta, dalla scabbia e dall'idropisia). Gli unici viaggi che avrebbe compiuto sarebbero stati per rivedere il Petrarca, alcune missioni diplomatiche per conto di Firenze, oppure per ritentare la fortuna presso l'amata Napoli. Oltre alla decadenza fisica, si aggiunse anche uno stato di abbattimento psicologico: nel 1362 il monaco certosino (e poi beato) Pietro Petroni rimproverò lui e Petrarca di dedicarsi ai piaceri mondani quali la letteratura, critica che toccò nel profondo l'animo di Boccaccio, tanto che questi pensò addirittura di bruciare i propri libri e rinunziare agli studi, vendendo al Petrarca la propria biblioteca. ==== La riabilitazione pubblica ==== Nel 1365, dopo cinque anni dalla fallita congiura, ritrova stima nel Certaldese al quale vengono affidate varie missioni diplomatiche. Boccaccio, infatti, fu messo a capo di una missione diplomatica presso la corte papale di Avignone. In quella città il Certaldese doveva ribadire la lealtà dei fiorentini al papa Urbano V contro le ingerenze dell'imperatore Carlo IV di Lussemburgo. Successivamente, nel 1367, Boccaccio andò a Roma per congratularsi del ritorno del papa nella sua sede diocesana. ==== Il circolo di Santo Spirito e l'autorità di Boccaccio ==== Gli anni successivi videro sempre più un rallentamento dei viaggi del Boccaccio: nel 1368 incontrò per l'ultima volta l'amico Petrarca, ormai stabile ad Arquà; tra il 1370 e il 1371 fu a Napoli, città in cui decise sorprendentemente di non fermarsi più a risiedere per l'età avanzata e la salute sempre più malandata. Lo scopo principale del Certaldese, negli ultimi anni di vita, fu quello di portare a termine le sue opere latine e rafforzare il primato della cultura umanistica in Firenze. Fu proprio in questi anni che Boccaccio, già ammirato dall'élite culturale italiana, poté crearsi una cerchia di fedelissimi a Firenze presso il convento agostiniano di Santo Spirito. Tra questi si ricordano fra Martino da Signa, Benvenuto da Imola e, soprattutto, il notaio e futuro cancelliere della Repubblica Coluccio Salutati. ==== Gli ultimi anni ==== A fianco della produzione umanistica, Boccaccio continuò a coltivare il suo amore per la poesia volgare, specie per Dante. Preparò un'edizione manoscritta della Divina Commedia, correggendone criticamente il testo, e scrisse il Trattatello in laude di Dante, realizzato in più redazioni tra il 1357 e il 1362, fondamentale per la biografia dantesca. Nel 1370, inoltre, trascrisse un codice del Decameron, il celeberrimo Hamilton 90 scoperto da Vittore Branca. Nonostante le malattie si facessero sempre più gravi, Boccaccio accettò un ultimo incarico dal Comune di Firenze, iniziando una lettura pubblica della Commedia dantesca nella Badia Fiorentina, interrotta al canto XVII dell'Inferno a causa del tracollo fisico. ==== La morte e la sepoltura ==== Gli ultimi mesi passarono tra le sofferenze fisiche e il dolore per la perdita dell'amico Petrarca, morto tra il 18 e il 19 luglio del 1374. A testimonianza di questo dolore abbiamo l'Epistola XXIV indirizzata al genero dello scomparso Francescuolo da Brossano, in cui il poeta rinnova l'amicizia con il poeta laureato, sentimento che si protrarrà oltre alla morte. Infine, nella notte del 21 dicembre 1375 Boccaccio spirò nella sua casa di Certaldo. Pianto sinceramente dai suoi contemporanei o discepoli (Franco Sacchetti, Coluccio Salutati) e dai suoi amici (Donato degli Albanzani, Francescuolo da Brossano), Boccaccio fu sepolto con tutti gli onori nella chiesa dei Santi Iacopo e Filippo. Sulla sua tomba volle che venisse ricordata la sua passione dominante per la poesia, con la seguente iscrizione funebre: Le spoglie del Boccaccio non ebbero un riposo adeguato. Riesumato nel 1783 in vigore delle leggi sui cimiteri legiferate dal granduca Pietro Leopoldo, il corpo di Boccaccio fu "scoperto", agli inizi del '900, dal preposto di Certaldo don Alessandro Pieratti. Le ossa ritrovate furono identificate con quelle del Boccaccio, nel "Convegno dei dotti" del 1949 anche se, poco dopo, il certaldese e cultore della memoria boccacciana Giuseppe Fontanelli (1913-2004) dimostrò che il cranio ritrovato insieme alle ossa proveniva da scavi archeologici effettuati nella zona. == Opere == Nella produzione del Boccaccio si possono distinguere le opere della giovinezza, della maturità e della vecchiaia. La sua opera più importante e conosciuta è il Decameron. === Opere del periodo napoletano === Tra le sue prime opere del periodo napoletano vengono ricordate: Caccia di Diana (1334 circa), Filostrato (1335), il Filocolo (1336-38), Teseida (1339-41). ==== Caccia di Diana (1333-1334) ==== La Caccia di Diana è un poemetto di 18 canti in terzine dantesche che celebra in chiave mitologica alcune gentildonne napoletane antecedente al 1334. Le ninfe, seguaci della casta Diana, si ribellano alla dea e offrono le loro prede di caccia a Venere, che trasforma gli animali in bellissimi uomini. Tra questi vi è anche il giovane Boccaccio che, grazie all'amore, diviene un uomo pieno di virtù: il poemetto propone, dunque, la concezione cortese e stilnovistica dell'amore che ingentilisce e nobilita l'essere umano. ==== Filostrato (1335) ==== Il Filostrato (che alla lettera dovrebbe significare nel greco approssimativo del Boccaccio «vinto d'amore») è un poemetto scritto in ottave che narra la tragica storia di Troilo, figlio del re di Troia Priamo, che si era innamorato della principessa greca Criseide. La donna, in seguito a uno scambio di prigionieri, torna al campo greco, e dimentica Troilo. Quando Criseide in seguito s'innamora di Diomede, Troilo si dispera e va incontro alla morte per mano di Achille. Nell'opera l'autore si confronta in maniera diretta con la precedente tradizione dei «cantari», fissando i parametri per un nuovo tipo di ottava essenziale per tutta la letteratura italiana fino al Seicento. Il linguaggio adottato è difficile e altolocato, a differenza di quello presente nel Filocolo, in cui è molto sovrabbondante. ==== Filocolo (1336-1339) ==== Il Filocolo (secondo un'etimologia approssimativa «fatica d'amore») è un romanzo in prosa: rappresenta una svolta rispetto ai romanzi delle origini scritti in versi. La storia ha come protagonisti Florio, figlio di un re saraceno, e Biancifiore (o Biancofiore), una schiava cristiana abbandonata da bambina. I due fanciulli crescono assieme e da grandi, in seguito alla lettura del libro di Ovidio Ars Amandi s'innamorano, come era successo per Paolo e Francesca dopo avere letto Ginevra e Lancillotto. Tuttavia il padre di Florio decide di separarli vendendo Biancifiore a dei mercanti. Florio decide quindi di andarla a cercare e dopo mille peripezie (da qui il titolo Filocolo) la rincontra. Infine, il giovane si converte al cristianesimo e sposa la fanciulla. ==== Teseida delle nozze d'Emilia (1339-1340) ==== Il Teseida è un poema epico in ottave in cui si rievocano le gesta di Teseo che combatte contro Tebe e le Amazzoni e che quindi attinge al ciclo tebano. L'opera costituisce il primo caso in assoluto nella storia letteraria in lingua italiana di poema epico in volgare e già si manifesta la tendenza di Boccaccio a isolare nuclei narrativi sentimentali, cosicché il vero centro della narrazione finisce per essere l'amore dei prigionieri tebani Arcita e Palemone, molto amici, per Emilia, regina delle Amazzoni e cognata di Teseo; il duello fra i due innamorati si conclude con la morte di Arcita e le nozze tra Palemone ed Emilia. === Opere del periodo fiorentino === Tra le opere scritte durante la sua permanenza nella borghese Firenze emergono La Comedia delle ninfe fiorentine (o Ninfale d'Ameto) del 1341-1342, L'Amorosa visione (1342-1343), la Elegia di Madonna Fiammetta (1343-1344) e il Ninfale fiesolano (1344-1346). Le opere della giovinezza riguardano il periodo compreso tra il 1333 e il 1346. ==== Comedia delle ninfe fiorentine (1341-1342) ==== La Comedia delle ninfe fiorentine (o Ninfale d'Ameto) è una narrazione in prosa, inframmezzata da componimenti in terzine cantati da vari personaggi. Narra la storia di Ameto, un rozzo pastore che un giorno incontra delle ninfe devote a Venere e si innamora di una di esse, Lia. Nel giorno della festa di Venere le ninfe si raccolgono intorno al pastore e gli raccontano le loro storie d'amore. Alla fine Ameto è immerso in un bagno purificatore e comprende così il significato allegorico della sua esperienza: infatti le ninfe rappresentano la virtù e l'incontro con esse lo trasformarono da essere rozzo e animalesco in uomo. ==== Amorosa visione (1342-1343) ==== L'Amorosa visione è un poema in terzine suddiviso in cinquanta canti realizzato tra il 1342 e il 1343. La narrazione vera e propria è preceduta da un proemio costituito da tre sonetti che, nel loro complesso, formano un immenso acrostico, nel senso che essi sono composti da parole le cui lettere (vocali e consonanti) corrispondono ordinatamente e progressivamente alle rispettive lettere iniziali di ciascuna terzina del poema. La vicenda descrive l'esperienza onirica di Boccaccio che, sotto la guida di una donna gentile perviene a un castello, sulle cui mura sono rappresentate scene allegoriche che vedono protagonisti illustri personaggi del passato. Più in dettaglio in una stanza sono rappresentati i trionfi di Sapienza, Gloria, Amore e Ricchezza, nell'altra quello della Fortuna, grazie ai cui exempla spera di portare Boccaccio alla purezza dell'anima. Se l'influenza dantesca è notevole (sia per la tematica del viaggio sia della visione), Boccaccio però si dimostra restio nel giungere alla redenzione: preferisce concludere la vicenda rinnegando l'esperienza formativa e rifugiandosi con Fiammetta nel bosco da cui era iniziata la vicenda, anche se poi il desiderio amoroso verso di lei non si compirà per l'improvvisa sparizione dell'amata. ==== Elegia di Madonna Fiammetta (1343-1344) ==== L'Elegia di Madonna Fiammetta è un romanzo in prosa suddiviso in nove capitoli che racconta di una dama napoletana abbandonata e dimenticata dal giovane fiorentino Panfilo. La lontananza di Panfilo le crea grande tormento, accresciuto dal fatto che Fiammetta è sposata e deve nascondere al marito il motivo della sua infelicità. L'opera ha la forma di una lunga lettera rivolta alle donne innamorate; la lunga confessione della protagonista consente una minuziosa introspezione psicologica. La vicenda è narrata dal punto di vista della donna, un elemento nettamente innovativo rispetto a una tradizione letteraria nella quale la donna era stata oggetto e non soggetto amoroso: essa non viene più a essere ombra e proiezione della passione dell'uomo, ma attrice della vicenda amorosa. ==== Ninfale fiesolano (1344-1346) ==== Il Ninfale fiesolano è un poemetto eziologico in 437 ottave realizzato tra il 1344 e il 1346 che racconta le origini di Fiesole e Firenze: l'opera è un cordiale omaggio alla città di Firenze, di cui il Boccaccio cercava di attirarsi i favori. Il giovane pastore Africo, che vive sulle colline di Fiesole coi genitori, sorpresa nei boschi un'adunata di ninfe di Diana, s'innamora di Mensola, che, con le altre ninfe della dea, è obbligata alla castità. Dopo una vicenda d'amore tormentata, dovuta all'impossibilità dell'amore tra una dea ancella di Venere e un mortale, Africo si suicida e il suo sangue cade nel torrente. La ninfa però è incinta e, nonostante si sia nascosta in una grotta, aiutata dalle ninfe più anziane, viene un giorno scoperta da Diana, che la trasforma nell'acqua del torrente, che da quel giorno in poi assumerà il suo nome. Il bambino viene invece affidato a un'altra ninfa, che lo consegnerà alla madre del povero pastore. === Il Decameron (1348-1353) === ==== Titolo, struttura e destinatari ==== Il capolavoro di Boccaccio è il Decameron, il cui sottotitolo è Il principe Galeotto (che allude al celebre verso «Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse» riferito da Dante al libro letto da Paolo e Francesca, Inf. V 137) e il cui titolo fu ricalcato dal trattato Exameron di sant'Ambrogio. Il libro, dedicato esplicitamente da Boccaccio alle donne, narra di un gruppo di giovani (sette ragazze e tre ragazzi) che, durante l'epidemia di peste del 1348, incontratisi nella chiesa di Santa Maria Novella, decidono di rifugiarsi sulle colline presso Firenze. Per due settimane l'«onesta brigata» s'intrattiene serenamente con passatempi vari, in particolare raccontando a turno le novelle, raccolte in una cornice narrativa dove si interesecano più livelli narrativi: il piano dell'autore (che interviene spesso in prima persona), quello della vita della brigata, quello delle novelle e delle riflessioni sulle storie narrate elaborate dai novellatori come premessa o in coda ai singoli racconti. ==== La Brigata ==== I nomi dei dieci giovani protagonisti sono Fiammetta, Filomena, Emilia, Elissa, Lauretta, Neifile, Pampinea, Dioneo, Filostrato e Panfilo. Ogni giornata ha un re o una regina che stabilisce il tema delle novelle; due giornate però, la prima e la nona, sono a tema libero. L'ordine col quale vengono decantate le novelle durante l'arco della giornata da ciascun giovane è prettamente casuale, con l'eccezione di Dioneo (il cui nome deriva da Dione, madre della dea Venere), che solitamente narra per ultimo e non necessariamente sul tema scelto dal re o dalla regina della giornata, risultando così essere una delle eccezioni che Boccaccio inserisce nel suo progetto così preciso e ordinato. ==== Tematiche ==== Il Decameron è, secondo le parole del padre della storiografia letteraria italiana Francesco de Sanctis, «la terrestre Commedia»: in essa Boccaccio dimostra di aver saputo magistralmente affrescare l'intero codice etico dell'essere umano, costretto ad affrontare situazioni in cui il piano dell’autore (che interviene spesso in prima persona), quello della vita della brigata, quello delle novelle e delle riflessioni sulle storie narrate elaborate dai novellatori come premessa o in coda ai singoli racconti si richiede l'ingegno per superare le difficoltà poste dalla Fortuna. In Boccaccio, ormai, è completamente svincolata da forze sovrannaturali (come nel caso di Dante, che riflette sulla Fortuna nel VII canto dell'Inferno), lasciandola gestire e affrontare dal protagonista. Tra le tematiche principali si possono individuare come i temi dell’amore e della fortuna, sulla quale se ne innestano altri, che diventano argomento specifico di singole giornate: fatte salve la I e la IX, che sono ad argomento libero, nelle altre i dieci novellatori saranno infatti chiamati a ragionare su casi di fortuna a lieto fine (II), sui desideri realizzati grazie alla propria «industria» (III), sugli amori felici (V), sui motti di spirito, capaci di salvare chi si trova in pericolo di morte o di trarre d’impaccio chi si trova in situazioni difficili (VI), sulle beffe fatte dalle mogli ai propri mariti (VII) o su quelle che donne e uomini si fanno tra loro (VIII), infine sulle azioni liberali e magnifiche (X). La narrazione di argomento erotico, anche quando coinvolge condotte lussuriose di frati o interi monasteri femminili (come per esempio quelle relative alla novella di Ferondo in Purgatorio, o di Masetto da Lamporecchio) non è giudicata moralmente dall'autore, che invece guarda con sguardo neutralmente ironico quanto possa essere ricca e variegata l'umanità. Inoltre, come sottolinea Maurizio Fiorilla, il Decameron, grazie alla varietà di temi trattati e alle diverse realtà in cui sono ambientate le novelle, che consentono a Boccaccio di mettere in scena un ampio ventaglio di tipi umani e di esperienze di vita possibili, offre una straordinaria rappresentazione del mondo e un grande affresco delle relazioni umane. Fiorilla, non a caso, intitola un suo articolo Il Decameron: la fuga dalla morte e la rigenerazione del mondo proprio per spiegare come i racconti dell'onesta brigata servano a mentenere viva l'umanità distrutta dal morbo: «in questo quadro la formazione della birgata descritta nella seconda parte dell'Introduzione alla I giornata crea le condizioni per una ricostruzione del mondo attraverso la letteratura». === Opere della vecchiaia === Nell'ultimo ventennio della sua vita Boccaccio si dedicò sia alla stesura di opere impregnate della nuova temperie umanistica sia a quelle in lingua volgare, continuando pertanto quel filone che si protraeva fin dagli anni napoletani. Nel primo caso Boccaccio si dedicò alla stesura di opere enciclopediche (le Genealogie deorum gentilium e il De montibus) sulla scia dell'amico e maestro Petrarca, affiancandola anche a quelle dal sapore più narrativo quali il De mulieribus claris e il De casibus virorum illustrium (quest'ultima opera dedicata al maresciallo del Regno di Napoli Mainardo Cavalcanti), impregnate comunque di un sapore moralisticheggiante per il fine etico di cui esse sono portavoce. Tornando sul filone della letteratura in lingua volgare, dell'ultimo Boccaccio si ricorda principalmente Il Corbaccio (o Laberinto d'amore), opera dal titolo oscuro, datato tra il 1363 e il 1365 e nettamente in controtendenza rispetto alla considerazione positiva che le donne ebbero nell'economia letteraria boccacciana. La narrazione è incentrata sull'invettiva contro le donne: il poeta, illuso e rifiutato da una vedova, sogna di giungere in una selva (che richiama il modello dantesco) nella quale gli uomini che sono stati troppo deboli per resistere alle donne vengono trasformati in bestie orribili. Qui incontra il defunto marito della donna che gli ha spezzato il cuore, il quale, dopo avergli elencato ogni sorta di difetto femminile, lo spinge ad allontanare ogni suo pensiero da esse lasciando più ampio spazio ai suoi studi, che invece innalzano lo spirito. Da segnalare, infine, le Esposizioni sopra la Commedia, frutto dei commenti esegetici tenuti in Santo Stefano in Badia poco prima della morte. === Le Epistole === Le Epistole rappresentano un corpus limitato della sua produzione scritta, composto da venticinque lettere in latino e due in volgare, datate tra il 1339 e il 1374. Sebbene Boccaccio non abbia mai intrapreso la compilazione di un epistolario completo (al contrario dell'amico Petrarca), questo ristretto gruppo di lettere offre uno spaccato significativo delle sue relazioni intellettuali e personali e del suo sviluppo interiore, che si riflette nella varietà dei destinatari e dei temi trattati. === Il Buccolicum carmen === Il Buccolicum Carmen è una raccolta di sedici egloghe composte in un arco di tempo che va dalla gioventù fino agli ultimi anni di vita (probabilmente tra il 1346 e il 1365), rifacentesi al modello dantesco prima e a quello petrarchesco poi. Dedicate all'amico Donato Albanzani, esse trattano di varie tematiche: si ricordano, in questa sede, almeno l'ottava egloga (Mydas), che ha come argomento un violento attacco contro Niccolò Acciaiuoli; e la quattordicesima (Olympia), in cui la protagonista è la figlioletta Violante, scomparsa prematuramente nel 1355. == Pensiero e poetica == === Tra due epoche === ==== Tra Medioevo e umanesimo ==== La figura di Boccaccio, sia umana sia letteraria, rappresenta un ponte tra il Medioevo e l'età moderna. Attratto, da un lato, verso il mondo medievale per il suo attaccamento alla città natale e ai valori dell'età di mezzo, dall'altro il suo ottimismo e la sua fiducia nelle potenzialità dell'essere umano lo portano già a essere un protoumanista quale il suo maestro Petrarca. Al contrario di quest'ultimo, infatti, Boccaccio si rivelò sempre attaccato alla città natale Firenze, rivelando un'affinità straordinaria con l'atteggiamento dantesco. Comunque, se Dante si considerava come figlio dell'amata Firenze, tanto da non riuscire a lenire il dolore col passare degli anni, Boccaccio sentì la lontananza anche di Napoli, la città della giovinezza. ==== Una sensibilità moderna e medievale al contempo ==== Boccaccio dimostrò una sensibilità moderna nell'affrontare le vicende umane, legate alla volubile fortuna, dandole un'ottica decisamente più "laica" rispetto a Dante: da qui, Francesco de Sanctis giunse a definire Boccaccio come il primo scrittore distaccato dalla mentalità medievale. Al contrario il maggiore studioso di Boccaccio del XX secolo, Vittore Branca, nel suo libro Boccaccio medievale, tese a rimarcare la mentalità medievale del Certaldese, su cui si basano i valori, le immagini e le scene delle novelle. Uno dei massimi filologi italiani del XX secolo, Gianfranco Contini, espresse il medesimo giudizio e chiosò dicendo che «oggi il Boccaccio appare per un verso di cultura medievale e retrospettiva, per un altro buon deuteragonista italiano di quel movimento aristocratico che fu l'Umanesimo». === Lo "sperimentalismo boccacciano" === Già fin dal periodo napoletano Boccaccio dimostra un'incredibile versatilità nel campo delle lettere, sapendo con maestria adoperare il materiale letterario con cui entra in contatto, rielaborandolo e producendo nuovi lavori originali. Nel clima cosmopolita napoletano, ove l'etica cavalleresca francese importata dagli Angiò, le influenze arabo-bizantine, l'erudizione di corte e la presenza di cultori della memoria dantesca si incontrano fra i vicoli della città partenopea, Boccaccio dà adito a uno sperimentalismo in cui tutti questi elementi si incrociano. Prendendo, per esempio, il Filocolo, primo romanzo in volgare italiano, si può notare che: il titolo è un grecismo. la narrazione riprende la vicenda amorosa di Fiorio e Biancifiore, legata alla tradizione occitanica. influssi classicisti, per il modello della Historia distructionis Troiae di Guido delle Colonne. === La narrativa moderna e la lingua in Boccaccio === Con la narrativa promossa dal Boccaccio, la prosa letteraria italiana raggiunge un livello elevatissimo. Grazie alla volgarizzazione di Tito Livio Boccaccio adotta infatti un periodare delle frasi più sciolto, meno paratattico e incentrato invece sulla concatenazione gerarchica dei periodi, tipica dell'opera liviana. Tale stile fluido e scorrevole, intriso di un linguaggio proprio della dimensione quotidiana (resa ancor più marcata dalla presenza di dialettismi e da contesti dominati da doppi sensi, rendendo quindi la prosa boccacciana sperimentale), si contrappone decisivamente al resto della produzione letteraria in prosa, caratterizzata da un periodare paratattico e asciutto. Se finora si è delineata la struttura morfosintattica, Giovanna Frosini si concentra sull'individuare le caratteristiche peculiari del fiorentino usato da Boccaccio per il Decameron: innanzitutto è una lingua viva, in movimento, dovuta anche all'arrivo in Firenze, dopo la pestilenza, di popolazioni provenienti da altre regioni della Toscana e che quindi ne influenzano vocaboli e morfologia: Boccaccio, oltre alla prosa in volgare, scrisse anche in latino. Se negli esercizi giovanili (basti pensare alle Epistole), il latino usato da Boccaccio è ancora pregno di forme medievaleggianti e fondato sull'ars dictaminis, l'avvicinamento poi negli anni '40 all'opera liviana e alla più decisiva prosa e poesia petrarchesca segnarono un cambiamento di rotta nella prosa latina boccacciana. Infatti, il linguaggio si fa più espostivo, chiaro, anche se Boccaccio, qualora lo ritenesse utile, mantenne ancora delle forme medievaleggianti se servivano a essere precise nel manifestare certi concetti, definendo così un carattere "ibrido" del latino del Certaldese rispetto alla purezza ricercata da Petrarca. === L'umanesimo di Boccaccio === ==== Il valore del greco ==== Boccaccio, in certe occasioni, si dimostrò più volte in disaccordo con Petrarca man mano che il Certaldese si impadroniva dei principi della lezione umanistica. A parte la crisi del 1354, dovuta al trasferimento di Petrarca nella nemica Milano, tra Boccaccio e il poeta aretino ci fu uno scontro sul valore che il greco antico poteva apportare alla cultura occidentale: se per Petrarca tutta l'eredità della cultura greca fu assorbita da quella latina, Boccaccio (che fu a stretto contatto col lavoro di traduzione di Leonzio Pilato) invece ritenne che i Latini non avessero assorbito tutte le nozioni della civiltà ellenica. Come gli antichi Romani imitarono e ripresero la letteratura greca, così anche gli umanisti dovevano riprenderne il pensiero. La lungimiranza culturale di Boccaccio, la cui proposta culturale trovò conferma già sotto la generazione d'umanisti successiva, fu in questo modo sintetizzata dal filologo bizantino Agostino Pertusi: ==== L'erudizione "didattica" e l'umiltà del Boccaccio ==== Al contrario del maestro Petrarca, Boccaccio cercò sempre di fornire un'utilità pratica alle sue opere umanistiche di carattere erudito. Sia nella Genealogia che nel De montibus, infatti, Boccaccio ebbe come scopo quello di fornire dei prontuari enciclopedici volti a conservare il patrimonio della cultura classica e a trasmetterlo alla posterità. Nel caso del Proemio dei libri della Genealogia, rivolgendosi al destinatario dell'opera, Ugo IV di Lusignano, Boccaccio espresse tale proposito con grande umiltà, dopo aver ricordato la sua inadeguatezza nell'adempiere questo compito, ricordando il valore intellettuale di Petrarca: Lo stesso proposito è proprio del prontuario geografico De montibus, ove sottolinea i possibili punti di "debolezza" dovuti agli errori e alle imprecisioni causate dalla sua ignoranza, ricordando ai lettori di intervenire, qualora si dovessero accorgere di tali mancanze: === Il rapporto con Dante e Petrarca === ==== Discipulus e praeceptor: Boccaccio e Petrarca ==== ===== Premesse ===== In tutta la sua vita Boccaccio vide nel Petrarca un praeceptor, capace di risollevarlo dai peccati della carne tramite la letteratura classica e la spiritualità agostiniana, giungendo a considerarlo come una vera e propria guida spirituale. Da parte sua l'intellettuale aretino nutriva ancora una sorta di distacco intellettuale dal suo affettuoso amico, benché lo considerasse l'unico a «essergli compagno nella titanica impresa culturale che stava compiendo». Infatti, Petrarca non permise mai a Boccaccio di accedere del tutto alla sua biblioteca personale, mentre il secondo gli procurava rari codici contenenti opere latine e le versioni dal greco curate da Leonzio Pilato. Era un rapporto ambiguo, che emerge anche dalle ultime quattro Seniles, quando Petrarca, irritato dall'eccessiva preoccupazione di Boccaccio per la sua salute, decise di tradurre l'ultima novella del Decameron, Griselda, in latino, per dimostrare ancora il suo vigore Non si può considerare il rapporto fra i due come un rapporto di “sudditanza psicologica” del Boccaccio nei confronti del Petrarca, quanto invece una «rivendicazione orgogliosa della parte da lui sostenuta perché si affermasse il progetto globale concepito dal Petrarca». Difatti, bisogna ricordare che non fu soltanto Petrarca a essere praeceptor di Boccaccio, ma anche il contrario: se l'Aretino ha indubbiamente segnato una svolta nel percorso intellettuale del Certaldese, quest'ultimo ha lasciato un'impronta significativa nella produzione letteraria petrarchesca. ===== Tra Seneca e il greco: attriti intellettuali ===== Boccaccio, in certe occasioni, si dimostrò più volte in disaccordo con Petrarca man mano che il Certaldese si impadroniva dei principi della lezione umanistica: la questione "greca" e quella "senecana". Riguardo alla prima, Boccaccio ribadiva (al contrario del praeceptor) di come fosse necessario recuperare la letteratura greca per una migliore comprensione della civiltà occidentale. Sulla seconda questione l'Epistola XX, scritta al giurista napoletano Pietro Piccolo da Monteforte, vicino alla cultura umanista e grande appassionato del Boccaccio, rivela la diatriba di natura filologica tra Petrarca e Boccaccio. Quest'ultimo, difatti, dimostra amarezza per essere stato contraddetto da Petrarca sulla questione se esistessero due Seneca distinti fra di loro. Nonostante le procedure filologiche adottate dal Certaldese, che aveva appreso di questa divisione da un errore di Marziale, risultassero esatte, Petrarca ritenne, sulla base dello stile praticamente uguale, che non potessero essere due autori distinti. ===== Conclusioni ===== Concludendo sulla base della sintesi dei due maggiori studiosi del Boccaccio, Vittore Branca e Giuseppe Billanovich, il rapporto fra i due uomini non si può marcare nel semplice binomio preaceptor-discipulus, quanto invece si deve osservare la ==== Il culto di Dante ==== Boccaccio, durante tutta la sua vita, fu un appassionato cultore di Dante e della sua opera, che ebbe modo di conoscere fin dalla sua prima giovinezza grazie al contatto con Margherita e Filippa de' Mardolì. Perfezionatosi, poi, alla scuola di Cino da Pistoia, amico dell'Alighieri, già nella Caccia di Diana la presenza delle terzine dantesche indica un precoce avvicinamento alla poetica del venerato modello, che si protrarrà fino al senile Corbaccio, ove la presenza della selva e della visione rimandano inequivocabilmente all'ambientazione infernale dell'immortale poema. L'avvicinamento alla mentalità umanistica e il culto per Petrarca, però, non distolsero il Boccaccio dalla volontà di diffondere a Firenze il culto per Dante e la sua opera, anche se il giudizio più che ottimista si raffreddò durante la fase umanista, dopo aver constatato la superiorità del Petrarca in lingua latina. Oltre ad aver copiato di suo pugno tre codici della Commedia, il Certaldese scrisse anche il Trattatello in laude di Dante Alighieri (composto in due redazioni tra il 1351 e il 1366) e tenne delle lectiones magistrales sui canti dell'Inferno, fermatesi solo all'esegesi del XVII canto per il brusco declino fisico del Boccaccio. Spesso Boccaccio, nel suo commento dantesco, interviene sul testo di Dante, alterandolo deliberatamente o interpretandolo in base al contesto poetico-narrativo del passo analizzato. == Critica letteraria ed attività accademica == === Italia === Boccaccio ebbe un enorme successo già a partire dalla sua scomparsa. Nella Firenze umanistica, che era debitrice profondamente della lezione filologica impartita dal Boccaccio ai suoi giovani allievi nel circolo di Santo Spirito, la figura del Certaldese è ricordata con affetto e venerazione, come si può notare già dall'epistolario di Coluccio Salutati o dalla Vita di Giannozzo Manetti, delineando, insieme alle biografie di Dante e Petrarca scritte da Leonardo Bruni, il culto delle «tre corone fiorentine». Dopo aver goduto di grande successo anche presso l'umanesimo "volgare" (Lorenzo de' Medici elogiò come grande opera il Decameron) la consacrazione, però, giunse nel 1525, allorché il futuro cardinale e poeta italiano Pietro Bembo, con le sue Prose della volgar lingua, delineò come modello prosaico il Decameron: Se la fortuna della lirica petrarchesca durerà fino al XIX secolo, dando il via al fenomeno del petrarchismo, Boccaccio invece subì una netta condanna da parte del Concilio di Trento, per via dei contenuti "immorali" presenti in molte novelle, ove il Certaldese mise a nudo vizi e difetti del clero: tra il 1573 e il 1574 il filologo e religioso Vincenzio Borghini compì una vera e propria emendatio morale del Decameron, che nel contempo permise all'opera di salvarsi dalla distruzione totale. Di fondamentale importanza fu poi l'edizione critica del Decameron curata da Lionardo Salviati, uno dei padri dell'Accademia della Crusca, nel 1582, volta a rimaneggiare ulteriormente l'edizione del Borghini inserendo passi moraleggianti ed eliminando gli elementi considerati più sconci. Soltanto con l'inizio dell'età contemporanea (e della laicizzazione della società), il Boccaccio del Decameron iniziò a essere riconsiderato dalla critica, nonostante alcune timide rivisitazioni ci fossero già state nel corso del XVIII secolo. Il giudizio favorevole di Ugo Foscolo e di Francesco de Sanctis prima, e di Vincenzo Crescini poi, diede inizio a una fiorente stagione di studi letterari che, nel corso del XX secolo, culminò con gli studi filologici di Vittore Branca, di Carlo Dionisotti e di Giuseppe Billanovich, tesi a dare un'immagine più reale a quella "boccaccesca" affibbiatagli negli ultimi secoli. Contini, al contrario, si pone in contrasto con quest'ottimismo critico-letterario, rimarcando i limiti della prosa boccacciana. === Europa === Il propagamento del Decameron, secondo quanto ebbe a dire Branca, «è più europeo che italiano»: la diffusione che l'opera ebbe in Francia, in Spagna, in Germania e, soprattutto, in Inghilterra, fu senza precedenti. Nel mondo anglosassone, infatti, Boccaccio fu più di un semplice modello: fu l'ispiratore della pietra miliare che ispirò il primo grande letterato e poeta inglese Geoffrey Chaucer, autore de I racconti di Canterbury, che si strutturano allo stesso modo sia dal punto di vista del genere letterario sia dal punto di vista contenutistico (anche se Chaucer non raccolse più di 24 racconti, invece degli sperati 100). Il successo di Boccaccio in Europa non fu legato, però, soltanto al Decameron, ma anche a quelle opere considerate come "minori", come il De casibus virorum illustrium, il Filocolo e, presso gli eruditi, le enciclopedie latine. Nel XVIII secolo Boccaccio si affaccia anche in Russia con la prima traduzione delle sue opere. Nikolaj Černyševskij fa dire alla protagonista del suo celebre romanzo Che fare?, nell'ambito di un discorso imperniato sulla natura dell'amore, che le novelle boccacciane esprimono «pensieri freschi, puri, luminosi», e che possono essere affiancate «ai migliori drammi shakespeariani per la profondità e la finezza dell'analisi psicologica». === La Fondazione Ente Nazionale Giovanni Boccaccio === Al giorno d'oggi, in Italia, il principale ente promotore della figura e dell'opera di Giovanni Boccaccio è rivestito dalla Fondazione Ente Nazionale Giovanni Boccaccio (ENGB), che ha sede nella casa museo situata a Certaldo e che è stata fondata nel 1958 con DPR del 21 maggio 1958 n. 1154, anche se quest'ultimo entrò in vigore dal 27 gennaio 1959. La Fondazione, presieduta attualmente dalla storica della lingua e membro dell'Accademia della Crusca Giovanna Frosini, si dedica a varie attività che spaziano dall'attività accademica a quella divulgativa. Per quanto riguarda l'attività accademica, la Fondazione promuove la rivista «Studi sul Boccaccio», fondata nel 1963 da Vittore Branca; promuove una scuola estiva (Accessus a Boccaccio) dedita alla formazione accademica dei giovani ricercatori e premia annualmente le migliori tesi di laurea e quelle di dottorato incentrate sulla figura del Certaldese; raccoglie in una ricca biblioteca le opere riguardanti la figura e l'opera boccacciana (non solo europee ma anche extraeuropee) e conserva anche alcuni codici del XVI, XVII e del XVIII secolo. Inoltre, l'ENGB collabora anche con altri enti che hanno come scopo precipuo il culto della figura di Boccaccio, come l'American Boccaccio Association (ABA). Oltre all'attività accademica, la Fondazione promuove attività divulgativa attraverso la Lectura Boccacci in collaborazione con l'Oranona Teatro, mettendo in scena per il pubblico le novelle del Decameron. == Edizioni == Giovanni Boccaccio, Ameto, Bari, Laterza, 1940. Giovanni Boccaccio, Commento alla Divina Commedia. 1, Bari, G. Laterza, 1918. Giovanni Boccaccio, Commento alla Divina Commedia. 2, Bari, G. Laterza, 1918. Giovanni Boccaccio, Commento alla Divina Commedia. 3, Bari, G. Laterza, 1918. Giovanni Boccaccio, Commento sopra la Commedia di Dante Alighieri. 1, Firenze, per Ig. Moutier, 1831. Giovanni Boccaccio, Commento sopra la Commedia di Dante Alighieri. 2, Firenze, per Ig. Moutier, 1831. Giovanni Boccaccio, Commento sopra la Commedia di Dante Alighieri. 3, Firenze, per Ig. Moutier, 1832. Giovanni Boccaccio, Il Decameron. 1, Bari, G. Laterza, 1927. Giovanni Boccaccio, Il Decameron. 2, Bari, G. Laterza, 1927. Giovanni Boccaccio, Epistola a Pino de' Rossi, Impresso in Firenze, per M. B. cl. Florentino, 1487. Giovanni Boccaccio, Fiammetta, Impresso in Venesia, per Maximo de Papia, ne gli anni del signore MCCCCLXXXXI adi XXIV septembre. Giovanni Boccaccio, Lettere volgari, Firenze, nella Stamperia Magheri, 1834. Giovanni Boccaccio, Opere latine minori, Bari, G. Laterza, 1928. Giovanni Boccaccio, Rime, Firenze, per Ig. Moutier, 1834. Giovanni Boccaccio, Caccia di Diana, Firenze, nella Stamperia Magheri, 1832. Giovanni Boccaccio, Comedia delle ninfe fiorentine, Firenze, nella Stamperia Magheri, 1834. Giovanni Boccaccio, Corbaccio, [Firenze], [Bartolomeo de' Libri], [dopo il 1497]. Giovanni Boccaccio, Elegia di Madonna Fiammetta, Bari, Laterza, 1939. Giovanni Boccaccio, Filocolo. 1, Firenze, per Ig. Moutier, 1829. Giovanni Boccaccio, Filocolo. 2, Firenze, per Ig. Moutier, 1829. Giovanni Boccaccio, Filostrato, Firenze, per Ig. Moutier, 1831. (LA) Giovanni Boccaccio, Genealogia deorum gentilium, Basileae, apud Io. Heruagium, mense Septembri 1532. Giovanni Boccaccio, Ninfale fiesolano, [Venezia], [Tommaso de Piasi], [non dopo il 1492]. Giovanni Boccaccio, Rufianella, [Venezia], [s.n.], [circa 1490]. Giovanni Boccaccio, Vita di Dante Alighieri, Firenze, per Ig. Moutier, 1833. == Boccaccio nella cultura di massa == La figura di Giovanni Boccaccio gode di una fortuna peculiare nella cultura di massa. Boccaccio, infatti, è diventato nell'immaginario collettivo il simbolo di una vitalità prorompente, un’icona della commedia umana fatta di astuzia, beffa e una sensualità schietta e gioiosa. L'influenza del Certaldese è uscita dai confini della letteratura per colonizzare i nuovi media del XX e XXI secolo: dalle reinterpretazioni cinematografiche d’autore, che hanno cercato di recuperare la radice "popolare" e terragna dei suoi racconti, fino alle moderne graphic novel e ai riferimenti nella musica leggera. Boccaccio oggi non rappresenta solo un pilastro del canone letterario, ma funge da archetipo per narrazioni che celebrano l'intelligenza pratica dell'individuo e la capacità di godere della vita, rendendo il suo Decameron un serbatoio inesauribile di spunti per la satira di costume e l'intrattenimento contemporaneo. === Boccaccio nel cinema === Su Giovanni Boccaccio e specialmente sul suo Decameron furono girati moltissimi film, molti dei quali di genere goliardico, parodistico e demenziale, tipico del filone italiano decamerotico: Il Decamerone di Gennaro Righelli (1912); Boccaccio, di Michael Curtiz (1920) Boccaccesca, di Alfredo De Antoni (1928); Boccaccio, di Marcello Albani (1940) Boccaccio '70, film a episodi diretti da Vittorio De Sica, Federico Fellini, Mario Monicelli e Luchino Visconti (1962); Il Decameron di Pier Paolo Pasolini (1971) - primo capitolo della trilogia della vita; Boccaccio di Bruno Corbucci (1972); Decameron nº 2 - Le altre novelle del Boccaccio di Mino Guerrini (1972); Decameron nº 3 - Le più belle donne del Boccaccio di Italo Alfaro (1972); Decameron nº 4 - Le belle novelle del Boccaccio di Paolo Bianchini (1972); Le calde notti del Decameron di Gian Paolo Callegari (1972); Decameroticus di Pier Giorgio Ferretti (1972); Quando le donne si chiamavano madonne di Aldo Grimaldi (1972); Sollazzevoli storie di mogli gaudenti e mariti penitenti - Decameron nº 69 di Aristide Massaccesi (1972); ...e si salvò solo l'Aretino Pietro, con una mano davanti e l'altra dietro... di Silvio Amadio (1972); Le notti peccaminose di Pietro l'Aretino di Manlio Scarpelli (1972); Fiorina la vacca di Vittorio De Sisti (1972); Fratello homo sorella bona di Mario Sequi (1972); Il Decamerone proibito di Carlo Infascelli (1972); Decameron proibitissimo (Boccaccio mio statte zitto) di Marino Girolami (1972); La bella Antonia, prima monica e poi dimonia di Mariano Laurenti (1972); Le mille e una notte all'italiana di Carlo Infascelli (1972); Novelle galeotte d'amore di Antonio Margheriti (1972); Decamerone '300 di Renato Savino (1972); Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno di Bitto Albertini (1972); Racconti proibiti... di niente vestiti di Brunello Rondi (1972); I racconti romani di una ex novizia di Pino Tosini (1972); Beffe, licenzie et amori del Decamerone segreto di Walter Pisani (1972); ...e continuavano a mettere lo diavolo ne lo inferno di Bitto Albertini (1973); Fra' Tazio da Velletri, di Romano Gastaldi (e Aristide Massacesi) (1973); Storie scellerate di Sergio Citti (1973); Novelle licenziose di vergini vogliose di Michael Wotruba (Aristide Massaccesi) (1973); Maraviglioso Boccaccio di Paolo e Vittorio Taviani (2015). Oltre ai film ispirati alle tematiche boccaccesche o semplicemente alle novelle (come Meraviglioso Boccaccio), la figura del Certaldese risulta principale nel film Dante diretto da Pupi Avati, ove Boccaccio è interpretato da Sergio Castellitto. === Boccaccio nella musica contemporanea === Oltre al cinema, Boccaccio ha influenzato anche la musica d'autore e quella contemporanea. In Bocca di Rosa di Fabrizio De André, per esempio, il riferimento al "paese di Sant'Ilario" e l'atteggiamento verso l'erotismo e l'ipocrisia borghese richiamano l'atmosfera boccacciana. Più esplicito è il brano Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, scritto con Paolo Villaggio, che ricalca lo stile e le tematiche delle novelle del Decameron. Un altro riferimento si trova nelle canzoni di David Riondino dove nell'album Bocca baciata non perde ventura anzi rinnova come fa la luna del 2017 fa riferimento alla produzione del capolavoro di Boccaccio. === Influenza di Boccaccio nella letteratura e nella fumettistica contemporanea === Boccaccio appare spesso come personaggio o "nume tutelare" in romanzi storici o gialli ambientati nel Medioevo: Sheri Holman, per esempio, ne La lingua rubata, raffigura Boccaccio come investigatore nella ricerca di determinate reliquie; uno dei maggiori scrittori del XXI secolo, Dan Brown, nel suo romanzo Inferno, riporta come uno dei personaggi, Bertrand Zobrist, sia ossessionato dalla peste e cita quasi letteralmente l'introduzione del Decameron. L'opera di Boccaccio ha influenzato anche la fumettistica: Milo Manara, per esempio, ha illustrato diverse novelle del Decameron, portando l'opera nel mondo dell'erotismo d'autore contemporaneo, raffigurando scene ispirate alle novelle di Masetto di Lamporecchio o di Peronella. === Il Decameron Project === Nato nel marzo 2020 su iniziativa del New York Times Magazine, il progetto è scaturito dalla necessità di trovare un senso narrativo allo shock globale causato dalla pandemia di COVID-19. L'analogia con il capolavoro boccacciano è stata immediata e programmatica: come nel 1348 la "brigata" dei dieci giovani fuggiva da una Firenze devastata dalla peste nera per rifugiarsi in una villa e raccontarsi storie, così nel 2020 il quotidiano americano ha chiesto a 29 tra i più importanti scrittori contemporanei (come Margaret Atwood, Edwidge Danticat, Victor LaValle e Paolo Giordano) di scrivere racconti brevi durante il periodo del lockdown. == Note == === Esplicative === === Bibliografiche === == Bibliografia == Erminia Ardissino e Patrizia Pellizzari (a cura di), "Umana cosa è aver compassione per gli afflitti...": raccontare, consolare, curare nella narrativa europea da Boccaccio al Seicento, collana Levia Gravia: Quaderno annuale di letteratura italiana, Alessandria, Dell'Orso, 2015, ISBN 978-88-6274-607-6. Lino Aulenti, Storia del cinema italiano, Padova, Libreria universitaria, 2011, ISBN 978-88-6292-108-4. 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Quaglio (a cura di), Filostrato, Teseida, Comedia delle ninfe fiorentine, vol. 2. Vittore Branca, A. Balduino e P. G. Ricci (a cura di), Amorosa visione, Ninfale fiesolano, Vita di Dante, vol. 3. Vittore Branca, Giuseppe Velli, Ginetta Auzzas, Renata Fabbri e Manlio Pastori Stocchi (a cura di), Rime, Carmina, Epistole e lettere, Vite, De Canaria, 5, Tomo I. Franco Cardini, La bottega del professore, Padova, libreriauniversitaria.it, 2015, ISBN 978-88-6292-656-0. URL consultato l'11 marzo 2025. Vincenzo Catenacci, Studio critico su La Visione amorosa di Giovanni Boccaccio, Monteleone, Tip. Francesco Passafaro, 1892, SBN RCA0514935. Francesco Corazzini, Le lettere edite e inedite di Messer Giovanni Boccaccio, Firenze, Sansoni Editore, 1877, SBN RMS2813295. Arnaldo Della Torre, La giovinezza di Giovanni Boccaccio: 1313-1341: proposta d'una nuova cronologia, Città di Castello, Editrice S. Lapi, 1905, SBN RAV0204155. 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